mercoledì 13 maggio 2015

Kurdistan - Sfidare la Modernità Capitalista II

Intervento di John Holloway alla conferenza “Sfidare la Modernità Capitalista II” Amburgo 3-5 Aprile 2015

Un meraviglioso onore, una meravigliosa emozione. Sto imparando cosi tanto dal movimento di liberazione curdo. 

Ma è più che il movimento di liberazione curdo, è vero? 
Vi è uno straripamento, uno straripamento dal Kurdistan, e noi siamo quello che trabocca. Noi che siamo qui non solo per venirne a conoscenza, ma perché sono parte di noi come noi siamo parte di loro. Noi che siamo costantemente sotto attacco e siamo alla disperata ricerca di una via d’uscita. 
Siamo qui non solo per sostenerli, ma perché in loro vediamo una speranza per noi stessi. 
Noi che stiamo cercando di tessere un mondo diverso contro e al di là di questo mondo di distruzione e di morte e non sappiamo come farlo, e questo è il motivo per cui camminiamo chiedendo chiedendo camminiamo, camminando apprendiamo, abbracciando camminiamo.

Veniamo attaccati sempre più aggressivamente, in modo così aggressivo che a volte sembra una notte nera senza alba. 

La quarta guerra mondiale è come gli zapatisti la chiamano, ma il nome non ha importanza. La guerra del capitale contro l’umanità è il termine che abbiamo sentito negli ultimi due giorni. Ayotzinapa è il nome che oggi risuona nelle orecchie di quelli di noi che vivono in Messico e ben oltre, ma ci sono molte, molte immagini dell’orrore dell’aggressione capitalista: Guantánamo, l’annegamento di 300 migranti nel Mediterraneo solo poche settimane fa, ISIS e l’orrore apparentemente senza fine della guerra in Medio Oriente, il danno inflitto dalle politiche di austerità in tutta l’Europa ed in particolare alla Grecia, i continui attacchi al pensiero critico alle università di tutto il mondo. E così via, e così via.

Tutti i simboli della violenta oscenità di un mondo in cui il denaro è signore e padrone.

Quarta guerra mondiale, dunque, non come un attacco consapevolmente controllato, ma come un assalto logicamente coerente e sempre rinnovato del denaro contro l’umanità.

II La quarta guerra mondiale: crisi capitalista, disperato tentativo del capitale di sopravvivere, il capitale che lotta con ogni mezzo possibile per la sopravvivenza di un sistema che non ha senso, che non ha alcun significato oltre la propria riproduzione. 

L’esistenza stessa del capitale è un’aggressione. Si tratta di una aggressione che ci dice ogni giorno ”dovete modellare la vostra attività in un certo modo, l’unica attività che è valida in questa società è un’attività che contribuisce agli utili del capitale, in altre parole il lavoro”. Questa è la teoria del valore lavoro, la teoria che è stata tanto diffamata negli ultimi due giorni.
La teoria del valore lavoro di Marx è di fondamentale importanza per tre ragioni. 
In primo luogo, ci dice che il capitale dipende dalla riconversione della nostra attività quotidiana in lavoro (ciò che Marx chiama lavoro astratto o alienato), in tale attività particolare che crea valore e in ultima analisi, il profitto per il capitale.
Questo comunica la debolezza del capitale, che dipende da noi. 

In secondo luogo ci dice che questa conversione della nostra attività in manodopera è un processo totalizzante che ci subordina ad una logica unificante del profitto. 
Questo ci dice già che la rivoluzione deve essere un dipanarsi di questo processo di totalizzazione, un movimento di detotalizzazione (o autonomizzazione) la creazione di un mondo di molti mondi, come pongono gli zapatisti.

E in terzo luogo, ci dice che questa spinta per convertire la nostra attività (o fare) ha una dinamica: ciò deriva dal fatto che la grandezza del valore è determinato dalla quantità di tempo del lavoro socialmente necessario per produrre una merce e dal fatto che questo è in costante diminuzione.


La debolezza del capitale è non dipende solo dalla conversione della nostra attività in lavoro, ma che dipende dall’essere in grado di farci lavorare più velocemente: la debolezza intrinseca diventa una tendenza alla crisi.

La teoria del lavoro di Marx è un grido, un grido di dolore e di rabbia contro l’oscenità di un tale modo di organizzare il nostro fare creativo, ma è anche un grido di speranza che questo sistema che ci sta distruggendo ha una debolezza fatale, il fatto che esso dipende da noi. 

E' importante dire questo perché molto quello che ieri è stato detto sembrava suggerire che Marx ha approvato una società basata sul lavoro quando quello che dice è esattamente il contrario.

Se non avete letto il Capitale, per favore leggetelo; se lo avete letto siete pregati di leggerlo ancora. Questa richiesta è indirizzata a tutti voi; specialmente agli anarchici tra di voi; e ancora di più soprattutto per i marxisti tra voi, e a te, David Graeber, e a te, David Harvey,e, se le mie parole in qualche modo possano raggiungervi nella vostra prigione sull”isola, 

a voi Abdullah Ocalan.

Il lavoro è la produzione di mancanza di significato. David Graeber ha detto molto bene ieri, ma anche Marx lo aveva detto 150 anni fa. Ma è più di questo: il lavoro è la distruzione delle forme umane e non umane di vita.

III
Il Capitale è aggressione e nella sua crisi c’è un intensificazione di tale aggressività. 

Nella crisi presente il capitale si scontra contro le sue capacità di imporre la logica di profitto, la logica del veloce-veloce-veloce senza senso sulla vita umana. 
Noi siamo la crisi del capitale.

Si cerca di trovare una soluzione in due modi. In primo luogo, spingendo più forte, diventando più autoritario, spingendo fuori strada tutti coloro che si pongono come un ostacolo alle sue ambizioni: Ayotzinapa, cinquanta prigionieri politici nello stato di Puebla, dove vivo. E in secondo luogo, giocando un grande gioco di finzione: se non siamo in grado di sfruttarti nel modi in cui abbiamo bisogno, facciamo finta che possiamo, e cerchiamo di espandere credito / debito; da qui l’enorme espansione del capitale sotto forma di denaro.


Ma la crisi del 2008, annuncia chiaramente i limiti del gioco di lasciare fingere e costringe il capitale a diventare ancora più autoritario. 
Quarta guerra mondiale, guerra contro l’umanità.

Dobbiamo vincere questa guerra: dobbiamo vincere questa guerra: perdere è di accettare il possibile o probabile l’annientamento della vita umana.

Vincendo la guerra non intendo legare i banchieri ed i politici sui pali della luce (per quanto interessante possa essere), ma rompendo la dinamica di distruzione che è capitale. Smettere di creare capitale, smettere di alimentarlo. Facciamo qualcosa di sensato invece, qualcosa di significativo, gettiamo le basi di un diverso modo di vivere.

La strategia di cercare di liberarsi del capitale riproducendo capitale, anche se su una base meno aggressivo, non funziona, per quanto ben intenzionati possano essere e comunque reali alcuni dei suoi effetti benefici. 


Guardate alla Bolivia, al Venezuela, guardate adesso alla Grecia; non esiste qualcosa come un capitalismo gentile; la Grecia ora ci sta mostrando di giorno in giorno che la strategia apparentemente realistica di creare un diverso tipo di società attraverso lo Stato è assolutamente irrealistica.

Non ha senso pensare che siamo in grado di smettere di creare capitale passando attraverso lo Stato, perché lo Stato è una forma di relazioni sociali, che deriva la sua esistenza dal capitale. 


Dobbiamo procedere in maniera diversa, in modi diversi, dove gli unici percorsi che esistono sono quelli che facciamo camminando su di essi. 

Ed è nostra responsabilità, una nostra responsabilità che non può essere delegata. 
Non può essere delegata ai politici, ma non può neanche essere delegata al movimento di liberazione curdo o agli Zapatisti. La lotta è nostra, qui ed -ora ad Amburgo o ovunque viviamo- ovunque viviamo e non solo dove siamo nati, o addirittura dove sono nati i nostri genitori, anche se, naturalmente, dove siamo nati e abbiamo vissuto è parte del luogo in cui viviamo ora.

Noi siamo al centro, questo che abbiamo avviato con: un auto contraddittorio noi, un noi che cammina chiedendo, cammina sognando. Soprattutto un noi che cammina tessendo. 

In pratica, creiamo le basi di una società diversa intrecciando in un movimento che va contro e oltre il legame capitalista della nostra attività in totalizzante, lavoro senza senso. 
Questo non è solo un progetto, è qualcosa che stiamo già facendo, e che è sempre stato al centro di tutte le lotte anticapitaliste. 

Spingiamo contro il capitale agendo contro lo sfruttamento, cioè intrecciando un mondo di molti mondi che spingono verso l’autodeterminazione. 
Tutti questi intrecci sono contraddittori, tutti devono affrontare il problema estremamente complesso dell’interfaccia con il mondo governato dal denaro in base al valore; è per questo che non possono davvero essere intese come autonomie, ma al meglio come autonomiste, come crepe o fessure nella trama della dominazione.

C’è una poesia in questo approccio: non necessariamente nel linguaggio, ma nel movimento stesso di lotta. Viviamo in un mondo che ancora non esiste, sperando che possiamo crearlo vivendolo.

Viviamo in un mondo che esiste potenzialmente, viviamo nel congiuntivo piuttosto che nell’indicativo. Questa non è una rivoluzione futura, questo non è un post-capitalismo che stiamo creando, si tratta di un nel-contro e al di là del capitalismo qui e ora. 

Rompiamo l’omogeneità del tempo, rompiamo i confini dello spazio. Per gli zapatisti, la dignità è il concetto centrale, la dignità di quelli in lotta, la dignità di tutti coloro che vivono nel-contro e al di là un mondo costruito sulla negazione della dignità. La poesia che è così evidente nei comunicati scritti da parte di chi era il subcomandante Marcos (ora Galeano), non è la poesia di una sola persona, ma la poesia di un movimento, e non è una decorazione aggiuntiva del movimento stesso: è il cuore del movimento stesso. 

Questa è la poesia non solo del movimento ma della tradizione del pensiero critico che attraversa Marx, Bloch, Adorno, Benjamin, Marcuse, Vaneigem e ben oltre. Questa è una poesia che è stata così presente in molte delle presentazioni negli ultimi due giorni.

IV Questo approccio è molto interessante. C’è una bellezza in esso, e anche un’anima etica. Porta l’etica e la politica rivoluzionaria in linea:il mondo che creiamo è il mondo che pensiamo dovrebbe esistere. Ma è realistico? In questi tempi di guerra, in questi tempi di aggressione capitalistica acuta, la prefigurazione del mondo che vogliamo creare è un approccio realistico? Non è sufficiente essere moralmente giusto o poeticamente stimolante: vogliamo davvero vincere la quarta guerra mondiale ponendola a termine con la creazione di un mondo libero del capitalismo.

Non sappiamo. Sappiamo che il primo approccio (quello apparentemente realistico) non funziona, ma questo non significa che il secondo approccio funziona. Sappiamo anche che il secondo approccio è inevitabilmente contraddittorio, che non c’è purezza qui. Lottiamo per tessere un mondo diverso, in molti modi diversi, Si tratta di intrecci che si stanno verificando in tutto il mondo, intrecci che sono costantemente minacciati dal capitale, spesso schiacciati dal capitale, costantemente ripresi da noi. 

La tessitura in questo AudiMax negli ultimi tre giorni è un piccolo, ma spero significativo esempio. Non c’è un modello, non ci sono regole su come deve essere fatto.

Ma ci sono esempi eccellenti, esempi che si accendono al buio,che deprimono il cielo, che ci ispirano con la loro forza e bellezza. La lotta zapatista è un glorioso esempio di questo. La lotta curda con tutta la sua bellezza creativa di cui abbiamo sentito parlare, ne è un altro.