mercoledì 18 novembre 2009

Afghanistan, indietro tutta


Clinton: "Ce ne andremo dall'Afghanistan. L'obiettivo non è più sconfiggere i talebani né instaurare la democrazia a Kabul"

"Non abbiamo intenzione di rimanere in Afghanistan: questo deve essere molto chiaro. Il nostro obiettivo laggiù è quello di sconfiggere Al-Qaeda, impedire che l'Afghanistan torni a essere un rifugio sicuro per i terroristi. Capiamo che il popolo afgano abbia bisogno di aiuto per difendersi dai talebani, ma il nostro impegno principale è nei confronti del popolo americano. Non ci facciamo illusioni: sono finiti i giorni in cui si parlava di come aiutare gli afgani a costruire una democrazia moderna, uno Stato efficiente e tutte queste cose meravigliose: il nostro obiettivo primario è la sicurezza degli Stato Uniti d'America, è come proteggere e difendere il nostro paese da futuri attacchi.".

Il vero nemico. Le parole pronunciate dal segretario di Stato Usa Hillary Clinton nel corso del suo intervento a 'This Week', il popolare programma televisivo della domenica mattina della Abc, sono la conferma del fatto che l'amministrazione Obama ha deciso di disimpegnarsi dall'Afghanistan, portando avanti la lotta contro "il vero nemico", Al-Qaeda, ma rinunciando alla guerra contro i talebani e alla costruzione della democrazia a Kabul.
Il che non significa che Obama non invierà in Afghanistan i rinforzi chiesti dai suoi generali sul campo, senza i quali Usa e Nato perderebbero la guerra in pochi mesi e malamente. Questa è una necessità tattica, di breve periodo. Ma la strategia di lungo periodo è un'altra, è quella del vicepresidente Joe Biden: passare gradualmente da una guerra convenzionale contro i talebani a operazioni limitate contro Al-Qaeda, ritirando le truppe regolari e lasciando sul campo forze speciali e intelligence, collaborando con il governo afgano, qualsiasi esso sia, talebani compresi.

Exit strategy. La svolta era nell'aria già dalla fine di ottobre, quando i ministri della Difesa della Nato riuniti a Bratislava, in Slovacchia, hanno stabilito una ‘exit strategy' dall'Afghanistan, decidendo di anticipare la cosiddetta ‘fase 4' della missione Isaf, ovvero quello del passaggio completo della gestione della sicurezza nazionale all'esercito e alla polizia afgana e quindi il ritiro delle truppe alleate. Un processo che, stando alle dichiarazioni di diversi esponenti dell'Alleanza atlantica, dovrebbe completarsi nel giro di cinque anni, entro la fine del 2014. Per quella data le forze armate afgane, esercito e polizia, dovrebbero diventare 400mila, dai 180 mila attuali.
Lo scopo è ‘afganizzare' il conflitto per porre fine a un impegno militare diretto sempre più impopolare in occidente. L'effetto sarà quello di lasciare in eredità all'Afghanistan una guerra civile ‘indotta' dall'esito scontato: la vittoria dei talebani. Insomma, quello che accadrebbe comunque, ma con la differenza - non da poco - che ad essere sconfitti saranno gli afgani, invece delle truppe alleate.

Talebani già al potere. Sul terreno, in Afghanistan, il disimpegno militare degli Stati Uniti è già iniziato, e anche in maniera piuttosto precipitosa.
Nella strategica provincia orientale del Nuristan, per mesi teatro di feroci combattimenti tra talebani e truppe Usa, queste ultime si sono ritirate da tutte le basi di montagna ripiegando nel capoluogo e lasciandosi indietro ingenti quantitativi di munizioni.
I talebani, oltre a impossessarsi del prezioso materiale bellico statunitense, hanno subito preso il controllo dell'intera provincia, istallando un governo che ora opera alla luce del sole.
Il neo-governatore talebano, Dost Mohammad, intervistato da Al Jazeera ha spiegato che "il territorio è stato suddiviso in nuove unità amministrative, sono stati nominate nuove autorità locali, un dipartimento della giustizia e una commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Ora stiamo lavorando a soddisfare i bisogni primari della popolazione".

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