sabato 22 marzo 2014

Brasile - “Trasformare trasformandosi” - intervista a Gilmar Mauro leader dei Sem Terra

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"Cambiate tutto, rovesciate il tavolo, costruite nuove forme, sperimentateCosì è nato il movimento”.


di Raúl Zibechi
“La nostra maggior vittoria è stata aver costruito un’organizzazione di contadini che ha riscattato la storia della lotta per la terra, è durata tanto tempo, ha mantenuto l’unità interna ed è diventata un punto di riferimento, anche internazionale”, così riflette, a mo’ di bilancio, Gilmar Mauro, dirigente storico di uno dei maggiori movimenti sociali del mondo (Carta Capital, 10 febbraio del 2014).

Tra il 10 e il 14 febbraio il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra  (Mst) ha tenuto il suo sesto congresso a Brasilia, forse il più importante dei suoi trenta anni, perché questa volta il doveva definire nuove rotte. Tra i 12 e i 15 mila delegati hanno partecipato all'incontro, che si è distinto, com'è abituale nel movimento, per la solida organizzazione, basata sulla disciplina e il lavoro collettivo, ma anche per il carattere festoso, la mistica che si è manifestata lungo tutto l’evento con canzoni, rappresentazioni e performance che hanno dato quel tocco di emozione che si è convertito in segno di identità dell’organizzazione contadina. Un enorme accampamento autogestito, con tutti i servizi a carico del movimento, ha accolto i delegati.
Prima di concludere il sesto congresso, i delegati hanno marciato fino al Palazzo di Planalto, dove ci sono stati scontri con la polizia. Una nutrita delegazione del Mst è stata ricevuta da Dilma Rousseff giovedì 13 febbraio. Di fronte all'ampia lista di richieste insoddisfatte presentata dai Sem terra, che accusano il governo di aver concesso insediamenti al minor numero di contadini dal tempo della fine della dittatura, la presidente ha risposto con un laconico: “Dateci tutte le informazioni che potete su ciò che si sta facendo male, faremo dei cambiamenti”.

sabato 1 marzo 2014

Messico - Daniele dalla Escuelita: .. e noi quando saremo liberi?

Sono molti anni che sento parlare di zapatismo e conoscere da vicino il movimento è un’opportunità che non voglio perdere. Eppure durante il tragitto notturno da Città del Messico a San Cristobal qualche dubbio mi viene. 

È il mio primo viaggio in Messico, sono in vacanza, non sono mai stato un attivista, non ho particolarmente voglia di sentire sermoni politici; questi pochi giorni di Chiapas potrei spenderli visitando siti archeologici Maya e farmi qualche giorno di mare. Alla fine decido di non cambiare i miei programmi, mi sono iscritto al secondo turno della Escuelita da più di un mese e dare buca agli zapatisti non mi sembra carino.

Giunto a San Cristobal raggiungo il luogo del ritrovo. Troviamo un grande viavai. Gli altri partecipanti all’escuelita sono ragazzi più o meno giovani, qualche adulto; messicani soprattutto, ma anche argentini, statunitensi, qualche spagnolo, pochissimi italiani, una coppia musulmana, un cinese. E ovviamente ci sono gli zapatisti che verificano le iscrizioni ed organizzano i minibus verso i vari caracoles

Questo primo impatto con il mondo degli zapatisti è emozionante, penso di essere nel posto giusto. Il passamontagna che tutti indossano nasconde un mondo tutto da scoprire, gli sguardi lasciano immaginare volti umili e decisi, il pensiero esatto che mi passa per la testa è ‘qui fanno davvero sul serio’.

Messico - Note sulla cattura di El Chapo Guzmán

di Fabrizio Lorusso

Il capo dei capi dei narcos messicani, Joaquín Guzmán Loera, alias El Chapo, è stato arrestato da un gruppo scelto di militari della marina all'alba di sabato 22 febbraio mentre dormiva in un hotel di Mazatlán, località marittima della costa pacifica. L’operazione, realizzata in collaborazione con l’agenzia americana DEA (Drug  Enforcement Administration), è stata pulita, nessun colpo è stato sparato per catturare il re della droga messicano che è a capo dell’organizzazione più potente delle Americhe e probabilmente del mondo, il cartello di Sinaloa o del Pacifico. Ora il boss è rinchiuso nel penitenziario di massima sicurezza di Almoloya de Juárez, a un’ottantina di chilometri da Mexico City. Il potere e la fama del Chapo hanno superato persino quelle del mitico capo colombiano degli anni ottanta, Pablo Escobar, capo del cartello di Medellin ucciso nel 1993, per cui senza dubbio la sua cattura rappresenta un grosso colpo mediatico dall’alto valore simbolico. Ma le questioni aperte sono tante.

Il lavoro d’intelligence per scovare il boss, ricercato numero uno della DEA, è cominciato nell'ottobre 2013, quando le autorità americane e la marina messicana sono venute a sapere che il Chapo s’era stabilito a Culiacán, capitale dello stato nordoccidentale del Sinaloa, ma solo nel febbraio 2014 i rastrellamenti, i sorvolamenti e i controlli si sono intensificati in diverse zone dello stato. Di fatto la stampa speculava sulla possibilità che venisse preso il numero due dell’organizzazione, “El Mayo” Zambada, e non Guzmán. 
I capi d’accusa contro di lui sono vari: delitti contro la salute e narcotraffico, delinquenza organizzata, evasione (di prigione).

El Chapo era latitante dal 2001, quando scappò, o meglio fu lasciato uscire impunemente, dal penitenziario di massima sicurezza di Puente Grande, nello stato del Jalisco, in cui faceva la bella vita e controllava tutto e tutti con laute mazzette in dollari americani. Classe 1957 (ma alcune fonti indicano il 1954 come anno di nascita) e originario di Badiraguato, la “Corleone messicana” dello stato di Sinaloa, Joaquín Guzmán comincia a coltivare e trafficare marijuana sin da giovane, quindi negli anni settanta e ottanta si unisce al gruppo fondato dai boss Ernesto Fonseca Carillo “don Neto”, Rafael Caro Quintero e Miguel Ángel Félix Gallardo, el jefe de jefes, cioè il capo del cartello di Guadalajara o Federación. Nel 1989 Gallardo viene arrestato e il suo impero spartito tra alcuni fedelissimi come i fratelli Arellano Félix, che prendono Tijuana, il “Señor de los cielos” Amado Carrillo, che si tiene Ciudad Juárez, e il Chapo che resta nel Sinaloa.

domenica 23 febbraio 2014

Turchia - Censorship vs Freedom. La Censura non impedisce il diritto a manifestare


Un continuo botta e risposta tra i manifestanti e gli innumerevoli e incalzanti provvedimenti del governo in carica.
Al grido " Everywhere Taksim, Everywhere Resistance", slogan utilizzato durante le proteste di Gezi Park lo scorso Giugno, è iniziato il concentramento invocato tramite un tam-tam sui social network negli scorsi giorni. 
In centinaia si sono dunque riuniti in Isticklal Caddesi per ribadire il loro no all' emanazione di un provvedimento simbolo esemplificativo di una politica volta ad affermare un progetto autoritario.
Reazione decisamente sproporzionata quella della polizia, la cui violenza non accenna a diminuire.
Utilizzo di gas CS, cannoni ad acqua, proiettili di gomma...sono stati impartiti non solo ai manifestanti ma anche ai ristoranti e negozi che ospitavano i dimostranti in corsa per sfuggire alle violenze della gendarmeria. Una "bombola di gas" è persino stata tirata in un autobus di linea che passava in quel momento.
Violenti scontri, feriti e arresti nella giornata di ieri pomeriggio.
La dimostrazione di forza risulta essere l' unico approccio che il partito di Erdogan sembra conoscere. 
E nel frattempo, piazza Taksim, simbolo della libertà e della democrazia, resta circondata da forze dell' ordine che ne impediscono l' accesso. 
Immagini ormai divenute quotidiane che delineano un panorama decisamente problematico: la precarietà di un equilibrio oramai sfibrante che sta facendo emergere tutti i nodi ai quali il partito Ak non è stato in grado, o meglio non ha voluto, sciogliere e affrontare in termini di partecipazione, collaborazione e condivisione.
Una concezione diametralmente opposta invece quella dei manifestanti; il cui lessico è rivolto alla riconquista di un più semplice, quanto mai immediato, diritto alla città quale unica prospettiva perseguibile per vivere la metropoli non con l' illusione di un' utopia, ma con la realtà e la concretezza di un sogno.
Link:
http://www.hurriyetdailynews.com/police-put-down-protest-against-controversial-internet-law-in-istanbul.aspx?pageID=238&nID=62804&NewsCatID=338

sabato 8 febbraio 2014

Palestina - Ein Hijleh, attacco alla lotta popolare palestinese

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di Eleonora Gatto, Luca Magno – SCI-Italia

Ein Hijleh in poco tempo era diventato uno spazio comune di aggregazione in grado di favorire il senso dell’appartenenza e la creazione di reti tra attivisti e villaggi resistenti. Un’occasione importante se si considera che la mobilità in Cisgiordania è limitata dalla frammentazione territoriale.

Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, Ein Hijleh è stato sgomberato. 1000 soldati sono arrivati con i loro bulldozer ferendo molti residenti con ingiustificata violenza. 

La rinascita di Ein Hijleh stava diventando un “pericoloso” simbolo della resistenza popolare, dell’opposizione all'annessione della Valle del Giordano a Israele. Sono state colpite la tensione creativa nel villaggio e alla vita comune che si stava sviluppando al suo interno.

Ein Hijleh in poco tempo era diventato uno spazio comune di aggregazione in grado di favorire il senso dell’appartenenza e la creazione di reti tra attivisti e villaggi resistenti. Un’occasione importante se si considera che la mobilità in Cisgiordania è limitata dalla frammentazione territoriale. Ancor di più se si considerano le divisioni politiche che da anni ormai affliggono la Palestina. L’intero villaggio è stato rivitalizzato dal contributo congiunto di ogni attivista che, a seconda del proprio tempo e capacità, ha posto le fondamenta di una nuova società basata sull'inclusione e l’orizzontalità.

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!