giovedì 9 settembre 2010

Africa - Il business si ricorda del continente dimenticato

Africa Mappa

di Gabriele Battaglia

Crescita del Pil a doppie cifre, materie prime e alcuni Paesi sicuri. Ma rimangono instabilità politica e squilibri
Il mondo degli affari si ricorda del "continente dimenticato", cioè l'Africa.
Non si tratta solo di andare a caccia di materie prime, anche se è sempre il petrolio a "tirare", bensì di un nuovo interesse che si traduce in analisi attente della crescita del Pil nelle diverse economie, delle opportunità commerciali, delle maggiori entrate fiscali che si concretizzano in stabilità politica per più Stati, e così via. Nella stanza dei bottoni si ipotizza perfino che l'Africa subsahariana, presa complessivamente, sia il nuovo "Bric", con riferimento all'acronimo che designa le maggiori economie emergenti (Brasile, Russia, India, Cina).
Un profilo complessivo è tratteggiato da Roubini Global Economics.
Nel dopo-crisi, l'Africa a sud del Maghreb ha avuto ottime performance economiche, con un buon ritorno degli investimenti, alti profitti e alcune economie-traino divenute ormai porti sicuri per gli affari. Restano problemi per l'estrema non omogeneità di Paesi anche vicini tra loro e per l'incertezza sulla durata nel tempo delle politiche economiche.
Tuttavia, secondo McKinsey, l'azione combinata di consumi, agricoltura, materie prime e infrastrutture, dovrebbe produrre entro il 2020 un reddito complessivo annuo di 2.600 miliardi di dollari, cioè più del doppio dell'attuale. E il Financial Times ipotizza che per il 2050 il Pil dell'Africa superi i 13mila miliardi, più di Brasile e Russia anche se non di Cina e India.

Tra le economie che vanno per la maggiore ci sono Sudafrica e Angola. Niente di strano.
Il primo è considerato l'ambiente più favorevole agli affari nel continente, sul quale si è innestata per altro la potente leva dei mondiali di calcio. Turismo e investimenti sono le risorse principali e anche il sistema imprenditoriale è maturo. Il Boston Consulting Group inserisce ben 18 imprese sudafricane tra le prime 40 del suo "challengers report", cioè le compagnie dei Paesi in via di sviluppo con le migliori performance.
Angola fa invece rima con petrolio (ne è il maggior produttore africano con la Nigeria), che rappresenta il 40 per cento del suo pil e, di conseguenza, con Cina, Paese che investe massicciamente nel settore energetico locale. Ne scaturisce una diversificazione degli investimenti nelle costruzioni e nei servizi che porta benefici fiscali alle casse dello Stato. In definitiva, il Pil locale dovrebbe salire all'8,5 per cento a fine 2010.

Le sorprese sono il Ghana e il Ruanda.
Il primo è una vera e propria storia di successo. Tutto muove dal petrolio, che dovrebbe far crescere il Paese a doppia cifra nel 2012. Secondo l'Economist Intelligence Unit si passerà dal 4,7 per cento stimato per fine 2010 a un clamoroso 14 per cento due anni dopo (Standard Bank stima una crescita del 5,8 per cento nel 2010 e del 13,3 nel 2011). Il Paese ha tra le altre cose imparato la lezione di altre "storie petrolifere" e si è già mosso sulla strada della diversificazione - costruzioni, infrastrutture e tecnologia - per non dipendere troppo dall'oro nero. A titolo d'esempio, si può citare il Ghana Ciber City, un progetto di parco tecnologico per cui si cercano 40 milioni di dollari. A questo si aggiunge la stabilità politica e l'inflazione bassa.
Il Ruanda è invece definito "miglior riformatore" dalla stessa Banca Mondiale, che lo fa passare dal 143esimo al 67esimo posto della speciale classifica. Ovviamente per riforme si intendono quelle tipicamente liberiste: la tutela degli azionisti, l'accesso facile al credito e la semplificazione delle procedure per iniziare un business. Tutto ciò attira investimenti. I punti forti sono inoltre la bassa inflazione e la crescita del settore agricolo, che dovrebbe beneficiare della ripresa globale. Secondo stime del Fondo Monetario Internazionale, il Paese crescerà del 5,4 per cento nel 2010 e del 7 per cento nel 2013.

Ma per ogni storia di successo, c'è anche l'altro lato della medaglia che è l'instabilità politica, intesa dal business internazionale in senso piuttosto lato. Così l'analisi di Roubini Global Economics mette nello stesso cahier de doleances gli scioperi in Sud Africa e la rielezione di Kagame in Ruanda (con tutto il suo corollario di repressione interna e tensioni nell'area), fenomeni piuttosto distanti tra loro ma accomunati alla voce "instabilità".
Oltre agli scioperi, in Sud Africa si teme l'eventuale nazionalizzazione del settore minerario (richiesta dalla lega giovanile dell'African National Congress) che potrebbe scoraggiare gli investitori, mentre in Angola pesa l'enorme debito contratto con le imprese straniere che hanno ricostruito il Paese dopo la disastrosa guerra civile (9 miliardi di dollari). Quanto alla "sorpresa Ghana" il timore manifesto è che alcune scelte politiche facciano scialacquare le revenues petrolifere prima che siano realizzate.
E' chiaro che anche in Africa la ricetta proposta è la "crescita senza sviluppo", cioè senza redistribuzione, già applicata altrove: mette a posto i conti, crea l'humusfavorevole al business (specie d'importazione), ma rimanda a data da destinarsi l'evoluzione della società nel suo complesso.

Tratto da: Peace reporter