mercoledì 30 maggio 2018

Cile - La mobilitazione femminista in Cile e le sfide del femminismo intersezionale

di Alexia Vásquez e Paulette Jara

Da settimane il Cile è scosso da quello che molti hanno chiamato la mobilitazione femminista più importante dagli anni Settanta. In risposta alle numerose denunce di molestia sessuale nelle prestigiose università del Paese, le studentesse hanno deciso di bloccare le attività accademiche e occuparne le istituzioni per rivendicare un cambiamento nel campo dell’educazione. Più di una decina di università e licei sono in mobilitazione.

Queste mobilitazioni nascono dopo anni di lavoro da parte delle femministe nelle istituzioni educative, impegnate nella creazione di reti di appoggio per le vittime della violenza machista, assieme ai protocolli contro l’abuso e le molestie sessuali.

Già nelle mobilitazioni dell’anno 2011 (le più grandi dal ritorno della democrazia), le studentesse avevano sollevato l’importanza di avere una educazione femminista e non sessista.

A questa lenta e progressiva organizzazione si sono sommati due fattori scatenanti. Il primo caso è stato quello della Univesidad Austral, nella quale il rettore ha deciso di cambiare di funzione un accademico della Facoltà di Scienze come risposta a una accusa di molestie da parte di una funzionaria dell’istituzione. Precedentemente, l’indagine interna dell’Ispezione del Lavoro aveva classificato i fatti come “molestia sessuale grave” e “molestia ambientale”, raccomandandone l’allontanamento. Di fronte a questo scenario, la comunità educativa si è organizzata per fare pressione sul rettore, che ha dovuto fare marcia indietro e destituire l’accademico.

Il secondo caso è stato quello di una studentessa della Facoltà di Diritto della Università di Cile che ha denunciato il prestigioso professore Carlos Carmona, ex presidente del Tribunale Costituzionale del Paese, per abuso sessuale. Il ritardo nell’indagine e l’assenza di misure volte alla protezione della studentessa, hanno provocato la mobilitazione delle sue compagne che hanno denunciato come il professore abbia continuato a esercitare le sue funzioni di docenza proprio mentre si stavano portando avanti le indagini.

Poco a poco, le denunce delle studentesse rivolte ai colleghi e agli accademici hanno fatto uscire allo scoperto altri casi di molestie e abusi.
È tristemente celebre una raccolta di storie nella Facoltá di Diritto della Pontificia Universitá Cattolica del Cile, i cui professori hanno detto dalle cattedre in diverse occasioni che le donne non vanno a studiare le leggi ma a trovare marito, o che si sentono liberi di commentare lo scollo delle studentesse (“lei è venuta qui per la prova orale o affinché la mungano?”).

Come reazione, il blocco delle attività e le occupazioni degli edifici si sono allargate a tutto il Paese, imponendo il tema nell’agenda pubblica.

Tutto questo si è riflesso nel corteo di massa contro l’educazione sessista di mercoledì 16 maggio e nella discussione del femminismo in molti spazi che di consueto sono poco aperti al tema, come ad esempio le trasmissioni della mattina nei canali della televisione cilena.

Ciò detto, tra le rivendicazioni delle studentesse possiamo risaltare: la rapida risoluzione dei casi di molestia e abuso sessuale; l’elaborazione di un protocollo unico per le denunce in ambito educativo; la conversione dei licei pubblici emblematici in scuole miste (oggi sono divise in base al sesso); l’educazione sessuale non sessista; la formazione specifica in sessimo e identitá di genere che abbia carattere triplice (per studenti, docenti e funzionari).

In sintesi, le studentesse considerano che l’elaborazione e la risoluzione dei protocolli sono la punta di un iceberg di un paradigma che è necessario cambiare, poiché non si tratta solo dei molestatori, ma di tutta la comunità. Si rivendica, pertanto, il passaggio a una educazione pubblica, femminista e non sessista.



Le sfide della mobilitazione femminista

I primi risultati della mobilitazione femminista si iniziano già a vedere e anche per questo stanno sorgendo delle importanti sfide. Una di queste è conferire contenuto a ciò che si intende per “femminismo”, nella forma più chiara possibile.

Per chi scrive, che si ritrova ad affrontare il partiarcato a partire da un movimento politico misto, che ha la pretesa di offrire una alternativa di conduzione politica al Paese, la sfida è straordinariamente ambiziosa, perché secondo la nostra analisi non è il patriarcato l’unico oppressore.

Partendo da queste premesse e perché le strutture e i fini della nostra organizzazione ci impongono di ripensare tutto, noi rispondiamo: il femminismo è la resistenza a tutte le forme di oppressione e per questo deve necessariamente essere intersezionale.
Il patriarcato opprime perché ci educa sin dall’infanzia attraverso le nostre proprie famiglie, quartieri e scuole, rispetto ai ruoli che ci si aspetta che compiamo come “donne” o come “uomini”, in questo ordine si nascondono le forme di oppressione che più tardi riproduciamo negli spazi in cui viviamo, lavoriamo e ci ricreiamo.

Ma in questo processo il patriarcato non opera da solo e per questo il nostro femminismo ha un cognome: intersezionale. Questo significa che le riflessioni e proposte femministe devono necessariamente ed esplicitamente premettere che non è solo il nostro genere e la nostra orientazione e identitá sessuale a determinare l’oppressione, ma anche la classe sociale. Nessuno può negare che le donne povere si sono storicamente fatte carico della peggior parte e per diagnosticare adeguatamente questa oppressione è indispensabile considerare, inoltre, se sono lesbiche e/o trans o se sono state esposte all’omofobia o alla transfobia.

A questa analisi si somma l’etnia, la razza e la nazionalità che anche determinano a quanta oppressione è esposto un bambino o una bambina e il divenire della sua etnia, razza e nazione lo accompagnerà e lo determinerà per tutta la sua vita. La lista non è corta e il grado d’importanza di questi fattori non si può misurare matematicamente. Anche la presenza di una (dis)capacità e lo stato di salute determinano quanta oppressione sperimentiamo, così come l’età, l’obbligo di seguire (o non seguire) una religione, sono solo alcuni elementi.



Una seconda sfida risponde al necessario apprendimento che dobbiamo fare in quanto parte della mobilitazione stessa, sia nelle istituzioni educative che in ciascuno dei movimenti e partiti che la compongono, per organizzare le nostre vite e militanze in maniera intersezionale.

Se la repressione è sistematica e intersezionale, anche la risposta deve esserlo. In questa costruzione nessuno é di troppo e tutti e tutte siamo chiamate a lavorare, tanto che ci facciamo un favore denunciando l’oppressione e smettendo finalmente di invisibilizzarla, ci facciamo un favore se mentre ci facciamo carico di quanto sia doloroso lavorare, coscienti dell’oppressione, restiamo uniti e cooperiamo insieme. Non saranno mai vani gli sforzi per (ri)costruire la fiducia reciproca, perché l’uscita non è iniziare un’operazione di polizia retroattiva che ci porti a dividere vittime da una parte e carnefici dall’altra, ma quella di unirci in uno stesso percorso femminista e trasformatore.

Come organizzazione femminista affrontiamo la sfida di doverci organizzare in un contesto definito da regole culturali del patriarcato.

È quindi imprescindibile essere espliciti nel segnalare che abbiamo molto da migliorare nell’implementazione dei protocolli che si adottano per i casi di molestia, nelle forme in cui mettiamo a valore il lavoro che svolgiamo nell’organizzazione, nell’ appoggio alla conduzione femminile e femminista, nella revisione delle forme con cui valutiamo il leaderismo maschile e nelle forme con le quali stiamo creando le condizioni per chi abbia un lavoro domestico di partecipare nel lavoro político. Lo stiamo facendo anche nei percorsi di apprendimento e di vita in comune tra compagni/e e sulla fiducia che ci dobbiamo costruire in maniera permanente tra compagni e compagne.

Per nessuno è di troppo una lezione sull’educazione non sessista e le organizzazioni politiche non fanno eccezione. Se oltre a questo ci siamo date mete ambiziose come quella di costruire una alternativa politica per il Cile che sia femminista e intersezionale, dobbiamo integrarla con i migliori e i più sinceri dei nostri sforzi nell’imparare a lavorare collettivamente.

Le studentesse in Cile ci stanno insegnando quale è il camino, dobbiamo solo percorrerlo.


Pubblicato sul sito indipendente argentino Marcha.org. Traduzione in italiano a cura di DINAMOpress.

*Alexia Vásquez è sociologa e Paulette Jara avvocata, militanti cilene del Movimento Autonomista

martedì 29 maggio 2018

SudAfrica - Costruiamo case, ma non ne abbiamo

Christopher è un muratore, Immanuel fa l’elettricista, Talitha e Johanna sono domestiche: insieme a migliaia di persone vivono nelle baraccopoli del Sud Africa e fanno parte del movimento Abhalali baseMjondolo. Immanuel ha contribuito a costruire il Mall of Africa, il più grande centro commerciale del continente, ma vive in una baracca a Good Hope, appena fuori Johannesburg. “Costruiamo le vostre case, ma non ne abbiamo nessuna”. Ogni giorno quelli di Abahlali lottano per difendere la terra delle proprie baracche, occupano terre abbandonate e cominciano a tirar su gruppi di case, con almeno una scuola e un centro medico, senza aspettare gli interventi dello Stato o delle amministrazioni comunali. Oltre a sperimentare impensabili forme di autogestione e a rifiutare l’uso della violenza nelle loro proteste, il movimento è noto perché a mettere i corpi in gioco nelle occupazioni, oggetto di continue repressioni, sono per lo più donne. Sono le gogos e le mamas, cioè le nonne e le madri, racconta Vijay Prashad  “che stanno costringendo il Sud Africa a essere un società decente...”. Il mondo dei nessuno non smette di creare speranza 

In questa pagina, alcune foto sulla vita del movimento sudafricano Abahlali baseMjondolo tra occupazioni, assemblee, proteste, incontri di formazioni autogestiti

di Vijay Prashad*

Talitha e Johanna sono domestiche. Guadagnano 150 Rand (1 R equivale a 0,0676 euro, Ndt) al giorno che è il prezzo di un gallone (4,5 litri) di latte, di una libbra di formaggio, di una pagnotta di pane, e di quattro arance. Potrebbero mangiare soltanto per un giorno, ma questo è quanto. Mi sorridono quando chiedo loro come riescono a tirare avanti. Johanna dice: “A fatica”.

Vivono nella baraccopoli di Good Hope, un pezzo di terra trafficato, a Germiston, appena fuori Johannesburg (Sud Africa). Le loro case sono provvisorie e si chiamano baracche in questa parte del mondo. Questi “ricoveri” sono a ridosso l’uno dell’altro. Non hanno alcuna protezione dalla pioggia e non offrono alcuna privacy. La mancanza di impianti igienici significa che i liquami scorrono nelle stradine strette. Significa anche che le malattie sono una preoccupazione costante.



Christopher fa funzionare pesanti macchinari per una società di costruzioni. Guadagna 6.000 R al mese che, però, svaniscono prima che il mese è finito. I soldi per l’affitto (1.200 R), e il denaro per portare suo figlio a scuola (1.850 R), gli portano via metà del suo guadagno. Il resto sparisce quando paga l’acqua e il gas, il cibo e i vestiti. “Di solito bevevo – mi dice Christopher – ma ora non i soldi per questo”.

Immanuel fa l’elettricista. Ha contribuito a costruire il Mall of Africa, il più grande centro commerciale che è stato costruito sul continente, ma non ha una casa. Vive in una baracca a Good Hope. “Costruiamo le vostre case, ma non ne abbiamo nessuna”.

Incontro Talita, Johanna, Christopher e Immanuel su un pezzo di terra arido di proprietà della Witwatersrand Gold Mining Trust. Da lungo tempo questa terra non è stata usata per nulla di produttivo. All’orizzonte c’è il vecchio impianto di lavorazione dell’oro. I lavoratori, però, non portano più fuori l’oro da questa terra. L’oro è quello che ha fatto guadagnare soldi a Johannesburg. La terra ora è vuota.

Al di là della strada c’è l’Insediamento di Buona Speranza (Good Hope). Talita, Johanna, Christopher e Immanuel operano con la “succursale” di Good Hope del movimento Abahlali baseMjondolo (un’espressione in lingua zulu che significa abitanti delle baracche). Si sono incontrati nel corso del 2017 per programmare la loro occupazione della terra abbandonata della Mining Trust.  Prevedono, secondo quanto dice la loro leader Nomnikelo Singenu – che saranno in grado di costruire cinquecento case su questo terreno e anche una scuola e un centro medico. C’è uno stato d’animo di entusiasmo e di tensione.



Lo Stato
Non lontano da dove stiamo parlando, si raduna la polizia. C’era stata il giorno precedente e aveva distrutto i picchetti che demarcavano il terreno per le case. La violenza è il modo di esprimersi della polizia. Hanno raccolto i miseri effetti personali degli occupanti delle baracche e li hanno bruciati in una buca. Oggi, secondo giorno dell’occupazione, la polizia sembra meno furiosa.

venerdì 18 maggio 2018

Messico - Falta lo que falta. C’è molto da fare ancora.


















  
Falta lo que falta. C’è molto da fare ancora. 

Aprile 2018.

Alle Reti di Appoggio al CIG ed a Marichuy:

A coloro che hanno partecipato alla Associazione Civile “Llegó la hora del florecimiento de los pueblos”:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

Al popolo del Messico:

Ai media liberi, autonomi, alternativi, indipendenti:

Alla stampa nazionale e internazionale:

Di fronte all’acutizzarsi della guerra, la depredazione e la repressione che invadono le nostre comunità con l’avanzare del processo elettorale e secondo i passi percorsi per le geografie di questo paese dalla nostra portavoce Marichuy insieme ai consiglieri e consigliere, ci rivolgiamo rispettosamente al popolo del Messico per dire che:
Sentiamo il dolore di tutti i colori che siamo, noi il Messico del basso.

Col pretesto del periodo di raccolta delle firme, abbiamo percorso i territori indigeni del nostro paese dove insieme, abbiamo fatto crescere la nostra proposta politica dal basso, da dove si è resa visibile la lotta di molti popoli originari, i loro problemi e le loro proposte.
Con la nostra partecipazione in questo processo elettorale, ribadiamo ai popoli indigeni e non indigeni del Messico che non resteremo inermi mentre ci distruggono e ci strappano la terra che abbiamo ereditato dai nostri nonni e che la dobbiamo ai nostri nipoti, mentre inquinano i fiumi e perforano le montagne per estrarre minerali, non rimarremo fermi mentre convertono la pace e la vita che costruiamo quotidianamente, in guerra e morte attraverso i gruppi armati che proteggono i loro interessi. La nostra risposta, non abbiate dubbio, sarà la resistenza organizzata e la ribellione per sanare il paese.

Con la grande mobilitazione di migliaia e migliaia di compagne e compagni delle reti di appoggio in tutto il paese, abbiamo realizzato ed è diventato sfacciatamente evidente che per apparire sulla scheda elettorale si deve garantire che noi siamo uguali o peggiori di loro, che se presentiamo delle firme, queste devono essere false o non valide, se spendiamo denaro deve essere di oscura provenienza, se diciamo qualcosa deve essere una bugia, se concordiamo qualcosa di serio, deve essere coi politici corrotti, con le imprese estrattive, coi banchieri, coi cartelli della droga, ma mai, mai, col popolo del Messico.

Essere sulla scheda elettorale è solo per chi vuole amministrare il potere di sopra opprimendo quelli di sotto, perché il potere che vogliono è marcio in tutte le sue parti.

Quindi, è una contesa che si può vincere solo con trappole, denaro e potere, come la merce che sono le elezioni della classe politica nella quale non c’è né ci sarà mai posto per la parola di quelli di sotto, di quelli che essendo indigeni o che non sono parte di un popolo originario, disprezzano il potere e costruiscono la democrazia prendendo decisioni collettivamente, che poi si fanno governo per strada, in un quartiere, in una comunità, un ejido, un collettivo, una città o uno stato.

Il processo elettorale è una porcilaia in cui sguazza chi è riuscito a falsificare migliaia di firme e chi ha le migliaia di milioni di pesos che gli permettono di comprare il voto, mentre la maggior parte del popolo del Messico si dibatte tra povertà e miseria.

Per questo la nostra proposta non è uguale, per questo non facciamo campagna elettorale, per questo non falsifichiamo le firme, né cercare e spendere soldi che il popolo del Messico adopera per rispondere alle sue necessità vitali, per questo non ci preoccupiamo di vincere nessuna elezione né mischiarci con la classe politica, ma è il potere dal basso che perseguiamo, che nasce dalle sofferenze dei popoli e per questo cerchiamo il dolore di tutti i colori che siamo, noi il popolo del Messico, perché lì c’è la speranza che nasca un buon governo che comandi obbedendo e che solo potrà sorgere dalla dignità organizzata.

Non è solo il razzismo della struttura politica che non ha permesso che la nostra proposta figurasse sulla scheda elettorale, perché se chi si oppone alla distruzione capitalista del mondo avesse anche occhi diversi, azzurri o rossi, le politiche pubbliche e la presunta democrazia sarebbero fatte per escluderli. Noi, popoli originari e chi cammina in basso e a sinistra non stiamo al loro gioco; non per il nostro colore, la nostra razza, la nostra classe, la nostra età, la nostra cultura, il nostro genere, il nostro pensiero, il nostro cuore, bensì perché siamo una cosa sola con la madre terra e la nostra lotta è perché tutto non si trasformi in merce, perché sarebbe la distruzione di tutto, cominciando dalla nostra, di noi come popoli.

Per questo lottiamo, per questo ci organizziamo, per questo non solo non stiamo nella struttura dello stato capitalista, ma ogni giorno di più sentiamo ripugnanza per il potere di sopra che ogni giorno di più dimostra il profondo disprezzo contro tutte e tutti i messicani. La grave situazione in cui vivono i nostri popoli e che si è acutizzata gravemente nelle ultime settimane per la repressione e la depredazione, ha solo meritato il silenzio complice di tutti i candidati.

Di conseguenza, per accordo della seconda sessione di lavoro del Consiglio Indigeno di Governo, svoltasi i giorni 28 e 29 aprile a Città del Messico, né il CIG né la nostra portavoce cercheranno né accetteranno alcuna alleanza con nessun partito politico o candidato, né inviteranno a votare o ad astenersi, ma continueremo a cercare tutti quelli in basso per smontare il pestilente potere di sopra. Che andiate a votare o no, comunque organizzatevi.

Andremo avanti nella realizzazione delle chiavi per sanare il mondo.

Tra i popoli originari di questo paese, dove è presente il Consiglio Indigeno di Governo, e dove la nostra portavoce è passata tessendo, secondo il mandato dell’assemblea generale del CNI, ci sono le resistenze e le ribellioni che danno forma alla nostra proposta per tutta la nazione, per questo insieme a consiglieri e consigliere di ogni stato e regione abbiamo percorso le sue geografie, dove la guerra e l’invasione del mostro capitalista vive giorno per giorno. Dove la terra viene depredata affinché non sia più collettiva e resti nelle mani dei ricchi, affinché i territori siano occupati e distrutti dalle imprese minerarie, le sorgenti devastate per l’estrazione di idrocarburi, i fiumi inquinati, l’acqua privatizzata in dighe e acquedotti, il mare e l’aria privatizzati dai parchi eolici e dall’aviazione, i semi nativi contaminati dagli OGM e dalle sostanze chimiche tossiche, le culture rese folclore, i territori configurati per il funzionamento del narcotraffico transnazionale, l’organizzazione dal basso sottomessa dalla violenza terroristica dei gruppi narco paramilitari che sono al servizio dei malgoverni.

Abbiamo visto anche le strade che si illuminano nei mondi che conservano le proprie culture, quando in essi si scorge la proposta e la parola degli altri popoli indigeni, e dalla loro lotta e dalla loro lingua sorgono i fondamenti che sono la ragion d’essere del Consiglio Indigeno di Governo.

È lì dove splende la speranza che siamo usciti a cercare, come lo è anche la società civile organizzata nelle città con la Sesta, coi gruppi e le Reti di appoggio al CIG che non solo sono usciti a dimostrare la loro solidarietà e fare un’agenda in tutto il paese, ma sono usciti a costruire dal basso, dalle stesse rovine capitaliste, un paese migliore ed un mondo migliore. A tutt@ loro la nostra ammirazione e il nostro rispetto.

martedì 15 maggio 2018

Argentina - Il ritorno dei corsari della finanza



di Francesco Gesualdi*

Sentiamo spesso parlare di finanziarizzazione dell’economia senza capirne a fondo il significato. Ma ciò che sta attraversando l’Argentina è un tipico esempio di economia sacrificata sull’altare della finanza che dà ragione delle parole scritte da Papa Francesco nel libro curato da Zanzucchi: «Quando si verifica il crollo di una finanza staccata dall’economia reale, tanti pagano le conseguenze e tra i tanti soprattutto i poveri e quanti poveri diventano, mentre i ricchi in un modo o nell’altro spesso se la cavano.»

L’Argentina è tornata all’onore delle cronache perché la sua situazione economica  sembra averla  riportata al 2001 quando si trovò con un tale debito estero da dover dichiarare fallimento. Allora come oggi, i segnali erano un pesos in caduta libera, la crescita del debito pubblico, un’alta inflazione, un forte debito commerciale e finanziario verso l’estero. Per uscire dalla crisi, Nestor Kirchner, che rimase al potere dal 2003 al 2010, aveva puntato su una politica articolata che comprendeva la ristrutturazione del debito pubblico,  la limitazione del movimento dei capitali, una politica monetaria e creditizia che favorisse gli investimenti produttivi da parte dell’imprenditoria nazionale. E benché molti gli abbiano contestato di non avere fatto abbastanza per fare aumentare i salari e per ridurre la povertà, tutti gli riconoscono il merito di avere saputo condurre l’Argentina fuori dalla palude. 
Ma la corsa cominciò a frenare nel 2008, allorché la crisi mondiale impattò negativamente anche sull’Argentina che gradatamente tornò a confrontarsi con i suoi demoni storici: inflazione, debito pubblico e disavanzo estero. Per di più nel 2012 arrivò la tegola dei fondi avvoltoi che non riconoscendo la ristrutturazione effettuata nel 2001 pretendevano la restituzione piena del valore nominale dei titoli con l’aggiunta degli interessi e delle more. 

Una partita che è stata chiusa nel 2016 dal governo successivo con un esborso di 9 miliardi dollari a danno degli argentini.



Nel 2015, quando cessò l’era Kirchner, prima gestita dal marito, poi dalla moglie, l’Argentina non navigava in ottime acque, ma disponeva di meccanismi per evitare la totale disfatta sociale ed economica. Poi arrivò Mauricio Macrì, convinto sostenitore della teoria neoliberista secondo la quale il sereno torna da solo se si libera il mercato da tasse, lacci e lacciuoli. Detto fatto, per prima cosa tolse ogni meccanismo di difesa del pesos e lasciò che si attestasse sul valore deciso dal mercato tramite il libero incontro fra offerta e domanda. 

Era il dicembre 2015 e il pesos, in un solo giorno, si svalutò del 30 per cento per la gioia delle multinazionali dell’agroindustria e dell’industria estrattiva che essendo al tempo stessi produttori e acquirenti, hanno tutto l’interesse a fare uscire dal paese prodotti a basso prezzo che poi generano guadagni nelle fasi di rivendita successiva sotto forma di dollari riparabili nei paradisi fiscali. E per non lasciare le cose a metà, Macri tolse anche tutti i limiti alle esportazioni creando una situazione concorrenziale fra la domanda interna e quella internazionale che ebbe la peggio per la domanda interna. Il prezzo interno di soia e cereali crebbe addirittura del 150% mettendo in crisi non solo i consumatori finali, ma anche l’industria intermedia della carne. Contemporaneamente anche le importazioni vennero rimesse in totale libertà e nonostante la svalutazione del pesos, i manufatti stranieri invasero l’Argentina mettendo in crisi settori chiave del paese come l’industria tessile, meccanica e calzaturiera. La conclusione è stata che fra il 2016 e il 2017 le importazioni hanno superato di gran lunga le esportazioni generando un deficit commerciale verso l’estero per 14 miliardi di euro.

Ma le cose sono andate di male in peggio anche sul piano sociale e finanziario. Sul piano sociale il paese sta registrando una crescita della disoccupazione per licenziamenti non solo in ambito  privato, ma anche pubblico come conseguenza del dogma neoliberista che impone allo stato di ridurre la sua presenza in tutti gli ambiti, sia quello dei servizi che del sostegno sociale. E’ del dicembre 2017 una sforbiciata alle pensioni di anzianità e ai contributi a favore delle categorie svantaggiate con contemporanea soppressione delle integrazioni a luce, acqua e gas che hanno rappresentato una vera mazzata per i salari già bassi e taglieggiati da un inflazione che fra il 2016 e il 2017 è stata del 65 per cento.



La giustificazione del governo è che deve risparmiare per riportare i conti pubblici in pareggio considerato che nel 2016 ha registrato un deficit di 32 miliardi di dollari, 6,3 per cento del Pil. Un male non casuale considerato il minor gettito fiscale dovuto ai tagli di imposta sulle esportazioni e sui redditi più alti e il maggior esborso per interessi su un debito pubblico che sta crescendo, non per finanziare servizi e opere pubbliche a vantaggio della collettività, ma per ripristinare riserve in dollari che si stanno prosciugando a causa della possibilità data alle classi agiate di accumulare dollari all’estero. Un film già visto al tempo della giunta militare.

venerdì 11 maggio 2018

Ay Nicaragua, Nicaragüita

L’ultima sanguinosa repressione delle scorse settimane ha riportato l’attenzione internazionale sul Nicaragua, mettendo in luce alcune essenziali riflessioni sulle società post-rivoluzionarie del Novecento. A quasi quarant’anni dalla vittoria sandinista dell’estate del 1979, la più giovane e poetica delle rivoluzioni del secolo scorso, ci si chiede ancora come sia stato possibile che Daniel Ortega – il più “politico” tra i suoi grandi protagonisti, quello disposto ad allearsi con chiunque pur di restare al governo – sia diventato poi il simbolo di un potere cieco e corrotto, che ha di fatto privatizzato il Fronte Sandinista e le istituzioni del paese perseguitando ogni protesta sociale e molti dei suoi compagni d’un tempo, a cominciare dal vecchio poeta Ernesto Cardenal. Gli studenti hanno convocato una nuova manifestazione nazionale per il 9 maggio, dove non mancheranno di intonare, con grande disappunto del governo, Ay Nicaragua, Nicaraguita, la canzone composta dai fratelli Mejìa Godoy per la grande Campagna dell’alfabetizzazione, uno dei simboli più straordinari dei primi anni della rivoluzione. Carlos Mejia Godoy, che sostiene l’indipendenza della protesta, ha scritto: non posso essere neutrale di fronte a tanta barbarità e ignominia
Una delle foto della protesta nicaraguense diffusa attraverso le rete sociali
di Raúl Zibechi

“Come fare a non diventare fascista, perfino quando (soprattutto quando) uno crede di essere un militante rivoluzionario?”. La frase di Michel Foucault descrive alla perfezione il processo che soffre il Nicaragua.

Il governo di Daniel Ortega e Rosario Murillo ha decretato una riforma della previdenza sociale che, tra le altre cose, impone una riduzione del 5 per cento delle pensioni per riaggiustare i conti dell’Istituto Nicaraguense della Previdenza Sociale (INSS), seguendo il suggerimento del Fondo Monetario Internazionale. La situazione economica si è deteriorata in conseguenza della crisi venezuelana, però i danni li pagheranno los de abajo.

Com’è noto, la repressione ha causato tra i 25 e i 30 morti in appena quattro giorni. 

L’Articolazione Femminista Nicaraguense denuncia un tipo di repressione molto speciale, “contro i giovani universitari e la popolazione che li appoggia in maniera attiva, mettendo insieme le forze antisommossa della Polizia Nazionale con le forze paramilitari formate da giovani che si suppone siano organizzati in quella che chiamano “Gioventù Sandinista”.
La vicepresidente Rosario Murillo, moglie di Ortega, ha detto nei giorni scorsi di voler aprire un dialogo sull’aumento che colpisce i pensionati. Foto univision.com
La maggioranza dei morti sono stati colpiti dai proiettili dei poliziotti anti sommossa che proteggono i paramilitari. Il governo ha chiuso temporaneamente “i pochi mezzi di informazione indipendenti che ancora esistono nel paese”, secondo quanto denunciano le femministe che definiscono il governo di questi 11 anni “patriarcale, votato all’esclusione e misogino”.

Ciò di cui dobbiamo venire a capo è come si sia potuti arrivare a questa situazione. Come sia stato possibile che una forza politica rivoluzionaria, e dei capi che costruirono il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, si siano potuti trasformare in assassini del loro popolo.
Penso che questa crisi porti alla luce almeno quattro questioni.

La prima consiste nel ricordare che non è la prima volta che questo succede con i movimenti rivoluzionari al potere. È la storia dell’Unione Sovietica di Stalin, però è anche la terribile storia di Sendero Luminoso, della guerriglia salvadoregna che assassinò Roque Dalton a causa delle differenze politiche e che organizzò l’assassinio della comandante Ana María. Questioni scomode di cui non si vuole parlare e da cui ancora meno si vuole imparare.

La seconda è che i coniugi Ortega-Murillo hanno commesso dei crimini, senza che la sinistra egemone abbia detto una sola parola, perché per loro tutto sta nel detenere il potere, a qualunque prezzo. Quando Zoilamérica Narváez, figlia della Murillo e figliastra di Ortega denunciò il presidente per violenza sessuale, nel 1998, i partiti membri del Forum di San Paolo non alzarono la voce, né criticarono il denunciato. Quando l’attuale  vice presidente del Nicaragua, la signora degli anelli e dei gioielli, difese il suo sposo contro sua figlia per rendere più forte il suo potere, le sinistre si voltarono da un’altra parte.

L’ex vicepresidente del Nicaragua dei primi anni della rivoluzione, Sergio Ramirez, e la scrittrice femminista Gioconda Belli manifestano a Madrid contro la repressione. Foto Paolo Aguilar
La voce non si levò nemmeno quando, ancora nel 1998, fu firmato il patto di Ortega con l’esponente della destra storica Arnoldo Alemán, un patto che serviva a spartirsi il paese e a proteggere le sue ricchezze. Non ci fu alcuna denuncia contro l’alleanza con il potere economico, la corruzione scandalosa della cupola del FSLN, le minacce agli oppositori di sinistra, quelli che restano i veri sandinisti e accusano di tradimento la cricca di Ortega e Murillo.

Probabilmente, una delle analisi più lucide sulla degenerazione del governo è quella scritta da Mónica Baltodano, nella rivista Envío del gennaio 2014, e intitolata ¿Qué régimen es éste? ¿Qué mutaciones ha experimentado el FSLN hasta llegar a lo que es hoy? (Che regime è questo? Che mutazioni ha sperimentato il FSLN fino a diventare quello che è oggi?). 
La ex comandante guerrigliera (uscita dal FSNL dopo l’alleanza con la destra di Alemán, ndt) indica quattro mutazioni nell’orteghismo che spiegano l’attuale deriva.

Sostiene, in primo luogo, che è stato rafforzato “come mai prima” un regime politico ed economico contro i poveri e a favore della concentrazione della ricchezza e del potere. In secondo luogo, rileva che “s’è fatta più profonda la subordinazione del paese alla logica globale del capitale”, che usufruisce delle ricchezze naturali e della mano d’opera sottopagata in Nicaragua. La terza mutazione è che “l’attuale sistema economico-sociale ha bisogno di farla finita con le resistenze sociali e il regime di Ortega consegue questo risultato esercitando un severo controllo sociale”. E la quarta sta nella concentrazione di potere della cricca che fa capo a Ortega-Murillo.

L’ex presidente dell’Uruguay Pepe Mujica sta promuovendo la candidatura al Nobel per il vecchio poeta Ernesto Cardenal, il primo ministro della cultura del Nicaragua rivoluzionario
Quello della privatizzazione del Fronte Sandinista è stato un processo che si è sviluppato “prima della creazione dell’oligarchia economico-finanziaria del Fronte”, cosa che ha permesso un controllo assoluto delle principali istituzioni del paese, per poter usare “quel potere concentrato al fine di riprodursi, consolidarsi e installarsi al vertice dello Stato per anni”. Baltodano pensa che si tratti di una simbiosi degli Ortega con il potere economico nicaraguense, tra la borghesia tradizionale e la emergente “borghesia rossonera”(dai colori della bandiera sandinista, ndt).

La terza questione che fa luce sulla crisi nicaraguense, è che essa mette a nudo la povertà etica e politica delle sinistre. Più che una povertà, una decomposizione in piena regola. Ci sono ancora “intellettuali” (“mercenari”, come dice un veterano militante comunista) che continuano a menzionare l’intervento dell’imperialismo in Nicaragua per giustificare i crimini. Non ho il minimo dubbio che gli Stati Uniti spingano i giovani nica a rovesciare Ortega. Questo non ha la minima importanza, perché non stiamo qui per giocare una partita a scacchi geopolitica ma per difendere la vita dei popoli, quella vita che il governo di Managua si impegna a distruggere.

La quarta questione è che dobbiamo lavorare duramente per rompere un dilemma di ferro: la politica come guerra, sebbene condotta con altri mezzi, come disse Clausewitz e come celebrò Lenin. La guerra consiste nella sconfitta e nell’annichilimento del nemico, con o senza armi. Credo sia lecito difenderci dai nemici, anche con le armi. Ma fondare la politica sulla guerra (con strategie, tattiche e arti militari) è un cammino che conduce la lotta per l’emancipazione verso un insondabile abisso. 

Ci siamo formati in quella tradizione, ma è ora di ripensarla.

Quando i giovani nica gridano “Ortega e Somoza, sono la medesima cosa”, è perché si è perso il nord, sull’altare del potere. Ci rimane l’esempio dei curdi e degli zapatisti, che resistono senza trasformarsi in criminali.

Fonte: la Jornada

Traduzione per Comune-info: Marco Calabria

venerdì 4 maggio 2018

Messico - Il Chiapas delle 8000

di Rebecca Rovoletto·- 1° maggio 2018

Mi sento al sicuro nel taxi di Gonzalo, posso abbandonare l’allerta del viaggio, la fatica della sua preparazione, i perché ho risposto a un invito arrivato da così lontano. Ora sono qui. Dal finestrino mi incanta una luna storta: sta calando all’ingiù, gobba a terra e sorriso al cielo. Del resto, qui anche i perché usano un punto interrogativo sottosopra, messo lì prima ancora di formulare la domanda. Mi appendo a quel glifo e prende corpo la que sabe, colei che sa: dondola, donna, fiuta, accendi i pori.

All’inizio dell’anno, l’EZLN lancia una convocatoria, una chiamata. Dall’avvio della Otra Campaña gli zapatisti hanno creato molte aperture internazionali e i loro inviti sono stati sempre più frequenti: l’Escuelita, il CompArte, il ConCiencias por la Humanidad. Artisti, intellettuali, scienziati, rappresentanti della società civile e militanti hanno risposto alle loro iniziative, per discutere orizzonti.

Questa convocatoria è però diversa dal solito. È concepita femmina, voluta e organizzata dalle donne zapatiste per le donne di tutto il mondo. Gli uomini non sono invitati, non importa se buoni o cattivi. C’è bisogno di un momento solo per noi, lontano dalle critiche o dalle compiacenze di uno sguardo maschile. Libere di essere ciò che siamo e di fare ciò che amiamo fare, nel nostro modo personale di divaricare crepe nei muri del sistema capitalista e patriarcale. “…in tutto il mondo ci assassinano. E agli assassini che sempre sono sistema con volto da maschio non importa nulla se siamo ammazzate. Quindi, se sei una donna che lotta, che non è d’accordo con quello che ci fanno come donne che siamo, se non hai paura, se hai paura ma la controlli, ti invitiamo a incontrarci e parlarci e ascoltarci come donne che siamo.” Ci chiedono di portare lì, al Caracol IV di Morelia nel sudest messicano, tutto quello che desideriamo condividere come donne impegnate sui più diversi fronti dell’attivismo sociale e politico per la difesa della natura, delle risorse primarie, dei diritti inalienabili, delle minoranze, delle culture originarie, della vita. E siccome il mondo va descritto nella sua complessità, senza lesinare parole, lo titolano Primo Incontro Internazionale Politico, Artistico, Sportivo e Culturale delle Donne che Lottano.

Nello zapatismo vivente nel Chiapas niente di ciò che credi logico o scontato è così. Puoi avvicinarti solo se ti asterrai dal comprimerlo dentro cornici codificate. Perché questi indios contadini ne sanno sempre una più di te e ti ribaltano come quel punto interrogativo. E quando ti chiedono di guardare e ascoltare ti stanno dicendo di cavare via le croste al cervello, di esporre la polpa. E devi anche sapere che solo la millesima parte di ciò che assaggerai potrà essere raccontata, perché senza anime eccitate dai corpi non si comprendono diversità, linguaggi, figurazioni.

Dalle mail organizzative dell’equipe de apojo so che si stanno registrando adesioni da ogni parte del globo, tanto che devono metterle in fila alfabetica: Andorra, Argentina, Australia, Bolivia, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Danimarca, Ecuador, El Salvador, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Guatemala, Honduras, Inghilterra, Italia, Nazione Mapuche, Nazione Cree e Ojibwa, Nazione Navajo, Nicaragua, Paesi Baschi, Paraguay, Perù, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Tanzania, Uruguay, Venezuela e 27 stati del Messico. Parlano di oltre seicento richieste di partecipazione attiva e ci anticipano alcuni dei temi e delle proposte che sono arrivate: 202, un’enormità.

Il 7 marzo mi sveglia il caffè a San Cristòbal, tra le montagne della Sierra Madre a 2.200 metri, nella casa azùl di Francesca, Fabio e la piccola Emma. Si parte dal CIDECI alle 13:30, ora zapatista, dentro un Lacandonia Tour, un camiòn blu che viaggia a passo d’uomo. Dicono che la nostra destinazione finale dista circa duecento chilometri zapatisti, in direzione circa Palènque. Fuori boschi di conifere e qualche ragazzino scalzo che corre a salutare con la mano. A bordo spiccano in risate quattro italiane, delle pochissime che troverò all’incontro. Da questo momento Rosella, Serena, Daniela e Nancy saranno le mie compagne di pannocchie bollite e tamales, di discussioni e stupore. Ma nello zaino ci ho ficcato strette un bel po’ di altre amiche, Arianna, Teresa, Desi, Lisa, Marina, Moira e poi Elena, Giulia, Laura… mi si attacca ai vestiti anche Raffaella. Quale magico filo di ragno ti ha portata a seguirmi qui, Raffaella?

Attraversiamo la regione detta “tzotz-choj” (pipistrello-giaguaro), abitata dai popoli maya tzeltal, tzotzil e tojolabales, tra i principali partecipanti alla sollevazione in armi del ‘94. 

Come molte altre in Chiapas e in Messico, questa zona è stata ed è teatro di lotte contadine per preservare terra, diritti e culture native. Quella zapatista ha preso la forma dei governi autonomi (Municipi e JBG, Giunte di Buon Governo) nella cui costruzione e partecipazione l’apporto delle donne continua ad essere cruciale.

E cruciale, qui, è anche la poesia che impregna ogni cosa, il nucleo profondo di questi popoli. Caracol IV, Torbellino de Nuestra Palabra – Turbine della Nostra Parola – quartier generale della JBG Corazón del Arcoiris de la Esperanza – Cuore dell’Arcobaleno della Speranza. È qui che approda, dopo sette ore di buche e dossi, il nostro eroico Lacandonia Tour. BIENVENIDAS MUJERES DEL MUNDO

Il piazzale sterrato è un girone di zaini, borse, sporte, fagotti, trolley e, attaccato a ciascun bagaglio, c’è una donna da sola, con le amiche, con le altre donne della famiglia, con un bimbo al collo e uno per mano, con l’anziana nonna che si aiuta con un carrellino, con la fidanzata, con le compagne di collettivo. Di ogni età, colore, etnia, nazionalità, lingua, dialetto. Dappertutto piccole donne col passamontagna ci circondano: le nostre ospiti, le donne zapatiste dei Cinque Caracoles. A vigilare e coordinare le miliziane in divisa dell’EZLN “custodi dell’autonomia e di madre terra”. Cosa avranno provato nel vederci arrivare? Nel vedere che quel loro progetto sognato, discusso e organizzato da sole in un buco di mondo è lì sotto ai loro occhi gentili, vero e vociante, ed è enorme? “Perché è dura quando ci dicono che ne arrivano cinquecento ma che si è perso uno zero per strada e ne arrivano cinquemila e più” **

Despierta, mujeres del mundo. Buenas dìas. 8 marzo 2018 ore 5:52. Due accordi di chitarra nel primo accenno d’alba chiamano le donne. È l’inizio di ciò che non ti aspetti, che ti sguscia fuori dal sacco a pelo e ti sguscia dal mondo che hai vissuto sinora per incontrarne moltitudini. Ma non sono mondi altri, ce li hai tutti dentro e mai come ora ti sei sentita così profondamente a casa. Buongiorno alba del giorno che è il giorno. Buongiorno angolo sperduto di terra che hai fatto fiorire tutto questo.

Il primo è il giorno delle donne zapatiste. Si presentano come donne combattenti nella difficile quotidianità di chi ha scelto di vivere la libertà, di realizzare l’autonomia, di imprimere una trasformazione sociale e politica che non ha eguali. Ci regalano la genealogia della loro lotta, il loro sguardo sul mondo e la loro visione di ciò che sarà. Una narrazione fatta di letture, poesie corali, opere teatrali, tornei sportivi, coreografie, musica e canti e danze. Ma si raccontano anche standoci intorno, cucinando per noi, proteggendoci e prendendosi cura di ogni cosa. I loro occhi ci parlano di grazia dal passamontagna, i loro gesti tranquilli e sicuri ci danno il passo e la misura di un tempo umanissimo. La loro attenzione, ironica e curiosa, ci insegna l’accoglienza e l’affettività. Finalmente ti conosco di persona, Difesa Zapatista, piccola e tenace bambina che ogni giorno giochi la difficile partita che ti vede a sera ancora viva e libera.

Con questo loro primo giorno imprimono il senso tangibile del sentimento collettivo dell’essere comunità. Lorena, la sciamana maya, ha predisposto un cerchio di fuoco. È un battesimo. Le parole di apertura ci fondono, spazzano via i nostri brillanti ego e inutili dispute, diventiamo un chingo. “E vediamo, ad esempio quegli alberi laggiù che voi chiamate ‘foresta’ e noi chiamiamo ‘montagna’. E sappiamo che in quella foresta, in quella montagna, ci sono molti alberi diversi. Bene, siamo qui come una foresta o come un monte. Siamo tutte donne… una foresta di donne. Possiamo scegliere cosa fare durante questo incontro. Possiamo scegliere di fare a gara… o possiamo parlare e ascoltare con rispetto. Possiamo fare a gara tra di noi e alla fine, quando torneremo ai nostri mondi, scoprire che nessuna ha vinto, oppure decidiamo di combattere insieme, ciascuna con le proprie differenze. Qui siete tutte benvenute e vi ascolteremo, guarderemo e parleremo con rispetto, compagne e sorelle, noi non giudichiamo nessuno” *

Tutte, senza pudore e tabù, senza dogmi e pregiudizi, ci sentiamo libere di sdoganare quella sensazione inconfondibile di sacra selvatichezza che ci reintegra nella nostra identità umana e femminile. Sì, si è prodotta una magia, una magia pienamente politica, inutile cercare di parafrasare. Tutte quante, occidentali o indigene, di campagna o di città, femministe o meno, intellettuali, fotografe, attiviste politiche e sociali, sciamane, cantadoras, simpatizzanti per qualche partito, suonatrici di tamburi, giornaliste, lesbiche e transgender, danzatrici, esponenti di associazioni e movimenti, artigiane… tutte tocchiamo qualcosa cui dopo due mesi ancora fatichiamo a dare pressappoco un nome, perché dobbiamo inventarcelo un nome per qualcosa che nessuna di noi ha mai visto. Una politica ‘salvatica’.

Escono i tabelloni coi programmi di venerdì e sabato, organizzati in mesas, plàticas e talleres ma anche laboratori improvvisati, mostre ed esposizioni, installazioni, attività di ogni natura brulicanti in ogni anfratto. Lingue ancestrali si rincorrono tra le tende, pentoloni fumano di continuo, musica dappertutto. Se con le prime luci dell’alba ci rendiamo conto di quante siamo, alla fine un totale che sfiora le diecimila donne, con i tabelloni capiamo chi siamo e che siamo tutte qui, con tutti i nostri femminili e femminismi, todas aquì estamos. Torbellino de nuestra palabra. Il turbine delle nostre parole di donne irrompe per tre giorni eterni in mezzo alla Selva. Parole solo in parte verbali. Il femminile, quando ritrova integrità, parla col corpo, con le ovaie, con gli occhi, con modulazioni liquide, con flussi di braccia, con ritmi vascolari. Con questi suoi strumenti naturali il femminile parla di politica. Ne parla e la fa, la politica, cuocendo e nutrendo pensieri, idee, iniziative, azioni poderose.

Giro, ascolto, guardo, partecipo e mi rendo conto che quando, nel mio intervento, dentro un comedor incandescente, ho parlato della colonizzazione dei territori ad opera dei megaprogetti e della colonizzazione della psiche femminile che si infiltra nei movimenti, non ho detto nulla di strano. Ovunque sento rimbalzare la mia stessa riflessione: la monocultura patriarcale ha desertificato ampi territori della psiche femminile, una sorta di land-grabbing ci riduce a pensare, sentire, agire nelle lotte, come donne, secondo quello stesso modello che vogliamo contrastare. Ma qui non sta succedendo. Quel marchio che le zapatiste ci hanno impresso diventa un antidoto e sperimentiamo come si può stare tra di noi facendo politica in modo nuovo, caldo.

Cerchi nascono e respirano con le madri dei 43 studenti di Ayotzinapa spariti tre anni e mezzo fa. Spirali di gonne abbracciano le parole delle migranti transfrontaliere. Danze sincroniche circondano le storie di donne vittime di stupro. Mani a farfalla sui racconti di lotta dei popoli Mapuche. Fili di lana intessono le persecuzioni delle curanderas guatemalteche. 

Una Batucada colombiana ritma le segregazioni razziste nei popoli nativi e afro-latinoamericani. Corse di bimbi intersecano il dramma della Palestina. L’aroma di cannella accompagna il saccheggio dei territori. Rebozos sgargianti e muti sul videomessaggio dal Rojava. Sincretismi in cui grazia, anima, cura, spiritualità si fanno strumenti di politica viva. 

Non c’è frontiera tra uno spazio interiore e uno esterno, tra uno spazio personale e uno politico, tra umanità e natura, tra intelletto e corpo. Tutto co-è, tutto è necessario che sia.

Dal palco cambia la musica. Tolgono l’elettricità, si fa buio pesto e duemila candele zapatiste vengono accese: “Questa piccola luce è per te. Prendila, sorella e compagna. Quando ti senti sola. Quando hai paura. Quando senti che la lotta è molto dura, o che lo è la vita, riportala al tuo cuore, ai tuoi pensieri, alle tue viscere. E non la cedere, compagna e sorella. Portala alle scomparse, alle assassinate, alle detenute, alle violentate, alle picchiate, alle molestate, alle violate in tutti i modi, alle migranti, alle sfruttate, alle morte. Prendila e dì a ciascuna di loro che non è sola, che combatterai per lei… Prendila e trasformala in rabbia, in coraggio, in fermezza. Prendila e unisciti ad altre luci. Prendila e, forse, poi ti verrà da pensare che non ci sarà né verità, né giustizia, né libertà nel sistema capitalista patriarcale. Allora forse ci rivedremo per dare fuoco al sistema. E diremo: ‘Bene, ora sì cominciamo a costruire il mondo che meritiamo e che necessitiamo’. Perché quello di cui c’è bisogno è che mai più nessuna donna al mondo, di qualsiasi colore sia, peso, età, lingua, cultura, abbia paura.” ** Todas aquì estamos.

*dal discorso di apertura, 8 marzo 2018, Capitana Insurgente Erika
**dal discorso di chiusura, 10 marzo 2018, Compa Alejandra

Foto di Maria M. Caire
tratto da Comitato Chiapas Maribel