venerdì 30 settembre 2016

Ecuador - Per il petrolio sarà distrutta Yasuni



“It’s the start of a new era for Ecuadorean oil. In this new era, first comes care for the environment and second responsibility for the communities and the economy, for the Ecuadorean people”

Jorge Glasvice vicepresidente dell’Ecuador

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Fa male al cuore. In Ecuador, nel cuore della foresta amazzonica hanno iniziato a trivellare. Per ora saranno 3.000 barili al giorno. Nel 2022 si arriverà a 300.000.   
Siamo a Tiputini C, il primo di duecento pozzi di petrolio programmati al confine con l’area ITT  (Ishpingo, Tambococha, Tiputini) e dentro nel parco nazionale dell’Ecuador Yasuni a pochi chilometri dal confine con il Perù. Lo Yasuni è una biosfera in teoria protetta dall’Unesco con una grande biodiversità fatta di numerose specie di uccelli, anfibi, insetti e alberi. Secondo Amazon Watch ci sono qui in un ettaro più specie che in tutti gli Usa e il Canada messi assieme. Nello Yasuni ci sono specie che sono riuscite a sopravvivere dai tempi glaciali.

 di Maria Rita D’Orsogna
Oltre alla flora e alla fauna, vivono qui i Tagaeri e Taromenane, due popoli indigeni isolati dal resto della “civiltà” o almeno quella civiltà che intendiamo noi.  Si programmano trivelle tutt’attorno il loro territorio, appunto l’area ITT.

Come sempre, l’inquinamento non conosce confini, e il fatto che si trivelli dentro la foresta ma non direttamente dentro l’area ITT non è garanzia di grande protezione ambientale. La foresta sarà danneggiata, l’inquinamento arriverà in forma di aria o di acqua o di cibo contaminato anche dentro alla zona ITT e i Tagaeri e i Taromenane sicuramente ne sentiranno le conseguenze.

Come sempre, il tuttapposto continua anche in Ecuador. Il governo dice che PetroAmazonas userà trivelle orizzontali che seguiranno i più alti standard internazionali. Mmh. Questa l’ho già sentita.

Il ministro delle trivelle Rafael Poveda dice che stanno ottimizzando le risorse e le strategie per estrarre petrolio nel modo più sostenibile possibile. Ma… non avevano deciso di lasciare Yasuni libera dalle trivelle? Nel 2007 il governo di Rafael Correa aveva chiesto 3.6 miliardi di dollari da vari governi mondiali per un impegno a tenere il petrolio sottoterra. Si chiamava la “Yasuni initiative” ed  era gestita dall’Onu, un modo innovativo per non estrarre petrolio da zone sensibili. Pagamenti internazionali in cambio di rispetto dell’ambiente.

Si calcola che sotto Yasuni ci siano 1,67 miliardi di barili di petrolio. Il colpo di scena arriva nel 2013 quando lo stesso presidente Correa cambia idea: secondo lui sono troppo pochi i fondi ricevuti dai governi stranieri e il paese ha bisogno di denaro. E qui sta la logica: siccome Chevron e Texaco hanno letteralmente devastato l’Ecuador con le trivelle senza scrupoli nella foresta durante gli anni settanta, l’Ecuador è ora povero e inquinato. In questo momento dunque non hanno alcun modo di poter nè rimediare ai danni nè alla povertà, e dunque l’unico metodo è … trivellare ancora!

Ci sono stati scontri, dimostrazioni, la richiesta di un referendum, ma niente da fare. Credo anche che ci sia stata pochissima pressione internazionale, e di questa faccenda dello Yasuni trasformanto in un campo petrolifero se ne sia parlato troppo poco. Il referendum che si voleva indire non è riuscito neppure ad arrivare al quorum delle firme utili e non c’è mai stato.

Eppure l’Ecuador parla bene. Hanno addirittura incluso i diritti della natura nella loro costituzione, e finora erano stati presi a modello di nazione attenta all’ambiente, specie dopo il massacro degli anni settanta.

Per far passare il tuttapposto, lo stesso Correa ha ripetuto ad infinintum che solo un millesimo del parco sarebbe stato trivellato e che avrebbero usato le migliori tecnologie possibili proteggendo gli indigeni. Ovviamente ci crede solo lui.
E poi, possibile che di questi tempi, con i prezzi del greggio – bassissimi – e con tutto questo desiderio di turismo sano riescano a pensare solo ai buchi?
Anche da un punto di vista economico non si capisce bene che conti si siano fatti: dalle estrazioni attuali, l’Ecuador *perde* 15 dollari al barile: i costi sono più alti che il guadagno.
Perché trivellare ancora? Forse pensano che le cose cambieranno? Ma che film guardano?
E ancora, come fanno a proteggere le comunità indigene trivellandogli intorno, e soprattutto costruendo l’infrastruttura necessaria? I pozzi hanno bisogno di centrali, di oleodotti, di strade. Queste saranno per forza di cose costruite nella foresta. Gli alberi saranno abbattuti.


Qualche mese fa l’Ecuador vendette un altro pezzo di foresta, accanto allo Yasuni, per 80 milioni di dollari ad un consorzio cinese chiamato Andes Petroleum Ecuador.

In questo momento c’è fermento in Ecuador da parte della società civile, e si spera che quanto meno si possa riuscire a rallentare tutto questo scempio. Ma sono battaglie, lunghe, difficili, con di fronte politici ottusi e ditte senza scrupoli.

Qual è la soluzione? Non lo so. So solo che visto che non possiamo andare a fare le guerre in Ecuador, possiamo iniziare da “casa nostra”, ad essere noi attivi nel curare il nostro territorio, a fermare le trivelle nostrane, a parlare di queste cose che accadono in mondi lontani, dalla Nigeria all’Ecuador, a creare consapevolezza che le trivelle non sono la soluzione né a “casa nostra” né altrove.
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