venerdì 3 aprile 2009

Fuga da Dubai - Il Real Estate di fronte alla crisi

di Lucia Tozzi*
Cantieri sterminati, torri altissime, luci psichedeliche: lo scenario è quasi identico a Dubai e a Beijing, i due epicentri mondiali della crescita urbana, che convogliano un’energia progettuale frenetica in milioni di metri cubi reali. Sono due modelli di espansione opposti – uno frutto della pianificazione comunista e l’altro della totale assenza di regole – ma fondati entrambi sull’autoritarismo dei governi e su immensi flussi di denaro. Nessuna rivendicazione democratica sui processi di trasformazione del territorio, nessun attrito ha frenato l’ascesa del Real Estate in questi luoghi, diventati in meno di dieci anni un mito irresistibile per gli immobiliaristi – ma anche per gli economisti, gli architetti, i semplici turisti – di tutto il mondo. I due grandi interpreti dello schizofrenico movimento di attrazione e repulsione occidentale di fronte a questo mix di kitsch, vitalità esuberante e regime dittatoriale sono Mike Davis e Rem Koolhaas, che da anni monopolizzano il dibattito scontrandosi da posizioni in apparenza molto nette: la condanna neomarxista e l’esaltazione postmoderna. Paradossalmente però il tono apocalittico delle invettive di Mike Davis, che ritraggono queste città come maledette Disneyland di lusso, capitali del riciclaggio e dei finanziamenti al terrorismo, popolate da affaristi e puttane ma sicure come la Svizzera, contribuisce molto più degli argomenti culturalisti e politically uncorrect di Koolhaas al fascino verso un Oriente che non ha nulla di esotico, ma è pura incarnazione di potenza. Questo mito che riunisce la freshness della conquista del West ai vizi più opulenti di Babilonia è l’esito di una rivoluzione in due tempi che ha sconvolto i rapporti tra economia e città. Negli anni Settanta la rendita fondiaria, fino ad allora considerata il peso morto del capitalismo, comincia a essere integrata nel mondo della finanza: da fonte di reddito passiva diventa a poco a poco uno dei principali motori di ricchezza sui mercati finanziari e comprensibilmente innesca profondi cambiamenti nel governo dello sviluppo urbano. Alla fine degli anni Novanta esplode la bolla della New Economy dando inizio al decennio trionfale del Real Estate, padrone incontrastato delle borse e delle città proprio nel momento in cui la popolazione mondiale inurbata supera numericamente quella rurale. Ma Europa e Stati Uniti, incubatori storici della rivoluzione, non hanno abbastanza vigore per svilupparla a pieno: infiacchiti dalla scarsa liquidità, rallentati dalle regole complesse della democrazia, dalla libera informazione, dal Welfare State che non ne vuole sapere di scomparire, da tessuti urbani obsoleti, ricevono un colpo mortale con l’11 settembre, quando gli investitori stranieri decidono di ritirare i capitali dall’Occidente e investirli nel proprio paese. Miliardi piovono su Dubai, mentre Bush e i Chicago boys nel tentativo di stare al passo inaugurano una propaganda senza risparmio di mezzi a favore della proprietà privata della casa. Per fare impennare il mercato immobiliare vengono varate tutte quelle leggi su mutui e prestiti bancari che sono all’origine della grande crisi finanziaria di oggi.
Per capire fino in fondo qual è la posta in gioco di questa crisi bisogna andare a Dubai. Gli esperti dicono che il sistema finanziario si rigenererà, ma a guidarlo non sarà più il settore immobiliare, bensì l’alimentare. È una notizia sconvolgente, ma in occidente nessuno sembra prendersene troppo cura. La cronaca del tracollo delle borse e dei salvataggi statali ha offuscato le analisi sugli effetti di questo spostamento. Nelle metropoli occidentali i cantieri sono rallentati da un pezzo, ma i valori di mercato hanno oscillazioni lievi: un metro quadro a Manhattan o a Londra costerà in fondo sempre cifre astronomiche. Se si fermano le gru a Dubai lo scenario è catastrofico: l’80% della popolazione, composta da stranieri puramente attratti dalla velocità degli affari e dal lavoro, è pronta a volatilizzarsi. I milioni di turisti che vengono a vedere il cantiere polveroso della futura capitale del lusso non avranno alcuna ragione di trascinarsi in questo buco bollente. Com’è noto, il petrolio è in via di esaurimento. Ma soprattutto, ad andare in rovina sarebbe l’idea ormai quasi realizzata che si possono costruire città grandiose ovunque, anche in luoghi dove non ha nessun senso costruirle. Città astratte, virtuali, agglomerati di proprietà private che hanno scarsi legami con la funzione abitativa, servono solo come supporto alle transazioni finanziarie. Arcipelaghi separati, protetti, estranei alla legge comune di un qualsivoglia stato, in cui la proprietà è garanzia di regole autonome. Dubai non è infatti un caso isolato, è un paradigma che ha prodotto centinaia, migliaia di nuovi progetti nei deserti sauditi, africani, in India, in Russia, in Kazakistan, in Siberia, e sta rimbalzando anche in Occidente. L’eventuale crollo di questo modello non affosserà probabilmente l’economia della regione - almeno finché gli altri Emirati continueranno a succhiare il petrolio e si continuerà a riciclare danaro – ma l’idea orgogliosa, manipolatrice, magniloquente di urbano che ha espresso in questi anni. Le città dell’area petrolifera torneranno all’insignificanza che le ha sempre connotate, mentre città promiscue, pianificate, stratificate avranno più chances di incarnare l’energia metropolitana.
Saranno le città cinesi, forti della loro popolazione omogenea e delle strategie a lungo termine, a prevalere, o l’informale degli slum indiani e sudamericani? Esiste invece una chance che torni in auge l’idea di uno spazio urbano condiviso, di un territorio comune, di una politica pubblica dell’abitare e dei servizi?

* (Napoli, 1974) una studiosa di fenomeni urbani. Vive a Milano. Collabora a il manifesto, Specchio+ de La Stampa e Arquine. È autrice di Microrealities (2006) e ha curato insieme a Stefano Boeri e Stefano Mirti Geodesign (Abitare Segesta, 2008)