lunedì 24 marzo 2014

Teoria Vulcanica: “Quando passa il padrone, il contadino saggio fa una grande riverenza e lancia un peto silenzioso”

“Potere e anti-potere”
di John Holloway
Uno stralcio del più ampio lavoro del filosofo marxista irlandese che vive in Messico dal 1991 e che ha basato le sue riflessioni sulla base dell'esperienza zapatista. 
A questo indirizzo:TEORIA VULCANICA tutto il contributo
Come possiamo esplorare la forza del represso, cioè la nostra forza? Come possiamo investigare l’instabilità della società?
Qualunque studio si basa nella forza del represso ed è uno studio critico e di parte.
  La società ci appare come società stabile e ci chiede di analizzarla oggettivamente, come se ci trovassimo al di fuori di essa, come se fossimo indifferenti alla possibile autodistruzione dell’umanità. Prendere come punto di partenza la natura vulcanica della società, basarsi nell’instabilità dell’ “ordine” sociale è già uno schierarsi, è un dichiarare il proprio interesse nel cambiare la società radicalmente.
  Il nostro movimento vulcanico, la nostra sensazione di essere repressi però ribelli, nasce dalla nostra esperienza diretta e indiretta: l’esperienza della repressione sul luogo di lavoro e nella vita, l’esperienza di assistere agli orrori e alla violenza di un mondo grottescamente ingiusto, la partecipazione ad una umanità che si sta estinguendo.  Denunciare e basta le ingiustizie del mondo, sottolineare ciò che di male c’è nel capitalismo, è estremamente ambiguo. Attraverso la denuncia del potere e della dominazione, finiamo facilmente a dipingere un mondo così nero che sembra non esista nessuna via d’uscita, nessuna speranza. Contrariamente alle nostre intenzioni finiamo per mettere un lucchetto ad un mondo chiuso invece che aprirlo, in questo modo fortificando il potere che volevamo criticare. Per noi il Popocapetl è un ricordo costante del fatto che non possiamo prendere l’equilibrio come punto di partenza, del fatto non dobbiamo cominciare dalla dominazione, ma dall’insubordinazione, dallo squilibrio, non il potere ma l’anti-potere. Quello che sta dentro al vulcano è qualitativamente differente da quello che c’è fuori. Quello che si vede fuori è freddo e stabile: quello che sta dentro è caldo e volatile. Il fuori contiene, il dentro minaccia tutto il tempo di esplodere, di esondare. Se il potere sta fuori, quello che sta dentro non è potere né contro-potere , ma anti-potere, qualcosa di ben diverso.
 L’anti-potere non è evidente sulla superficie della società. La televisione, i giornali, i discorsi dei politici non forniscono nessuna indicazione della sua esistenza. Per loro, la politica è la politica del potere, il conflitto politico ha a che fare con conquistare il potere, la realtà politica è la realtà del potere. Per loro l’anti-potere è invisibile.

 Se guardiamo più da vicino o comunque se guardiamo aldilà dei telegiornali, aldilà dei giornali, aldilà dei partiti politici e delle istituzioni, possiamo vedere un mondo di lotta; i municipi autonomi del Chiapas, gli studenti dell’UNAM, l’onda di azioni contro il potere del denaro che ha avuto luogo in tutto il mondo lo scorso 18 giugno, le lotte dei clandestini in Europa, le lotte degli elettricisti contro la privatizzazione, etc, etc. . . C’è tutto un mondo di lotte extra-istituzionali non per il potere ma contro il potere. C’è tutto un mondo di lotte che a volte non dice di più che “No!”, ma che molte volte nel dire “No!” sviluppa forme di autodeterminazione o articola concetti alternativi di come dovrebbe essere il mondo. Queste lotte se sono riportate nei media, sono filtrate attraverso le lenti del potere, sono visibili solo fino a quando hanno un impatto sulla politica del potere.
 Il primo problema per parlare di anti-potere, dell’insubordinazione repressa che ribolle dentro al vulcano è la sua invisibilità. E’ invisibile non perché non esista, ma poiché i concetti attraverso i quali guardiamo il mondo sono concetti di potere. Per osservare  l’anti-potere abbiamo bisogno di altri concetti.
 Tutti i movimenti ribelli sono movimenti contro l’invisibilità. L’esempio più ovvio forse è quello del movimento femminista dentro cui quale gran parte della lotta è stata una lotta per rendere visibile quello che prima era invisibile: rendere visibile lo sfruttamento e l’ oppressione delle donne, però più che questo, rendere visibile la presenza delle donne nel mondo, per riscrivere una storia dalla quale la loro presenza era stata in gran parte eliminata. La lotta per la visibilità è centrale anche per il movimento indigeno contemporaneo. Gli zapatisti si mettono il passamontagna perché li si guardi: “copriamo il volto perché ci vedano” dicono, “la nostra lotta è la lotta dei senza volto”. Però c’è da fare una distinzione qui. Il problema dell’anti-potere non è come emancipare una realtà oppressa (le donne, gli indigeni), ma come liberare un’identità non-oppressa, un “no” comune e attuale, quotidiano, invisibile, come liberare il rimbombo della sovversione mentre si cammina per strada, liberare il vulcano soffocato dallo stare seduti su una sedia.                                                      
 Se diamo un’identità al malcontento - “noi siamo donne”, “noi siamo indigeni”-, stiamo imponendo già una limitazione, una definizione. Da qui il significato dei passamontagna zapatisti che non ci comunicano solamente “noi siamo indigeni e stiamo lottando per il riconoscimento della nostra identità”, ma anche e molto più profondamente, “la nostra lotta è la lotta della non-identità, la lotta dell’invisibile, del senza volto”
 Il primo passo per superare l’invisibilità è cambiare il modo di vedere il mondo, pensare il mondo dalla prospettiva della lotta. Può sembrare ovvio, però questo non è stato l’ approccio prevalente della tradizione marxista che si è concentrata molto di più nella comprensione della dominazione capitalista. La critica alla tradizione oggettivista del marxismo ortodosso è stata formulata da Tronti. “Noi abbiamo lavorato anche con un’idea che mette i capitalisti in primo piano e i lavoratori in secondo piano. Questo è un grande errore. E ora dobbiamo rovesciare il problema, invertire la polarità e cominciare di nuovo dall’inizio: e l’inizio è la lotta di classe della classe lavoratrice”.
 L’inversione della polarità ha aperto un nuovo orizzonte di visibilità. Attraverso il lavoro dei sociologi, degli storici, antropologi (etc.) radicali, abbiamo imparato a essere più coscienti dell’onnipresenza dell’opposizione al potere, sul posto di lavoro e nelle strade. Si è aperta una nuova sensibilità, generalmente associata con le lotte contro l’invisibilità e che prende queste lotte come punto di partenza della ricerca (il movimento femminista, il movimento gay, il movimento indigeno).
 La sfida che pone la sensibilità del ricercare è ben spiegata da un proverbio etiope citato da Scott all’inizio del suo libro su Domination and the Arts of Resistance :
 “Quando passa il padrone, il contadino saggio fa una grande riverenza e lancia un peto silenzioso”
 Per gli occhi, l’udito e il naso del signore, il peto del contadino è totalmente impercettibile.
 Per il contadino stesso, per gli altri contadini e per quelli che prendono come punto di partenza l’antagonismo del contadino nei confronti del padrone, il peto è più che evidente- E’ parte di un mondo d’insubordinazione nascosto, nascosto per quelli che esercitano il potere e per quelli che, per  formazione o per propria convenienza accettano i paraocchi del potere.
 La materialità dell’anti-potere si trova non solo nella lotta di quelli che sono vittime della repressione, ma anche nella battaglia dello stabilire ciò che è represso. Qui ci troviamo forse di fronte a un problema di visibilità ancora più profondo. Mentre quelli che sono in rivolta sono relativamente visibili, ciò per cui si combatte può essere difficile da individuare. La sfida teorica è poter guardare la persona che ci cammina accanto in strada o che sta seduta vicino a noi sull’autobus e percepire il vulcano soffocato dentro di loro.
 Vivere in una società capitalista non ci converte necessariamente in insubordinati, però necessariamente implica che la nostra esistenza stessa venga straziata dall’antagonismo fra  subordinazione ed insubordinazione.
 Vivere nel capitalismo vuol dire che la nostra è un’esistenza straziata.
 Non è semplicemente collocarci da una parte nell’antagonismo fra classi, ma anche che l’antagonismo classista divide ognuno di noi. Può darsi che non siamo ribelli, però la ribellione esiste dentro ad ognuno di noi, come vulcano soffocato, come proiezione di un futuro possibile, come l’esistenza attuale di quello che Finora-Non-esiste, come frustrazione, come il Principio del Piacere represso, come la non-identità che di fronte la ripetuta insistenza del capitale e dello Stato capitalista che siamo lavoratori, studenti, spose, messicani, francesi, irlandesi, risponde:
“non siamo, non siamo, non siamo, non siamo quello che siamo e siamo quello che non siamo”.
 Questo è il significato del concetto della dignità: la ribellione che esiste dentro ad ognuno di noi, la lotta per l’umanità che ci viene negata, la lotta contro la mutilazione dell’umanità che siamo.
 La dignità è una lotta intensamente vivida che riempie il dettaglio della vita quotidiana. Molte volte la lotta della dignità non è apertamente insubordinata ma piuttosto non subordinata, molte volte viene interpretata come qualcosa di privato che non ha nessun significato politico o anti-capitalista. Senza dubbio la lotta non subordinata per la dignità è il substrato materiale per la speranza. E’ il punto di partenza, teoricamente e politicamente.
 Probabilmente nessuno è stato così sensibile alla forza e all’onnipresenza dei sogni repressi come Ernst Bloch che nei tre tomi del Principio Speranza segue la linea delle forme multiple di proiezione verso un futuro migliore, l’esistenza attuale del Finora-No, nei sogni, nelle favole, nella musica, nella pittura, nelle utopie politiche e sociali, nell’architettura, nella religione: tutte testimonianze della presenza dentro di noi della negazione del presente, dell’impulso verso un mondo radicalmente diverso, della lotta per camminare “dritti”.
 L’anti-potere non esiste solamente nelle lotte aperte e visibili degli insubordinati. Esiste , in forma problematica e contraddittoria (anche se ogni tipo di lotta è problematica e contraddittoria), nelle frustrazioni quotidiane di tutti, nella lotta quotidiana per mantenere  la nostra dignità di fronte al potere, la lotta quotidiana per mantenere e riaffermare il controllo sopra le nostre vite. L’anti-potere si trova nella dignità dell’esistenza quotidiana. L’anti-potere abita nelle relazioni che formiamo tutto il tempo, relazioni di amore, di amicizia, di militanza, comunità, cooperazione. Ovviamente, data la natura della società nella quale viviamo, queste relazioni sono impregnate dal potere, però l’elemento di amore, amicizia, militanza etc., consiste nella nostra costante lotta per stabilire queste relazioni non come relazioni di potere ma come relazioni di riconoscimento mutuo della dignità di ciascuno.
 Il peto del contadino etiope, sicuramente non fa cadere il padrone dal cavallo, però forma parte di un substrato di negatività che, seppur generalmente invisibile, può esplodere in momenti di tensione sociale. Questo substrato di negatività è la materia di cui sono fatti i vulcani sociali. Questa cappa di non-subordinazione inarticolata senza volto, senza voce, è la materialità dell’anti-potere, la base della speranza.
 L’onnipresenza della non-subordinazione non è solamente la speranza per il futuro, ma anche la debolezza attuale della dominazione, la contraddizione del capitale. Qui incontriamo un’altra barriera di visibilità, una che non è stata superata dalla sociologia (etc) radicale, come questa normalmente viene concepita. La sociologia radicale, per quanto si focalizzi nell’insubordinazione, si concentra nel soggetto dell’insubordinazione. Inoltre l’insubordinazione è parte di una relazione. L’insubordinazione ha senso solo in un contesto di subordinazione. Per investigare la materialità dell’insubordinazione, pertanto, dobbiamo focalizzarci non solo nell’insubordinato ma anche nella maniera in cui l’insubordinazione si riflette dentro alla subordinazione. E’ chiaro che il potere penetra l’anti-potere, che noi, il cuore represso però ribelle del vulcano, siamo danneggiati dalla repressione; però anche il contrario è vero.
 Se il potere si riproduce dentro alla sua negazione, l’anti-potere, è ugualmente certo che l’anti-potere si riproduce dentro alla sua antitesi, il potere.