venerdì 25 marzo 2016

Spunti di riflessione sul rapporto tra religioni, islam e donne

La foto ritrae una donna scappata dai territori controllati dall’Isis
Per comprendere quel che sta succedendo nel nostro caotico presente bisogna dotarsi di bussole e quadranti che ci permettano di approfondire la realtà, fuori da schematismi e luoghi comuni.
Per questo vogliamo provare ad offrire degli spunti, a partire da una prima bibliografia da arricchire, contenuti nelle riflessioni di molti donne e uomini che si interrogano sull'Islam e sulle religioni in assoluto. Lo fanno a partire da un’incessante ricerca al fine di rafforzare la tesi che è importante considerare la fede religiosa come qualcosa di privato e non la base su cui strutturare una società.
Nei nostri articoli di cronaca abbiamo più volte raccontato vicende emblematiche dal mondo musulmano di chi prova ad aprire un cammino verso la libertà, oltre gli autoritarismi e gli integralismi, a volte coppie gemelle.
Sono queste pensatrici e pensatori, queste attiviste ed attivisti che combattono, a proprio modo. una battaglia che va sostenuta, senza paura che il pensiero critico possa essere scambiato e attaccato come islamofobico e razzista. Sono queste le persone alle quali ci piace dare voce e lo facciamo avendo ben presente la storia di lotta ed emancipazione che le donne, e non solo, hanno combattuto e combattono anche a casa nostra, in nome della libertà e del laicismo, contro la religione "nostrana". Lo facciamo perché come diceva un classico pensatore se "la religione è l’oppio dei popoli", in questo momento storico in parte l’Islam ne è la cocaina.
Nota a margine: i testi che proponiamo, le autrici e gli autori che segnaliamo sicuramente possono essere criticati, a volte sono controversi ma, se non si assumono in forma di stimolo e ricerca gli spunti che ci offrono e si resta in attesa di trovare un testo, un autore, capaci di incastrare tutti i pezzi in maniera perfetta nel caotico puzzle della contemporaneità, si resta incapaci di comprendere e dunque di agire.
Costruire un pensiero all'altezza del presente significa indagare nuovi campi, senza paura dell’eresia.
Per prima cosa vi proponiamo un libro di Martine Gozland intitolato "I ribelli di Allah".
Nella prefazione si dice che "una menzogna si aggira nella società francese: l’applicazione delle leggi religiose deriva dalla difesa delle libertà, anche se queste sono in contraddizione con le leggi civili. In conseguenza a questo colei o colui che pretende di confermarsi nello spazio pubblico agli obblighi imposti dall'islam, dev'essere sostenuto dai difensori dei diritti dell’individuo... Spiriti critici, intellettuali che hanno perso la loro capacità di analisi, giornalisti di cattive letture, politici in fase elettorale veicolano come se niente fosse questo messaggio. Questo permette agli islamisti di attaccare centinaia di migliaia di nostri compatrioti catalogati come musulmani, quando tentano di liberarsi dal destino religioso al quale sono stati assegnati. I nostri "portatori dei diritti dell’uomo" fanno eco agli integralisti."
Si continua poi dicendo che "questo libro è destinato a ricordare delle verità semplici. Nel mondo islamico, le leggi religiose fanno da ostacolo alle libertà personali. I diritti individuali vi sono costantemente maltrattati. La caduta dei tiranni, lo slancio rivoluzionario non sono sufficienti a restaurarli. Al di sopra della volontà dei popoli, soffia il vento malvagio di una trascendenza imposta che la manipola e la domina. 
Voltaire si era scagliato contro il fanatismo, eresia del non pensiero. Questo libro è dedicato ai Voltaire del mondo islamico, ai ribelli di Allah, che abbiano quindici o sessant'anni, che siano uomini o donne, qualunque sia la forma di resistenza che hanno scelto. Mi sembra urgente ricordare qualcuna delle loro storie, proprio mentre si cerca di far passare in Francia l' abbrutimento religioso, dal velo alla preghiera per strada, dalla non mescolanza dei sessi ai diktat alimentari, per un diritto repubblicano."

L’autrice termina la prima parte della prefazione affermando che "le tragedie raccontate in questo volume parlano dell’eterna storia umana: un giorno, da qualche parte, qualcuno si leva in piedi e dice no e noi dobbiamo essere solidali con queste persone. Così facendo, difendendo il diritto universale alla libertà di coscienza, non siamo "contro" l’islam, più che come non siamo "contro "il meteo."
Nella prefazione poi si introducono, a partire dalla vicenda della giovane Amina in Tunisia, le altre storie che spaziano dall'Iran alla Turchia.
Si tratta delle storie di: Fazil Say, pianista turco accusato di blasfemia; Habib Kazdaghli, professore tunisino che si è opposto ai salafiti che volevano che le studentesse con il velo o "niqab", che da 60 anni non si utilizza più in Tunisia, fossero autorizzate ad entrare in classe, seguire le lezioni e sostenere gli esami; Waleed Al-Husseini, blogger palestinese che ha rivendicato il proprio ateismo; Malala Yousafzai scolara pakistana aggredita dai talebani perché difendeva il diritto all'istruzione; Nasrin Sotoudeh, avvocata iraniana perseguitata per la sua difesa dei diritti delle donne e dei minori e Hamza Kashgari poeta saudita minacciato di decapitazione per aver inviato un tweet a Maometto,
Un libro che ci fa viaggiare attraverso le storie di chi nel mondo islamico cerca di vivere la libertà fuori dall'imposizione della religione.
Continuiamo con un’altra autrice, Ayaan Hirsi Ali, e il suo ultimo libro “Eretica – Cambiare l’Islam si può”: un testo che ha fatto discutere e sicuramente ha il pregio di far riflettere.
Ayaan è una politica e scrittrice somala, ex deputata del partito liberale "Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia" (VVD) nel paese di adozione, i Paesi Bassi ed ora vive negli Stati uniti dove coordina la Fondazione
Ha vissuto la sua infanzia tra Somalia. Etiopia, Kenya, Arabia Saudita dove ha frequentato la scuola, seguendo i dettami religiosi islamici della famiglia. A 22 anni, costretta dal padre a sposarsi, riesce poi a scappare dalla Germania e a prendere un treno per i Paesi Bassi dove otterrà asilo politico. Decide di affacciarsi al mondo della politica in seguito ad un fatto di cronaca: studenti musulmani che attaccano i loro insegnanti omosessuali. La difesa fatta dall'Imam che, a sua volta, definì l'omosessualità una cosa impura e contagiosa turbò profondamente Ayaan, che da quel momento si impegna sia in politica sia come scrittrice ed opinionista. Nel 2004 collabora alla sceneggiatura di “Submission” (traduzione letterale di Islam), film di Theo Van Gogh che poi viene ucciso da un estremista islamico ad Amsterdam per aver scritto versetti del Corano sul corpo della protagonista, vittima di violenza sessuale. Questo gesto, che collega direttamente un atto di violenza ad un atto dell’islam scatenò critiche da parte di tutta la comunità musulmana.
Sottoposta a scorta per le sue posizioni che le valgono l’attacco dei religiosi, quando la situazione diventa insostenibile va a vivere in America. Oltre ad Eretica ha scritto Non sottomessa. Contro la segregazione nella società islamica, Infedele,
Se Dio non vuole con Anna GrayNomade, perché l’Islam non è una religione per le donne.
La scrittrice afferma nel suo libro che l’Islam non è una religione di pace e per questo va riformata: “senza la radicale alterazione di alcune delle concezioni fondamentali dell’Islam, non potremo risolvere lo scottante e sempre più globale problema della violenza politica perpetrata in nome della fede”. Ma la sua riflessioni non si ferma a questo ed indaga il rapporto tra mondo occidentale ed islam, criticando alcune modalità di interpretazione e per certi versi di giustificazione delle azioni degli islamisti: “È sciocco dire, come fanno spesso i nostri leader politici occidentali, che le azioni violente degli islamisti radicali possano essere separate dagli ideali religiosi che li ispirano. Dobbiamo invece riconoscere che tali azioni sono mosse da un’ideologia politica, un’ideologia insita nello stesso Islam e nel suo libro sacro, il Corano, come pure nella vita e negli insegnamenti del Profeta Maometto, contenuti negli ahadith”.
Una posizione questa che ha fatto sì che la giornalista somala sia stata criticata come islamofobica motivo che le è costato la revoca della laurea ad honorem nel 2014 all'università Brandeis negli Usa.
Tuttavia Ayaan a queste accuse risponde nell'introduzione del libro dicendo “Dopo gli attentati a Parigi il portavoce della Casa Bianca si è dato gran pena di distinguere tra una “religione pacifica” e i “messaggi violenti ed estremisti dell’ISIL (…) ma se la premessa fosse sbagliata? Perché non sono solo Al-Qaeda e l’IS a mostrarci il volto efferato della fede e della pratica dell’Islam”.
L’acuta analisi si rivolge direttamente al mondo musulmano, prima di tutto la scrittrice descrive la realtà, ovvero tre categorie di musulmani: i “musulmani di Medina”, “i musulmani della Mecca” e i dissidenti, “i musulmani in trasformazione”. I primi sono quelli “che considerano un dovere religioso l’imposizione con la forza della sharia e sono a favore di un Islam immutato rispetto a ciò che era nel settimo secolo”, i secondi, quelli “che vivono uno stato di difficoltosa tensione con la modernità” e per finire ci sono gli “eretici”.
Dopo la fotografia della realtà Ayaan propone cinque punti di riforma, per lei essenziali da affrontare“Le personalità religiose dell’Islam devono riconoscere che il Corano è solo un libro, devono ammettere che tutto ciò che facciamo nella nostra vita terrena è infinitamente più importante di qualunque cosa possa accaderci dopo la morte, che la sharia ha un ruolo circoscritto ed è subordinata alle legge delle nazioni in cui il musulmano risiede, che si deve porre fine alla pratica di imporre per legge ciò che è giusto e ciò che è sbagliato che infligge il conformismo a spese della modernità, che è necessario respingere in toto il concetto di jihad inteso alla lettera come chiamata alle armi contro i non musulmani e musulmani considerati eretici o apostati”.
Il messaggio finale dell’introduzione del libro è chiaro e semplice:“L’Islam è a un bivio. I musulmani, non a decine o a centinaia, ma a decine e centinaia di milioni, dovranno decidersi consapevolmente ad affrontare, dibattere e in ultima istanza respingere gli aspetti violenti contenuti nella loro religione”.
Un libro che sicuramente vale la pena di leggere.
Per conoscere direttamente questa discussa donna che Time Magazine definisce una delle 100 personalità più influenti del mondo di seguito vi proponiamo una sua intervista video realizzata per il canale youtube “Conversation with Bill Kristol”.

Nell'intervista parla della sua esperienza personale con la religione: una forte e imposta educazione all'Islam da parte della famiglia e della scuola. La sua idea dell’Islam è “inizialmente una cosa buona e pacifica”: è questo da cui si è attratti quando ci si avvicina alla religione.
Racconta il progressivo allontanamento dalla religione, avvenuto a partire dai 15 anni quando la prima volta inizia a guardare con occhio critico a quello che le veniva regolarmente imposto ogni giorno ed ad interrogarsi sul fatto che nella religione musulmana non si fanno domande ed una ragazza non può neanche pensare di porsi delle domande.
La fuga in Germania prima e poi nei Paesi Bassi le cambia la vita. Cambiò il modo di vedere il mondo, o meglio cambiò il mondo che guardava. L’intervista poi continua con le riflessioni sulla sua esperienza che l’ha portata ad essere sempre più critica nei confronti della religione islamica. 
Continuiamo con un altro interessante testo di Paolo Flores d’Arcais intitolato "La guerra del Sacro".
Il testo è una denuncia delle debolezze e delle ipocrisie dei governi ma anche della società nel suo complesso, incapaci entrambi di difendere in profondità le conquiste del secolo dei lumi. Come Flores stesso afferma: “Il sonno della ragione anestetizza le democrazie. Lo scontro a cui stiamo assistendo in questi ultimi anni, non è tra islam e cristianesimo, ma è tra il Sacro, che vuole imporre il dominio di Dio, e la laicità libertaria della civiltà occidentale .... E’ una guerra contro la modernità illuminista e contro ciò che dalla modernità illuminista in poi è stato promesso: una democrazia coerente, radicale, di sovranità uguale per tutti. Il fondamentalismo islamico lancia la propria sfida globale contro questa modernità illuminista. E’ questa la radicalità dello scontro. Purtroppo, gli establishment occidentali non sono quelli che possono davvero combattere questa guerra, perché sono coloro che la calpestano in continuazione e quindi non hanno credibilità e interesse per reggere questo scontro nei termini in cui si pone. Lo vogliono reggere solo come scontro geopolitico, di interessi nazionali. Ma è molto più di questo".
Flores d’Arcais sostiene che ci sono due “occidente”, l’Occidente dei valori che tutti richiamano nelle costituzioni, dei valori che nascono con l’illuminismo: i valori egualitari e libertari e l’altro Occidente che è quello dei poteri finanziari e politici.
Nel libro vengono citate le esperienze di Seyran Ateş, Necla Kelek e Serap Çileli, turche, che vivono in Germania, impegnate nella difesa dei diritti delle donne, calpestati dai matrimoni forzati, dall'onore familiare da difendere, dai diktat religiosi che si impongono in tutti gli aspetti della vita.
Si parte dalla violenza del matrimonio coatto e si afferma "mentre la lotta allo stupro o al sexual harassment si radicalizza lo stupro continuato del matrimonio coatto trova l’attenuante della diversità culturale." 
Ma cosa c’è alla base di tutto ciò? Per Necla Kelek "il problema nasce dall'approvazione che circonda questa società ’altra’ ... la protezione delle culture straniere finisce dove i diritti umani non siano garantiti a ciascuno.". Seyran Ateş afferma "ogni critica della misoginia a fondamento islamico ti viene rimproverata come razzismo, odio per l’islam o addirittura nazismo". 
Per continuare nella nostra ricerca vi proponiamo tre scritti di queste attiviste turche, che tanto hanno fatto in Germania per aprire la discussione e non coprire in nome di un malinteso multiculturalismo le pratiche di vessazione sulle donne.
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SEYRAN ATES:
Le donne non sono oggetti.
Le molestie sessuali delle donne a Colonia, mostrano non solo il problema dell’integrazione, ma gettano luce anche sulle rivendicazioni sociali del mondo islamico.
A capodanno, le molestie sessuali nei pressi della Cattedrale di Colonia e della sua stazione, sono superiori alla media. Gli autori, vengono descritti tutti come africani o arabi, tutti musulmani. Nel frattempo, si sente anche da altre città in Germania, compresa la Svezia, di attacchi simili. Parole come rifugiato/musulmano/stupratore, iniziano a diffondersi.
L’incidente dimostra ancora una volta che in Europa, ci troviamo a dover affrontare i problemi di convivenza nelle nostre società multiculturali, pluralistiche e a cercare delle soluzioni, evitando di passare per razzisti o nemici dell’Islam. Con l’attuale ondata di rifugiati e gli attacchi quasi quotidiani alle case dei rifugiati presenti in Germania, è difficile dare un nome al problema.
Frequentemente, assistiamo ad attacchi sempre peggiori verso le nostre società aperte e civili e questi attacchi terroristici contro la nostra libertà, sono spesso opera dei musulmani, che vivono tra noi e disprezzano la nostra morale e il nostro modo di vivere. Allo stesso modo, i giovani musulmani che a Colonia hanno molestato quelle donne, non hanno consapevolezza del male che stavano facendo.
In questo caso, è sbagliato ignorare il fatto che questi giovani hanno agito guidati da un atteggiamento misogino e che questo è collegato alla loro religione e cultura. Questi uomini hanno sfruttato la situazione per poter molestare queste donne, ma se qualcuno lo facesse con le loro, lo avrebbero probabilmente ucciso.
E’ necessaria una rivoluzione sessuale nei paesi musulmani, ma finché qualsiasi critica alle condizioni di vita delle persone in tutto il mondo islamico, in particolare sulla situazione delle donne in questi paesi, saranno fermate dai fondamentalisti e dalle associazioni islamiche reazionarie, questo sarà impossibile.
I combattenti e le combattenti per la libertà, che spesso non vengono ascoltati e vengono accusati di odiare la religione islamica non vogliono abolire la religione, ma porre fine alle condizioni disumane in cui le donne si trovano a vivere a causa dell’oppressione. I giovani uomini musulmani devono smettere di disprezzare e considerare le donne solo come oggetti sessuali.
Gruppi di giovani che, sotto l’effetto dell’alcool allungano le mani sulle donne, sono presenti in tutto il modo: al carnevale di Rio, all’Oktoberfest a Monaco di Baviera o negli autobus indiani. Le donne sanno quanto siano pericolosi gli uomini in tutto il mondo e questo accade soprattutto perchè viviamo ancora in un mondo in gran parte patriarcale, in cui il potere degli uomini si esplica spesso nella violenza sessuale.
Nel mondo islamico, queste violenze fanno parte integrante della vita delle donne e vi è la tendenza a coprirle, mentre gli atti violenti contro le donne sono aumentati.
Come può il mondo islamico e i musulmani liberarsi dalla rigida morale sessuale, quando è impossibile denunciare ciò che succede e cercare di avviare dei cambiamenti?
I movimenti delle donne occidentali, lottano da tempo per cercare di fare progressi in materia di autodeterminazione sessuale delle donne ed è grazie a loro se per noi è diventato socialmente accettabile che una donna indossi una minigonna o altri abiti alla moda, senza per questo, essere ritenuta sessualmente disponibile.
Ciò di cui abbiamo bisogno sono maggiori dibattiti pubblici sulla “situazione della donna”, che coinvolgano anche gli uomini musulmani, fermi a una visione del mondo patriarcale e sessista. È l’idea che le donne siano esseri inferiori che genera il disprezzo e le rende prede facili e “di proprietà” degli uomini. E’ necessario discutere anche sulla morale sessuale e la repressione della sessualità nel mondo islamico, cercando di modificare le convinzioni, che i giovani musulmani hanno ormai interiorizzato. Una cosa simile deve essere possibile senza emarginazione, senza razzismo, senza malizia e senza l’ingombrante presenza dell’Islam, la mia religione.
Su youtube si sono iscritti molti rifugiati, che nei loro video si esprimono con rispetto nei confronti delle donne e ringraziano la Germania per l’ospitalità. Qualcosa del genere non si era mai visto finora.
La mancante parità delle donne nel mondo islamico nel suo insieme, dal Marocco fino all’Indonesia, si scontra con la vita autodeterminata delle donne in occidente. Non si direbbe che le donne occidentali hanno acquisito piena uguaglianza, soprattutto in campo religioso, ma hanno fatto molti più passi avanti delle donne musulmane. Queste sono appena all’inizio della loro battaglia.
E’ importante guardare alle realtà sociali nei paesi musulmani, quando si tratta di parlare di Islam e di sessualità. Per la maggior parte degli uomini e delle donne, l’uomo ideale è un uomo “forte” e uno degli attributi della sua forza è l’avere più mogli e diverse amanti. Bisogna anche ricordare, che molti attentatori musulmani sono convinti che 72 vergini li attendano in paradiso e questo li spinge a mettere tutte le loro energie in preparazione per l’aldilà. Vivono in una realtà parallela rispetto al nostro mondo occidentale. E proprio là, dove questi mondi si incontrano, si verifica l’attrito. Perché quasi tutto quello che abbiamo a cuore in Occidente, come la libertà, queste persone la vivono come un peccato. E le donne sono le ultime a cui si possano concedere tali libertà. 
Uomini e donne sono uguali di fronte ad Allah, teoricamente. In pratica, le donne raramente sperimentano cosa voglia dire essere rispettate. Non sono uguali agli uomini né nella società, né nella vita pubblica e neppure nel sistema giuridico. Questo è dovuto anche della religione islamica e chi nega ciò, per paura di risultare “nazista”, favorisce gli islamisti che si oppongono con la violenza alla rivoluzione sessuale nel mondo islamico.
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NECLA KELEK
L’Islam dice chiaramente che l’uomo sta sopra alla donna
Secondo la sociologa Necla Kelek l’islam è un sistema di regole in cui l’uomo ha il potere e la donna è senza diritti. La riflessione sulla vicenda dell’aggressione alle donne la notte di San Silvestro a Colonia si allarga su come quello che non è stato completamento capito è che le donne nell’Islam sono senza diritti e che gli uomini hanno potere di vita e di morte su di loro. 
Nell’intervista le viene chiesto se l’accaduto della notte di Capodanno può aver cambiato qualcosa sul tema dell’integrazione dei rifugiati e cosa pensa di come la cultura islamica possa influenzare la nostra società. “Tutte le persone che fuggono sono esseri umani e meritano aiuto, meritano sostegno e di essere accolti e credo sia una cosa degna e giusta. Ma allo stesso tempo non possiamo chiudere gli occhi e non vedere di cosa soffrono le donne e i bambini in un sistema totalitario.”
L’autrice nell’intera intervista sottolinea come non si tratti di generalizzare, perchè il mondo musulmano non è certo unitario nelle visioni ed interpretazioni, ma al tempo stessi si tratta di non tacere quel che comporta un diretto attacco culturale e sociale ai diritti delle donne.
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SERAP CILELI:
La minaccia dei matrimoni forzati durante le vacanze estive
Serap Cileli sa per esperienza personale cosa significa il termine“matrimonio forzato”. A dodici anni venne venduta ad un amico di famiglia e in preda alla disperazione tentò il suicidio, anche se questo non bastò a dissuadere i suoi genitori dall’idea del matrimonio. Infatti, tre anni più tardi, la ragazza è costretta a sposare un agricoltore turco e solo dopo sette anni di martirio riesce a liberarsi e a raggiungere la Germania.
La Cileli si batte da anni per eliminare il matrimonio forzato e il delitto d’onore e nel 2008 ha fondato il "Peri" (dal turco: la fata buona), associazione che è diventata un punto di riferimento per i giovani migranti.
Per il suo impegno nel campo dei diritti umani, ha subito rimproveri e minacce di morte dalla comunità mussulmana, ma questo non l’ha fermata dal cercare di cambiare le cose. "Nella nostra società non si parla di matrimoni forzati e di delitti d’onore”,afferma Cileli "molti migranti vivono in una società parallele a tenuta ermetica, seguendo quelle che sono le tradizioni del loro paese."
Per riflettere su questa realtà parte da un episodio successo il 7 febbraio 2005 quando ad una fermata dell’autobus di Berlino, il 23enne Hatun Sürücü viene ucciso da uno dei suoi fratelli per via del suo stile di vita occidentale, non accettato dalla sua famiglia musulmana, l’omicidio sconvolse la società e questo fatto avviò un processo di cambiamento, che migliorò in parte la situazione, come riconosce la stessa Cileli.
Il lavoro che Cileli svolge con l’associazione l’ha portata a verificare come siano sempre di più le richieste d’aiuto. Ogni anno, tra le 80 e le 100 donne e giovani contattano "Peri" per paura di un matrimonio forzato e l’attivista fa notare come “le ragazze a rischio sono sempre più giovani, tra i 15 e i 22 anni."
Per comprendere l’entità del problema sarebbero necessari dati affidabili, ma si è iniziato a raccoglierli solo a partire dal 2011 in Germania.
Secondo lo studio, un terzo delle donne ha subito minacce di morte per aver opposto resistenza ad un matrimonio e due terzi sperimentano cosa sia la violenza già dall’infanzia.
"Le ragazze che vengono da noi - per lo più donne turche - crescono normalmente con la violenza domestica. Questo fa sì che si sentano esseri di second’ordine. La minaccia di matrimonio forzato è all’orizzonte."
Le possibilità di aiutarle aumenta se hanno più di 18 anni e possono essere allontanate per farle scappare da un matrimonio forzato.
Negli ultimi tempi si è riscontato un altro problema: quello dell’avvicinamento di giovani di famiglia tedesca all’estremismo, con casi di donne che hanno raggiunto la Siria.
Cileli accusa le comunità islamiche in Germania di voler ignorare questo problema sociale .
Chiudiamo il nostro percorso, per ora, andando in un altro paese europeo, l’Irlanda, paesi salito alla cronaca per i matrimoni gay, ma dove la religione cattolica ancora si sta facendo sentire, non poco, sul tema dell’aborto.
Nell’Irlanda Cattolica l’aborto non è permesso
Chiudiamo il nostro percorso, per ora, andando in un altro paese europeo, l’Irlanda, paesi salito alla cronaca per i matrimoni gay, ma dove la religione cattolica ancora si sta facendo sentire, non poco, sul tema dell’aborto.
Dagli articoli che vi segnaliamo di seguito emerge come pesi ancora nel paese la morale cattolica che costringe ogni anno circa 160.000 ragazze ad andare in Gran Bretagna perché nel paese non è legale abortire. Nella campagna elettorale l’argomento è stato molto dibattuto e se l’Irlanda di oggi non è più quella degli anni 80, rimane comunque uno dei paesi con maggior tradizione cattolica in Europa e nel mondo. Gli scandali legati alla pedofilia hanno allontanato molti cittadini dalla chiesa, ma anche se non ha più il peso di una volta, per molti cattolici l’abrogazione dell’ottavo emendamento (che impedisce l’aborto) sarebbe un tradimento della tradizione religiosa del paese e di dio. Ecco perché molte donne vanno di nascosto in Inghilterra ad abortire per non farsi scoprire dai genitori o conoscenti che aborriscono la cosa.
Anche da noi in Italia non possiamo del resto dimenticare che l’obiezione di coscienza continua a limitare il diritto delle donne a decidere in materia d’aborto. limitando le strutture in cui è possibile praticare l’interruzione di gravidanza.

Riflettere perciò sugli spunti che ci vengono dai testi che segnaliamo è importante per tutte e tutti noi. Vi invitiamo perciò a segnalarci altri materiali per continuare la discussione.