mercoledì 29 agosto 2018

Messico - L’ultima mantecada sulle montagne del sudest messicano

(Racconto letto al termine del CompARTE PER LA VITA E LA LIBERTÀ 2018 nel Caracol di Morelia, Torbellino de nuestras palabras, montagne del sudest messicano.)

L’ULTIMA MANTECADA
SULLE MONTAGNE DEL SUDEST MESSICANO.

Forse è stato per una serie di eventi aleatori, senza legame apparente tra loro che la tragedia si è sviluppata.

O forse si è trattato di una semplice coincidenza, un caso sfortunato. Come se il destino avesse alimentato le voci sulla sua esistenza lanciando i pezzi di un puzzle sulle teste rotte di umani e macchine.

O per caso la Tormenta (che lo zapatismo insiste nel segnalare e che, come per tutto quello che dice, nessuno più nota) si era imbattuta in uno “spoiler“, un piccolo anticipo di quello che si avvicinava. Come se, nel software incoerente con cui sembra funzionare la realtà, fosse apparso un avviso urgente, un “warning” inavvertito, un segno che avrebbe potuto essere rilevato ed interpretato solo dalle più avvezze vedette che, negli angoli del mondo, sono impegnate a scrutare orizzonti che, tanto lontani, neanche appaiono come variabile nelle frenetiche statistiche del sistema mondiale. Dopo tutto, le statistiche servono per segnalare tendenze che cancellano drammi quotidiani. Che cosa è, dopo tutto, l’omicidio di una donna? Un numero. Una più è una meno. Le statistiche diranno che ci vogliono altri più numeri di questi omicidi “di genere” per incidere su una tendenza: quella della cavalcata fuori controllo del sistema verso l’abisso scivolando su sangue, fango, macerie, merda, distruzione. All’orizzonte? La guerra. Sul sentiero percorso? La guerra. Perché nel sistema capitalista la guerra è l’origine, la strada e il destino.

Infine, forse il delirio. Questo è solo un racconto e bisogna fare attenzione che in esso non si infilino riflessioni tendenziose, cattive idee, pensieri malsani, oziosi cavilli, provocazioni.

Chi qualche volta ha avuto la sfortuna di guardare un film col defunto SupMarcos, racconta che era insopportabile. Beh, non era solo insopportabile in quel frangente, ma ora sto parlando di guardare un film. Bastava che nel film saltasse fuori un’arma da fuoco perché il defunto mettesse in “pausa” e partisse in una lunga ed oziosa dissertazione su precisione, energia, portata, potere di fuoco e le brevi o lunghe parabole che un proiettile tracciava nella sua rotta verso “l’obiettivo”. Poco importava che in quel momento di pausa la trama si svolgesse, o che chi stava guardando il film si angustiasse senza sapere se l’eroe (o l’eroina, non dimenticare l’equità di genere) si salvava o no. No, lì si manifestava l’inutile spreco di erudizione: “quella è una carabina M-16, calibro 5,56 mm NATO, chiamato così per distinguere le munizioni fabbricate dai paesi dell’Alleanza Atlantica del Nord da quelle del Patto di Varsavia, ed eccetera, eccetera”. Certo, la compagnia cinefila non sapeva che cosa fare: se dimostrava interesse, il defunto poteva dilungarsi; se, invece, mostrava indifferenza, il defunto poteva interpretare la cosa come una sua non chiarezza di spiegazione e si sarebbe dilungato ancora di più, arrivando, chiaramente, alla guerra fredda. Ed allora il SupMarcos si sentiva obbligato a spiegare che il termine “guerra fredda” era un ossimoro, un’arguzia del sistema per ovviare alla morte e distruzione che avevano segnato quell’epoca. Proseguiva quindi con la “quarta guerra mondiale” e così via fino a che i popcorn si raffreddavano od erano diventati un impasto di mais in salsa “Valentina”.

Beh, sto già diventando uguale a lui. La questione era che se il SupMarcos assisteva alla proiezione, bisognava poi vedere il film o le serie due volte: una per subire le interruzioni, l’altra per capire la trama. Per questo dico che un racconto è un racconto e non una discussione politica. Anche se Difesa Zapatista usi la “discussione politica” per occultare le prove della “violenza di genere” che, sotto forma di ceffoni, applica allo stoico Pedrito, il bambino che, senza saperlo né volerlo, assume il ruolo di nemesi della bambina e del suo indefinibile gatto-cane.

Dove eravamo? Ah, sì, nel perché di quello che vi racconterò più avanti.

Il fatto è che, quell’alba, confermò ciò che temevo: erano finite le mantecadas [briosche-merendine N.d.T.]. Tutte. Perfino la riserva strategica (destinata a far fronte alla prevedibile apocalisse zombi, ad un’invasione extraterrestre o alla caduta di un meteorite) era a zero.

Che cosa era successo? Perché, come nelle tragedie greche e nei corrido messicani, non succede niente fino a che succede.

Doña Juanita, trincerata nelle cucine del CIDECI, a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico, era in sciopero: niente tamales, niente cuche (maiale, in Chiapas), niente tacos e salse, niente intrugli ricchi di carboidrati, grassi e colesterolo. E, oh disgrazia, niente mantecadas. Adesso solo cibo sano, cioè verdure, verdure e ancora verdure. Niente di niente. 

sabato 25 agosto 2018

Messico - 300. Terza e ultima parte - UNA SFIDA, UNA AUTONOMIA REALE, UNA RISPOSTA, DIVERSE PROPOSTE, E QUALCHE ANEDDOTO SUL NUMERO “300”


 Terza ed ultima parte: UNA SFIDA, UNA AUTONOMIA REALE, UNA RISPOSTA, DIVERSE PROPOSTE, E QUALCHE ANEDDOTO SUL NUMERO “300”. Subcomandante Insurgente Moisés, SupGaleano

E poi cosa viene?

Remare controcorrente. Niente di nuovo per noi, nosotroas, zapatiste, zapatisti.

Noi lo vogliamo ribadire – ci siamo consultati con le nostre comunità -: qualunque caposquadra deve essere contrastato, chiunque; e non solo chi propone una buona amministrazione ed una corretta repressione – cioè, questa lotta alla corruzione ed il piano di sicurezza basato sull’impunità -; anche chi dietro sogni avanguardisti vuole imporre la sua egemonia ed omogeneizzarci.

Non cambieremo la nostra storia, il nostro dolore, la nostra rabbia, la nostra lotta, per il conformismo progressista ed il suo correre dietro al leader.

Forse qualcuno lo dimentica, ma noi non dimentichiamo che siamo zapatisti.

E riguardo alla nostra autonomia – con la faccenda che sì la si riconosce, o no non la si riconosce -, noi abbiamo fatto questo ragionamento: l’autonomia ufficiale e l’autonomia reale. Quella ufficiale è quella riconosciuta dalle leggi. La logica sarebbe questa: hai un’autonomia, ora la riconosco in una legge e quindi la tua autonomia dipende da questa legge e comincia a non mantenere più le sue forme, poi, quando ci sarà un cambio di governo, allora devi appoggiare il governo “buono” e votare per lui, promuovere il voto per lui, perché se arriva un altro governo abolirà la legge che ti protegge. Quindi diventiamo i peones dei partiti politici, come è successo con i movimenti sociali in tutto il mondo. Non importa più quello che si sta facendo nella realtà, quello che si sta difendendo, ma quello che la legge riconosce. La lotta per la libertà si trasforma così nella lotta per il riconoscimento legale della lotta stessa.

-*-

Abbiamo parlato con i nostri capi e capi. O piuttosto con le comunità che ci danno il passo, la direzione e la destinazione. Con il loro sguardo guardiamo a ciò che sta arrivando.

Ci siamo consultati ed abbiamo detto: bene, se noi diciamo questo, che cosa succede?

Rimarremo da soli, ci diranno che siamo marginali, che stiamo rimanendo fuori dalla grande rivoluzione… dalla quarta trasformazione o dalla nuova religione (o come vogliano chiamarla) e dovremo remare un’altra volta controcorrente.

Ma non c’è niente nuovo, per noi, nel rimanere soli.

Allora ci siamo chiesti, bene, abbiamo paura di restare soli? Abbiamo paura di restare nelle nostre convinzioni, di continuare a lottare per esse? Abbiamo paura che chi era a favore, ci si metta contro? Abbiamo paura di non arrenderci, di non venderci, di non cedere? Ed alla fine abbiamo concluso: insomma, ci stiamo domandando se abbiamo paura di essere zapatisti.

Non abbiamo paura di essere zapatisti e continueremo ad esserlo.

È così che ci siamo fatti una domanda e ci siamo risposti.

venerdì 24 agosto 2018

Messico - 300. Seconda parte - Sub comandante Insurgente Moisés - Sup Galeano

#EZLN: 300. Seconda parte:

UN CONTINENTE COME CORTILE, UN PAESE COMO CIMITERO, UN PENSIERO UNICO COME PROGRAMMA DI GOVERNO, ED UNA PICCOLA, MOLTO PICCOLA, PICCOLISSIMA RIBELLIONE. Subcomandante Insurgente Moisés, SupGaleano

Dal mondo scendiamo al continente.

Se guardiamo in alto…

Vediamo gli esempi di Ecuador, Brasile ed Argentina, dove non solo si spodestano i governi che si presumono progressisti, ma si perseguono anche giuridicamente ed al loro posto ascendono governi addestrati come buoni capisquadra, o capisquadra ubbidienti al capitale (benché, siamo giusti, sono abbastanza rozzi anche nel loro cinismo) per il nuovo riaccomodamento della finca mondiale, che sono come Temer in Brasile, Macri in Argentina, ed in Ecuador quello che era bravo perché ce l’aveva messo l’adesso perseguito Correa (quello della “rivoluzione civica” – “di sinistra”, così lo vendette l’intellighenzia progressista -) e che ora risulta essere di destra, Lenin Moreno – paradossalmente si chiama Lenin -.

Sotto la vigilanza dello Stato che si è trasformato nel poliziotto della regione – la Colombia – e da cui si minaccia, si destabilizza e si programmano provocazioni che giustifichino invasioni di “forze di pace”, in tutto il Sudamerica si torna ai tempi brutali della Colonia, ora col “nuovo” estrattivismo che non è altro che l’ancestrale saccheggio delle risorse naturali, tipificate come “materie prime”, e che nei governi progressisti della regione si avalla e si promuove come “estrattivismo di sinistra” – che è qualcosa come un capitalismo di sinistra o una sinistra capitalista o vai a sapere che cosa vuole dire -, ma ugualmente distruggono e spogliano, ma è per una “buona causa” (?). Qualunque critica o movimento di opposizione alla distruzione dei territori degli originari è catalogata come “promossa dall’Impero”, “di stampo conservatore”, ed altri equivalenti a “è un complotto della mafia del Potere”.

Insomma, nel continente il “cortile” del Capitale si estende fino a Capo Horn.

Ma se guardiamo in basso…

Vediamo ribellioni e resistenze, prima di tutto dei popoli originari. Sarebbe ingiusto nominarli tutti perché si correrebbe il rischio di ometterne alcuni. Ma la loro identità risalta nella loro lotta. Lì dove la macchina incontra resistenza al suo avanzare predatorio, la ribellione si veste di colori nuovi tanto antichi e parla lingue “strane”. La depredazione, anche mascherata di reddito della terra, vuole imporre la sua logica mercantile a chi si rapporta alla terra come la madre.


giovedì 23 agosto 2018

Messico - 300. Prima parte - Intervento della Commissione Sexta dell’EZLN


Intervento della Commissione Sexta dell’EZLN all’Incontro delle Reti di Appoggio al CIG ed alla sua Portavoce.
(Versione ampliata)
Per ragioni di tempo l’intervento zapatista non era stato completo. Avevamo promesso che avremmo inviato le parti mancanti: qui di seguito la versione originale che include parti della trascrizione più quanto non detto. Di nulla. Prego.
 300.
Prima parte:
UNA FINCA, UN MONDO, UNA GUERRA, POCHE PROBABILITÀ.
Agosto 2018.
Subcomandante Insurgente Galeano:
Buongiorno, grazie di essere venuti ed aver accettato il nostro invito e di condividere la vostra parola.
Iniziamo spiegando quale è il nostro modo di fare analisi e valutazioni.
Noi incominciamo con l’analizzare che cosa succede nel mondo, poi scendiamo a vedere che cosa succede nel continente, poi che cosa succede nel paese, poi nella regione e poi localmente. E da qui tiriamo fuori un’iniziativa e cominciamo a farla uscire dal contesto locale a quello regionale, poi nazionale, poi continentale e poi nel mondo intero.
Secondo il nostro pensiero, il sistema dominante a livello mondiale è il capitalismo. Per spiegarcelo e per spiegarlo agli altri, usiamo l’immagine di una finca, una tenuta.
Chiedo al Subcomandante Insurgente Moisés di parlarcene.
-*-
Subcomandante Insurgente Moisés:
Dunque compagni, compagne, abbiamo intervistato compagni e compagne bisnonni e bisnonne che nella loro vita hanno vissuto nelle fincas – alcuni di loro sono ancora vivi e vive – Quello che ci hanno raccontato ci ha fatto pensare – diciamo ora – che i ricchi, i capitalisti, vogliono trasformare il mondo in una loro proprietà, una loro finca.
C’è il fattore, il proprietario terriero, il padrone di migliaia di ettari di terra che può anche non esserci perché il padrone ha il suo caposquadra che si prende cura della finca, ed il caposquadra cerca il suo maggiordomo che è quello che va a controllare che si lavori la sua terra; e questo caposquadra, su ordine del padrone, deve cercare un caporale che si occupa di controllare tutto intorno alla tenuta, alla sua casa. Ci hanno raccontato delle diverse cose che si fanno in una finca: c’è la finca dove si alleva il bestiame, c’è la finca dove si coltiva il caffè, c’è la finca della canna da zucchero, dove si fa il panetto di zucchero, e di milpa e di fagioli. Allora combinano il tutto; cioè in una proprietà di 10 mila ettari si fa tutto, c’è l’allevamento, la lavorazione della canna, la coltivazione di fagioli, la milpa. Allora per tutta la sua vita la gente circola lì, lavora lì – come servi, la gente che soffre lì -.
Il caposquadra arrotonda poi la sua paga rubando al padrone quello che produce la finca. Cioè, oltre a quello che gli dà il padrone, il finquero, il caposquadra ha il suo guadagno nel rubare. Per esempio, se nascono 10 vitelle e 4 torelli, il caposquadra non lo riferisce esattamente, ma dice al padrone che sono nate solo 5 vitelle e 2 torelli. Se il padrone poi si accorge dell’inganno caccia via il caposquadra e ne mette un altro. Ma il caposquadra ruba sempre qualcosa, e questa si chiama corruzione.
Ci raccontano che quando il padrone non c’è ed anche il caposquadra vuole uscire dalla finca, allora cerca qualcuno di lì, qualcuno stronzo come lui al quale lasciare l’incarico, andarsene e poi tornare a riprendere il suo ruolo di caposquadra.
Dunque, vediamo che il padrone non c’è, è da un’altra parte, ed il caposquadra è il Peña Nieto della situazione. Quindi noi diciamo che il maggiordomo sono i governatori, ed i caporali i presidenti municipali. Tutto è strutturato secondo una scala di potere.
Vediamo anche che caposquadra, maggiordomo e caporale sono quelli che pretendono dalla gente. E lì nella finca, ci raccontano i bisnonni, c’è un negozio che chiamano negozio a credito, vuol dire che nel negozio ci si indebita; quindi gli sfruttati e le sfruttate che vivono lì, servi o serve, comprano nel negozio il sale, il sapone, quello di cui necessitano, cioè, non hanno denaro; lì il padrone ha il suo negozio e lì si indebitano per comprare sale, sapone, machete, la zappa, e non pagano con denaro bensì con la loro forza lavoro.
I bisnonni ci raccontano, donne e uomini, che il padrone dava loro poco da mangiare, giusto il necessario per arrivare al giorno dopo e lavorare per lui, e così per tutta la loro vita.
E confermiamo quello che raccontano i nostri bisnonni perché quando siamo usciti nel ’94, quando abbiamo occupato le fincas per cacciare quegli sfruttatori, abbiamo incontrato capisquadra e acasillados che, abituati ai loro negozi a credito, ci dicevano che non sapevano cosa fare e dove andare a procurarsi il sale, il sapone, perché non c’era più il loro padrone. Ci domandavano chi sarebbe stato il nuovo padrone, perché non sapevano davvero cosa fare.
Allora noi dicemmo loro: adesso siete liberi, lavorate la terra, è vostra, come quando c’era il padrone a sfruttarvi ma ora lo fate per voi, per la vostra famiglia. Ma loro non capivano, dicevano no, che la terra era del padrone.
E lì abbiamo capito che c’è gente ormai assuefatta alla schiavitù. E se hanno la libertà, non sanno che farne perché sanno solo ubbidire.
E questo succedeva 100 anni fa, più di 100 anni, come ci hanno raccontato i nostri bisnonni – uno di loro ha più o meno 125, 126 anni adesso, e l’abbiamo intervistato più di un anno fa -.
E vediamo che ancora continua così. Oggi pensiamo che il capitalismo è così. Vuole trasformare il mondo in una finca. Cioè, gli impresari transnazionali: “Vado nella mia finca La Mexicana”, secondo come gli pare; “vado nella mia finca La Guatemalteca, L’Onduregna”, e così via.
Ed il capitalismo cominciava ad organizzarsi secondo i suoi interessi, come ci raccontano i nostri bisnonni in una finca ci può essere di tutto, caffè, bestiame, mais, fagioli, mentre in un’altra solo canna da zucchero o altro. Ogni finquero si organizzava.
Non ci sono padroni buoni, sono tutti cattivi.

martedì 21 agosto 2018

Messico - Italia - Continua il Sostegno al Sistema di Salute Autonoma Zapatista


Nell’agosto 2018 sono stati consegnati nel Caracol de La Garrucha i fondi e i materiali per il Laboratorio d’analisi e per i Promotori di salute, raccolti da Cooperazione Rebelde di Napoli, Ca’ Sana e Ya Basta – Caminantes di Padova.

Il Caracol de La Garrucha, nella zona tzeltales, "Resistencia hacia un nuevo amanecer", è la sede della Giunta del buongoverno "El camino del futuro" che raggruppa i 4 Municipi Autonomi di Francisco Gómez, San Manuel, Francisco Villa e Ricardo Flores Magón.



La consegna del 2018 è la quarta tappa di "Juntos para el derecho a la salud", iniziato nel dicembre 2016 con l’incontro tra i Promotori di salute zapatisti e operatori sanitari italiani per discutere insieme le necessità locali.
Una prima consegna di materiali è stata effettuata nell’agosto 2017 e nel dicembre 2017 si è svolta una formazione con personale esperto italiano per dotare il Laboratorio d’analisi nel Caracol con i materiali necessari e aggiornare la formazione dei Promotori.


agosto 2018: consegna materiali sanitari


Attraverso un costante confronto con i Promotori è stata stilata la lista dei materiali che serviranno per svolgere campagne d’analisi del sangue nell’intera zona.
Kit per le analisi (trigliceridi, glucosio, colesterolo etc..) e materiali di consumo (siringhe, provette, guanti etc ..) permetteranno di rispondere alle richieste di indagini cliniche fatte dai Promotori locali di ogni Municipio.
Oltre ai materiali per il Laboratorio d’analisi sono stati consegnati anche strumenti sanitari per il lavoro dei Promotori sia nelle visite che negli interventi di base.
Alla Giunta del Buon Governo sono stati consegnati anche dei fondi a sostegno dell’autonomia.

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Ricevute Giunta del Buongoverno La Garrucha
Dal confronto con la Giunta e i Promotori di salute è emersa la proposta di attivare un Laboratorio d’analisi in ogni Municipio, in modo che la diagnostica sia decentrata per garantire la massima prevenzione.
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Caracol La Garrucha
Il Sistema Sanitario Autonomo Zapatista, infatti oltre a garantire il diritto alla salute attraverso le cure essenziali, opera mettendo al centro la prevenzione e l’educazione.
Il diritto alla salute è una delle parti fondamentali della complessa strutturazione dell’autonomia zapatista. Un percorso partito da lontano che giorno dopo giorno tra mille contraddizioni .. lento però avanza.


Prossima Brigada Sanitaria dicembre 2018 per informazioni e contatti: brigatesalutechiapas@gmail.com


Puoi contribuire anche tu con:
- raccolta del materiale sanitario che ci è stato richiesto
- sottoscrizioni di contributi economici
- organizzazione di momenti informativi
- partecipazione alle delegazioni in Chiapas


Per sottoscrivere:
- presso il conto corrente intestato a Associazione Ya Basta
Banca Popolare Etica IT76D0501812101000011007374

- tramite il nostro conto Paypal
La campagna è coordinata da:

Cooperazione Rebelde Napoli
FB @cooperazionerebelde.napoli
TW @cooperRebeldeNapoli
SITO CooperazioneRebelde


Sostenuta da:
* Presidio di Salute Solidale - Napoli
* Associazione Ya Basta - Caminantes
FB @yaBastaCaminantes
SITO www.yabasta.it


domenica 12 agosto 2018

Argentina - “Vi racconto l’inferno delle donne argentine, costrette a morire a causa degli aborti clandestini”

Riportiamo una intervista a Irupé Tentorio, giornalista e attivista pro-aborto, a due giorni dal voto del Senato argentino, che ha detto no alla proposta di legge per legalizzare l’interruzione di gravidanza nel paese.

“Ana era malata di cancro, ha chiesto di abortire per continuare la chemioterapia ma le è stato negato. Sua figlia è morta dopo 24 ore, lei un mese dopo”. Due giorni fa il Senato argentino ha bocciato la proposta di legge per legalizzare l’aborto. 

TPI ha intervistato Irupé Tentorio, giornalista e attivista, che ci ha spiegato perché le donne argentine prima o poi riusciranno a vincere questa battaglia.

C’è chi si stringe in un abbraccio, chi piange. Altre urlano, qualcuna tira sul volto un fazzoletto, che non è più quello bianco delle madri di Plaza de Majo ma è verde, il colore diventato il simbolo del movimento che in Argentina è sceso in strada per ottenere la legalizzazione dell’aborto.

L’onda verde, come l’hanno chiamata, negli ultimi cinque anni ha scosso il paese e ha portato al centro del dibattito pubblico il corpo, le donne e la loro libertà di scelta. “Sul mio corpo decido io”, “Aborto libero, legale e gratuito”, si legge sui cartelli, sugli striscioni, sui panuelos.

In strada ci sono tre milioni di persone, che hanno aspettato i risultati del voto per sedici ore, sotto la pioggia e con una temperatura di quattro gradi. Hanno visto proiettati sui maxischermi i volti dei senatori e hanno ascoltato le loro dichiarazioni, mentre si esprimevano sul disegno di legge per legalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza.

Quando arriva la notizia che la legge per la depenalizzazione dell’aborto non ha ottenuto il sì del Senato, a Buenos Aires Plaza del Congreso è divisa a metà. Da un lato sono sventolati foulard blu, quelli dei movimenti pro-life, che lanciano fuochi d’artificio, applaudono. E urlano: “Viva la vita”.


L’altra metà è un’onda verde che si muove, si stringe e scandisce: “La battaglia non è finita”.
“Sapevamo che la legge avrebbe incontrato difficoltà in Senato, che è tradizionalmente più conservatore della Camera”, spiega Irupé Tentorio.

Insieme alle altre donne, Irupé ha seguito la votazione per tutta la notte. È una giornalista, scrive per Página/12, l’unico giornale con un supplemento dedicato alle tematiche di genere e alla diversità sessuale in Sud America.

Non è la prima volta che scende in strada: negli ultimi anni e negli ultimi cinque mesi di mobilitazione serrata – quando, dopo il sì della Camera Bassa, i movimenti delle donne hanno accelerato la corsa – le strade le ha vissute anche da attivista. Le ha viste con Karl Mancini, fotogiornalista italiano: insieme hanno raccontato le donne, le loro storie e battaglie nel progetto Ni Una Menos, un lavoro a lungo termine sulla violenza di genere, il femminicidio e la lotta dei movimenti femministi per i diritti in Argentina, ma anche nel resto del Sud America.


“La decisione dei senatori è stato un golpe contro le donne e la loro libertà, che evidentemente fa ancora paura”, continua Tentorio. “Ma il movimento non si ferma e noi continuiamo con la nostra militanza, territoriale e creativa”.

La proposta di legge è stata il punto di arrivo di un lungo percorso di discussione, attivismo e lavoro sul territorio. Da 33 anni le donne argentine si riuniscono ogni mese di ottobre ed è stato in uno di quegli incontri nazionali, tra il 2003 e il 2004, che è stata lanciata la “campagna dei fazzoletti verdi”, pensata e sostenuta da un gruppo di femministe e di attiviste.