mercoledì 9 ottobre 2013

Kurdistan - La «terza via» dei kurdi siriani: una provincia autonoma e libera

INTERVISTA A SALEH MOUSLEM, LEADER DEL PARTITO PYD, «FRATELLO» DEL PKK

di Geraldina Colotti 

«Noi lottiamo contro i salafiti». In Siria vivono 2,5 milioni di kurdi, il 12% della popolazione
I kurdi in Siria «hanno ottenuto una loro amministrazione autonoma e proprie istituzioni civili - dice al manifesto Saleh Mouslem - sono capaci di difendersi e di proteggere le altre componenti della regione (armeni, turcmeni, arabi e assiri) con le unità di protezione del popolo. E sono diventati parte dell'equazione e della soluzione politica che si prospetta. Ora nessuno può negare i loro diritti nel futuro della Siria». Mouslem è il co-presidente del Partito dell'Unione democratica (Pyd) che, com'è costume nelle istituzioni politiche kurde, è codiretto da un uomo e da una donna. Creato nel 2003, il Pyd è il ramo siriano del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), il cui leader, Abdullah Ocalan, sconta l'ergastolo sull'isola d'Imrali. Dopo il massacro di circa un centinaio di civili kurdi nel 2004 (attaccati da nazionalisti armati che brandivano ritratti dell'ex presidente iracheno Saddam Hussein, a Qamishlo e in altre città del Kurdistan sudoccidentale), Saleh si rifugia in Iraq. Torna in Siria un mese dopo l'inizio delle rivolte contro il governo di Bashar al Assad, iniziate nel marzo del 2011. Il Pyd ha fatto parte del Coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (Cncd), in cui Mouslem ha svolto l'incarico di vicepresidente per l'interno. Nel dicembre del 2012, diversi membri del Coordinamento, riunito al Cairo, hanno però minacciato di abbandonare l'alleanza se non fossero stati allontanati sia il Pyd che il presidente della Cncd per l'esterno, il marxista Haytham Manna: entrambi accusati di essere in dissonanza con l'opposizione più dura a Bashar al Assad. 

Qual è la vostra posizione nei confronti del governo siriano? 

I kurdi hanno sempre sofferto ingiustizia e oppressione. Non siamo mai stati vicino al potere ma in permanente conflitto col regime. Dal 2004 fino alla rivoluzione siriana, a cui abbiamo partecipato, abbiamo cominciato a organizzarci e a impegnarci nella difesa legittima delle nostre città, ottenendo la liberazione della maggioranza delle nostre regioni il 19 luglio del 2012. Non conduciamo, però, una lotta cieca. Combattiamo da un lato il regime e dall'altro i salafiti sostenuti dalla Turchia, dal Qatar e dall'Arabia saudita. In Siria siamo circa 2,5 milioni, il 10-12% della popolazione. Abbiamo enormi difficoltà quotidiane, ma cerchiamo di mantenere alta la nostra dignità e libertà, contando sull'aiuto dei kurdi nel mondo. Quel che vogliamo è un'amministrazione unica, autonoma e democratica in Siria, senza alcuna frontiera: affinché i kurdi che vivono nelle altre città siriane come Damasco, Homs e Aleppo possano usufruire dei propri diritti legittimi (sociali, culturali, politici e di legittima difesa) ovunque si trovino. 

Com'è adesso la situazione in Siria? 

Per il momento il governo siriano è fuori dalle nostre regioni, ma siamo esposti agli attacchi brutali dei gruppi salafiti jihadisti come Jabhet al Nusra, che vogliono instaurare un califfato islamico. L'Esercito libero è debole e anzi non esiste attualmente e noi siamo comunque pronti a cooperare con loro in vista di stabilire una Siria democratica, laica e pluralista. Ora il conflitto è tra l'esercito libero e i salafiti, e anche tra l'Esercito libero e le forze armate governative, e tra i salafiti e le forze dell'ordine. Dopo il regime, quelli che contano di più sono i salafiti. Le forze kurde del Pyd sono però più disciplinate e organizzate. Nelle regioni in cui è presente l'opposizione, siamo maggioritari.

Che cosa pensate delle trattative tra Ocalan e Erdogan in Turchia? 

Le vediamo in modo positivo, sono passi importanti sia per il popolo kurdo che per quello turco. Siamo uniti da legami di fratellanza e da un progetto di integrazione nazionale con tutte le altre parti del Kurdistan. Noi difendiamo la democrazia e la libertà e in questo modo pensiamo di difendere i valori umanitari per il mondo intero.