mercoledì 23 maggio 2012

Cina - Il caso di Chen e i cambiamenti politici della Cina


di Francesco Sisci
Sulla delicata vicenda del dissidente cieco Pechino è riuscita a prendere decisioni creative in tempi rapidissimi, abbandonando il tradizionale metodo del consenso. Hu Jintao ora ha più influenza: cambierà gli assetti del potere?

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PECHINO - Il caso dell'avvocato dissidente cieco Chen Guangcheng, che all'inizio di maggio è sfuggito agli arresti domiciliari per rifugiarsi nell'Ambasciata degli Stati Uniti nel corso di un dialogo strategico tra Cina e Usa, ha una caratteristica particolare: Washington e Pechino hanno raggiunto due accordi per la sorte di Chen in meno di 48 ore. È un evento senza precedenti.
 Per la leadership cinese, vincolata al metodo del consenso, è difficile prendere decisioni veloci, ma questa volta è successo - proprio come in occasione del terremoto del Sichuan nel 2008, quando poche ore dopo il disastro il primo ministro Wen Jiabao fu inviato nell'area colpita.
Giungere a una decisione (in questo caso, mandare Chen a studiare a Tianjin) e poche ore dopo ripensarci e uscirsene con un'idea innovativa (non l'esilio in America, ma un programma di studio negli Stati Uniti) sarebbe stato impossibile seguendo il vecchio metodo del consenso tra i vertici.
In base a questo metodo la maggior parte delle decisioni, se non tutte, è di fatto presa all'unanimità. Questo processo è stato avviato da Deng Xiaoping, che voleva evitare la concentrazione del potere dei tempi di Mao Zedong, che aveva reso possibili gli errori dello stesso Mao.

Il consenso permette ai vertici di ridurre al minimo il dissenso nelle alte sfere, dal momento che tutti sono chiamati a concordare con l'opinione della maggioranza. Un'opinione discordante ai piani alti potrebbe generare sedizione, che a sua volta potrebbe creare fratture più profonde ai livelli più bassi.
Il caso di Chen e la rapida successione di decisioni difficili prese portano a ipotizzare che la vecchia politica del consenso stia cambiando. Sul versante americano sembra che il caso sia stato gestito da un piccolo gruppo di persone attorno all'ambasciatore Gary Locke, al segretario di Stato Hillary Clinton, che in quel momento si trovava a Pechino, e al presidente Barack Obama.
È possibile che sul fronte cinese fosse al lavoro una struttura simile, con alcuni capi negoziatori a discutere della questione direttamente con il consigliere di Stato Dai Bingguo, controparte di Clinton, e con il presidente Hu Jintao.
Poi Hu deve aver ricevuto un rapporto, un mandato del politburo, che gli concedeva il potere di prendere decisioni su alcune questioni urgenti di sicurezza nazionale senza riunioni formali. Il fatto che la stampa cinese non si sia mossa per attaccare gli americani dopo l'accaduto è un'ulteriore conferma della "procura" accordata ad a Hu.
 Pensare che Hu abbia il potere assoluto che aveva Mao è impossibile. La dispersione del potere dal centro verso la periferia, iniziata dopo la morte di Mao, è andata avanti per circa 35 anni, ed è molto difficile invertire tale tendenza. Ciò cui forse stiamo assistendo è l'inizio di una sorta di mandato e di divisione dei poteri. La periferia può pronunciarsi su alcune questioni, altre vanno approvate dal politburo, ma in alcuni casi il presidente ha l'autorità suprema.
 Non è democrazia, ma qualcosa di simile alla divisione dei poteri della Chiesa cattolica.Sacerdoti e vescovi possono decidere su questioni locali, su alcune questioni di lungo termine il papa può scegliere di ottenere il consenso dei cardinali e dei vescovi, ma per alcuni problemi urgenti il pontefice interviene direttamente.
L'accordo su Chen forse non è il migliore possibile, e reazioni negative dai governi locali o addirittura da quello centrale non possono ancora essere escluse. Ma cosa vi aspettate da un patto fatto al volo e imposto a una struttura come quella cinese, che non voleva e certamente non sapeva come gestire la questione e non sapeva cosa aspettarsi? Il caso Chen porta a pensare che entrambe le parti non volessero interrompere il dialogo strategico.
La conseguenza di tutto ciò è che Hu ora ha un'influenza maggiore. Possiamo immaginare, per via del ridotto lasso di tempo, che il caso di Bo Xilai (l'ex capo del Partito comunista di Chongqing sospeso dall'incarico dopo la fuga del suo aiutante, il vicesindaco e capo della polizia Wang Lijun, al consolato degli Stati Uniti a Chengdu, il 6 febbraio) abbia qualcosa a che fare con il nuovo status del presidente.
Sembra che grazie all'opera di pulizia sul caso di Bo, Hu sia riuscito ad ottenere poteri mai avuti dai suoi predecessori. Con questi poteri, Hu può avviare riforme politiche e spianare la strada alla riunificazione con Taiwan, una prodezza sfuggita persino al grande Mao.
Tuttavia, le riforme sono duramente contestate dai politici di livello intermedio, che vedono chiaramente che la maggiore trasparenza e la divisione del potere li espongono all'opinione pubblica locale e causano la perdita di parte della loro influenza a favore del governo centrale.
Questi politici di rango intermedio sono quelli che hanno più da perdere da queste riforme, in quanto saranno messi sotto la duplice pressione del popolo dal basso e dei leader dall'alto - quindi le opportunità di corruzione, che a questo livello colpisce la gente comune direttamente, dovrebbero diminuire.
Non è chiaro con quanta forza Hu porterà avanti le riforme, ma sicuramente ha un incentivo a farlo. Potrebbe lasciare un segno profondo e storico della sua presidenza; queste riforme aumentano le possibilità di riunificazione con Taiwan e di sviluppo pacifico della Cina, due obiettivi d'importanza capitale per Pechino.
Inoltre, in questa situazione, la concentrazione e la divisione dei poteri saranno un lascito al suo successore - in autunno ci sarà il passaggio di consegne decennale - che avrà più leve per applicare la propria politica senza essere ostacolato ad ogni passo da una folla di politici, ognuno con il proprio tornaconto personale.
Chen case hints at crack in old consensus mold (Copyright 2012 Francesco Sisci - traduzione dall'inglese di Niccolò Locatelli)
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