sabato 26 ottobre 2019

Cile - L’Ottobre nero del Cile: una protesta che viene da lontano

di Alessandro Guida e Raffaele Nocera*

I media cileni non hanno fatto in tempo a etichettarlo come il «18 de octubre negro» che gli eventi dello scorso venerdì sono stati già superati dallo tsunami dei giorni successivi. Di fronte a una rivolta sociale sicuramente disorganica, almeno in una fase iniziale, ma non per questo meno “rumorosa”, il governo ha in una prima fase tentato di strumentalizzare le circostanze, criminalizzando i manifestanti, ma nel giro di poco tempo ha perso completamente il controllo della situazione e, a conferma di un’estrema debolezza, ne ha delegato la gestione ai militari.

Si è così fatto ricorso dapprima alla Ley de Seguridad Interior del Estado, emanata alla fine degli anni ‘50 e poi riformata in piena dittatura civico-militare; poi si è dichiarato lo “stato di emergenza” per disturbi all’ordine pubblico nella capitale e successivamente in altre zone del paese.
A ciò ha fatto seguito il coprifuoco, misura che, alla pari delle precedenti, non veniva adottata dai tempi del dittatore Augusto Pinochet. Infine, in preda al panico, il presidente Sebastián Piñera ha sospeso il provvedimento che aveva dato il la alle manifestazioni di dissenso, ossia l’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana, vanto del paese e già tra le più care del continente (e di tante altre capitali del mondo). 

Azioni che, tuttavia, non hanno fatto altro che provocare un’estensione e una radicalizzazione della protesta. Le dichiarazioni del leader del centrodestra relative alla presenza di un vero e proprio stato di guerra interna – che hanno richiamato alla memoria quel passato dittatoriale in cui la necessità di combattere il “nemico interno” venne addotta a giustificazione delle più atroci violazioni dei diritti umani che il Cile abbia mai conosciuto – hanno chiuso il cerchio, rappresentando l’ultimo atto di una settimana piena di disastrosi errori politici alla Moneda.

In molti, fra gli osservatori, anche in Italia, si sono detti sorpresi da questa “improvvisa” esplosione sociale e dalla successiva reazione dello Stato, autoritaria e antidemocratica, che ha riportato i militari nelle strade del paese dopo oltre trent’anni, causando un numero imprecisato di morti (che le autorità stimano in 18 ma che secondo fonti indipendenti sarebbero più del doppio), centinaia di feriti e migliaia di arresti in pochi giorni. Per non parlare dei saccheggi e delle devastazioni delle stazioni della metropolitana e di edifici pubblici e privati. 

Com’è possibile, si è affermato, che in quello che, da qualche decennio a questa parte, viene presentato come l’esempio stesso di transizione democratica perfettamente riuscita, possano accadere cose di questo tipo? Del resto si tratta di un paese modello, stabile politicamente e fra i più avanzati economicamente dell’America Latina, si è detto e scritto. 

E, se realmente è così che stanno le cose, da dove viene questa “inattesa” esplosione di rabbia collettiva? Si tratta, forse, del prodotto di qualche trama “sovversiva” internazionale, o della destabilizzazione ordita dai “claudicanti” (e non numerosi) governi della “sinistra radicale” latinoamericana, nei palazzi del potere all’Avana o a Caracas, con la connivenza di frange estreme locali?

In realtà, se si guarda agli ultimi decenni di storia cilena e, in modo particolare, al modo in cui si è prodotto il lento, graduale e incompiuto (ebbene sì, incompiuto) processo di transizione dai 17 anni di feroce dittatura pinochetista alla democrazia, il quadro assume contorni ben diversi e gli accadimenti odierni ci appaiono, non soltanto meno sorprendenti, ma addirittura per certi versi prevedibili. La visione “positiva” della transizione cilena che si è affermata nel corso degli anni è stata favorita, infatti, soprattutto da fattori di carattere macroeconomico. 

I risultati a lungo termine di quella che alcuni autori hanno definito la «rivoluzione capitalista del Cile», iniziata dalla dittatura a metà degli anni Settanta con la «politica di shock» avviata dal regime su impulso dei Chicago boys, sono stati, invero, indiscutibili: smantellamento del settore pubblico, privatizzazioni, razionalizzazione industriale con conseguente mobilità della forza lavoro, sostegno agli investimenti, svalutazione del peso rispetto al dollaro per favorire le esportazioni, controllo da parte della Banca centrale dei tassi d’interesse e così via, avevano permesso al regime autoritario cileno di consegnare alle forze democratiche un paese con i conti sostanzialmente in regola. 

Non a caso, fra il 1990 e il 2009, il Prodotto Interno Lordo cileno crebbe mediamente ad un ritmo del 5%, i salari reali lievitarono a loro volta in maniera vigorosa, così come aumentò vertiginosamente il volume delle esportazioni (addirittura del 102% solo fra il 1990 ed il 1997). In breve, il Cile venne presentato come la manifestazione concreta della possibilità di coniugare, e con successo, democrazia e libero mercato. 

Non è un caso se, nel corso degli anni Novanta, si giunse a parlare di «modello cileno di sviluppo», del Cile come un esempio, come un possibile riferimento per i paesi della regione e anche per le nazioni appartenenti ad altre “periferie” del pianeta . 

A questa sostenuta crescita economica, senza precedenti nella storia nazionale, che avrebbe portato alla definizione del paese in questione in termini di «giaguaro dell’America Latina», corrispose, peraltro, in quegli anni, un notevole attivismo sul piano internazionale, finalizzato a rompere l’isolamento politico ed economico in cui era stato confinato il vecchio regime per i crimini commessi e a proiettare all’esterno una nuova immagine del paese. 

Basti ricordare che, già alla metà degli anni Novanta, il Cile entrò a far parte dell’Asia-pacific economic cooperation, per poi aderire, poco dopo, all'Organizzazione mondiale del commercio; praticamente nello stesso periodo iniziò a partecipare attivamente ai lavori delle Nazioni Unite. 
Nondimeno, il Cile è stato il secondo paese latinoamericano, dopo il Messico (ma il primo dell’America meridionale) a firmare un Accordo di Associazione Economica con l’Unione Europea (entrato in vigore nel 2003), nonché la prima nazione occidentale a siglare un trattato di libero commercio con la Cina (2005), con accordi analoghi anche con Canada, Messico, Stati Uniti, Corea del Sud.

In realtà, ad analisi un po’ più attente e, se vogliamo, “disinteressate”, sono emerse tutte le profonde contraddizioni di questa transición pactada, e, più in generale, dell’evoluzione del processo politico ed economico cileno post-dittatoriale. 

lunedì 7 ottobre 2019

Ecuador - In piazza contro il paquetazo


proteste contro il paquetazo in Ecuador

Il presidente Lenín Moreno sposa le ricette imposte dal Fondo monetario internazionale

Il  1° ottobre scorso, quando Lenín Moreno ha annunciato in televisione il cosiddetto paquetazo, una serie di misure volte ad imporre l’austerity all’Ecuador, a partire dall’eliminazione del sussidio statale sul carburante, probabilmente ha sottovalutato le capacità di rivolta dei suoi concittadini, che tra il 1998 e il 2000 cacciarono prima Jamil Mahuad e poi Lucio Gutiérrez.

Quest’ultimo, per inciso, condivide con Moreno il tradimento dei movimenti popolari, delle comunità indigene e più in generale di quel popolo di sinistra che aveva contribuito all’elezione di entrambi.

La capitale del paese, Quito, è stata teatro di violenti scontri tra gli oppositori del presidente e del suo governo e la polizia. Per frenare la rivolta María Paula Romo, ministra dell’Interno, ha fatto sapere che prorogherà lo stato di assedio per 60 giorni ed ha già escluso un dietrofront del governo per quanto riguarda sia l’aumento del carburante sia il decreto che rende precario il mondo del lavoro tramite una flessibilizzazione selvaggia. Lenín Moreno, in pratica, non ha fatto altro che seguire la strada imposta dal Fondo monetario internazionale. In barba ai sindacati, il presidente ha imposto che la giornata lavorativa cresca fino a 12 ore quotidiane, per la gioia delle imprese, e ha scelto di difendere a spada tratta la dollarizzazione.

Le proteste nelle piazze, unite allo sciopero dei transportistas, lascia pensare che il conflitto sociale sia solo l’inizio di un’ampia ribellione contro un governo che, subito dopo le elezioni, ha deciso di passare armi e bagagli alla destra, anche in campo internazionale, aderendo al Gruppo di Lima, e di farla finita con il correismo, che pur essendosi caratterizzato per notevoli contraddizioni, soprattutto a livello ambientale, aveva permesso al paese di avere un alto profilo sotto molti aspetti, a partire dal buen vivir inserito nella Costituzione, per quanto rimasta più sulla carta che applicata. Alla mobilitazione dei transportistas si sono rapidamente uniti  studenti, sindacati, comunità indigene e tutte le organizzazioni popolari. 

La dollarizzazione ha già provocato effetti nefasti nell’Argentina che, all’inizio del nuovo secolo, si vide costretta a fare i conti con il corralito.