domenica 10 maggio 2009

Nil’in - L’ora del thè in Palestina*

E’ un venerdì come tutti gli altri a Nil’in, è un venerdì in cui la normalità coincide con la lotta. Quotidiana lotta per la sopravvivenza, che non è solo continuare a respirare. Che non è solo poter camminare sulle proprie gambe, ma è poterlo fare con la dignità e i diritti di ogni essere umano. A Nil’in, come nel resto della Palestina, la terra sembra non rientrare nella categoria dei diritti inalienabili.La terra, come la vita. Ieri è stato un ordinario venerdì di resistenza a Nil’in, che nel corso degli ultimi anni ha visto le vittime aumentare e la terra diminuire. Questo villaggio poco lontano dalla più conosciuta Bil’in subisce gli stessi problemi e gli stessi sopprusi di questo fazzoletto di terra a nord di Ramallah. E uguali sono le modalità di resistenza dei palestinesi, spesso affiancati da attivisti internazionali e dagli stessi israeliani che non hanno ceduto al ricatto sionista. Ieri tutto nella norma quindi, tutto come sempre sotto il sole di una Palestina in fiamme da decenni. Sono arrivata a Nil’in verso mezzogiorno, poco prima della fine della preghiera, ma della preghiera all’esercito israeliano importa sempre poco, l’odore acre dei lacrimogeni riempiva la strada che costeggia i campi già dopo una decina di minuti. Mentre la moschea regalava gli ultimi canti, un gruppo di attivisti si è avvicinato a quegli stessi campi per andare a perlustrare delle case oramai abbandonate, i cui tetti vengono usati dall’esercito durante le manifestazioni. E’ pratica comune tra i giovani componenti dell’IDF di esercitarsi al tiro al bersaglio, che dall’alto riesce sicuramente meglio. Questa volta però gli attivisti sono stati più veloci e da quegli stessi tetti è partito un picchetto durato un’altra ora, durante il quale ragazzi e ragazze sono rimasti in allerta, sotto il suono costante di spari, bombe sonore e lacrimogeni. Finita la preghiera gli abitanti di Nil’in sono partiti quasi subito alla volta dei campi, spingendosi fin dove il filo spinato disseminato dall’esercito ha permesso. Schivando proiettili e gas lacrimogeni, gli stessi che hanno ucciso Bassem tre settimane fa e mandato in coma Tristan, attivista per i diritti umani, più di un mese fa. I partecipanti alla manifestazione sono arrivati fino al confine imposto, un confine che non è una linea, un confine che non è possibile attraversare con un passo. Un muro di filo spinato, che tutti insieme si è tentato di abbattare, sotto la minaccia costante di armi a cui ora mai anche i bambini hanno avuto il tempo di abituarsi. La situazione è rimasta così per circa un paio d’ore, fino al momento in cui si è deciso di tornare in strada. Pensare che sia un luogo sicuro la strada è invece una cosa a cui l’innocenza dei bimbi è avezza. Un’innocenza che anche ieri ha dovuto conoscere il suo nemico, quando l’esercito ha iniziato a sparare le sue variegate armi in direzione della strada, trafficata come sempre.
Non ci è dato sapere se il giovane soldato di turno avesse una pessima mira, o al contrario un’ottima conoscenza del suo lavoro, al punto da riuscire a lanciare un lacrimogeno che ha sfondato la finestra di una casa dall’altro lato della strada, rischiando di soffocare l’anziana donna che si trovava all’interno del suo salone a bere thè. Nel caos generale fortunatamente un gruppo di persone si è accorto dell’accaduto e una volta sfondata la porta ha soccorso la donna, che è stata immediatamente portata sul tetto. L’attacco da parte dell’esercito non si è fermato, come l’assedio che si è fatto più forte quando i cecchini sono riusciti ad occupare altri edifici poco lontano, costringendo chi era in casa a non uscire per almeno mezz’ora, come topi in gabbia. Quando la situazione si è calmata una normalità apparente è tornata a regnare nel piccolo paese, una normalità accompagnata dai bozzoli e dai residui delle armi che ogni venerdì Israele regala ai diversi villaggi che osano manifestare il loro dissenso. Questo venerdì nessuna eccezione da dover raccontare, solo il sapore diverso di un thè in Palestina in un normale giorno di resistenza, contro una democrazia incompiuta come Israele.
*Scritto per GlobalProject da Yara Nardi, attualmente nei territori occupati