domenica 7 gennaio 2018

Messico - 24° Anniversario dell’inizio della guerra contro l’oblio.

Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comandancia General dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, 1° gennaio 2018.

24° Anniversario dell’inizio della guerra contro l’oblio.


BUONA NOTTE, BUON GIORNO:

COMPAGNI, COMPAGNE BASI DI APPOGGIO ZAPATISTE.

COMPAGNI, COMPAGNE RESPONSABILI LOCALI, REGIONALI ED AUTORITÀ DELLE TRE ISTANZE DI GOVERNO AUTONOMO.

COMPAGNI E COMPAGNE PROMOTORI E PROMOTRICI DELLE DIVERSE AREE DI LAVORO.

COMPAGNE E COMPAGNI MILIZIANE E MILIZIANI.

COMPAGNI E COMPAGNE INSURGENTES E INSURGENTAS OVUNQUE SIATE.

COMPAGNI, COMPAGNE DELLA SEXTA NAZIONALE E INTERNAZIONALE.

COMPAGNI, COMPAGNE DEL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO.

COMPAGNI, COMPAGNE DEL CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO E LA SUA PORTAVOCE MARIA DE JESUS PATRICIO MARTINEZ DOVUNQUE CI ASCOLTIATE.

FRATELLI E SORELLE DI TUTTI I POPOLI ORIGINARI DEL MONDO CHE CI ASCOLTATE.

FRATELLI E SORELLE SCIENZIATI E SCIENZIATE DEI MOLTI PAESI CHE CI ACCOMPAGNATE.

FRATELLI E SORELLE DEL MESSICO, DELL’AMERICA E DEL MONDO CHE OGGI CI ACCOMPAGNATE O CI ASCOLTATE OVUNQUE SIATE.

FRATELLI E SORELLE DEI MEDIA LIBERI E ALTERNATIVI, NAZIONALI E INTERNAZIONALI.

Oggi, 1º gennaio 2018 celebriamo il 24° anniversario della nostra sollevazione armata contro il malgoverno e il sistema capitalista neoliberale causa di ogni tipo di morte e distruzione.

Come popoli originari, da più di 520 anni ci hanno sottomessi attraverso lo sfruttamento, l’emarginazione, l’umiliazione, il disprezzo, l’oblio e la depredazione delle nostre terre e ricchezze naturali in tutto il territorio messicano.

Per questo il 1° Gennaio 1994 abbiamo detto BASTA! di vivere in così tanta ingiustizia e morte, e così abbiamo fatto conoscere al popolo del Messico e al mondo le nostre domande di Democrazia, Libertà e Giustizia per tutti, terra, lavoro, abitazione degna, alimentazione, salute, educazione, indipendenza, democrazia, libertà, giustizia e pace.

Ed ora la violenza è diffusa ovunque e si uccidono donne e bambini, anziani e giovani e perfino madre natura ne è vittima.

Per questo diciamo che la nostra lotta è per la vita, per una vita degna.

Mentre il capitalismo è il sistema della morte violenta, della distruzione, dello sfruttamento, del furto, del disprezzo.

Questo è quello che manca a tutti i popoli originari ed alla stragrande maggioranza degli abitanti di questo paese, il Messico, e di tutto il mondo.

Perché, vi chiedo, Chi ha una vita degna? Chi non vive l’angoscia di poter essere assassinata, derubato, deriso, umiliato, sfruttato?

Se c’è chi è tranquillo e non se ne preoccupa, bene, queste parole non sono per te.

Ma forse vedi e senti che tutto sta andando sempre peggio.

Non solo c’è che il lavoro è malpagato e non basta per poter vivere dignitosamente.

Ora c’è anche che i gruppi criminali, soprattutto quelli che sono governi, rubano o, peggio, ci uccidono, perché solo così stanno bene.

Dunque, se pensi che succede così perché così vuole il tuo dio, o perché è per sfortuna, o perché è il destino che ti è toccato, allora queste parole non sono nemmeno per te.

Le nostre domande sono giuste e, come abbiamo detto pubblicamente 24 anni fa, non sono solo per noi popoli originari o indigeni, ma chiunque non sia criminale o stupido, o le due cose, sa che sono istanze giuste e sempre più necessarie e urgenti.

Ma la risposta dei malgoverni è stata: hai l’elemosina, quindi accontentati, perché se continui a pretendere ho qui i miei eserciti, i miei poliziotti, i miei giudici, le mie prigioni, i miei paramilitari, i miei narcotrafficanti, e tu hai solo il tuo cimitero.

Allora noi, zapatiste e zapatisti, abbiamo detto loro: non chiediamo elemosine, vogliamo rispetto per la nostra dignità.

E i malgoverni hanno risposto che non sanno che cos'è la dignità. Che questa parola è maya o è di un altro pianeta, perché non c’è nei loro dizionari, né nella loro mente, né nella loro vita.

È così tanto tempo che sono servi e lecca culi dei ricchi, che hanno ormai dimenticato cos'è la dignità.

Siccome questi malgoverni sono abituati ad arrendersi, a vendersi, a cedere, pensano che tutti siano così, che tutto il mondo sia così, che non ci sia chi parli, pensi, lotti, viva e muoia senza arrendersi, vendersi, cedere.

Per questo non capiscono lo zapatismo. Per questo non comprendono i mille nomi che la resistenza e la ribellione assumono in molti angoli del Messico e del mondo.

Il sistema è così, compagna, compagno, fratello, sorella, quello che non capisce lo fa perseguire, imprigionare, assassinare, sparire.

Perché vuole un mondo domo, come se le persone fossero bestie da soma che devono obbedire a quello che dice il padrone, il prepotente, e se non obbediscono, botte, bastonate, reclusione, fucilate.

Per il capitalismo la resistenza e la ribellione sono una malattia che lo assale, gli dà mal di testa, gli dà un calcio nei coglioni, gli sputa in faccia. Gli fa male.

E la medicina del capitalismo per questo sono i poliziotti, le prigioni, gli eserciti, i paramilitari, i cimiteri se hai fortuna, se no, chissà dove ti buttano.

Ed è così anche se non c’è resistenza e ribellione, anche se stai tranquillo e sei un buon cittadino che vota per il Trump di turno nel tuo calendario e nella tua geografia.

E magari critichi e ti lamenti di quelli che protestano e si ribellano. E dici “andate a lavorare e smettetela di lamentarvi” quando si protesta per Acteal, o per l’Asilo ABC, o per Atenco, o per Ayotzinapa, o per i Mapuche, o per qualsiasi nome abbia la disgrazia che si abbatte.

Tu credi che tutto questo succeda lontano da casa tua, dalla tua strada, dal tuo paese o quartiere, dal tuo lavoro, dalla tua scuola, dalla tua famiglia, e invece no. Tutto questo che si sa e molti orrori di cui non sappiamo, succedono proprio vicino a te.

Perché anche se credi che non ti tocchino, invece sì che ti toccano, a te o a qualcuno vicino a te.

Perché il sistema e i suoi governi hanno oramai perso il controllo, sono impazziti, sono ubriachi di denaro e di sangue e travolgono tutto e tutti e, soprattutto, tutte e todoas.

Dunque, sorella, fratello, compagno, compagna, se tu pensi che la situazione è molto difficile e che non è più sopportabile, allora bisogna sapere che cosa farai.

Se pensi che qualcuno, un leader, un partito, un’avanguardia risolva tutti i problemi e che devi solo mettere una crocetta su una scheda, così facilmente, ok, pensa pure che sia così.

Allora, queste parole non sono per te. Resta tranquillo o tranquilla in attesa della nuova presa in giro, la nuova frode, il nuovo inganno, la nuova bugia, la nuova delusione. Che non sono nuove, sono le stesse di sempre, cambiano solo di data nel calendario.

Ma, forse pensi che si possa fare qualcosa di più. E ti domandi se si può, o se la lotta, la resistenza, la ribellione stiano solo nelle canzoni, nelle poesie, sui cartelli e nei cimiteri.

Allora ti diciamo che noi, zapatiste e zapatisti, ci siamo chiesti tutto questo 24 anni fa quando siamo andati a morire per le strade e le piazze delle tue città.

E così ci hai visto. E così ci hanno visto anche coloro che si credono grandi dirigenti rivoluzionari che prima ci hanno disprezzato, come ci disprezzano ora, quando sono venuti a conoscenza della nostra lotta mentre cenavano e ridevano nei loro festeggiamenti di fine anno, mentre noi, zapatiste e zapatisti dell’EZLN ci mettevamo la vita e la morte dove loro mettono i musei.

Allora abbiamo reagito. Abbiamo detto, vediamo se si può vivere con dignità senza i malgoverni, senza dirigenti e senza leader e senza avanguardie piene di Lenin e Marx, ma assolutamente che non stanno con noi, zapatiste, zapatisti. Molto parlare di quello che dobbiamo o non dobbiamo fare, ma niente di concreto. E dagli con l’avanguardia, e il proletariato, e il partito, e la rivoluzione, e fatti una birra, un calice di vino, un arrosto in famiglia.

Niente da fare, abbiamo pensato, l’avanguardia rivoluzionaria è troppo occupata a provarsi abiti e parole per la vittoria, e quindi dobbiamo fare a modo nostro, come indigeni zapatisti.

Che non sono molti gli indigeni, e gli zapatisti sono ancora meno, perché non è da tutti essere zapatista.

E così abbiamo iniziato quello che ora si conosce come l’autonomia zapatista, ma che noi chiamiamo la libertà secondo noi, zapatiste e zapatisti, senza padroni, né capoccia, né leader, né dirigenti, né avanguardie.

In questi 24 anni abbiamo costruito la nostra autonomia, sviluppato le nostre diverse aree di lavoro, consolidato le nostre tre istanze di governo autonomo, formalizzato i nostri sistemi di salute ed educazione, creato e rafforzato i nostri lavori collettivi, ed in tutti questi spazi di autonomia conta la partecipazione di tutti e tutte, donne, uomini, giovani e bambin@.

E così stiamo dimostrando che noi popoli originari abbiamo la facoltà e la capacità di governarci da soli, non abbiamo bisogno dell’intervento di nessun partito politico che solo inganna, promette e divide le nostre comunità e non accettiamo nessun tipo di aiuto dai governi ufficiali. Non accettiamo nemmeno che qualcuno ci venga a dire che cosa possiamo o non possiamo fare. Qui discutiamo e concordiamo tutto collettivamente.

Per questo a volte ci mettiamo tanto tempo, ma quello che viene fuori è del collettivo. Se riesce bene, è merito collettivo. Se riesce male, è demerito collettivo.

Questo è il nostro modo, e se va bene o male, è lì da vedere; paragonate le vostre povertà con le nostre, le vostre morti con le nostre, le vostre malattie con le nostre, le vostre assenze con le nostre, le vostre sofferenze con le nostre, e vi accorgerete di paragonare i vostri incubi con i nostri sogni.

Stiamo vivendo e lottando con il lavoro individuale e collettivo di tutti noi zapatisti, ma ammettiamo anche che c’è ancora molto da fare, è necessario organizzarci di più come popoli, ancora abbiamo molte difficoltà per sviluppare bene le nostre diverse aree di lavoro, abbiamo anche sbagliato e commesso errori come ogni essere umano, ma ci siamo corretti e andiamo avanti.

Perché la nostra organizzazione siamo noi stessi. Nessuno che non sia uno svergognato, gaudente e bugiardo può dire il contrario. E non abbiamo paura di ammettere quando facciamo male, e di essere contenti di quello che facciamo bene. Perché il brutto e il buono che siamo è opera nostra. A noi, ci valuta la nostra stessa gente. Anche se poi c’è chi se ne va a spasso per l’Europa a mangiare e bere e dire che ha fatto tanto e perfino si inventa la propria “Frida Sofía” [la falsa notizia della bambina ‘Frida Sofia’ intrappolata tra le macerie del terremoto a Città del Messico – N.d.T.] per raccogliere attenzione e soldi ed offrire denaro per comprare coscienze e crede che la lotta si fa a parole e non con l’impegno reale, e si allea con i narcotrafficanti per attaccarci. Ma questi sono solo svergognati e bugiardi.

Perché, usando questi cosiddetti rivoluzionari ed i loro paramilitari, i malgoverni vogliono distruggere la nostra lotta, la nostra resistenza e ribellione attraverso la guerra economica, politica, ideologica, sociale e culturale, distribuendo come strategia nei territori dove ci sono zapatisti, briciole ed elemosine agli affiliati ai partiti, a volte aiuti economici, abitazioni e generi alimentari e progetti, a volte come governi, a volte come partito e a volte come presunte organizzazioni dei diritti umani, ed inoltre usano tutti i mezzi di comunicazione per diffondere le loro bugie, le loro cattive idee, le loro promesse, i loro inganni ben camuffati; tutto questo con l’obiettivo di indebolire la resistenza degli zapatisti allo scopo di dividere, far scontrare e comperare le coscienze della gente indigena e povera.

Noi, zapatiste e zapatisti, non siamo mendicanti ma siamo popoli con propria dignità, determinazione e consapevolezza per lottare per vera democrazia, libertà e giustizia, noi siamo sicuri che da lassù non verrà mai niente di buono per i popoli, non possiamo aspettare che la soluzione dei nostri problemi e bisogni arrivi dai malgovernanti.

E sappiamo chi è stato davvero vicino a noi zapatiste e zapatisti fin dal principio, quel primo di gennaio, e in questi 24 anni di resistenza e ribellione.

Il malgoverno, gli avanguardisti paramilitari e i ricchi non ci lasceranno mai vivere in pace, cercheranno mille modi per distruggere l’organizzazione e le lotte del popolo, perché in questi ultimi anni sono cresciuti a dismisura i crimini, la persecuzione, le sparizioni, gli incarceramenti ingiusti, le repressioni, gli sgomberi, torture ed assassini, come San Salvador Atenco, Guerrero, Oaxaca, Ayotzinapa, ecc., solo per citarne alcuni, e tra comunità e municipi hanno provocato divisioni e scontri e fanno in modo che i problemi non si risolvano con le buone maniere ma solo con la violenza, per questo sostiene, protegge e addestra i gruppi paramilitari, perché i malgoverni vogliono che ci ammazziamo tra fratelli.

Tutto quello che sta succedendo dimostra che non c’è più un governo nei nostri villaggi, municipi, stati e nel nostro paese.

Quelli che ci dicono di governare, sono ormai solo ladri che ingrassano alle spalle del popolo, sono criminali ed assassini, sono capoccia, servi e caporali dei padroni che sono i grandi capitalisti neoliberali.

Sono buoni difensori degli interessi dei loro padroni nel saccheggiare le ricchezze naturali del nostro paese e del mondo, come la terra, i boschi, le montagne, l’acqua, i fiumi, i laghi, le lagune, l’aria e le miniere che sono conservate nel seno della nostra madre terra, perché il padrone considera tutto una merce e così ci vogliono distruggere completamente, cioè, vogliono annientare la vita e l’umanità.

Per questo come popoli originari di questo paese che formiamo il Congresso Nazionale Indigeno, abbiamo deciso di compiere un passo e formare il Consiglio Indigeno di Governo e la nostra portavoce María de Jesús Patricio Martínez, che convoca, che informa, che infonde coraggio ed invita tutti i lavoratori della campagna e della città ad organizzarci, ad unirci e a lottare insieme con resistenza e ribellione nei nostri villaggi e nei nostri luoghi di lavoro, nei nostri calendari e geografie affinché così possiamo difenderci dall’idra capitalista che incombe su di noi.

Ma i governi e i padroni che sono i grandi capitalisti, impongono la Ley de Seguridad Interior, cioè, la militarizzazione delle nostre strade, dei nostri villaggi e di tutto il paese.

Ed ancora ci vogliono far credere che è per combattere il crimine organizzato quando in realtà è per tenerci sotto controllo, farci stare zitti, sentirci minacciati, con altra violenza e altra impunità.

Per questo noi zapatiste e zapatisti diciamo che non bisogna assolutamente fidarsi di questo sistema capitalista, perché da centinaia di anni subiamo tutte le sue malvagità senza distinzione di persone né di partito.

Dobbiamo organizzarci e unire tutti i lavoratori delle campagne e delle città, indigeni, contadini, insegnanti, studenti, casalinghe, artisti, commercianti, impiegati, operai, medici, intellettuali e scienziati del nostro paese e del mondo, l’unica strada che ci rimane è quella di unirci di più, organizzarci meglio per costruire la nostra autonomia, la nostra organizzazione come popoli e lavoratori, perché è questa che ci salverà dalla tormenta che si avvicina o che già è su di noi e che spazzerà via tutti e tutte.

In questo compleanno, a 24 anni dalla nostra sollevazione armata sul pianeta terra, oggi vogliamo parlare alle nostre compagne della sexta nazionale e internazionale.

Vogliamo parlare anche alle sorelle del Messico e del mondo.

Quindi, compagne e compagni della sexta nazionale e internazionale.

Sorelle e fratelli del mondo.

Quando diciamo che sono 500 anni di sfruttamento, repressione, disprezzo e depredazione, non stiamo mentendo.

Abbiamo già subito le guerre dei malgoverni e dei ricchi.

Non ci possono dire che è una bugia. Sono stati le nostre trisnonne e trisnonni a versare il proprio sangue e le proprie vite per sfuggire al potere degli sfruttatori che sono i trisnonni di quelli che ora sono al potere. Non ci possono dire che è una bugia, è qui da vedere. Sono i colpevoli che ora stanno distruggendo noi ed anche madre natura.

Non smetteremo di lottare, fino alla morte se è necessario.

Ed oggi abbiamo ancora più voglia di lottare, con le nostre compagne e compagni del Congresso Nazionale Indigeno.

Sosteniamo la nostra compagna Marichuy e le compagne e compagni del Congresso Nazionale Indigeno.

Che vi piaccia o no.

L’abbiamo detto chiaro fin dall’inizio. Ricordo che alla Convenzione Nazionale Democratica, nel 1994 a Guadalupe Tepeyac, abbiamo detto: “Ci facciamo da parte se ci mostrate che c’è un’altra strada per sconfiggere il nostro essere armati”.

E fino ad oggi non ci hanno mostrato un’altra strada per sconfiggere il sistema di morte e distruzione che è il capitalismo.

Quelli che ci stanno mostrando la strada sono le compagne e i compagni del Congresso Nazionale Indigeno, con la compagna Marichuy ed il Consiglio Indigeno di Governo. E li sosteniamo senza smettere di essere quello che siamo.

E non abbiamo vergogna di appoggiarli. Perché sappiamo che non cercano il Potere o le poltrone, ma il loro compito è portare il messaggio che bisogna organizzarci per la vita. È chiaro.

Indubbiamente c’è qualche bugiardo e bugiarda che va dicendo che ormai siamo per la via elettorale. È una vile menzogna e sono persone che sanno leggere e scrivere il castigliano, ma che non leggono o fanno i loro bugiardi inganni. Che peccato, che pena che non hanno comprendonio e nemmeno vergogna.

Nessuno ci toglierà quello che siamo, forse solo quando saremo morte e morti o quando saremo liberi.

Sorelle e fratelli del Messico e del mondo, non fatevi ingannare.

In Messico non c’è più un luogo in cui camminare tranquilli, dovunque ti prendono e ti ammazzano.

Ci sono tante malvagità del capitalismo qui in Messico e nel mondo.

Davvero tante, come ci dicono le compagne del Congresso Nazionale Indigeno e la sua portavoce Marichuy ed il Consiglio Indigeno di Governo.

Ci deridono dicendo che la compagna Marichuy non sa governare, non ci porta a niente. Sorelle e fratelli, a cosa vi hanno portato i governi del PRI e del PAN? Non hanno forse compiuto massacri, corruzioni, cattive decisioni? Dove sta scritto che solo quelli che hanno studiato sanno governare? Non riuscite a vederlo?

Questo è ciò che vuole dirvi la compagna Marichuy quando dice di organizzarci nelle campagne e nelle città, e che ci uniamo indigeni e non indigeni, perché vediamo che cosa ci è successo con questi malgoverni.

Che cosa vi ha dato questo imbecille che ora è al governo? Peña Nieto è il peggior cinico, inetto e svergognato che si ripara dietro altri come lui.

Come fate a non vedere che a loro non succede niente, mentre il popolo sfruttato paga tutto con la propria vita?

Perché vi muovete solo quando accade il peggio? Perché, quelli a cui non succede e si comportano come se non vedessero e non fanno niente, ma poi quando gli capita allora vengono fuori e gridano aiuto, aiutami?

E quando parla la compagna Marichuy, dite che non sa parlare. Ma questo Consiglio Indigeno di Governo non sa niente, così dite.

Il Consiglio Indigeno di Governo vi dice la verità. Non volete la verità? Forse non vi piace. Si vuole che parli di cose belle e regali promesse? Ma quando il dolore busserà alla tua porta, gli risponderai con le promesse?

Sorelle e fratelli indigeni e non indigeni, nessuno lotterà per noi, assolutamente nessuno, ma solo noi stessi.

Svegliamo gli altri popoli sfruttati e svegliamo anche quelli che dicono di avere studiato. Aiutiamo ed appoggiamo la compagna Marichuy ed il Consiglio Indigeno di Governo.

Organizziamoci affinché la Compagna Marichuy ed il Consiglio Indigeno di Governo possano compiere il loro viaggio nel paese, anche se non raggiungerà il numero di firme per essere candidata. Perché non è la firma che lotta, non è quella che ci organizzerà, siamo noi che dobbiamo ascoltarci, conoscerci e da lì si può partire a pensare come organizzarci meglio e che strada seguire.

Nessun altro dirà le parole che pronunciano il Consiglio Indigeno di Governo e la portavoce Marichuy.

Se non ascolterete, sentirete solo rumore, lo stesso rumore di sempre, e poi seguirà la stessa delusione di sempre.

Non permettiamo che ci dicano “poveri indios, aiutiamoli con quello che avanza” proprio come fanno i malgoverni.

Solo con l’organizzazione del popolo della campagna e della città ci saranno libertà, giustizia e democrazia. Se non c’è, avremo solo un mondo come una FINCA CAPITALISTA e questo è già cominciato.

Se c’è qualche donna o uomo che pensa e crede che sia una bugia quello che diciamo dell’idra capitalista, beh, che ce lo spieghi, che ci dica chiaramente dov’è la bugia, perché per quanto vediamo e conosciamo, le cose stanno così. O forse, quello che si vede è che è difficile lottare, organizzare, ma non c’è altra strada.

Sappiamo che è difficile quello che diciamo, ma per caso è lieve e dolce quello che succederà con l’idra capitalista?

No, sorelle, fratelli, sarà orribile, terribile.

Per questo le compagne basi di appoggio zapatiste invitano per l’8 Marzo le compagne del Congresso Nazionale Indigeno e tutte le donne che lottano, le donne che non hanno paura, anche se ce l’hanno ma che bisogna controllare perché sennò è ancora peggio.

Perché loro, le donne zapatiste, le donne del CNI, le donne della Sexta e le donne che lottano in tutte le parti del mondo, ci dicono che dobbiamo organizzarci, ribellarci, resistere.

E questo è quello che ci dicono anche la compagna Marichuy ed il Consiglio Indigeno di Governo.

Dunque, avanti compagna Marichuy, cammina, galoppa, e se necessario corri e fermati e poi continua, non c’è altro modo.

Andate avanti compagne del Consiglio Indigeno di Governo

Avanti compagne del Congresso Nazionale Indigeno.

Siamo sicuri che se i popoli si organizzeranno e lotteranno, otterremo ciò che vogliamo, quello che meritiamo, cioè la nostra libertà. E la forza principale è la nostra organizzazione, la nostra resistenza, la nostra ribellione e la nostra parola vera che non ha limiti né frontiere.

Non è il momento adesso di tirarci indietro, di scoraggiarci o di essere stanchi, dobbiamo essere ancora più fermi nella nostra lotta, mantenere ferme le nostre parole e seguire l’esempio dei compagni e compagne che sono ormai morti: non arrendersi, non vendersi e non cedere.

DEMOCRAZIA

LIBERTÀ

GIUSTIZIA

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno – Comandancia General dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Subcomandante Insurgente Moisés

Da Oventik Caracol II zona Altos de Chiapas, Messico

1 gennaio dell’anno 2018



Traduzione “Maribel” – Bergamo

sabato 6 gennaio 2018

Messico - Contributo della Comisión Sexta dell' EZLN a chiusura del ConCiencias por la Humanidad


DAL QUADERNO DI APPUNTI DEL GATTO-CANE. 

CHE NARRA DI COME SI INCONTRARONO I DUE PIÙ GRANDI DETECTIVE, UN FRAMMENTO DI QUELLO DI CUI ELÍAS CONTRERAS ED IL SUPGALEANO PARLARONO RIGUARDO AL CASO DELLA NON PIÙ MISTERIOSA SPARIZIONE DELLE BRIOCHE, E DI QUANDO DIFESA ZAPATISTA FECE A PEZZI LA SCIENZA DEL LINGUAGGIO, COSI' COME DI ALCUNE OZIOSE RIFLESSIONI DEL SUP CHE CASCANO A PROPOSITO.

30 dicembre 2017

Buoni e reiterati giorno, pomeriggio, notte, mattino.

Prima di tutto, vogliamo mandare un abbraccio al popolo Mapuche che continua ad essere aggredito dai malgoverni dei paesi chiamati Cile ed Argentina. Ora, con le loro trappole giuridiche, sono tornati a sottoporre a giudizio la Machi Francisca Linconao, insieme ad altre ed altri mapuche. Un’altra dimostrazione che, nel sistema che ci opprime, quelli che distruggono la natura sono i buoni, mentre quelli che resistono e difendono la vita sono perseguiti, assassinati ed imprigionati come se fossero criminali Ma, nonostante questo, o proprio per questo, basta una sola parola per descrivere la lotta del popolo Mapuche e di tutti i popoli originari di questo continente: Marichiweu, dieci, mille volte, vinceremo sempre.

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Ieri, uno degli scienziati ci ha informati che c’è un concorso per il messaggio che una navetta spaziale trasporterà verso un altro pianeta, e che il premio è di un milione di dollari.

Il messaggio che proponiamo, e che sicuramente vincerà è: “Non permettete che noi ci stabiliamo nel vostro mondo. Se non abbiamo risolto i problemi che noi abbiamo provocato, ripeteremo gli stessi errori. E quindi non arriveremo soli, con noi arriverà un sistema criminale. Per il vostro mondo saremo un Alien apocalittico, il temuto ottavo passeggero che cresce e si riproduce grazie alla morte e alla distruzione. La spinta per conoscere altri mondi dovrebbe essere la sete di conoscenza, il bisogno di imparare e il rispetto per il diverso, e non la ricerca di nuovi mercati per la guerra, né il rifugio per l’assassino fatto sistema”.

Per favore, depositare il milione di dollari sul conto corrente dell’associazione civile “Llegó la hora del florecimiento de los pueblos” che appoggia il Consiglio Indigeno di Governo.

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Quella che leggerò doveva essere il nostro contributo al tavolo di ieri ma, come al Pedrito, mi hanno applicato la “equità di genere”, scappellotto compreso e, tanto per cambiare, hanno vinto le “donne in quanto donne”. Proseguiamo, dunque:

Il dottor John Watson si guarda allo specchio preoccupato. Si pettina su entrambi i lati, davanti e dietro. Si guarda di fronte, di profilo destro, sinistro e, con uno specchio in mano, dietro. Mentre è così curiosamente indaffarato mormora tra sé:

Capelli di tortilla… perché dice “capelli di tortilla”?… sarà per il colore?… o la pettinatura… forse i capelli bianchi che ormai competono per numero con i capelli scuri… o sarà la pettinatura?.. capelli di tortilla… dannata bambina…”.

In quel mentre, Sherlock Holmes, detective consulente, si alza di scatto dall’amaca in cui, sdraiato, strappava al violino alcune note malinconiche. Sistemandosi con cura il soprabito, Sherlock sollecita il dottore:

“Svelto Watson, non abbiamo molto tempo”.

“E dove dovremmo andare, Holmes? Il freddo punge e alla Giunta dicono che peggiorerà”, protesta Watson oltrepassando l’architrave della capanna che hanno assegnato loro le autorità autonome per il loro soggiorno nelle montagne del sudest messicano.

Holmes non si cura nemmeno di rispondere. A grandi falcate avanza sulla strada principale della comunità e si dirige alla casetta sulla cui facciata c’è un cartello dove si legge “Commissione di Vigilanza” ed un murale dai colori vivaci che sfida l’umidità. Al suo interno una giovane indigena osserva attenta il monitor di un computer.

“Te´ oyot Tzeb”, (ti saluto “, jóvena“) dice Sherlock Holmes nel suo miglior tzotzil, al quale, apparentemente, sono bastati pochi giorni per imparare l’indispensabile per farsi capire nelle lingue maya di quelle zone.

Watson lo guarda divertito quando la donna che sta di commissione di vigilanza gli risponde in perfetto inglese: “Good Afternoon” (“buona sera”). Benché il suo accento, più che britannico, a Watson è suonato più vicino a quello di Dublino.

Holmes ignora lo sguardo sarcastico di Watson ed in impeccabile spagnolo, chiede:

“Cosa mi puoi dire di una persona con cui voglio parlare?”.

La donna, una giovane indigena, piccoletta, con lunghe trecce e vivaci occhi neri, sembra molto divertita e risponde in perfetto tedesco: “Und wie heißt diese Person?“ (“e come si chiama questa persona?“).

Holmes immediatamente capta la faccenda e, in un francese da migrante “sans papiers”, risponde:

“Je ne connais pas son nom, mais sa profession est un enquêteur privé” (“Non conosco il suo nome, ma di professione è investigatore privato”).

“Non capisco niente”, dice la giovane indigena in un italiano di quartiere rabbioso e indomito.

Il dottor John Watson sembra divertito delle difficoltà di Holmes, ma guarda preoccupato la strada, temendo che appaia la bambina.

Sherlock Holmes sta pensando come si dice “investigatore privato” o “detective” in russo, quando i timori di Watson si confermano.

Come un piccolo uragano, la bambina che dice di chiamarsi Difesa Zapatista scende di corsa dalla strada piena di pozzanghere ed entra intempestivamente nella casetta mentre Watson istintivamente si sistema i capelli e Sherlock si chiede se sia meglio usare il cinese mandarino o il polacco.

Difesa Zapatista abbraccia Sherlock gridando “¡Jol-mes, testa di scopa!”.

Beh, abbracciarlo è una parola. L’altezza di Holmes e quella della bambina fanno sì che il detective riceva l’abbraccio alle ginocchia.

Il detective consulente è sconcertato. La statura minima delle persone con la quale ha avuto a che fare a Londra è di 1 metro e 75 centimetri, benché stando in terre zapatiste ha dovuto abbassare il suo standard al metro e mezzo. Rispetto ai bambini, beh, oltre a prendere le distanze ogni volta che ne vedeva uno e mostrarsi infastidito se ne sentiva il pianto, la sua esperienza era zero. Ma, per qualche strana ragione, il più grande dei detective provava simpatia per Difesa Zapatista.

La bambina si volta verso l’egregio Dottore e blogger, John Watson, e gli salta al collo con un “Waj-tson, capelli di tortilla!” che non fa per nulla felice l’ex medico militare.

Difesa Zapatista prende i due per mano e li tira verso l’uscita: “Svelti, che arriviamo tardi!”.

La giovane donna della Commissione di Vigilanza, delusa dal repentino finale del suo internazionalismo linguistico, chiude le 7 finestre del browser sul traduttore di google in diverse lingue e torna al blog che informa sulle attività della portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, María de Jesús Patricio Martínez.

Holmes non ha bisogno di correre; per ognuna delle sue falcate la bambina deve fare molti passi. Sherlock alla sua destra tiene il bastone con cui è uso frugare nella terra e tra le piante alla ricerca di insetti. Watson ritarda di proposito quando vede che il cosiddetto “gatto-cane” morde Holmes all’orlo dei pantaloni. Di sicuro per obbligarlo a ridurre la sua falcata e così camminare-correre al pari della bambina.

All’improvviso la bambina si ferma di colpo e dice sollevata: “Siamo arrivati”.

Sono nel recinto che serve sia da pascolo collettivo del bestiame che per le partite di calcio delle squadre che si alternano per ingrandire ed approfondire la crepa nel muro, sia per feste, balli e festival, oltre ad essere il campo di allenamento per l’incompleta squadra di Difesa Zapatista.

Watson, che non si è ancora orientato nel villaggio dove passano la maggior parte del tempo, conferma con disappunto che è un pascolo quando sotto la suola delle scarpe avverte la spessa e tiepida merda bovina.

Difesa Zapatista dice “Voi aspettate qui, vado a prendere il cavallo orbo”, e se ne va correndo con il gatto-cane dietro.

Allora, un uomo indigeno di età indefinita si avvicina alla coppia di britannici.

Sherlock Holmes lo guarda avvicinarsi e, con l’acutezza che gli ha dato fama, comincia a costruirsi una sembianza dell’indigeno ma, prima che finisca di farla, il personaggio gli dice:

“Buon giorno signor Jol-mez, signor Waj-tson. Non si preoccupi, dice rivolto a Sherlock, il suo sarto a Londra rimedierà senza problemi allo strappo. Credo anche che nella calzoleria zapatista troverete degli stivali del vostro numero. Qui succede così, a volte sembra che non ci sia niente da fare, ma dovrebbe tentare di non fumare così tanto la pipa, è dannoso per la sua salute. Le raccomando il violino invece della pipa quando non le passa la giornata. E non le consiglio di parlare male delle donne da queste parti, perché si arrabbiano, soprattutto Difesa Zapatista”. Sherlock Holmes ammutolisce attonito, e Watson lo guarda curioso. Sembra che il detective abbia ricevuto il fatto suo.

Holmes passa dallo stupore all’ammirazione ed applaude “Bravo! Ha indovinato quasi tutto, benché mi permetta di dissentire dall’accusa di misoginia”.

Watson, come sempre, non capisce niente.

È l’indigeno che glielo spiega, mentre Holmes annuisce ad ogni affermazione:

“Elementare, mio caro “Capelli di Tortilla”: il signore ha indossato molto velocemente il suo costoso impermeabile e, senza volerlo, ha strappato leggermente il polsino sinistro. Uno che si veste così deve stare molto attento a quello che indossa, cosicché si spera che tra i suoi pensieri ci sia anche quello di andare dal sarto per sistemare il soprabito. Che il sarto sia a Londra è facile, siccome porta il soprabito semiaperto, si riesce a vedere l’etichetta.

Le macchie di nicotina alla base del dito indice e su parte del palmo della mano, indicano che fuma molto la pipa, perché sono segni che lascia il tabacco che esce dal fornello. Per quanto riguarda gli stivali, gli stivaletti che indossate qui non durano molto e c’è da sperare che abbiate pensato di procurarvi degli stivali come quelli che usiamo noi, che sono fatti da calzolai insurgentes e che si comperano nel negozio dei compas.

Naturalmente, mi sono dimenticato di dire che il signor Jol.mes è destrimano, tiene la pipa con la sinistra perché la destra la usa, per esempio, per suonare il violino.

Il violino, beh, il modo in cui tiene il bastone che porta con sé è lo stesso che assume Pablito, del mariachi zapatista, per suonare il violino alle feste, e l’arrossamento sul lato sinistro del suo collo è perché suona il violino o perché qualche insetto l’ha punto proprio lì… o perché gli hanno fatto un succhiotto. Il parlare male delle donne è stato solo per vedere se ci azzeccavo, ma è in compagnia di un uomo, quindi, o pensa male delle donne o preferisce gli uomini”.


Holmes applaude di nuovo. L’insinuazione di omosessualità che ha fatto l’indigeno non lo turba assolutamente. Ma Watson è molto geloso della sua eterosessualità e tenta di spiegare:

“Mi scusi, ma Holmes ed io non siamo una coppia. Voglio dire, sì siamo una coppia ma non nel senso di un succhiotto, ma, beh, cioè, diciamo, è una relazione…professionale”.
L’indigeno lo interrompe: “Non ti preoccupare Waj-Tson, qui ognuno fa come gli pare e si rispetta”.

“Lo so”, dice Watson, “ma non è quello che sembra, certo, non è che io condanni le relazioni di quel tipo, solo chiarisco che…”.

Ora è Holmes che lo interrompe e si china con rispetto dicendo:

“Se non erro, lei deve essere Elías Contreras, commissione di investigazione”.

A sua volta ammirato, Watson si toglie la bombetta con cui, inutilmente, tenta di nascondere i suoi “capelli di tortilla”, e saluta.

Holmes aggiunge: “Solo qualcuno come Elías Contreras potrebbe fare questa catena di osservazioni, ragionamenti e deduzioni ad una velocità che mi supera”.

Invece di ringraziare, Elías Contreras sorride burlone quando dice:

“Naaah, il fatto è che il SupGaleano ha qualche libro che parla di voi due e racconta i vostri modi, la pipa, il violino e quelle cose lì, e nell’ufficio di vigilanza ho visto i vostri nomi tra la lista dei visitatori e, siccome siete gli unici cittadini qui nel villaggio, beh…”.

Watson si rimette la bombetta con disappunto. Ma Holmes si mostra sorridente e lieto di imbattersi con il per nulla famoso detective, quello che chiamano “commissione di investigazione dell’ezetaelene”.

“Ha ragione, mio caro Elías Contreras, o devo chiamarla in un altro modo?”, dice mentre gli tende, calorosamente, la mano.

“Basta Elías”, dice lo zapatista offrendogli una sigaretta da rollare, che entrambi cordialmente rifiutano. Sherlock riprende la parola:

“Lo sa? Pensavo qualcosa di simile di Sir Arthur, che mi dava da leggere le bozze della deplorevole cronaca dei miei ritrovamenti che poi aggiudicava inspiegabilmente al dottor Waj-tson, qui presente”.

Watson tenta di protestare, ma ci ripensa e si cala in testa il cappello.

“Ed io vedevo che Sir Arthur abbelliva, in maniera superflua a parer mio, il lavoro che realizzava. E io dico, mio caro Elías, che la scienza, e le sue spiegazioni, è ben lontana dal glamour che le attribuiscono i romanzieri e comunemente la gente.

Oltre al fatto che non è esente da errori, dalla continua e spossante sperimentazione e dallo studio profondo e sistematico dei progressi che, a vari titoli, avvengono in tutti gli angoli del mondo, la scienza e la sua applicazione sono difficili.

Il rigore scientifico trasforma il suo esercizio in qualcosa di arido e lo contrappone alla pigrizia intellettuale che si ritrova di continuo nelle opinioni, nei commenti e nelle superstizioni comuni. Per la stessa cosa, quando hanno l’opportunità di studiare, alcune persone normalmente optano per le mal denominate scienze sociali, o per quelle umanistiche in generale che, a loro intendere ed erroneamente, non richiedono il rigore, la minuzia e la complessità delle conoscenze scientifiche.

Le arti, per quello che si riferisce ad esse, non solo non richiedono rigore nel senso dell’esattezza ma, a differenza delle scienze esatte, naturali ed umanistiche, possono immaginare non solo altre realtà, ma anche meravigliare con le forme, i suoni e i colori con cui plasmano quell’imaginario.

Forse per questo le arti sono più vicine alle scienze esatte e naturali. A differenza delle scienze cosiddette umanistiche.

Per fare un esempio, l’apertura che richiede il racconto romanzesco, nel caso della scienza sarebbe un’irresponsabilità imperdonabile ed una chiara violazione del codice etico che qualunque scienziato deve includere nella sua pratica.

Ma un problema che presto o tardi si deve affrontare è che, il fatto di imporsi una rigida disciplina e possedere solide conoscenze, fa sì che chi fa della scienza la sua professione, non poche volte assuma un atteggiamento pedante e miserabile verso la gente comune.

Generalmente sono superbi e, non poche volte, si tratta di giustificare così la loro frivolezza e mancanza di senso comune in quanto ai fatti quotidiani. Come se la vita reale fosse una faccenda terrena e loro fossero al di sopra di tutto.

Ma è innegabile che a volte, e nonostante gli stessi scienziati, le scienze esatte e naturali sono imprescindibili. La possibilità reale, fattibile, di uscire dal paludoso incubo che è ormai il sistema mondiale omogeneo, avrà nelle scienze esatte e naturali il suo principale fondamento. Se non è così, continueremo a consolarci con la fantascienza”.


Watson guarda sorpreso Holmes mentre pensa “Incredibile, Sherlock Holmes sta descrivendo sé stesso in toni di biasimo”.

Holmes avverte lo sguardo di Watson e, rivolgendosi a lui, chiarisce:

“Ti sbagli Watson, non mi sto autocriticando. È evidente che questo discorso non è mio ma mi è stato assegnato da quel tale SupGaleano, perché gli zapatisti pensano che l’apprezzamento e il lieve rimprovero che fanno, sarà accolto meglio dalla comunità scientifica se viene dal più grande dei detective della storia mondiale piuttosto che attraverso un naso mascherato che ancora usa il modello del danese Niels Henrik David Bohr in riferimento all’atomo e che, per descriverlo, usa espressioni come “è una pallina formata da tante palline attaccate tra loro, intorno alle quali girano altre palline”.

Sherlock Holmes rabbrividisce. Un po’ per la scandalosa descrizione dell’atomo e un po’ perché sembra che, finalmente, si è liberato del discorso che lo zapatismo gli ha imposto, supportato da quella che si chiama “licenza poetica”.

Elías Contreras, commissione di investigazione dell’ezetaelene, interviene solo con un “mmm”.

Quello che accadde in seguito lo sappiamo perché il dottor John Watson prese nota di quello che si disse, benché non con l’intenzione di pubblicarlo ma solo per l’interesse che la conversazione gli aveva risvegliato. Ciò per cui Holmes lo avrebbe ringraziato, perché quello che gli riferì Elías Contreras continua ad essere rivelatore.

Sherlock Holmes prese in dispare Elías, seguiti a prudente distanza dal dottor Watson. La bambina era occupata a cercare di convincere un cavallo orbo ad occupare la sua posizione nella barriera, coadiuvata dai latrati-miagolii del gatto-cane.

“Adesso facciamo qualche tiro libero”, sentì dire Watson dalla bambina, e vide che un bambino si accomodava, burlone, sotto la traversa di quella che sembrava essere una porta.

Sherlock Holmes quasi mormorò:

“Mio caro Elías, sono venuto da lei per sapere se non ha per le mani un caso che richieda l’ausilio della mia abilità di detective. Certo, prometto di essere discreto e di non reclamare per me alcun credito nell’ipotesi che abbiamo successo”.

Elías Contreras si fermò e disse nello stesso tono confidenziale:

“Bene. Ma vedo che la problema è molto grande ed abbiamo solo la testa per capire e vedere come si mette. E di quello che mi entra in testa, ne posso discutere poi con le compagne e compagni del comitato”.

“Eccellente!”, esclamò Sherlock Holmes, “la riflessione astratta richiede uno sforzo extra che obbliga il cervello a sublimarsi. Faccia attenzione Watson, perché suppongo che ora affronteremo la sfida suprema di ogni detective: risolvere un crimine solo con gli strumenti logici e la conoscenza scientifica”.

Holmes era molto eccitato. Watson non ricordava di averlo visto così dal caso di “Uno Studio in Rosso” che ha dato nome e prestigio mondiale al detective consulente.

Sherlock Holmes non fece fretta ad Elías Contreras. Si accese la pipa, ma più per accompagnare la sigaretta che Elías si stava preparando e per gustare il gusto piccante del fumo di tabacco sul palato.

Elías Contreras cominciò:

“Beh, la problema è grande ma semplice. Cioè, sappiamo chi è l’assassino, chi è la vittima, quale è l’arma usata e quale è, come si dice, la scena del crimine cioè, dove è avvenuto il fattaccio e quando. Ovvero, come dice il Sup, abbiamo il calendario e la geografia.

Quindi la problema è grande perché tutto è stravolto. Ma non so se di per sé è realmente stravolto, o se è il mio pensiero ad essere stravolto.

Cioè, il crimine è già stato commesso, ma si sta ancora commettendo ed anche si commetterà. Cioè, è un casino che non è che è già passato, o che lo stanno facendo ora, ma è anche che lo faranno”.


Holmes si mostrò ancora più interessato, ma non interruppe Elías Contreras, che proseguì:

“Dunque dobbiamo sapere che cosa è successo, che cosa sta succedendo e sapere che cosa succederà per far sì che non accada, perché se succede, accadrà una grande disgrazia che non si può nemmeno immaginare”.

Sherlock Holmes approfitta dell’impasse aperta dalla commissione di investigazione per arrischiare:

“Credo di capire: dobbiamo conoscere il crimine commesso per capire il crimine che si sta commettendo ed evitare così che si commetta l’altro crimine: il peggiore e più grande crimine nella storia dell’umanità”.

Elías Contreras annuisce e prosegue:

“Il criminale non si nasconde, al contrario, si mostra e si vanta di quello che ha fatto. Dice che è stato un bene il suo crimine di ammazzare, distruggere e rubare per farsi conoscere. Io penso che proprio lì, quando è nato come criminale, quando ha preso le sue modalità, è lì che possiamo imparare per sapere come sta facendo il suo casino e come lo farà”.

“Vero”, interrompe Holmes, “è necessario ricostruire la genealogia del crimine che, in questo caso e se ho ben capito, è anche la genealogia del criminale. Ma, prego prosegua”.

“Bene,” continua Elías, “e qui vediamo come il criminale si è modernizzato, cioè è migliorato come criminale e si preoccupa che non si sappia che è un criminale, ma si veste da buono, così come se niente fosse”.

“Poi, ha i suoi complici, cioè i suoi compari nel delitto. E questi complici si incaricano di mettere al criminale una faccia da brava persona. Ma siccome si vede chiaramente che è una fregatura, allora questi compari del male inventano un colpevole. Cioè, il loro lavoro è gettare la colpa su qualcun altro.

E così cercano su chi gettare la colpa della disgrazia. A volte ad avere la colpa è la donna, perché non obbedisce, dicono, perché se ne va in giro con i suoi abiti da puttana, dicono, e perfino perché studia e lavora e vuole anche autogestire il proprio corpo, la sua vita, è come autonoma, perché pensa, come un municipio autonomo ribelle.

Altre volte gettano la colpa su chi ha la pelle di un colore, o che ha un altro modo di essere, come per esempio la Magdalena che è morta lottando contro il male ed il cattivo e che era una donna ma, come si dice, dio si è sbagliato e le ha dato un corpo da uomo e la Magdalena non si è nascosta né si è adattata, ma se n’è fregata di quello che gli altri pensavano e lei era altra, e siccome stava in un altro corpo, era otroa. E lei, o lui, o elloa, lottava per essere quello che era.

“Molto coraggiosa la Magdalena, non si è mai arresa”,
dice Elías e gli occhi si inumidiscono al ricordo di chi, a modo suo, ha amato ed ancora ama.

Holmes e Watson restano in rispettoso silenzio.

Elías si ricompone e prosegue: “e poi danno la colpa anche a noi che siamo indigeni che le cose non funzionano perché non siamo civilizzati, dicono, non permettiamo che il progresso avanzi e si installino le miniere nei luoghi dove ci sono boschi e sorgenti. E risulta che noi popoli viviamo dove ci hanno buttato, perché ci hanno derubato e cacciato da dove vivevamo prima, e ci hanno imprigionato e anche ammazzato, ma comunque sia, noi resistiamo. E queste terre, il criminale prima non le voleva nemmeno, ma ora sì, le vuole perché sono merce, dicono che l’acqua si può comprare e vendere e che la terra, e l’aria, e il sole, e gli alberi, e gli animali, perfino i più piccoli, e beh, perfino quello di cui è fatto il pozol, è merce.

È il suo modo da criminale che tutto considera merce, perfino le persone, le donne, le creature, gli uomini, la dignità, e quello che non lo è non serve, perché non si può comprare né vendere. Ma la problema non è questo, ma il fatto è che il suo casino lo può fare perché ha un’arma che regola tutto il suo maledetto piano ed è quella che chiamano la proprietà privata dei mezzi di produzione. Cioè, il problema non è che si producano delle cose, ma è chi ha la proprietà di quello che si usa per costruire quelle cose, e a te lasciano solo la tua forza lavoro che ti pagano come merce e male. Allora il criminale distrugge ed uccide grazie a quest’arma che è la proprietà privata, e contemporaneamente fa tutto il suo casino affinché non gli tolgano quest’arma.

Beh, non so come spiegarlo, anche se lo capisco bene, non conosco le parole per dirlo in castigliano o nelle vostre lingue. Ma è più o meno come l’ho detto, ossia c’è il criminale, c’è la vittima fatta passare come colpevole per rubare ed ingannare altri, e c’è l’arma. E la scena del crimine è tutto il mondo. Penso che tutto è stravolto perché la sistema capitalista mondiale ci mette tutto: mette la vittima e lui stesso è l’assassino, l’arma che uccide e distrugge, e la scena del crimine.

Di questo abbiamo parlato col SupGaleano quando ha commesso il reato delle brioche, per il quale è stato punito ed ora a suo carico c’è un altro reato perché ha preso il cellulare del SupMoy e credi che il SupMoy non se ne accorga? Bene, dobbiamo continuare a pensare la problema perché se non fermiamo il criminale tutto il mondo sarà la vittima e non solo le persone, ma tutto, anche gli animali, le piante, le pietre, l’acqua, tutto.

E la problema è anche che non c’è dove imprigionare il criminale, quindi l’unica maniera per fermare il crimine è distruggere la sistema capitalista.

Chiaro, non vi sto dicendo tutto quello di cui abbiamo parlato, cioè la discussione non è completa, non è integra, ma se vi dico tutto, allora quelli che ascoltano e leggono e guardano questo racconto si scervelleranno per pensare a cosa mettersi domani per la festa e il ballo perché finisce un anno e ne comincia un altro, e credono che solo il calendario cambierà le cose, ma per cambiare le cose bisogna lottare, molto, da tutte le parti ed in ogni tempo, senza tregua”.

Holmes e Watson restarono in silenzio fino a che Elías li salutò dicendo: “Bene, devo andare, abbiate cura di voi e non soffrite per gli altri amori, se c’è un domani sarà anche per elloas, con elloas, e per elloas”.

E, rivolgendosi a Watson aggiunse: “Se non hai la chiave del ripostiglio, sfonda la porta [gioco di parole in spagnolo: romper el closet significa “fare coming-out” – N.d.T.]. Bisogna venire fuori senza paura, come la Magdalena. O con paura ma controllandola”.

Watson voleva spiegare che lui e Sherlock non erano quello che sembravano essere, ma Elías Contreras, commissione di investigazione dell’ezetaelene, aveva già preso la strada ed il pomeriggio sfumava sotto le ombre di una notte che si indovinava già fredda.

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Ci sono stati giorni, poche lune fa, in cui la bambina Difesa Zapatista aveva deciso di esprimersi verbalmente unicamente con i colori. E non con espressioni del tipo “questo è azzurro” o “questo è arancio” o cose così, ma unicamente con i nomi dei colori. Tutte le teorie del linguaggio e del discorso sono state messe in scacco dall’impertinenza di una bambina indigena e zapatista.

Un giorno, è arrivata nella baracca del SupGaleano e ha detto: “giallo”.

Il Sup non ha nemmeno sollevato gli occhi dal computer ed ha solo detto: “nel giubbotto, tasca destra”.
Difesa Zapatista è andata dove era appeso il giubbotto e dalla tasca destra ha estratto un pacchetto di brioche ed è uscita di corsa dicendo con gioia: “violetto”.

Contrariamente a quello che si possa pensare, ogni colore non aveva un significato preciso. Per capire Difesa Zapatista bisognava considerare il suo tono di voce, il contesto in cui lo diceva, dove guardava, l’espressione del suo viso, i gesti e la postura.

Una volta ha detto “giallo” mentre stava andando a scuola, come se fosse diretta al patibolo.

Dice il Sup che fino ad allora sapeva che Difesa Zapatista era una bambina normale e non un organismo cibernetico creato dalla mente perversa del SupMarcos per farci impazzire. L’eredità maledetta di un Moriarty dal naso impertinente, un quesito continuo e noioso avvolto nell’apparente innocenza di una bambina alta solo poche spanne da terra. Un robot la cui fonte di energia non è solare né atomica, ma sono le brioche.

Un pomeriggio qualsiasi, il SupGaleano spiegava a Elías Contreras:

“È una bimba, senza ombra di dubbio. È la cosa più normale del mondo che una bambina che va a scuola lo faccia con il dispiacere, l’angoscia e la disperazione di chi va alla schiavitù di lettere, numeri, nomi e date. Nessuno potrebbe esprimere meglio di lei cosa significa andare a scuola e credo che portare con sé il gatto-cane, anche se nascosto nello zainetto, sia il modo di aggrapparsi al mondo di Difesa Zapatista, che non ho idea che cosa o chi sia, ma lei è felice in quel mondo ed è felice nel suo compito di completare la squadra che, forse, è il suo modo di dire “cambiare il mondo”.

Perché lei non sogna di essere una super eroina, qualcuno con super poteri o con una katana che fa a pezzi i suoi nemici che, se fai attenzione, sono sempre maschi. Non si riferisce mai al goal che ha segnato con una tecnica che ha sorpreso tutti e che ha ricevuto le più disparate spiegazioni. Invece, il defunto SupMarcos ricordava sempre, la maggior parte delle volte a sproposito, che quando era alla secondaria aveva segnato un goal. Certo, dimenticando di dire che era sempre in panchina e che solo una volta è entrato in campo e solo perché all’allenatore ne mancava uno, e che l’ha segnato quando è scivolato e, senza volerlo e come dicono i classici, “ha buttato la palla in fondo alla rete”.


E neppure fa la parte della principessa perduta che aspetta la salvezza dall’immagine della mascolinità montata su un baldo destriero. In realtà, credo che la sua relazione col Pedrito sia precisamente l’inverso: lei deve aiutare, orientare e riscattare il Pedrito, anche se forse il suo metodo di menare scappellotti non sia il più adeguato.

No, Difesa Zapatista assume il suo obiettivo come qualcosa da compiere in collettivo e non concepisce il suo ruolo come leader o capa, perché ha scelto la posizione meno brillante che potrebbe esserci, quella di difesa, e lo fa per aiutare il cavallo orbo che sta in porta. Il suo lavoro è cercare e trovare chi si unisce, chi lavora in squadra e, nello stesso tempo, è parte della squadra, il ponte per incorporarsi ad essa. E quando considera sullo stesso piano posizioni come quella di raccattapalle, o il cagnolino o gatto-cane che corre storpio, e pone come unico requisito quello di voler giocare, questo è il suo modo di dire “voler lottare”.

In Difesa Zapatista non c’è un mondo nuovo, certo, ma forse c’è qualcosa di più terribile e meraviglioso: la sua possibilità.

E quando parla a colori, forse sta provando nuove forme di comunicazione per quel mondo che neppure immaginiamo, ma che lei assume già come da venire, non senza la lotta necessaria e urgente per realizzarlo, dovunque si trovi, in questa nostra dolorosa realtà.

Non immagino niente di più zapatista di quanto sintetizzato nell’azione di questa bambina.

Di questo parlava il SupGaleano ad un Elías Contreras silenzioso e attento. In quel mentre, sulla porta della capanna apparve Difesa Zapatista col pallone in una mano ed il gatto-cane nell’altra e domandò: “rosa?”.

“Adesso arriviamo, poi ti raggiungiamo”, rispose il Sup. Difesa Zapatista annuì solo con un “nero” e se ne andò di corsa.

Elías Contreras chiese al Sup: “Ma, cosa ha detto?”.

“Non ne ho idea”, gli rispose il Sup, mentre decideva se mettersi la maglia dell’Inter di Milano (che, mi dicono, sembra abbiano comprato i cinesi) o quella dell’Atalanta (che sta in quel mercato di giocatori che si chiama UEFA), o quella dei Jaguares de Chiapas (che chi lo sa dove stanno messi) che aveva trovato nel baule dei ricordi del defunto. Alla fine si mise la maglia dell’EZLN con la quale, nel 1999, una squadra di basi di appoggio zapatiste debuttò allo stadio “Palillo Martínez” nella Cittadella dello Sport di Città del Messico, in una partita dove segnarono solo un goal e che il defunto SupMarcos sintetizzò così: “non abbiamo perso, è che non abbiamo avuto abbastanza tempo per vincere”.

“In realtà io cerco di indovinare sempre quello che vuole dire. A volte ci riesco, a volte sbaglio. Cioè, come dire, applico il metodo scientifico della prova e dell’errore. Andiamo Elías, credo che dobbiamo andare al recinto del bestiame perché c’è una squadra da completare. Presto si allargherà sì, ed un giorno saremo di più”, aggiunse a sua giustificazione il SupGaleano.

Nel recinto del bestiame c’erano già il cavallo orbo che masticava con perseveranza la stessa bottiglia di plastica, il Pedrito che discuteva di qualcosa con la bambina, il gatto-cane che tentava invano di mordere il nuovo pallone che il buon Vlady ha regalato a Difesa Zapatista, e due figure assurde che stavano ai bordi del presunto campo da calcio.

Nessuno lo notò, ma tra Testa di Scopa, Capelli di Tortilla, Elías Contreras e il SupGaleano ci fu uno scambio di sorrisi complici ed un live movimento del capo come saluto.

Difesa Zapatista rideva, mentre il gatto-cane le saltellava intorno cercando di toglierle il pallone.

Il freddo si era attenuato ed il tepore cominciava ad avvolgere il pomeriggio.

E ciò che qui narro, è accaduto in qualche calendario, ma in una geografia precisa: le montagne del sudest messicano.

In fede:

Il gatto-cane.

Guao-miao.

Grazie.

Dal CIDECI-UniTierra.

SupGaleano.

Messico, dicembre 2017





Traduzione “Maribel” – Bergamo

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!