sabato 9 maggio 2009

Cina. Fuoco sullo Hunan

Scoppia una rivolta di contadini nella città di Liling, nel sud della Cina, per espropri di terreni e la costruzione di uno stadio

di Francesco Sisci
Pechino - È nel cuore della Cina rivoluzionaria, nell’angolo sud ovest della provincia meridionale dello Hunan, patria di Mao Zedong, al confine con il Jiangxi, dove sorsero e si asserragliarono le prime basi comuniste del Paese, dove il peperoncino è piccantissimo ma meno del carattere degli abitanti.
Qui, nella città di Liling, due giorni fa migliaia di dimostranti si sono scontrati violentemente con la polizia nella piazza davanti al Palazzo del governo locale, secondo quanto riferiscono associazioni per la difesa dei diritti umani. Stando alle informazioni raccolte, almeno 20 persone sono rimaste ferite.
La protesta si è accesa dopo un altro episodio di violenza da contorni non chiarissimi. Nei giorni precedenti un contadino sarebbe stato picchiato a morte da alcune guardie di sicurezza intorno a un cantiere in costruzione. Il cantiere era stato aperto per erigere uno stadio e a tale scopo erano stati confiscati alcuni terreni agricoli.
Al di là dei dettagli, che potranno emergere meglio nei prossimi giorni, si tratta dell’ennesima protesta per gli espropri, in cui i contadini si lamentano perché hanno ricevuto troppo poco dall’amministrazione locale.
Le campagne che si ribellano, i contadini che si battono contro le forze dell’ordine, la polizia che impone il pugno di ferro sulla piazza ferita ma indomita. Sono tutte icone della Cina rivoluzionaria, quella che Mao celebrava con il suo mito della rivoluzione continua, delle sue indomite, giovani, ingenue guardie rosse, quelle che hanno colorato decenni di immaginazione occidentale e oggi appaiono segni veri della grave instabilità del Paese in preda a sommosse sociali.
Sembra quasi che la rivoluzione debba tornare in Cina.
Il problema è in effetti grave e reale. Il processo di urbanizzazione che procede a ritmi galoppanti allarga i centri abitati e trasforma terreni prima agricoli in suoli edificatori. Il fenomeno è la culla storica delle speculazioni edilizie e industriali, delle “mani sulle città” di tutti i processi di sviluppo veloce.
Solo che questi episodi importanti ovunque in Cina hanno dimensioni e velocità cinesi, appunto: tantissima urbanizzazione in pochissimo tempo. Inoltre, hanno caratteristiche particolari rispetto a quelle di altri Paesi. I terreni espropriati sono in “concessione” ai contadini, la “proprietà” è dei villaggi che vengono inglobati nelle città.
I compensi, dell’industria, dell’immobiliarista, quindi per principio devono essere divisi tra villaggio e contadini. Se però il villaggio, e la sua burocrazia, non è pagato abbastanza, si oppone dal principio al costruttore; se il contadino riceve una fetta troppo piccola poi si sente truffato.
Il processo non è trasparente, lascia margini a mazzette per il capo villaggio, o a ricatti da parte di qualche contadino che gioca al rialzo, come se la vendita del terreno fosse una partita a poker, o a sotterfugi da parte dell’immobiliarista.
In ogni caso si sommano e si moltiplicano sospetti, dubbi, invidie, timori da parte dei più deboli, gente che si vede letteralmente togliere la terra sotto i piedi, che vede sparire un modo di vita durato per secoli, e si affaccia un mondo moderno totalmente nuovo e incomprensibile.
Nei prossimi 20 anni oltre 300 milioni di cinesi in più vivranno in città, altrettanti ne sono arrivati nei 20 anni passati. Mai nella storia c’è stato un processo di urbanizzazione così grande e così veloce.
Con la maggiore diffusione dei mezzi di comunicazione, delle informazioni trasmesse dal governo centrale, è inevitabile che il ritmo e la violenza delle proteste sia destinato a crescere.
I contadini brandiscono come martelli contro i funzionari locali gli articoli della stampa nazionale che chiedono maggiore rispetto delle regole negli espropri, e tutto questo poi può diventare fuoco e fiamme nell’antica patria della rivoluzione, lo Hunan di Mao.
In realtà queste dimostrazioni contadine forse sono più una fine che un inizio. Sono la fine di un tempo in cui la rivoluzione partiva dalle campagne, è la fine proprio delle campagne trasformate in città o lasciate con sempre meno gente, sempre meno importanti per la nuova centralità della vita politica cinese che forse ha cominciato a viaggiare su altri binari.
Fonte: La Stampa 08.05.09