venerdì 9 gennaio 2015

Messico - Chiusura del #FestivalRyR

Si è chiuso dopo due giornate di dibattito, il Primo festival Mondiale delle resistenze e ribellioni contro il capitalismo. Ad ospitare la chiusura dei lavori il Cideci, Università della Terra, un’esperienza inedita di formazione per giovani indigeni e di approfondimento teorico, che si trova alla periferia di San Cristobal.

Le due giornate iniziano nell’auditorio gremito ancora una volta con i parenti e gli studenti di Ayotzinapa. 

A parlare per prima Berta Nava, madre di Julio César Ramírez Nava, assassinato il 26 settembre ad Iguala che racconta il dolore dell’identificazione del figlio e conclude ringraziando l’EZLN per aver voluto cedere a loro il posto centrale nel Festival, Mario Cruz, zio di Benjamín Ascencio Cruz, desaparecido, denuncia come il governo cerchi di addossare la responsabilità alla "delinquenza organizzata" ma aggiunge "noi diciamo che è il governo la delinquenza organizzata". Parlano poi Bernabé Abraján, padre di Adán Abraján de la Cruz e Óscar García Hernández, fratello di Abel García Hernández che chiedono giustizia per le tante Iguala che ci sono in tutto il Messico.

Arriva all'improvviso un’intervento telefonico. E’ Mario Luna dal carcere di Sonora. Il portavoce del popolo Yaqui è in carcere da settembre insieme ad un suo compagno. La loro colpa: lottare in difesa del territorio e dell’acqua contro i progetti di privatizzazione elle risorse idriche nel nord del paese. Sono uno dei tanti casi, denunciati in questi giorni dalle organizzazioni dei diritti umani, in cui attivisti politici e sociali vengono arrestati sulla base di accuse false e pretestuose. Dal penale di Sonora Mario saluta l’EZLN e il CNI e fa un appello a continuare la lotta. Non sarà questo l’unico intervento dal carcere, infatti anche i detenuti de La Vox de l’Amate interverranno telefonicamente il giorno dopo.

A chiudere gli interventi di Ayotzinapa sono Lambertino Cruz e Omar García, studente della Normal Rural.


Da quel momento inizia la lunga lettura dei riassunti degli interventi che si sono svolti nelle tre tappe precedenti a San Francisco Xochimilco,Amalzingo e Monclova.


Poi si apre la discussione che dura con un fiume di interventi anche il giorno dopo. Come spesso succede in queste occasioni si mischiano interventi di realtà collettive, quelle indigene del CNI e delle urbane della Sexta, con interventi di singoli. Molti interventi sono dedicati alla proposta di boicottare le elezioni locali del 2015 di fronte alla impresentabilità trasversale dei partiti messicani, altri descrivono lotte e mobilitazioni, parlano anche alcuni internazionali. A tutti viene lasciata la parola. Il che trasformerà la relazione di riassunto degli interventi per certi versi in una babele di temi.

La parte conclusiva si apre con un intervento del CNI che riafferma a nome anche dell’EZLN, come ci sarà scritto anche nel testo conclusivo degli organizzatori del Festival che viene letto alla fine tra applausi e slogans, che resterà deluso chi si aspettava un programma su come fare la rivoluzione "domani". 


Il senso del Festival è aprire una possibilità nella lunga e difficile strada della condivisione intesa non come un calendario di date ed un percorso precostituito ma come un attitudine, un camminare ricostruendo e tessendo in forma autonoma quel che il capitalismo distrugge.


"Bisogna organizzarsi nei propri territori" sottolinea in portavoce indigeno, "noi come popoli indigeni lo stiamo facendo anche attraverso il CNI che però non è un’organizzazione ma uno spazio di condivisione che non detta le scadenze ma indica delle prospettive comuni", e continua "noi ci proviamo, e ci pare che tanta strada vada ancora fatta in questo cammino dalla Sexta Nacional",riferendosi alle realtà non indigene. Il Festival è stata una prima occasione.

Per i popoli indigeni la strada dell’organizzazione affonda le radici in una storia ed identità comune, su cui oggi si basa la lotta e la ricerca di autonomia, come abbiamo potuto ascoltare nel Festival e come l’esperienza dell’EZLN dimostra in Chiapas continuando un inedito esperimento di autogoverno, pur tra mille difficoltà.


E’ la stessa matrice, una radice comune, quella di essere curdi, che dall'altra parte del globo porta attraverso l’elaborazione innovativa del PKK, la sua organizzazione a ragionare di un autonomia che parla di un futuro diverso per la Siria, la Turchia e non solo.


Ma dove manca una radice comune, un’identità d’appartenenza, come si costruisce una pratica comune? E’ questa la questione che resta aperta in questo Festival, come per tutti noi, per chi lotta nelle realtà urbane.


Come. per quanto riguarda il Messico, tornando al Festival, si può intrecciare lotte e realtà tra loro molto diverse? Ovviamente non c’è una risposta, data e precostituita, si tratta di "caminar con passo pequeno ma firme" ...

La babele degli interventi messicani al Festival indica che di strada da fare ce n’è tanta, che CNI e l’EZLN la loro strada la stanno facendo e hanno messo a disposizione uno spazio, il Festival, per aprire la discussione. Al centro di queste giornate hanno voluto mettere i familiari di Ayotzinapa, la loro richiesta di "justicia y presentación con vida" degli studenti perchè "dal dolore può nascere una rabbia degna" e si possono forse aprire cammini collettivi.

Abbiamo avuto modo di comprendere, durante la nostra presenza in Messico, quante realtà diverse esistano nel paese. Ovviamente non tutte hanno partecipato al Festival, che peraltro ha visto la partecipazione non scontata di situazioni collettivi come ad esempio dal Guerrero e non solo, che non appartengono alla Sexta, ovvero non aderiscono alla proposta uscita dall’EZLN nel 2005.


Ad esempio proprio nella giornata in cui chiude il Festival a San Cristobal, in Guerrero si svolge l’Asamblea Nacional Popular presso la Normal di Ayotzinapa, che raggruppa realtà diverse da quelle presenti al Festival, in cui vengono lanciate le prossime date di mobilitazione. Tutto questo mentre nella zona continuano ad essere occupati diversi municipi e non si fermano le iniziative.


Intanto il Presidente Pena Nieto si trova in America ed incontra Obama. Il massacro di Tlatlaya, 22 giovani uccisi a sangue freddo dall'esercito con la falsa giustificazione, ben presto caduta, che "erano delinquenti" morti in un "conflitto a fuoco" e quello di Iguala, con la desaparicion dei 43 studenti, risuonano anche nele sale ovattate del meeting. Le parole formali celano a mala pena l’imbarazzo ufficiale per quel che sta succedendo in Messico e il discorso sulla "sicurezza nel paese e la cooperazione in materia di lotta alla delinquenza", viene subito messo in secondo piano per parlare di politiche d'immigrazione, elogiando da parte di Pena Nieto le scelte interne di Obama in materia di ricongiungimenti familiari per i migranti messicani che abbiano determinati requisiti e i cambiamenti negli scenari centroamericani con le scelte del governo americano verso Cuba.


A far risuonare quel che sta succedendo in Messico ci pensano i manifestanti che fanno sentire i propri slogans in manifestazioni e sit-in, parte della comunità messicana e le organizzazioni dei diritti umani, come Human Rights Watchs, i sindacati che nei giorni precedenti e durante la visita continuano a tempestare la Casa Bianca con la denuncia di quel che sta succedendo in Messico e di cui Tlatlaya e Ayotzinapa sono solo le ultime drammatiche vicende.