venerdì 27 gennaio 2017

Argentina - Mapuche vs. Benetton: i colori della resistenza indigena


Mapuche vs. Benetton: i colori della resistenza indigena

Il 10 gennaio scorso duecento agenti della Gendarmería Nacional hanno lanciato un’offensiva contro un piccolo gruppo di indigeni mapuche nella provincia di Chubut, nella Patagonia argentina. Un’azione sproporzionata nel dispiegamento di forze in cui, con la scusa di abilitare la ferrovia per il passaggio di un treno turistico, la piccola comunità mapuche è stata attaccata ed isolata completamente, impedendo così il sostegno da parte di organizzazioni e movimenti sociali che operano a sostegno del popolo indigeno. Sono stati sparati proiettili di gomma, impiegati droni ed un uso brutale della forza contro una comunità di molto inferiore nei numeri rispetto alle forze dell’ordine. Il giorno seguente la polizia di Chubut è tornata a colpire, questa volta impiegando non solo proiettili di gomma ma anche proiettili regolari, lasciando sul terreno almeno due feriti gravi e ha proceduto all’arresto di sette persone della comunità. Anche Amnesty International ha denunciato l’accaduto, sottolineando come non sia ammissibile l’azione repressiva da parte dello Stato, soprattutto per quanto riguarda le violenze contro donne, bambini e bambine. Mariela Belski, direttrice di Amnesty Argentina, ha evidenziato l’opacità e la mancanza di trasparenza dell’operazione di polizia e la totale sproporzione fra la realtà dei fatti e la reazione delle forze dell’ordine. Già l’anno scorso Amnesty ed altre organizzazioni per i diritti umani ed organizzazioni indigene avevano denunciato la preoccupante escalation di stigmatizzazione e persecuzione nei confronti del popolo mapuche.
Ma cosa spiega lo scatenarsi di una tale violenza da parte dello Stato argentino contro un piccolo gruppo di indigeni inermi? Forse la statura (economica, non certo morale) del contendente. L’intervento è stato infatti eseguito in seguito alla richiesta della Compañía de Tierras Sud Argentino, che appartiene a Luciano e Carlo Benetton, del Benetton Group, arcinota multinazionale italiana del tessile. La Compañía si è rivolta alla giustizia con il pretesto di ripulire le piccole barricate di rami e tronchi di alberi posizionate dagli indigeni che ingombravano i binari del treno patagonico “La Trochita”. L’utilizzo di questo treno è impedito ai mapuche, ed essi reclamano di poter usufruire del servizio, per uscire dall’isolamento in cui si trovano a vivere. Questa parte di territorio apparteneva a Benetton, ma nel marzo 2015 è stato recuperato dalla comunità mapuche, in quanto parte del proprio territorio ancestrale.
Benetton possiede nella Patagonia argentina, attraverso la citata Compañia de Tierras Sud Argentino, oltre 900.000 ettari di terra, un’estensione pari a 45 volte la superficie della capitale federale Buenos Aires. Tale area è utilizzata prevalentemente per l’allevamento intensivo di capi di bestiame, principalmente ovini, destinati alla produzione di lana (circa 500 tonnellate all’anno). Gli interessi di Benetton ricadono però anche sulla coltivazione intensiva di cereali e produzione di carne bovina e ovina, nonché secondo alcune fonti sull’estrazione mineraria, attraverso l’azienda Minera Sud Argentina Sa, dove i Benetton sarebbero azionisti di maggioranza.

giovedì 26 gennaio 2017

Siria - Al Hol, il paradossale corridoio umanitario che dall’Iraq porta in Siria


Sulla guerra in Siria e sulla situazione irachena si allungano le ombre dei nuovi scenari geopolitici post insediamento di Trump, che non ha mai nascosto la sua amicizia ed identità di vedute con Putin oltre al sostegno aperto ad Israele, mentre Erdogan continua la sua politica di aggressione fronteggiandosi indirettamente con Iran e Arabia Saudita per l’egemonia regionale.
Ma cosa sta succedendo alle popolazioni civili siriane ed irachene strangolate dai vari fronti di guerra?
Ce lo racconta Un Ponte Per ..., l’organizzazione italiana impegnata nel sostegno alle popolazioni civili in questa area devastata del nostro pianeta.
Al Hol, il paradossale corridoio umanitario che dall’Iraq porta in Siria
Al Hol è un villaggio sperduto in un’area semideserta della Siria, a pochi passi dalla frontiera con l’Iraq. Negli ultimi mesi qui sono fuggiti migliaia di iracheni a seguito della battaglia di Mosul. Una delle possibili vie di fuga dalla città infatti porta solo verso la Siria.
Al Hol è un luogo tristemente noto perché qui sono rimasti bloccati per anni i palestinesi fuggiti dall’Iraq dopo il 2003 e che nessuno voleva accogliere. Per anni hanno atteso un paese ospitale. Il campo ha anche ospitato le centinaia di migliaia di iracheni che tra il 2006 e il 2008 sono fuggiti verso la Siria per non soccombere nella guerra civile che dilaniò il paese.
Poi il campo si è svuotato, e dopo il 2011 è diventato luogo di battaglie tra Daesh (Stato Islamico), le altre forze estremiste e i combattenti curdi. Oggi il campo è tornato a servire i rifugiati, invece di essere chiuso o di diventare un museo per la memoria. Con tutto il dolore che portano le sue mura e le sue strutture cadenti è stato riattivato per ospitare, a oggi, più di 15mila iracheni. In prevalenza minori, 2.500 a dicembre, 500 neonati. E donne.
Una popolazione in fuga dal Daesh, dopo averne subito l’occupazione per due anni. Il paradosso è che non possono fuggire in altre aree dell’Iraq, la strada più semplice è quella verso la Siria. L’amministrazione autonoma del nord-est siriano, l’area a maggioranza curda del paese chiamata Rojava, sta facendo uno sforzo eccezionale per accoglierli.
Le autorità locali stanno già ospitando centinaia di migliaia di sfollati interni siriani. E stanno assistendo le persone in fuga da Raqqa, in Siria. Non hanno né i soldi né la possibilità concreta di gestire un flusso di rifugiati da un altro paese. E invece ci danno una grande lezione di dignità e solidarietà. Il campo è stato riattivato, con il sostegno dell’Unchr.
Un ponte per... e la Mezzaluna Rossa Curda hanno costruito un centro di salute di base da campo che sta accogliendo ogni giorno centinaia di persone. Un’ambulanza delle due organizzazioni ogni giorno raggiunge il valico di frontiera tra Iraq e Siria di Rajm Sleby e da lì porta in ospedale o al campo i casi più difficili.

Ma al valico i controlli sono attentissimi. Il pericolo di infiltrazione di Daesh è alto. Spesso sono necessarie lunghe negoziazioni per portare in salvo le persone. Molte arrivano in condizioni disperate. Sono più di 100 i disabili arrivati negli ultimi mesi. E tra i bambini sono evidenti i molti casi di malnutrizione. Mancano molti generi di prima necessità e le sole cure mediche senza una adeguata infrastruttura di assistenza sono una risposta troppo limitata.
Gli operatori al campo di Al Hol e l’ambulanza in frontiera fanno i salti mortali per evitare il peggio a molte persone. Quando il servizio non c’era, a ottobre, su quella stessa frontiera sono morti due bambini. Casi del genere non si sono più verificati, ma siamo ancora lontani da un minimo di normalità. Nel campo le latrine sono in costruzione, l’acqua scarseggia in tutta la zona, cumuli di immondizia costellano le strade di polvere.
Donne e bambini si affollano nella sala d’attesa del nostro centro sanitario perché è uno dei pochi luoghi protetti, anche quando non hanno bisogno di una visita. Per le emergenze le ambulanze della Mezzaluna Rossa Curda corrono all’ospedale di Hassake, distante 50 chilometri, ma anche lì la situazione è drammatica. Dalla Siria sono fuggiti migliaia di medici, e i pochi ospedali rimasti aperti sono al collasso.

martedì 24 gennaio 2017

Messico - Le molte sfide degli indigeni in Messico

Le ultime scelte del Congresso Nazionale Indigeno che raccolgono le proposte dell’EZLN segnalano la volontà di affrontare molte sfide in una. Una sfida forte come la posta in gioco. Molti hanno detto che questo passo è l’ultima possibilità per i popoli originari in un momento cruciale, che tutti nel CNI si stiano giocando tutto e per questo s’impegnano a un lavoro enorme sia nel breve che nel lungo periodo, un impegno per recuperare pezzo per pezzo quello che con inganno e violenza giorno dopo giorno viene loro rubato ed estorto. Non vogliono lasciare il campo di battaglia, senza aver lottato. I rischi sono enormi. Se il percorso fallisse, probabilmente per il CNI non ci sarebbero ulteriori possibilità di rilancio. Mettersi in pasto ai media mainstream in una campagna elettorale è un’ulteriore minaccia, che per diventare opportunità deve essere organizzata con attenzione e gestita minuziosamente e con costanza. Il lavoro di lungo periodo, che di fatto potrebbe essere considerata la sfida più ambiziosa e rivoluzionaria, per certi versi ha meno minacce della candidatura alle elezioni nazionali, ma può ricevere dalla stessa campagna elettorale gli stimoli per svilupparsi più rapidamente

di Filippo Taglieri*
Vivere il Messico di questi tempi non  deve essere per niente semplice, le classiche leggendarie caratteristiche di imprevedibilità di questo paese, mostrano in questa fase la loro esasperazione. Laboratorio socio-politico di sperimentazione per il sistema neo-liberista, il Messico è oggi un paese diviso, un paese impoverito, una società frammentata e sotto continuo attacco.
Quella che molti hanno chiamato “guerra a bassa intensità” in realtà si sta trasformando giorno dopo giorno in una lotta per togliere terra e diritti alle popolazioni che abitano la federazione, con una particolare determinazione nei confronti delle popolazioni originarieche seppur nella loro eterogeneità, spesso, vivono in territori particolarmente ricchi (di risorse naturali) e che sviluppano progetti che valorizzano una sana economia campesina nemico giurato del sistema di bisogni indotto dal capitalismo. Come vedremo meglio in seguito, in questo contesto  vive e resiste il CNI (Congresso Nazionale Indigeno, nato nel 1980  con un primo impulso delle diocesi messicane e che in ottobre ha celebrato il quinto incontro. Popoli, comunità, tribù che si oppongono alla distruzione e vendita della Madre Terra, comunità in resistenza in cammino verso l’autonomia da un governo che altro non è,  se non un gruppo di commercianti che vendono risorse naturali al miglior offerente, solo per alimentare interessi personali o di casta.
Il CNI conta attualmente 202 due comunità di 43 popoli indigeni, come vedremo, dal primo gennaio 2017 ha preso coscienza e, con essa ha preso degli impegni. Pressocché unanime è stata la voce dei popoli originari: ricucire i legami comunitari minacciati dai partiti, dai progetti governativi, seppur nell’eterogeneità di ogni comunità, l’obiettivo sarà una reale autonomia, un’autoderminazione che passa per la tutela della terra, un tentativo di ricostruire una relazione fra campagna e città rimettendo al centro la terra.
Mexíco hoy – Contesto

domenica 22 gennaio 2017

Arabia Saudita - Raif Badawi compie 33 anni nelle carceri del nostro alleato a cui vendiamo armi.



Il 13 gennaio Raif Badawi, blogger saudita incarcerato e condannato a 1000 frustate nel 2014, ha compiuto 33 anni.
Il compleanno lo ha passato nelle carceri in cui continua ad essere rinchiuso, nonostante il suo caso sia ormai evidentemente una pura rappresaglia da parte del governo dell’Arabia Saudita nei confronti di chi ha una sola colpa: aver provato a dire o meglio scrivere delle parole libere.
Il compleanno di Raif è stata l’occasione in diverse città nel mondo per protestare sotto le ambasciate dell’Arabia Saudita. 
Dal Canada la moglie ha rilanciato la campagna per la libertà di Raif e del suo avvocato, anche lui finito nelle carceri saudite per aver semplicemente fatto il suo lavoro, cioè tentare di difendere legalmente il giovane blogger.
La libertà e i diritti umani non sono rispettati nell’Arabia Saudita, il paese che, paradossalmente, presiede il comitato consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani che ha il compito di indicare gli esperti sui diritti umani.
Un bell’esempio di coerenza della comunità internazionale!
"Loro ci vendono il petrolio, noi gli vendiamo le armi", sintezza così un manifestante a Londra davanti all’Ambasciata dell’Arabia Saudita il legame vero che c’è tra occidentali e la monarchia saudita.
Armi che arrivano anche dalle imprese italiane come denunciato dalla Rete Disarmo.

RAIF BADAWI’S ORDEAL

venerdì 20 gennaio 2017

Messico - Quel che segue I: Prima e ora

Quel che segue I: Prima e ora
Subcomandante Insurgente Moisés
3 gennaio 2017
Buona notte a tutti e tutte. Anzitutto vogliamo dirvi che si farà tardi, perciò approfittatene per dormire o andarvene.
Bene, prima la compagna che ha parlato ha nominato il Vecchio Antonio, il nome stesso lo dice, Vecchio Antonio. Vale a dire che ormai è morto. I tempi cambiano.
Noi zapatiste e zapatisti vogliamo dirvi in verità, sul serio, che vogliamo imparare ciò che è la scienza per davvero, non ciò nel quale ha camminato il Vecchio Antonio, che è servito per quei tempi, il tempo passato che ora è cambiato perché la vita ora è diversa. E allora vi vogliamo raccontare come va con le compagne e i compagni che ora sono parte di commissioni di delegati, delegate, ciò che hanno affrontato, lungo tutto il tempo della loro lotta di resistenza e perciò il modo in cui hanno vissuto i loro papà, le loro mamme, e che se pure volessero applicarlo ormai non funziona. Come per esempio nella Selva Lacandona, quando seminano il mais, ormai sanno che se prima in 3 mesi c’era la pannocchia, ora la pannocchia spunta già prima. Negli Altos, dalle parti di Oventik, il caracol di Oventik, sapevano che in 6 mesi ci sarebbe stata la pannocchia, e ora in 5 mesi la pannocchia c’è già. Questo li mette in difficoltà perché prima sapevano quando seminare. Iniziano a farsi domande perché una volta conoscevano il vecchio metodo che utilizzava il Vecchio Antonio, certo che lo conoscevano, ma ora è cambiato. E com’è cambiato, e chi lo ha cambiato. Da lì nasce tutto questo. Perciò non stiamo inventando, come ha detto in questi giorni il Sup Galeano, perché il Vecchio Antonio sapeva quando era il tempo del freddo, e cercava la sua legna, il suo carbone, per essere preparato, ma ora non più.
Per cui abbiamo pensato chi ci avrebbe spiegato, e abbiamo sentito dire che ci sono scienziati, scienziate, e ci siamo chiesti che lavoro facciano: non sarà che ci possono aiutare? Perché dicono che sono coloro che studiano per poter spiegare, per poter capire, e poi per poter spiegare se qualcosa si può fare e che cosa. I nostri compagni e compagne hanno bisogno di queste cose, perché risulta che nel loro governarsi autonomamente durante 23 anni sono sorte molte necessità, altre necessità, e non si può procedere come faceva il Vecchio Antonio, che stava resistendo, sopravvivendo; ora, oggi, no: lo stanno costruendo i compagni e le compagne, e lo stanno mettendo in pratica. E al momento di mettere in pratica iniziano a scoprire ciò che manca loro.
Per esempio, solo per farvi capire quel che vi sto dicendo, nessuna delle compagne basi d’appoggio di 33 anni fa, che sono entrate nella lotta, si è mai sognata che sua figlia o figlio avrebbe saputo usare un apparecchio a ultrasuoni. Ma intanto ora sua figlia lo utilizza, perché ci sono varie compagne, specialmente loro, perché vogliono vedere come sta il bebè durante il processo di crescita; perciò se ne occupano di più le compagne.
E vi racconterò la necessità, la mancanza, perché fu una mancanza e allo stesso tempo un errore, uno sbaglio,  perché lo riconosciamo, perché le compagne, o un compagno, stanno riscattando la loro cultura buona, ma mettono da parte quel che è cattivo della loro cultura, no?
Dunque, ci sono promotori, o ci sono levatrici nei villaggi, e allora in un villaggio un compagno va dalla levatrice, e la levatrice controlla la sua compagna e dice loro: pare che siano gemelli, compagna. Così disse loro, e allora il compagno ne è molto contento, ma il compagno sa che nella clinica, nell’Ospedale Autonomo c’è l’apparecchio a ultrasuoni, e allora vuole assicurarsi se davvero sono gemelli, e allora vanno all’ospedale, fanno, diciamo, la fotografia, non so come si dice insomma, e il compagno parla prima alla compagna che sa usare l’apparecchio a ultrasuoni, e dice: la levatrice mi ha detto che pare siano gemelli, e allora io voglio sapere se è vero con la macchina che c’è, no? E allora controllano e fanno la foto, come ho detto, e allora la compagna dice: Sì, sono gemelli, e il compagno è ancora più contento. Bene.
A un certo punto, al momento in cui i gemelli dovevano nascere, se ne sono andati all’ospedale del governo perché la compagna non è potuta uscire in tempo per i troppi dolori, d’emergenza perciò sono andati in un ospedale del governo a Guadalupe Tepeyac, dove hanno pensato a loro e fatto il cesareo alla compagna. Fatto il cesareo, il compagno va a vedere i suoi due gemelli, no, e ne trova solo uno. Allora il compagno dice: no, è che io so che sono gemelli, e ha iniziato a litigare con il direttore o direttrice dell’ospedale. No, è che io so che sono gemelli. Me lo vogliono rubare.
Allora il direttore o direttrice dice: no, signore, no, zapatista, è solo uno. Ma perché stiamo qua a litigare, andiamo da tua moglie perché lei lo ha visto. E quindi il direttore o direttrice va dalla compagna, e il compagno pure, e le dice perché stai permettendo che i direttori dell’ospedale ci rubino i nostri figli? E la compagna dice: No, era soltanto uno.
Ma come? Se la compagna dell’apparecchio a ultrasuoni ci ha detto che sono gemelli di sicuro e pure la levatrice ci ha detto che sono gemelli di sicuro.
Stavano ormai per darsele, perché la compagna dice che è uno e il compagno dice che sono due perché cosi hanno detto la levatrice e la promotrice di salute e quelli dell’ospedale dicono loro che è uno e basta.
Arrivano al punto per cui bisogna tirare in mezzo la compagna che ha eseguito gli ultrasuoni nella clinica nell’ospedale zapatista. Arriva la compagna, e perciò ora si trovano quattro parti: il compagno, la compagna a cui hanno fatto il cesareo, e la compagna che ha fatto gli ultrasuoni, e i direttori dell’ospedale. E iniziano a discutere, e il dottore che l’ha seguita dice che dipende dalla maniera con cui hanno preso l’immagine agli ultrasuoni, e allora la compagna che aveva fatto il lavoro con gli ultrasuoni disse: in effetti l’abbiamo presa di lato. Allora il dottore dice: ecco com’è, è un riflesso per cui sembra ce ne siano due, perché la fotografia non è stata fatta come avrebbe dovuto, no? E a quel punto il compagno, il padre del bebè, inizia a comprendere che c’è stato un errore, uno sbaglio nel modo in cui si fa il lavoro da parte della promotrice zapatista, no?
Da ciò abbiamo dedotto che non possiamo dire no, questo è colpa del fottuto capitalismo, perché questa non è cosa del capitalismo, ma è della scienza che c’è stata mancanza, c’è stato un errore e non possiamo dire che non si sa, che lo hanno rubato quelli dell’ospedale perché è del malgoverno, non lo possiamo dire.
Riconosciamo che ci mancò qualcosa, che sbagliammo come zapatisti e non ha nulla a che vedere con l’essere autonomi, perché non per questo non possiamo sbagliare e non sbagliamo nella scienza.
E così ci sono molte altre cose, e il Vecchio Antonio non ha avuto l’opportunità di conoscerle perché ormai è morto, ma grazie al Vecchio Antonio che ha avuto resistenza, ribellione al fine di non essere ammazzati.
Per esempio, costui che vi sta parlando, che si chiama Moisés, questo Moisés è cambiato tre volte. Perché quel Moisés che stava nel suo villaggio, se avesse continuato a essere il Moisés del suo villaggio ora non starebbe parlando qui con voi, no? E come starebbe quel Moisés se fosse rimasto nel suo villaggio? Chissà. Neanche lui stesso lo sa.
Bene. Ma quel Moisés ormai è andato e quindi Moisés entra nell’organizzazione clandestina, e lì cambiò un’altra volta, ormai in clandestinità non è più lo stesso Moisés di quando stava nel suo villaggio. Poi Moisés esce allo scoperto; ha appreso, non ci ripetiamo ma ha appreso la scienza di quel che applicò nel ’94 e da qui a 23 anni dopo non è più lo stesso Moisés della clandestinità, ora è da 23 anni alla luce pubblica di ciò che ha fatto con le sue compagne e compagni, no?
E quindi il Moisés di ora, di oggi 3 gennaio 2017, vede ormai altre cose, questo Moisés, vede tante cose questo Moisés che non è più come vedeva prima, nei dieci anni di clandestinità, cambia, e insomma bisogna studiare scientificamente, con scienza, questo cambiamento che si è fatto, se è per fare qualcosa di buono per il popolo, per amare di più la vita insomma.
Ma allora, che faremo al renderci conto scientificamente che c’è una cosa che va male? Non vorremo limitarci a dire che è male e chiusa lì, no?
Ecco quel che succede ai nostri compagni e compagne, che si imbattono in queste necessità, hanno bisogno di questo, non per il bene di uno o una ma per migliaia e magari milioni che siamo qui in questo paese che si chiama Messico e forse può volare e andare in un altro mondo, no?
Perché oggi, 23 anni dopo, ci sono molte cose che i compagni stanno mettendo in pratica e si imbattono in questa necessità. Hanno bisogno di teoria e hanno bisogno di pratica. Noi indigeni andiamo molto sulla pratica, ovvero nella pratica ci convinciamo se ci fa sognare per ascoltare la teoria, perché altrimenti è puro bla bla bla, e allora inizia il sogno, ma se è nella pratica, i nostri occhi restano molto fissi perché stiamo vedendo come si fa, e se ci piace e capiamo che può risolvere molte necessità, allora sì che stiamo con gli occhi più svelti di quelli di un’aquila.
E quando andiamo sul pratico e vediamo che in effetti risolve le necessità, allora iniziamo a chiederci: e se lo faccio così cosa ne esce? E se lo faccio così cosa succederà? Non sarà che ci possono insegnare di più? Non sarà che ci possono spiegare meglio? Ed ecco che si ha bisogno della teoria, perché ci anima molto il fatto di aver visto che sta risolvendo delle necessità o dei problemi, da quando ci hanno mostrato la pratica.
Il problema che abbiamo è che a volte ci costa molto fornire la teoria, ma facciamo la pratica. Forse si può vedere questo, come immagine della pratica, per esempio, si può vedere quel che ora vi reciterò perché praticamente mi hanno obbligato i nostri compagni e compagne a tenerlo a mente, insomma.
Hanno il loro governo autonomo le donne e gli uomini, e ci sono lotte e lotte perché siano metà e metà: se la Giunta del Buon Governo sono 40 membri, 20 donne e 20 uomini; se sono 20 membri i Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti, 10 donne e 10 uomini, e così via. E allora fanno il loro lavoro con ciò che hanno capito dei 7 Principi del Comandare Obbedendo. Fanno propria, così, la parola Democrazia che è il fatto che il popolo è chi comanda e il governo chi obbedisce. Le proprie leggi, le discutono donne e uomini, hanno già l’educazione di come pensare ciò che devono apprendere i bambini e le bambine, o ciò che devono apprendere i promotori di educazione, a seconda delle necessità dei loro villaggi. Nel caso della primaria, o del primo livello come dicono in altri Caracoles, i compagni e le compagne, insomma i papà e le mamme, dicono che ciò che vogliono è che i loro figli imparino bene a leggere, che sappiano scrivere come si scrive papino o mammina, eh. E da lì poi hanno visto che i giovani alla fine hanno imparato un fottio di roba. Allo stesso modo, come vi ho già detto, nell’area della salute, anche lì ci sono varie cose, cioè, nella salute autonoma ci sono varie aree di lavoro, ad esempio vanno avanti con le piante medicinali, lì hanno identificato varie necessità, perché loro vogliono sapere; dicono per esempio, quando la pianta è verde, o la buccia o la radice, quante sostanze ha? E quando si secca, si conserva o non si conserva, perde o non perde le sue sostanze? Ma ecco dove noi non ce la facciamo, perché ecco che c’è bisogno della scienza e dello studio in laboratorio, e molte altre cose così, insomma.
Hanno ormai le loro radio comunitarie, e magari si bruciano i pezzi dell’apparato, e vogliono sapere come si risolve, o altre comunità vogliono ascoltare, e che arrivi il segnale, e ciò che stanno producendo, emettendo, ma il segnale non arriva. E allora, chi parla in radio si chiede, non ci sarà un modo di dare più forza al segnale, perché arrivi più lontano? E tutto questo non lo avrebbero mai sognato i loro papà e le loro mamme, non lo avrebbe mai pensato Moisés quando stava in clandestinità. Le cose sono cambiate, e ora questi giovani, perché stiamo lavorando con i compagni, ci dicono c’è questo, c’è quest’altro, e quest’altro, e allora come fa Moisés a dirgli, come faccio a comandare? Statti zitto, vattene a lavorare, vai a vedere la tua milpa, vai a… no? Ma si capisce la necessità, perciò sto dicendo che Moisés non è lo stesso di quando era in clandestinità, ora che in questi 23 anni è stato con i villaggi e con il loro governo autonomo.
Ebbene, ciò di cui stiamo e stavamo parlando più di un anno fa, su ciò che è l’idra capitalista, il mostro, noi con i nostri compagni e compagne nei villaggi lo stiamo vedendo sul serio, come è iniziato a sorgere ciò che abbiamo menzionato, l’idra, e allora i compagni e le compagne dei villaggi dicono il modo con cui resisteremo, e cioè che dobbiamo avere alimenti e medicine per poter  affrontare tutto ciò. Ed ecco dove iniziano a pensare seriamente su come fare con la terra che non dà più, e parlano del boro, del magnesio, dello zolfo, del molibato.. molibaleno, o qualcosa del genere, o zinco, o il pH, ma sanno solo che ciò che dicono è per aiutare la terra, ma come faccio a saperlo solo prendendo un pezzo di terra lì, come faccio a sapere ciò di cui necessita? No? E allora i compagni si chiedono: senti, ma allora chi sono quelli che studiano questo, chi sono a dire questo? Ovvero, da varie parti inizia a venire fuori la necessità, la domanda di voler imparare, di come si fa ad aiutare la terra senza far danni, no?
Ecco, questo è ciò che cercano e di cui hanno bisogno, tra le altre cose, i compagni. Prima di ciò, prima che si sviluppassero di più tali necessità, c’erano altri compagni che vedevano venir fuori altre domande su come costruire l’autonomia, no? Per esempio, un gruppo di compagni vedono che si sta sprecando molta benzina per generare luce nel caracol, e iniziano a immaginare, allora: perché la benzina fa girare il motore e ciò fa sì che si produca la luce, l’energia? Allora, dicono, non si tratta che di una cosa, del fatto che il motore deve girare, e allora, dicono, se è così, perché non lo adattiamo, cerchiamo il modo di adattarlo, il motore? Con il torchio dell’acqua, cioè dove macerano la canna da zucchero, poi con un canale d’acqua e poi, ha le sue ruote con i suoi cassoni dove arriva l’acqua, e lo fa girare: allora troviamo un modo di adattare il motore, ossia il generatore. E lo hanno fatto, ma è stato troppo lento, e non sono potuti passare a quello perché non sono riusciti a moltiplicarlo, insomma, non so come si dice. Allora, dove sono quelli che hanno la scienza per farlo? Perché lì non c’è più bisogno di petrolio per fare benzina o per il gas, per gli oli, ma è la natura stessa ciò di cui si approfitta. E poi i pezzi del motore sono ferri, plastiche, e tutte queste cose.
Le compagne e i compagni hanno molta voglia di imparare nuove cose. Perché ora non è più come prima, come ai tempi del Vecchio Antonio, perché i giovani cercano chi insegni loro queste cose. Non si lasciano convincere se non ottengono una risposta convincente, non restano contenti, e peggio ancora se gli si dicono altre cose. Per esempio, quando è finita l’escuelita nel 2013-14, in un’Assemblea si fece una valutazione e allora venne fuori che alcuni alunni avevano detto, che bello che siete indigeni, che non bisogna mai perdere il fatto di essere indigeni, ma che ormai non sono veri indigeni, perché hanno le scarpe: toglietevi le scarpe, dovete toccare il suolo con la pelle, con il cuoio dei piedi, così continuerete a essere indigeni. In Assemblea dissero che chi aveva detto questo doveva essere chiamato, e quando è il tempo della pioggia, e c’è tanto fango che a volte sprofondano i piedi fino a 50 o 80 centimetri e non ti accorgi che c’è un vetro, o ci sono pietre affilate o stecchi, vediamo, come cammini lì? E poi dicono, noi lavoriamo in montagna, e dovremmo chiedere a chi ci lavora di togliersi i vestiti e lavorare nudo? Vediamo se gli sta bene.
Io ve lo sto raccontando perché ormai non si lasciano fare, ormai no, se capiscono bene quel che si dice e non gli risolve le necessità, semplicemente dicono: vediamo, fallo prima tu e io poi vedo.
Perciò tutto questo vuol dire, fratelli, compagni, compagne, sorelle, come già qui hanno detto, e state vedendo, che è un casino, e c’è molto lavoro. Per prima cosa, cosa bisogna fare, tra voi che studiate la scienza dello scientifico… cosa bisogna fare? E ancora di più ora, che le compagne e i compagni hanno domande a cui bisogna rispondere, ora sì, scientificamente. Vogliono imparare, cioè, vogliono la pratica, il lavoro, perché solo così i compagni e le compagne sentiranno che gli si sta insegnando nella pratica come possibilmente si potrebbero risolvere le necessità che si presentano, o ciò di cui si ha bisogno; nient’altro che questo, bisogna stare attenti che non sia un bugiardo inganno, perché non è questo che si vuole. Vogliono vedere i risultati di ciò che si dice, insomma.
Perciò, in base a ciò che stiamo ascoltando qui, anche se bisogna ancora terminare, vediamo e sentiamo che con questa pratica che stiamo facendo qui ora, ora sì che si capisce perché stiamo facendo un doppio sforzo, no? Perché, per esempio, ho ascoltato qui, che quando partecipate come scienziate, parlate tra di voi come scienziati. E poi, i partecipanti cercano di parlare con le e i delegati, ma voi là state ascoltando e magari vorreste dibattere su ciò che sta dicendo la partecipante o il partecipante, e allora abbiamo una necessità. E allora vediamo che forse conviene che facciamo un altro incontro come dice la compagna, stavolta da scienziati a scienziati, scienziate a scienziate, ossia che parliate, e vogliamo vedere come discutete, vogliamo sentire, in fin dei conti, come arrivate a un accordo come fanno le comunità. Nelle comunità, nei villaggi, si prendono, ma alla fin fine dicono, senti, lasciamoci stare perché ormai abbiamo un accordo, ecco ciò che fanno. E allora vogliamo apprendere, altrimenti quando mai apprenderemo a essere scientifici, scientifiche.
Della scienza, credo che sia qualcosa di scienza ciò di cui vi abbiamo parlato, perché qui c’è un piccolo nuovo sistema di governo che hanno i compagni, piccolino, ma ecco dove stanno applicandola, la scienza, i compagni, ed ecco cosa ci ha obbligato a questa cosa piccolina che stanno facendo i compagni e le compagne: se noi ci stiamo parlando ora, è grazie a questa scienza di governarsi da sé, dei compagni.
E allora, non so come la vedete voi, forse è troppo presto per dire se per dicembre faremo questo incontro, per vedere come fate il dibattito, e come tra voi esce un accordo su che fare e come farlo, se a parte, per collettivo o per individuo, secondo come fate, per trovare un accordo per farvi venire; andate nel Caracol, mettete lì vostro laboratorio, ma non chiedete il laboratorio a noi, che a parte l’ascia e il machete e il… non abbiamo un laboratorio, insomma, ma se lo portate voi è benvenuto. Sicuramente non mancherà il pozol, aspro, ma c’è, i fagioli o la verdura, e non mancheranno alunne e alunni; perché hanno voglia di imparare, e soprattutto la pratica, come vi ho detto.
E quindi ecco il problema che vi abbiamo presentato, cioè come si possono aiutare i compagni che hanno bisogno, non solo su questo, sulla medicina, sulla terra, ma su molte altre cose, che vedrete quando verrete, quando andrete insomma, nel Caracol, nei Caracoles, lì vedrete come si può fare questo e poi l’altro e l’altro ancora, lì lo vedrete, il fatto è che non sono un tecnico, non sono ingegnere, serve uno scienziato per le tante cose di cui hanno bisogno i compagni, insomma.
Perciò avete alcuni mesi per pensarci e mandarci le vostre parole, i vostri pensieri e i vostri piani perché si vedano i frutti di ciò che stiamo facendo, e che ci mettiamo d’accordo perché vediate se per dicembre può esserci l’incontro, tra di voi, e vediamo dove o magari chiediamo al compagno qui, il Doc, se farlo qui o come, insomma ci pensiamo. Ecco ciò di cui volevamo parlarvi, compagni, fratelli e sorelle. Molte grazie.


Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

Messico - Alchimia Zapatista

Alchimia Zapatista
2 gennaio 2017
Il valore della parola è qualcosa a cui teniamo molto. Quando ci riferiamo a qualcuno, non solo lo nominiamo, ma nominiamo anche il suo stare con noi.
Così diciamo “fratello”, “sorella”; ma quando diciamo “compagna”, “compagno” parliamo di un andare e venire, di qualcuno che non sta fuori, ma che, insieme a noi, guarda ed ascolta il mondo e lotta per lui.
Dico questo perché è qui, insieme a noi, il compagno zapatista Don Pablo González Casanova che, com’è evidente, è in sé stesso un municipio autonomo ribelle zapatista.
Poiché il compagno Pablo González Casanova è qui, tenterò di alzare il livello ed il rigore scientifico della mia esposizione, evitando giri di parole e doppi sensi (grandi o piccoli, fate attenzione).
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Alchimia. Prima che esauriate il vostro credito consultando in “Wikipedia” nei vostri cellulari e tablet cos’è “alchimia” e che mi inondiate con ogni tipo di definizione, vi dico subito che con questo ci riferiamo ad un precedente, al passaggio precedente (se è necessario o no, vedete voi) alla costituzione di una scienza come tale. O come diceva il defunto SupMarcos, “l’alchimia è una scienza malata, una scienza invasa dai parassiti della filosofia, del “sapere popolare”, e le evidenze che saturano il complesso mondo della comunicazione attuale”, come si può leggere in uno dei documenti che ha lasciato alla sua morte.
In quel testo, il defunto segnalava che l’alchimia non era necessariamente il precursore della scienza nel senso che “tutta la scienza era alchimia prima di essere scienza”, ma era una non-scienza che aspirava ad essere scienza. Dice anche che l’alchimia, a differenza delle pseudo scienze, non costruisce in base ad un misto di verità e conoscenze, con evidenze e luoghi comuni. La pseudo scienza, sostiene, non si avvicina alla scienza, ma si separa da essa e diventerà il suo nemico più feroce e con maggiore successo di diffusione in una situazione di crisi; non costituisce una spiegazione alternativa della realtà (come nel caso della religione), bensì un “ragionamento” che supplisce, invade e conquista il pensiero scientifico, battendolo nella battaglia più importante in una società mediatica: quella della popolarità.
La pseudo scienza non vuole né aspira all’argomento della fede, della speranza e della carità, ma offre una spiegazione con una struttura logica che “inganna” la ragione. Semplicemente: la pseudo scienza è una frode propria della ciarlataneria che abbonda nell’accademia.
L’alchimia, d’altra parte, aspira a liberarsi, a “curarsi”, a “purgare” i parassiti che sono gli elementi non-scientifici.
Benché reclami per sé il dubbioso diritto della maternità delle scienze, la filosofia, chiamata “la scienza delle scienze”, è, sempre seguendo il testo del defunto, uno di quei parassiti. “Forse il più pericoloso”, continua la buonanima, “perché si presenta alla scienza come la consolazione dell’affermazione-negazione del “non so” contro cui, presto o tardi, va a sbattere la scienza. L’affanno per il razionale, porta la scienza a supplire alla religione con la filosofia, quando arriva al limite”.
Per esempio, se non avesse la capacità di spiegare scientificamente perché piove, invece di ricorrere all’argomento che è dio che decide le precipitazioni, la scienza preferirà un ragionamento del tipo “la pioggia non è altro che una costruzione sociale, con apparenza teorico-empirica, intorno ad una percezione aleatoria che si presenta nel contesto di una continua conflagrazione tra l’essere e il non-essere; non è che se piove ti bagni, ma la tua percezione di “bagnarti” è parte fluttuante di una decolonizzazione universale”.
Sebbene tutto questo si possa riassumere in “è tipico della pioggia se cade o ti cade addosso”, la scienza abbraccerebbe quella strana spiegazione, tra le altre cose, perché la scienza crede che la sua capacità di spiegazione sta nel linguaggio, e non nel potere di rendere possibile la trasformazione della realtà. “Conoscere per trasformare” ci hanno detto qui qualche giorno fa. La filosofia concede volentieri alla scienza il suo certificato di legittimità: “sei scienza quando raggiungi una logica nel linguaggio, non quando puoi conoscere”.
Se andiamo oltre, per “l’alchimia zapatista”, la scienza non solo conosce la realtà e ne facilita così la trasformazione, ma anche la conoscenza scientifica “si fa strada” e definisce nuovi orizzonti. Cioè, per l’alchimia zapatista, la scienza soddisfa il suo compito arrivando continuamente al “manca quello che manca”.
Se nel pensiero filosofico e scientifico del secolo scorso le scienze “smontavano” le spiegazioni religiose offrendo una conoscenza accertabile, nella crisi a venire le pseudo scienze non affrontano la realtà con una spiegazione magica, ma “invadono” o “parassitano” le scienze, prima con l’obiettivo di “umanizzarle”, poi con lo scopo di soppiantarle.
Le filosofie diventano così, non più il tribunale che sanziona la scientificità secondo la struttura logica del linguaggio, bensì la spiegazione generica, naturista ed omeopatica, di fronte alla spiegazione di “patente” scientifica. Per farmi capire: per la filosofia postmoderna, le micro dosi sono l’arma migliore contro i grandi monopoli farmaceutici.
La popolarità delle pseudo scienze radica nel fatto che non è necessaria la formazione scientifica, basta nutrirsi degli inganni del linguaggio, supplire all’ignoranza con la pedanteria mal dissimulata, ed alle evidenze e luoghi comuni con l’elaborazione linguistica complessa.
Di fronte ad un’affermazione del tipo: “la legge della gravitazione universale afferma che la forza di attrazione che sperimentano due corpi dotati di massa, è direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse ed inversamente proporzionale al quadrato della distanza che le separa”, la scienza ricorrerà all’osservazione e alla sperimentazione, mentre la filosofia analizzerà il ragionamento logico nel linguaggio.
Un altro esempio: un’asseverazione delle Neuroscienze, del tipo “una lesione nell’area 17 del lobo occipitale può causare cecità corticale o punti ciechi, a seconda dell’estensione della lesione”, può essere comprovata con una risonanza magnetica funzionale, con un elettroencefalogramma o tecnologie simili.
Per questo, chiaro, è stato necessario che la scienza progredisse fino a riuscire a studiare il cervello e spiegare le sue parti, ma è stato anche necessario lo sviluppo di altre scienze che hanno permesso la tecnologia per ottenere neuro-immagini funzionali.
Quando, su raccomandazione di una compa, ho letto quell’eccellente testo dal titolo “L’uomo che confuse sua moglie con un cappello”, del neurologo Oliver Sacks, ho pensato che Sacks era rimasto con la voglia di aprire la testa a quell’uomo per vedere che cosa passava nel suo cervello. Anche se io avrei preferito aprire la testa alla moglie per capire come aveva potuto sopportare che l’avessero confusa in quel modo e non avesse “sistemato” suo marito a suon di ceffoni.
Ora il progresso scientifico tecnologico renderà possibile studiare, per esempio, quello che succede nel cervello del Gatto-cane senza bisogno di aprirgli la testa.
Tuttavia, di fronte alla spiegazione scientifica del funzionamento del cervello, la pseudo scienza offrirà la propria spiegazione utilizzando un linguaggio apparentemente scientifico e ci dirà che i problemi che abbiamo si devono al fatto che non abbiamo sviluppato la capacità del funzionamento cerebrale. Così pullulano le teorie secondo le quali l’intelligenza si misura sulla percentuale di utilizzo del cervello. Una persona più intelligente è quella che usa una percentuale maggiore del cervello. Per esempio, Donald Trump ed Enrique Peña Nieto avrebbero in comune che usano lo 0,00001% del cervello, mentre Einstein diciamo che ne avrebbe usato il 30%. Il successo del film “Lucy” non è solo del botteghino e perché è di Luc Besson e c’è la mia ex, Scarlett Johansson, ma è perché mostra dei ciarlatani che offrono dei corsi affinché diventiate più intelligenti con “tecniche scientifiche” per approfittare al massimo della capacità cerebrale.
Così si è dimostrato fugace il successo della commercializzazione di prodotti contenenti feromoni per attirare il sesso opposto (“se lei, mio caro, non acchiappa neanche l’autobus, non è perché non si stacca dallo schermo della tv o del computer, ma perché non usa quel sapone profumato che, al primo utilizzo, vedrà come le saltano addosso come se fosse lo youtuber, tuitstar, o il meme di moda. Guardi, solo e soltanto per questa volta abbiamo questa offerta di 333 al prezzo di 2 ma solo se nei prossimi 15 minuti segna il numero che appare sullo schermo. Ricordi di avere a portata di mano il numero della sua carta di credito. Non ha la carta di credito? Mannaggia, per questo lei non becca neppure il raffreddore; no, amico, amica, non le serviranno neppure i feromoni. Meglio cambiare canale o mettersi a guardare video comici, di profezie di Nostradamus o cose simili che le diano materiale di conversazione nelle chat room di sua preferenza).
Ma in loro soccorso arriva la baggianata della “capacità cerebrale”, che sostituisce le lozioni ai feromoni con prodotti che sviluppano le capacità cognitive e tu, amica, amico, potresti essere una persona di successo ed imparare a pilotare e riparare navi interstellari su youtube.
Forse questo progetto, che non è né moderno né postmoderno, non sarebbe così appoggiato perfino da qualche scienziato@, se sapessero che uno dei suoi promotori è stato Dale Carniege, con il suo best seller di promozione personale – che data 1936 – dal titolo “Come conquistarsi gli amici ed avere influenza sulle persone”, il libro preferito di John M. Ackerman.
In sintesi, mentre gli scienziati tentano di confermare o scartare le loro ipotesi su come funziona il cervello, gli pseudo scienziati ti vendono corsi di ginnastica cerebrale e cose per lo stile.
E, in generale, mentre le scienze richiedono rigore, studio, teoria e pratica esaustive, le pseudo scienze offrono il sapere a portata di un click di quell’oscuro oggetto del desiderio del Gatto-cane: il mouse del computer.
Ovvero, la scienza non è facile, costa, esige, richiede, obbliga. È ovvio che non sia popolare neppure tra la comunità scientifica.
E poi la scienza non fa niente per sé stessa e finisce per spezzarti il cuore senza nessuna pietà. A me per esempio, è successo. Dovete essere forti e maturi per quello che vi dirò. Sedetevi, rilassatevi, mettetevi in armonia con l’universo e preparatevi a conoscere una cruda e crudele verità. Siete pronti? Bene, sembra che la moka o moca [dolce al caffè – n.d.t.] non esiste, non c’è una cosa come un albero di moka o un minerale di moka. La moca non è una creazione degli dei primordiali per alleviare la vita e la morte del SupMarcos. Non è il frutto proibito con cui il serpente, mascherato da venditrice di cosmetici ringiovanenti, ha ingannato quella maledetta Eva che, a sua volta, ha irretito il nobile Adamo ed ha fatto crollare tutto. Non è neppure il sacro graal, la pietra filosofale che muove la ricerca della conoscenza. No, risulta che… la moka è un ibrido o un miscuglio o qualcosa di così. Non mi ricordo di cosa con che cosa, perché, quando me l’hanno detto, mi sono depresso più di quando uno degli scienziati ha detto che il più brillante alchimista non era presente, e allora, lo confesso, mi sono dato al vizio e alla perdizione. Mi sono allontanato dalle distrazioni mondane ed allora ho capito il successo delle filosofie e delle pseudo scienze attualmente in voga. Per quale motivo vivere se la moka non è altro che una costruzione dell’immaginario sociale? Allora ho compreso meglio quel filosofo spontaneo che avrebbe avuto un grande successo sui social network e che rispondeva al nome di José Alfredo Jiménez. “Strade di Guanajuato” sarebbe stata la Kritik der reinen Vernunft che Kant non ha potuto elaborare.
Ma, nonostante ferite e cicatrici, i vostri interventi cominciano a produrre effetti:
Un ufficiale insurgente ha ascoltato l’intervento del Dr. Claudio Martínez Debat riguardo all’eredità genetica, ed ha concluso che è vero. “L’ho subito applicato ai popoli e sì, se un compa si comporta in un certo modo, è perché suo papà o anche sua mamma si comportano così. Per esempio, se il SubMoy ha un brutto carattere, è perché suo papà aveva un brutto carattere”.
“Ah”, gli ho detto, “allora il SubMoy si arrabbia con noi, non perché non svolgiamo i nostri compiti, ma perché suo papà aveva un brutto carattere?”.
La ricerca scientifica si è però subito interrotta perché in quel momento è arrivato il SubMoy a controllare se avevamo preparato le cose per andare ad Oventik. Ovvero, ci ha beccato in flagrante.
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Questo è un incontro tra le e gli zapatisti e le scienze. Abbiamo aggiunto “con” a “scienze” non solo per il gioco di parole, ma anche perché l’aver accettato di incontrarci, va oltre il vostro ambito e potrebbe implicare anche una riflessione sul mondo, oltre alla spiegazione di quello di cui vi occupate nelle vostre rispettive specializzazioni.
Già nei nostri precedenti interventi, il Subcomandante Insurgente Moisés e chi dice e scrive questo, ci stiamo sforzando di fornirvi dei dati affinché vi facciate un’immagine (un profilo si direbbe ora), del tipo di zapatista che è interessato ad imparare da voi.
Proseguiamo nell’impegno perché, come abbiamo segnalato anche in un altro intervento, la nostra aspirazione è che questo incontro si ripeta, e si moltiplichi quantitativamente e qualitativamente.
Con i vostri interventi, voi ci date non solo alcuni segni della vostra conoscenza, ma anche del perché avete accettato il nostro invito e siete qui presenti, di persona o attraverso testi, audio e video.
Perché abbiamo bisogno della scienza, siamo qui insieme al SubMoy, a spiegare i nostri incantesimi, per convincervi che qui, con noi, potete e dovete fare scienza.
Per questo non vi parliamo di scienza, bensì di quello che siamo stati e siamo, di quello che vogliamo essere.
Facciamo quello che possiamo. Non possiamo offrirvi borse di studio, risorse, riconoscimenti che ingrossino il vostro curriculum vitae. Non possiamo nemmeno farvi avere, non diciamo un posto di lavoro, ma almeno qualche ora di lezione in cattedra.
Certo, potremmo tentare il ricatto di fare una faccia da “sono un povero zapatista che vive in montagna”.
O insinuare con voce suadente: “Tons qué mi plebeyoa, vámonos a Querétaro las manzanas, poninas dijo popochas, y pin pon papas, ya ve que dicen los científicos que ya no produzcan la producción porque el mundo está como vagón del metro a las 0730, y que ya no hagan productos, que mejor adopten; tons usted y yo vamos como quien dice a darles su surtido rico, de lengua y de maciza, para que tengan opciones, si sale varoncito le damos hasta que salga la niña, o al revés volteado, así hasta por pares, el asunto es que no importa ganar sino competir”.
O con un DM che inviti: “forza, decostruiamo gli abiti e contestualizziamo le nostre parti intime”.
O mandarvi un whatsapp che suggerisca: “tu, io, un acceleratore di particelle, non so, pensaci”.
Potremmo, anche se è sicuro che non avremmo successo.
Quello che pensiamo è di fare quello che stiamo dicendo: mostrarci come siamo e come siamo arrivati ad essere quello che siamo.
Perché non vi sentiate in imbarazzo nel sapere che siete non solo ascoltati, ma anche valutati (in chiusura di questo incontro, il giorno 4, ci sarà la valutazione dell’incontro da parte dei 200 incappucciati ed incappucciate, nostri compagni e compagne, basi di appoggio zapatiste), cerchiamo di fornirvi degli elementi affinché voi ci valutiate e possiate rispondervi alla complessa domanda se ritornerete, o archivierete questi giorni nella cartelletta “da non ripetere mai più”.
Questa valutazione sarà il nostro primo dissapore, e dovremo decidere se lo supereremo da persone mature ricorrendo ad una terapia di coppia, o se ci fermeremo lì.
In ogni caso, c’è da sperare che nel viaggio di ritorno ai vostri luoghi, vi diciate: “porca miseria, ed io che mi lamentavo del Conacyt e del suo Sistema Nazionale di Ricercatori”.
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Prima vi dicevo che una strada per conoscerci era domandare perché domandavamo quello che domandavamo, cosicché altre domande potrebbero essere “che cosa intendente o sperate dalla scienza e dagli scienziati?”.
Per noi, la scienza significa la conoscenza che non dipende da altri fattori. Attenzione, la scienza, non l’investigazione scientifica. Cioè, per esempio, la scienza esatta per antonomasia, la matematica o le matematiche. C’è una matematica capitalista ed una del basso e a sinistra? Faccio questo esempio estremo perché, a partire da scienze in fase di costituzione, o “giovani” come si dice, con i comprensibili errori e “inciampi” esplicativi, si generalizza e si dice “la scienza è colpevole di questo e quest’altro”. “La scienza è razzista, discrimina, non prende in considerazione il dramma personale e passionale dello scienziato”, e da qui, nell’apocalisse del gatto-cane, si trasforma nella “madre di tutte le disgrazie”.
Noi, zapatiste e zapatisti, non facciamo scienza, ma vogliamo impararla, studiarla, conoscerla, applicarla.
Conosciamo il corteggiamento delle pseudo scienze ed il loro percorso di ottimizzazione della povertà: il voler raggirarci dicendoci che le non-conoscenze che abbiamo sono, in realtà, “sapere“, dicono.
Tralasciando che invariabilmente questa posizione viene da chi non ha mai fatto scienza, cioè, non oltre gli esperimenti di laboratorio alle superiori.
Così ci dicono, e come esempio segnalano che noi sappiamo quando bisogna seminare. Certo che sappiamo quando bisogna seminare, identifichiamo certi “segnali” della natura e, per usi e costumi, sappiamo che bisogna piantare il seme.
Ma non sappiamo perché con quei segnali indicano l’inizio della semina, né quale sia la relazione tra quei segnali.
L’interesse della gioventù zapatista per la scienza (come nell’esempio dell’estafiate [artemisia – n.d.t.] di cui ci ha parlato il Subcomandante Insurgente Moisés alcuni giorni fa) trova eco e sostegno ormai tra adulti ed anziani, perché il cambiamento del clima ha reso i segnali confusi.
Succede che ora, col cambiamento climatico, i tempi di “secca” o di pioggia si sono alterati. Ora piove quando non deve, e non piove quando deve. Il freddo si fa più breve per durata e intensità. Animali che si suppone appartengano a determinate zone, cominciano ad apparire in altre che non hanno né vegetazione né clima simili.
Quando la pioggia tarda e la semina è in pericolo, nei villaggi usano lanciare dei petardi in cielo “affinché la nuvola si svegli”, o per far sapere a dio che è orami tempo di pioggia, cioè ricordare a dio il suo lavoro nel caso si sia distratto. Ma sembra che o dio è molto occupato, o non ascolta, o che non ha niente a che vedere con il prolungarsi della siccità.
Vedete dunque che non basta la conoscenza ancestrale, se si può definire conoscenza.
Così, quello che qualcuno chiama “il sapere ancestrale” degli indigeni, si scontra con un mondo che non capiscono che non conoscono e, invece di consolarsi negli eremi o nelle chiese, o ricorrere alla preghiera, le zapatiste, gli zapatisti, si rendono conto di avere bisogno della conoscenza scientifica, non per curiosità, ma per il bisogno di fare qualcosa di reale per trasformare la realtà o combatterla in condizioni migliori.
Per questo le generazioni che hanno preparato e realizzato la sollevazione, quelle che hanno sostenuto la resistenza con la ribellione, e quelle che sono cresciute nell’autonomia e mantengono la ribellione e la resistenza, cominciano a prendere coscienza di una necessità: la conoscenza scientifica.
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Non sappiamo quanto la scienza sia sensibile all’opinione pubblica, alle reti sociali, all’imposizione di indirizzi o spiegazioni, non per pressione economica, il Potere, il sistema, ma per auto censura.
Non sappiamo se esisterà qualcosa che si possa chiamare “un’altra scienza”, e se questo corrisponderà al tribunale mediatico o sociale che giudica, condanna ed esegue la sentenza contro le scienze.
A chi corrisponde la costruzione dell’altra scienza, se c’è qualcosa che si chiami così?
Noi, zapatiste, zapatisti, pensiamo che corrisponda alla comunità scientifica. Ad essa, indipendentemente dalle vostre fobie e filiazioni, dalla vostra militanza politica o no. E pensiamo che dovete resistere e combattere i parassiti che vi minacciano, o che già sono in voi e vi debilitano.
Per questo, anche se non riusciremo a trovare la maniera di convincervi che anche il nostro è uno sforzo per la vita e che abbiamo bisogno di voi in questa determinazione, voi dovete andare avanti senza sosta, senza darvi tregua, senza fare concessioni, né a noi né a nessuno.
Dovete proseguire perché il vostro impegno è con la scienza, cioè, con la vita.
Molte grazie.
Dal CIDECI-Unitiera, San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico.
SupGaleano.
Messico, gennaio 2017

Dea Quaderno di Appunti del Gatto-Cane.
Il 3di3 del Gatto-Cane
Non so se ancora si fa, ma circa 10-12 anni fa, si cantava-ballava lo ska. Ricordo vagamente che si organizzavano concerti per la banda ed in solidarietà con le varie lotte di popolo. Non so neanche se ancora si faccia tutto questo, ma in quei concertini, il ricavato, invece che soldi, la paga, i quattrini, la grana, era un chilo di riso, fagioli o zucchero che venivano poi mandati a quei movimenti. Alcuni di quei concerti erano in appoggio alla resistenza delle comunità zapatiste ed in quell’occasione, credo nel 2004, mi mandarono alcune videocassette dove si vedeva solo una nuvola di polvere in cui, vagamente, la banda saltava come se avesse le formiche nel culo al ritmo di “La Carencia”, che è quello che “Difesa Zapatista” ha trovato cercando in internet il significato della suddetta parola. Dissi al compa che non si vedeva un accidenti, e mi rispose che forse era colpa del mio computer, perché nel suo si vedeva, cito testualmente, “fico, amico, fico”.
Quindi risultò che il suo computer era di quelli ultramoderni, con cambio manuale, eliporto, bowling e minibar, mentre il mio aveva ancora il sistema operativo DOS, e che la cosa più moderna che leggeva erano i dischetti da 5¼ (che era come tentare di leggere la “Pietra del Sole” che si trova, o si trovava, nel Museo Nazionale di Antropologia, con l’aiuto disinteressato di IBM).
Durante una visita in queste montagne, il compa diede una controllata al mio computer portatile e sentenziò, cito testualmente: “no pos está cabreras, y pior que ni es el video original, ése quién sabe de quién es, éste el efectivo, el merengues mendez”, ed inserì un altro video preso al chiosco. E si è così potuto ascoltare il gruppo che aveva vari tipi di pupazzi di peluche. Se ancora questa musica si suona, si canta e si balla, devono essere morti di invidia quando hanno visto i pupazzi di Sherlock Holmes ed Einstein durante il primo incontro.
Bene, sembra che in quel periodo il defunto SupMarcos, con i musicanti che si chiamano “Pantheon Rococò”, registrò un cidi che si chiamava “3 volte 3”, anche se ignoro la causa, il motivo o la ragione di un simile titolo. Questo capita a proposito, perché è qui, forse, dove si può trovare il precedente di quello che chiamano il “3di3”. Ora che è ormai di dominio pubblico che il Congresso Nazionale Indigeno formerà un Consiglio Indigeno di Governo e presenterà la portavoce di detto Consiglio come candidata alla presidenza della repubblica messicana nel 2018, il Gatto-Cane si è sentito in obbligo di presentare la sua dichiarazione “3di3”, e nel caso ti addormentassi, per stare sul sicuro, è meglio che ti siedi altrimenti cadi. Vai:
1 di 3: L’intelligenza Artificiale contro l’Intelligenza Zapatista.
“Il sistema politico è stato hackerato”, recita il messaggio che lampeggia su tutti gli schermi del sistema di Intelligenza Artificiale della Società del Potere.
La Chat Room si apre. Quasi simultaneamente compaiono diversi “nickname”, alquanto ridicoli.
Inizia un chiacchiericcio confuso che cessa immediatamente quando appare il nickname “Bossy”.
Non è una riunione come un’altra. E non mi riferisco al fatto che nessuno sia presente di persona. Neppure appaiono gli avatar di rigore. Solo voci.
Ma ogni voce conosce il suo posto nella gerarchia. Meno parla, maggiore è il suo rango.
In quel mentre, una voce dice:
“Non credo che ci sia realmente da preoccuparsi. È chiaro che questo non farà altro che saturare ancora di più il centro. Un’opzione in più per chi crede di scegliere e decidere. Non lo vedo come un grande problema, bisogna lasciarli proseguire. E, poi, questa geografia è già definita da tempo. Suggerisco di passare ad un altro argomento…
Un’altra voce si inserisce e dal tono titubante si indovina il suo livello:
“Scusate. Credo che non dobbiamo sottovalutare quello che vogliono. Rendiamoci conto che non era nemmeno contemplato tra le migliaia di scenari previsti dai nostri sistemi. In realtà, non ce ne siamo accorti fino a che gli schermi non ci hanno avvisato.
Quando abbiamo lampeggiare “Warning. Il sistema politico è stato hackerato”, abbiamo pensato che fosse un’altra incursione degli hacker e che non ci sarebbe stato di che preoccuparsi. I firewall si sarebbero incaricati non solo di vanificare l’attacco, ma anche di contrattaccare con un virus che avrebbe riportato l’intruso alla comunicazione con i segnali di fumo. Invece no, il sistema non ha neppure avvertito della presenza di un virus o di un rischio di infiltrazione. Semplicemente ha segnalato che c’era qualcosa di cui non aveva neanche una definizione per classificarlo”.
Altra voce, stesso volume, uguale tono:
“Concordo. La proposta è troppo rischiosa, come se si accontentassero di disputare il centro. Stavo facendo i conti, e credo che mirino a chi neppure appare nelle nostre statistiche. Quella gente ci vuole distruggere”.
Varie voci si sollevano in mormorii. Gli schermi lampeggiano con testi in caratteri illeggibili per i non addetti.
Una voce esclama con autorità:
“Che cosa suggerite?”.
“Il vuoto”, ha detto un’altra voce, “che i media guardino da un’altra parte. E che la sinistra perbene li attacchi. Il razzismo non gli manca, e basterà qualche insinuazione ed andranno avanti per inerzia. L’abbiamo già fatto prima, quindi non ci saranno problemi”.
“Procedete” ha detto la voce con l’autorità e diversi schermi è lampeggiata la parola “Offline”.
Sono rimaste a chattare solo le voci più piccole:
“Bene”, ha detto una, “credo che dovremo combattere un’altra volta con sorprese non previste, come quella del 1994”.
“E tu che cosa faresti?”.
“Mmm… Ricordi la barzelletta di qualche anno fa che se volevi prepararti per il futuro dovevi imparare il cinese? Bene, io raccomanderei di cominciare a studiare lingue originarie. E tu?”.
“Potremmo tentare di trovare un ponte, qualche tipo di comunicazione”.
“Per quale motivo?”.
“Per negoziare condizioni dignitose in prigione. Perché non credo che quella gente possa concedere alcuna amnistia, né anticipata né a posteriori”.
“E tu che cosa suggerisci?”.
Una voce, fino a quel momento rimasta in silenzio, dice:
“Direi di imparare, ma credo che sia ormai troppo tardi per questo”.
“Ma ho un’ipotesi”, continua, “quello che è successo è che l’Intelligenza Artificiale che anima il nostro server centrale funziona con i dati coi quali lo alimentiamo. In base a questi, la IA prevede tutti gli scenari possibili, le loro conseguenze e le misure da prendere. È successo invece che quello che hanno fatto non stava in nessuno dei nostri scenari, la IA, come si dice, è andata in tilt e non ha saputo che cosa fare, ed ha attivato simultaneamente l’allarme anti hacker e antivirus e proposto la reazione allo scenario più a portata di mano, cioè, il SupMarcos come aspirante alla presidenza”.
Un’altra voce lo interrompe: “Ma, il Marcos non è morto?”.
“Sì”, risponde un altro, “ma fa lo stesso”.
“Cioè, ce l’hanno fatta ancora una volta, dannati zapatisti”.
“E non c’è rimedio?”.
“Non so voi, ma io ho già prenotato il volo per Miami”.
“Io guardo con timore quella massa di indios, non avrei mai pensato che avrebbero potuto arrivare a comandare”.
Quasi contemporaneamente, sui vari schermi lampeggia la stessa frase: “Standbmode”.
Le luci rosse restano accese. Le sirene di allarme suonano senza sosta, allarmate, isteriche.
Lontano da lì, alcune donne del colore che siamo della terra, spengono i loro computer, sconnettono il cavo del server, e sorridono parlottando in una lingua incomprensibile.
Sopraggiunge una bambina che chiede in spagnolo: “Mammine, ho finito il compito, possiamo andare a giocare? È che non abbiamo ancora completato la squadra, ma non preoccupatevi mammine, saremo in tanti, presto saremo sempre di più”.
Le donne escono correndo con la bambina. Corrono e ridono come se alla fine ci fosse un domani.
In fede.
Bau-Miao.
Nota: Alla domanda del perché la sua dichiarazione “3di3” avesse solo una parte e non le 3 come indica il suo nome, il Gatto-cane ha risposto grugnendo e facendo le fusa: “manca quello che manca”.

Testo originale http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/01/13/alquimia-zapatista/
Traduzione “Maribel” – Bergamo