venerdì 19 aprile 2013

Venezuela - Maduro vince e il chavismo in Venezuela vive, per ora


di Garabombo
Questa è una prima riflessione ragionata ,sul voto di domenica 14 aprile in Venezuela, che dimostra quanto preoccupante sia l'incertezza e la tensione sociale che questo risultato elettorale ha determinato, prova ne sono i violenti scontri, tra i sostenitori di Maduro e di Capriles, che in questi giorni stanno insanguinando le strade della capitale e il resto del territorio. E' sicuramente una situazione esplosiva aperta a qualsiasi opzione che continueremo a monitorare.
Almeno tre sono stati i motivi per seguire con attenzione le elezioni presidenziali di domenica 14 aprile in Venezuela.
1) Sono state le prime senza Hugo Chavez; dal 1998 al 2012 le elezioni presidenziali in Venezuela sono sempre state poco più di una formalità. Tanto era il credito di cui godeva presso l'elettorato il leader della rivoluzione bolivariana e il suo controllo sullo stato, e tanto era il discredito di cui godeva l'opposizione, che la vittoria di Chavez era scontata. Persino nell'ultima occasione, in cui il principale sfidante di un Hugo già malato era un candidato rispettato e credibile come Henrique Capriles, il divario di voti a favore del presidente è stato notevole (circa il 10%).

2) Era (ed è) in ballo la democrazia; il dibattito attorno alle dubbie credenziali democratiche di Hugo Chavez non poteva prescindere da un fatto: il leader bolivariano, dopo aver tentato e fallito un colpo di stato nel 1992, aveva vinto tutte le elezioni presidenziali in modo trasparente, come certificato di volta in volta dagli osservatori internazionali. Ora che lui non c'è più e che la vittoria del fronte chavista era meno scontata (l'esito lo ha confermato), l'eventualità di brogli elettorali o mosse illegali poteva apparire, almeno in linea teorica, meno remota. Stesso discorso per l'opposizione: dopo il tentato e fallito golpe ai danni di Chavez dell'aprile 2002, essa ha riabbracciato le procedure democratiche. Ma ora che il chavismo è privo del suo leader alcune sirene potrebbero tornare a suonare....
3) Comunque sia andata, si volta pagina; le elezioni hanno chiuso definitivamente il periodo di limbo in cui il Venezuela era caduto il 9 dicembre 2012, il giorno in cui Chavez annunciò di dovere tornare a Cuba per operarsi. Nei mesi della sua permanenza sull'isola e in queste settimane successive alla sua morte non si è verificato uno stallo totale: sono stati avviati, e poi sospesi per motivi elettorali, dei colloqui con diplomatici statunitensi per arrivare al disgelo con gli USA ed è stata svalutata del 30% la moneta nazionale nei confronti del dollaro. Segnali preoccupanti per l'economia di un paese ricco di petrolio ma certamente non risparmiato dalla crisi.

Con il voto di domenica il delfino di Chavez è diventato presidente del Venezuela con solo il 50,66% dei voti, registrando un calo rispetto a quelli ottenuti dal defunto leader nelle elezioni precedenti. La sua debole vittoria apre una serie di interrogativi sul futuro del paese. “Per ora”, parafrasando la famosa espressione che Chavez utilizzò per annunciare il fallimento del golpe del 1992, il chavismo continua senza il suo fondatore.
Capriles non ha riconosciuto la sconfitta e ha chiesto il riconteggio integrale. Maduro non si oppone alla richiesta, mentre il Consiglio elettorale nazionale (Cne) venezuelano ha già dichiarato il risultato “irreversibile”. La tranquillità del presidente eletto, che ha parlato di una vittoria “giusta, legale e costituzionale”, e il parere del Cne fanno pensare che il riconteggio, se ci sarà, non altererà il risultato finale. A quel punto bisognerà vedere come reagirà l'opposizione e come reagiranno le istituzioni (tutte saldamente in mano al blocco chavista) alla reazione dell'opposizione. Il paese si avvia verso una fase di tensione. La risicata vittoria elettorale non è insomma una vittoria politica per Maduro: è invece la dimostrazione che il chavismo senza Chavez, soprattutto se rappresentato da un candidato anonimo e privo di carisma, non è tanto più appetibile dell'alternativa rappresentata da un'opposizione credibile.
Nei suoi quattordici anni di potere, Chavez ha cambiato il paese, mettendo le classi più povere al centro della sua azione politica e conquistandosi il loro consenso. Il modello ha funzionato fino a quando i prezzi record del petrolio permettevano di non preoccuparsi della spesa pubblica. Oggi in Venezuela non sono rari i black out, c'è scarsità di generi alimentari, l'inflazione è oltre il 20% e il deficit pubblico ha assunto dimensioni preoccupanti. A corollario di una situazione non entusiasmante ( anche se Caracas è cresciuta di oltre il 5% nel 2012) ci sono due fenomeni, la corruzione e la violenza, che ultimamente hanno assunto dimensioni preoccupanti, portando il Venezuela nelle posizioni di testa delle rispettive classifiche.
Affrontare questi problemi contribuirebbe senza dubbio ad accrescere la credibilità di Maduro, che d'altronde aveva inserito la lotta alla corruzione, alla violenza e all'inflazione nel suo programma elettorale. Ma soprattutto dovrà mantenere l'unità interna; quando Chavez, dopo aver studiato le rivolte militari in Venezuela arriva alla convinzione che sia possibile prendere il potere per sconfiggere la povertà endemica che affligge il suo paese, lo fa basandosi su un'idea-forza, quella dell'unione civico-militare. Costruisce un'alleanza tra le forze armate e le organizzazioni politiche di sinistra. Un'alleanza che non ha funzionato in nessun'altra parte salvo qui. L'alleanza civico-militare è una costruzione originale che ora si tratta di mantenere e vedremo in che modo funzionerà.
Maduro sarà inoltre chiamato a scelte decisive in politica estera: continuare a sostenere la rivoluzione bolivariana nel continente, malgrado i fondi per sussidiare gli alleati scarseggino, o proseguire nella ricerca del disgelo con gli Stati Uniti, autorizzato dallo stesso Chavez negli ultimi mesi della sua vita? Considerazioni di carattere economico suggerirebbero di concentrarsi sulla politica interna, ma abbandonare la rivoluzione non sarebbe un'opzione facile per un presidente cresciuto anche ideologicamente all'ombra di Chavez e di Fidel Castro. A partire dagli accertamenti sulla regolarità del voto, il neopresidente venezuelano ha davanti a sé delle sfide immani in campo politico, economico e internazionale.
Su alcuni cambiamenti strutturali il popolo non vuole tornare indietro, questo lo sa anche l'opposizione. Quelle del socialismo bolivariano sono sfide prospettiche, però, come diceva Chavez citando Victor Hugo: “ C'è una cosa più potente di tutti gli eserciti del mondo: l'idea la cui ora è scoccata”.
Fonti: Limes
il Manifesto