lunedì 27 gennaio 2014

Messico - EZLN: trent'anni del più sensato dei deliri

di Angel Luis Lara

Nel novembre 1983 un piccolo gruppo di uomini che si conta sulle dita di una mano atterrò nella fitta Selva Lacandona, nello stato messicano del Chiapas. Avevano deciso di chiamarsi in maniera roboante come Esercito Zapatista di Liberazione Nazioale (EZLN). La maggior parte, del tutto abituati alla realtà della città, portava nello zaino un proposito che risuonava nelle loro conversazioni come qualcosa di delirante: fare la rivoluzione. Senza dubbio, visto le condizioni di estrema povertà e emergenza sociale in Chiapas, tale delirio risultava certamente sensato. Inoltre, le montagne e le selve chiapaneche non solo ospitavano gente in resistenza da quasi 500 anni, ma anche alla fine del diciannovesimo secolo alcuni degli esuli protagonisti della Comune di Parigi avevano concluso la loro esistenza in Chiapas; in queste terre non avevano mai smesso di fiorire antagonismi e dissensi sotterranei.

Armato di linguaggi quadrati e triti artefatti ideologici, questo piccolo gruppo iniziale non ha tardato a scontrarsi con i sentimenti comuni dei popoli indigeni originari e che abitano questi territori.

Ed è stato allora che il Subcomandante Marcos, il più conosciuto partecipante di questa primigenia e delirante monade zapatista, ha deciso che le forze non gli bastavano per andare avanti e che era meglio scendere da questa barca beccheggiante e incerta. “Dov'è l'uscita?” chiese. “Non c'è uscita”, gli hanno risposto i popoli indigeni. “E allora? Che cosa facciamo?” rispose un'interdetto Marcos. “Restate e imparate”, dissero i popoli maya. E questo è quello che hanno fatto. Hanno ascoltato e imparato dai popoli indigeni fino al punto di diventare loro stessi indigeni. Una sorte di possessione a base di bevande di realismo magico che ha disarmato l'arroganza e i cliché tradizionali della sinistra, per attivare un meraviglioso ibrido rivoluzionario fatto di saperi e della cosmo visione indigena, capace di partorire un arte del cambiamento sociale rivoluzionario pieno di paradossi e di ponti verso fuori. Così, armati di domande, gli zapatisti sono nati come un ossimoro: il più sensato dei deliri.


Oggi questo meraviglioso delirio non solo è abitato da migliaia di donne, uomini, bambini e bambine, anziani ed anziane in Chiapas. E' stato inoltre capace di costruire la materialità toccabile e respirabile di una vita altra. Con infinite difficoltà, errori e strade contorte. In questo mondo però con altre mappe e in altre coordinate. Trent'anni dopo la sua nascita, l'EZLN è protagonista di una delle esperienze umane più ricche e radicali di libertà ed emancipazione umana che gli ultimi secoli di storia hanno conosciuto. Da quando si sono sollevati in armi nel gennaio 1994, gli zapatisti abitano in una quotidiana restituzione del senso vero della parola democrazia e in una faticosa liberazione della vita dalle tenaglie della sopravvivenza. Migliaia e migliaia di persone che stanno vivendo in un'altra maniera. Qui, ora e adesso.

Nel suo trentesimo compleanno, la disutopia zapatista ha deciso di aprire le sue porte e le sue finestre per condividere le forme di vita che hanno creato tre decadi di delirio sensato. Per questo hanno creato una scuola che hanno chiamato “la libertà secondo gli zapatist@””. Si tratta, soprattutto, di “una escuelita”, così nel suo diminutivo, che serve per disimparare. Non offre piste come modelli e tanto meno regala un manuale di istruzioni. Come in Blade Runner di Ridley Scott, gli zapatisti sanno che i replicanti non amano né hanno emozioni. Per questo non interessa loro né le copie né le ricette. Semplicemente cercano con perseveranza e infinita pazienza di condividere soltanto una mappa del tesoro di un mondo altro. In questa mappa si staglia una coordinata in cima alle altre: un'imperiosa necessità di decolonizzare l'esistenza.

Lo zapatismo, lontano dai riflettori, mode e consensi, non solo gode di un eccellente salute a trent'anni dalla sua nascita, ma costituisce una potentissima radice decoloniale. Nei territori chiapanechi in cui gli zapatisti sono governo, l'umanità ha aperto un varco irreparabile nella modernità, nella matrice abissale del pensiero occidentale e nella razionalità della dominazione. 

Una decolonizzazione del potere, ben più in là della dominazione del privato e del pubblico, nel tessuto democratico di un comune nel quale tutte le persone sono chiamate ad essere e fare governo. Una decolonizzazione delle passioni ben più in là della viltà e degli egoismi con i quali l'imposizione neoliberale ci assoggetta alle passioni tristi che la costituiscono. Senza chiedere permesso. Migliaia e migliaia di donne, uomini, bambini, bambine, anziane ed anziani. Un presente e non un futuro. Qui, ora e adesso. E un messaggio a volte angosciato, a quelli che stiamo dall'altro lato dello specchio: “ORGANIZZATEVI”. Perché non basta desiderarlo. 

A suo modo gli zapatisti hanno chiamato tutto questo autonomia. Una esperienza di autogoverno partecipato da migliaia e migliaia di persone e nella quale il cambiamento decoloniale si traduce nel territorio zapatista in istituzioni, scuole, ospedali, leggi, amministrazioni locali, relazioni sociali, sistemi produttivi, economie, sessualità ed un profondo cambiamento culturale pieno di punti di sospensione. Concreto e tangibile. Per e verso le persone. Non è stato per il desiderio di qualcosa come questo, quello in cui ci siamo riconosciuti nelle piazze in un maggio di due anni fa in Spagna, New York, Tunisia o Cairo?