lunedì 20 dicembre 2010

La Cina alla guerra di religione


Chiesa nel mondodi Francesco Sisci

RUBRICA SINICA. Un eventuale scisma nella Chiesa cattolica cinese, dopo che Pechino ha nominato dei vescovi senza consultare il Vaticano, non sembra un problema: solo l'1% della popolazione è cattolica. Ma le ripercussioni internazionali di questa scelta possono essere molto gravi.

Dopo molti rinvii, il 9 dicembre, mentre a Stoccolma veniva premiato in absentia il mortificato dissidente Liu Xiaobo, la controversa Associazione patriottica cattolica cinese (Cpa) rinnovava i propri vertici.
L'Associazione è appoggiata dal governo cinese, ma non è riconosciuta dal Vaticano, ed è stata per decenni al centro dei problemi fra Cina e Santa Sede.

La conferenza ha decretato il pensionamento del padre-padrone Liu Bainian, cui è stata assegnata la presidenza onoraria della Cpa, e nominato due prelati in posti chiave della Chiesa Cattolica di Cina.
Fang Xingyao, vescovo di Linyi, nella provincia dello Shandong, è il nuovo presidente; a Ma Yinglin è andata la presidenza della conferenza dei vescovi. Fang è un prelato riconosciuto dalla Santa Sede, che invece considera Ma illegittimo, essendo stato nominato senza l'approvazione del papa.
A prima vista, si tratta di un compromesso: una nomina gradita al pontefice e una contro di lui. Bisogna considerare però anche gli incarichi attribuiti: un uomo di Roma è a capo dell'Associazione, ma la conferenza dei vescovi, un organo caro al Vaticano, è presieduta da un uomo scelto unilaterlamente da Pechino.
Ecco spiegato cosa vuole, e cosa può dare in cambio, il governo cinese: vuole il riconoscimento e la legittimazione di Ma, e in cambio è pronto a dare alla Santa Sede ciò che considera più importante: il comando dell'Associazione.
È una rivendicazione che Pechino fa da anni: vuole garantire un futuro agli uomini della Cpa, preoccupati di essere sacrificati sull'altare della riconciliazione fra Cina e Vaticano, e il simbolo del loro futuro è la legittimazione di Ma.
Pechino inoltre vuole continuare ad avere le mani in pasta nella Chiesa cinese, per essere sicura che questa non diventi uno "strumento di sovvertimento dello Stato". In altre parole, questo per il Dragone è un problema sociale e politico.
Per la Chiesa, è un problema religioso. Riconoscere Ma metterebbe a rischio l'unità mondiale della Chiesa, non sarebbe solo un compromesso con il clero cinese e quelle poche migliaia di fedeli che costituiscono lo zoccolo duro della Cpa.
Le due parti sono distanti, e non mancano i punti dolenti. Qualche mese fa i rapporti stavano migliorando e si era giunti ad un accordo per la nomina dei vescovi; il Vaticano voleva mandare un suo uomo a Pechino.
La Cina aveva promesso al presidente di Taiwan Ma Ying-jeou di non invadere il suo spazio diplomatico chiedendo al Vaticano il riconoscimento diplomatico. La Santa Sede è il più importante fra i 28 governi che ancora riconoscono Taipei.
Accettare un inviato papale sarebbe stato uno schiaffo per Ma e avrebbe complicato notevolmente i tentativi cinesi di giungere alla riunificazione pacifica con Taiwan.
Per sbloccare la situazione Pechino propose di tenere contatti ad alto livello, seppur in maniera discreta. La tiepida risposta vaticana fu vista come una mancanza di rispetto, e compromise i tentativi di moderare gli estremisti della Cpa. Pechino diede il nullaosta a chi nell'Associazione voleva maggiore indipendenza da Roma.
All'inizio ci fu la nomina di Guo Jicai a vescovo di Chengde. La Cpa spiegò così la propria decisione: abbiamo riconosciuto molti vescovi della Chiesa sotterranea, scelti unilateralmente da Roma, quindi abbiamo il diritto di nominarne almeno uno che sia dei nostri.
A Roma ci si è lamentati: tutta la conferenza si è svolta senza consultare la Santa Sede, quindi in violazione dello spirito dell'accordo che vincola le due parti a non decidere senza essersi confrontate.
La fiducia reciproca è stata minata. Il processo che ha portato alla conferenza è stato lungo, ed è impossibile che i leader cinesi non ne fossero a conoscenza: devono averlo approvato. A questo punto, non c'è più spazio per le parole ma solo per i fatti.
I seguaci della Chiesa ufficiale - o forse addirittura tutta la Cpa, proprio come la Chiesa d'Inghilterra - possono essere considerati scismatici. Questo significa che ogni cattolico - credenti, preti e vescovi - sarebbe costretto a scegliere: cooperare con la Cpa potrebbe comportare la scomunica, e il ritorno nella clandestinità.
Tale scisma potrebbe avere serie conseguenze per la comunità cattolica cinese, pari a meno dell'1% della popolazione. Una guerra di religione si aggiungerebbe ai tanti problemi domestici e internazionali, e sarebbe uno smacco per le relazioni pubbliche di Pechino.
Sarebbe anche un problema per Roma, che ha cercato per anni di ricucire i rapporti ed evitare una decisione che sarebbe drammatica quanto la cacciata dei Gesuiti nel Diciottesimo secolo.
Come si è arrivati a questo punto? I membri della Cpa si sentono respinti da Roma e, qualora i rapporti fossero normalizzati, schiacciati fra il governo e il Vaticano, con meno soldi e potere. Oggi il governo li tratta con estremo rispetto, visto che sono una forza che potrebbe cambiare alleato.
I seguaci della Chiesa sotterranea sono in un'identica posizione di forza. Hanno senza dubbio motivi validi per non fidarsi del governo, ma ricevono enormi donazioni dall'estero che controllano senza interferenze di alcun tipo.
Sono problemi irrilevanti, se confrontati con le conseguenze potenzialmente dirompenti di queste scelte banali.
Spesso la storia viaggia su sottili fili invisibili, e gli eventi cambiano corso all'improvviso. È proprio quello che potrebbe succedere se non si risolve presto questa disputa.

China feels tug of religious war(Copyright 2010 Francesco Sisci - traduzione di Niccolò Locatelli)
 
Tratto da: Limes