giovedì 4 febbraio 2016

Tunisia - Tra le proteste dei disoccupati e quelle contro la Legge 52


A Kasserine continua la protesta. Dopo gli scontri in piazza con la polizia, alcuni disoccupati hanno iniziato lo sciopero della fame, dentro il Governatorato, con lo slogans "Faites-nous travailler ou bien tuez-nous (Fateci lavorare o ammazzateci".
"Non è il Governatorato al centro delle proteste. E’ lo Stato che noi chiamiamo in causa perché agisca per lo sviluppo delle nostre regioni marginalizzate", hanno dichiarato ai giornalisti.
Anche in altre regioni i giovani,i disoccupati continuano con sit-in e proteste. 
I motivi alla base dello scoppio delle proteste affondano nelle condizioni socio-economiche della Tunisia. Il governo di Ennahda prima, la coalizione attualmente al governo con Nidaa Tounes, diventata secondo partito dal punto di vista numerico dopo l’abbandono di un gruppo di deputati, non hanno mai, ovviamente, affrontato alla radice la necessità di costruire un diverso modello di sviluppo. 
Il mal utilizzo dei fondi pubblici, uniti con la devastante azione del terrorismo che ha portato alla calo totale del turismo creano un cocktail micidiale, che si accompagna dalla corruzione strutturale.
La Tunisia lo scorso 27 gennaio, ha visto aumentare la recrudescenza di pratiche fraudolenti, come confermato dal rapporto 2015 presentato dalla ONG Transparency International. Nel rapporto si afferma anche che "la corruzione politica in particolare, resta un’enorme sfida. La crescita dello Stato Islamico e la lotta contro il terrorismo che è seguita, sono stati utilizzati da molti governi come una scusa per reprimere le libertà civili e la società civile. Lontano dall'essere utile, un simile approccio significa che le reti corrotte ben impiantate incontestabilmente se ne servono ancora di più per alimentare il terrorismo".
Le misure attuate dal governo tunisino, che ha annunciato un sistema on line anonimo per denunciare la corruzione si dimostrano false misure di pura propaganda, come racconta un reportage in Nawat.
Anche i fondi che arrivano a seconda delle contingenze d’immagine dai paesi dell’Unione Europea, finiscono nel gorgo. 
Questo è l’altro aspetto che ha caratterizzato sempre l’approccio Europa-Tunisia.
Non fondi dati per uno sviluppo diverso, attento alla giustizia sociale ed ambientale, ma fondi dati per sostenere prima l’islam politico (ovvero l’idea che il contesto sociale vada plasmato dall'aspetto religioso) cosiddetto moderato di Ennahda con i danni che ha causato anche con la copertura dell’allargamento dell’azione dei gruppi integralisti, che si sono ben radicati nelle montagne al confine dell’Algeria, e poi all'attuale governo.
Chi protesta ha davanti questo scenario, che si accompagna alla tenaglia strangolante tra l’autoritarismo, che utilizza la lotta al terrorismo per chiudere spazi democratici e l’integralismo barbaro, che non esita ad inserirsi nel malessere sociale ed a presentarsi come un riferimento ideale per chi aspira ad un società "più pulita". Stessa rappresentazione della realtà che con le dovute differenze d’immagine propugna l’islam politico. E guarda caso in variegate forme i fondi sia all'uno che all'altro non mancano. Sono quelli dei paesi del Golfo, immancabili presenti quando si tratta di investire, apertamente o meno in Tunisia.
Dall'inizio dei fatti di Kasserine i manifestanti sono stati trattati dal sistema informativo prima come disperati, impoveriti, poi come violenti, infiltrati, si è cercato di screditarli poi ... è sceso il silenzio.
Spariscono le ragioni insieme anche alle contraddizioni che hanno portato alle proteste, mentre nel paese continua ad esserci lo stato d’emergenza con il coprifuoco da mezzanotte alle cinque.
Ma quello che non sparisce nella realtà sono le molte forme delle espressioni 
di resistenza, denuncia, mobilitazione della società tunisina.
Mentre, come dicevamo, continuano le mobilitazioni dei disoccupati, in questi giorni continuano anche le mobilitazioni per riformare drasticamente la Legge 52, la normativa che punisce da uno a cinque anni chi "consuma o detiene per uso personale piante o sostanze stupefacenti", la versione tunisina dell’ipocrisia del proibizionismo.

In realtà la Legge viene applicata in particolare contro giovani ed attivisti. 
In molti casi chi viene arrestato subisce anche le violenze delle "forze dell’ordine", come denunciato nel video pubblicato da Human Right Watch che contiene le testimonianze di molti giovani finiti in carcere per aver fumato una canna. Sono vittime della Legge 52 che denunciano i molteplici abusi subiti durante l’arresto da parte dei poliziotti.
Centinaia di giovani che finiscono nelle galere tunisine, un universo di violazione dei diritti e disumanità come raccontano ad Inkyfada Alaeddine et Atef arrestati il 19 novembre scorso, per sospetta attività terrorista e poi condannati ad un anno di prigione con il pretesto del possesso di cannabis. La mobilitazione. fatta dai familiari e da chi è stato arrestato, ha portato alla loro liberazione. Ma quanti ragazzi continuano a finire nell'inferno delle carceri tunisine?