martedì 23 maggio 2017

America Latina - L'era dell'ingovernabilità

I governi politici sono travolti da una violenta tormenta. Ovunque, dalle Nazioni Unite ai paesi che sembravano più stabili. Non esistono forze capaci di mettere ordine, né a scala regionale né globale. Il fenomeno è particolarmente visibile in America Latina, dall'Argentina al Venezuela al Brasile. Incapaci di comprenderne le ragioni, gli analisti e i media ricorrono spesso e volentieri a semplificazioni ma Donald Trump non è affatto “pazzo”, come non lo è mai stato Hitler, e il fallimento dei governi progressisti latinoamericani non si deve solo ai complotti dell’imperialismo o delle opposizioni di destra. La crescente impossibilità di governare è manifesta e le motivazioni di fondo che la determinano sono piuttosto complesse. Raúl Zibechi prova ad elencarne qui almeno tre e spiega che non sarà naturalmente possibile proteggere i possedimenti de los de arriba, quelli che stanno in alto, solo alzando muraglie. Per los de abajo, quelli che stanno in basso, il problema da affrontare non è però quello di sostituire il tenutario dei possedimenti
Primavera 2017. Una grande protesta dei lavoratori della scuola argentini contro la politica del governo di Macri.
di Raúl Zibechi
La disarticolazione geopolitica globale si traduce, nel continente latinoamericano, in una crescente ingovernabilità che colpisce i governi di tutte le correnti politiche. Non esistono forze capaci di mettere ordine in nessun paese, né a scala regionale né globale. Si tratta di qualcosa che colpisce tutti, dalle Nazioni Unite fino ai governi dei paesi più stabili.
Uno dei problemi che si possono osservare, soprattutto sui media, è che quando si rivela il fallimento delle analisi, ci si appella a semplificazioni del tipo: “Trump è pazzo”, o congetture simili, oppure lo si taccia di “fascista” (cosa che non è una semplice congettura). Solo aggettivi che servono a eludere analisi di fondo. Sappiamo bene che la “pazzia” di Hitler non è mai esistita, rappresentava gli interessi delle grandi corporazioni tedesche, ultra razionali nel loro affannoso intento di dominare i mercati globali.
Dalla parte del pensiero critico, succede qualcosa di simile. Tutti i problemi che affrontano i governi progressisti sono colpa dell’imperialismo, delle destre, dell’OSA e dei media. Non c’è volontà di assumersi i problemi creati da sé stessi, né il minimo accenno alla corruzione che ha raggiunto livelli scandalosi.
Ma il dato centrale del periodo è l’ingovernabilitàQuello che sta accadendo in Argentina (la resistenza ostinata dei settori popolari alle politiche di rapina e spoliazione del governo di Mauricio Macri) è una dimostrazione che le destre non riescono a conseguire la pace sociale, né la otterranno almeno nel breve/medio termine.
I lavoratori argentini hanno una lunga e ricca esperienza di più di un secolo di resistenza ai potenti, perciò sanno come logorarli, fino a rovesciarli attraverso i più doversi modi: dalle insurrezioni, come quella del 17 ottobre del 1945 e quella del 19 e 20 dicembre del 2001, fino alle sollevazioni armate come il Cordobazo e diverse decine di sommosse popolari.
In Brasile, la destra pilotata da Michel Temer ha enormi difficoltà nell’imporre le riforme del sistema pensionistico e del lavoro, non solamente per la resistenza sindacale e popolare ma anche per la spaccatura interna di cui soffre il sistema politico. La delegittimazione delle istituzioni è forse la più elevata che si ricordi nella storia.

L’economista Carlos Lessa, presidente della Banca Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale con il primo governo Lula, segnala che il Brasile non può più guardarsi allo specchio e riconoscersi per quello che è, ha perso l’orizzonte nel marasma della globalizzazione. L’affermazione di questo prestigioso pensatore brasiliano si può applicare agli altri paesi della regione che non possono che naufragare quando le tormente sistemiche li minacciano. Nei fatti, il Brasile attraversa una fase di decomposizione della classe politica tradizionale, cosa che pochi sembrano comprendere. Lava Jato è uno tsunami che non lascerà nulla al suo posto.
Il quadro che offre il Venezuela è identico, anche se gli attori provano discorsi opposti. Per inciso, va detto che dar retta ai discorsi in piena decomposizione sistemica ha scarsa utilità, poiché cercano solamente di eludere le responsabilità.
Dire che l’ingovernabilità venezuelana è dovuta solo alla destabilizzazione della destra e dell’impero, vuol dire dimenticare che alla prolungata erosione del processo bolivariano partecipano anche i settori popolari, mediante pratiche su micro-scala che destrutturano la produzione e la vita quotidiana. O invece qualcuno può ignorare che il bachaqueo (contrabbando formica) è una pratica diffusa tra i settori popolari, compresi quelli che si dicono chavisti?
Il sociologo Emiliano Terán Mantovani lo dice senza mezzi termini: caos, corruzione, lacerazione del tessuto sociale e frammentazione del popolo, potenziati dalla crisi terminale della rendita petrolifera. Quando predomina la cultura politica dell’individualismo più feroce, è impossibile condurre alcun processo di cambiamento verso un qualche destino mediamente positivo.
Insomma, il panorama che presenta la regione (sudamericana, ndt) – menziono solo tre paesi, ma l’analisi può, con sfumature, essere estesa al resto – è di crescente ingovernabilità, al di là del segno (politico, ndt) dei governi, con forti tendenze verso il caos, l’espansione della corruzione e difficoltà estreme per trovare vie d’uscita.
La marcia delle donne a Montevideo. Foto tratta da http://ntn24-img.s3.amazonaws.com
Ci sono tre ragioni di fondo alla base di questa situazione critica.
La prima è la crescente potenza, organizzazione e mobilitazione de los de abajo, dei popoli indigeni e neri, dei settori popolari urbani e dei contadini, dei giovani e delle donne. Nemmeno il genocidio messicano contro los de abajo è riuscito a paralizzare il campo popolare, anche se è innegabile che affronta serie difficoltà nel continuare a organizzarsi e creare mondi nuovi.
La seconda è l’accelerazione della crisi sistemica globale e la disarticolazione geopolitica, che ha fatto un balzo in avanti con la Brexit, l’elezione di Donald Trump, la persistenza dell’alleanza Russia-Cina per frenare gli Stati Uniti e l’evaporazione dell’Unione Europea che vaga senza meta. I conflitti si espandono senza sosta fino a sfiorare la guerra nucleare, senza che nessuno possa imporre un certo ordine (nemmeno ingiusto, come l’ordine del dopoguerra dal 1945).
La terza consiste nell’incapacità delle élite regionali di trovare qualche via d’uscita di lungo respiro, come è stato per il processo di sostituzione delle importazioni, la costruzione di un minimo di stato sociale capace di integrare alcuni settori dei lavoratori e una certa sovranità nazionale. Su questo tripode si è stabilita l’alleanza tra imprenditori, lavoratori e Stato che ha potuto proiettare, per alcuni decenni, un progetto nazionale credibile anche se poco consistente.
La combinazione di questi tre aspetti rappresenta la “tormenta perfetta” nel sistema-mondo e in ogni angolo del nostro continente. Los de arriba, come ha detto giorni fa il subcomandante insurgente Moisés, vogliono trasformare il mondo in “una finca [1] protetta da muraglie”. Probabilmente, perché siamo tornati ingovernabili. Dobbiamo organizzarci, in queste difficili condizioni. Non certo per cambiare finquero.
Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo La era de la ingobernabilidad en AL
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo
[1] finca: tenuta; finquero: il padrone della tenuta