Nei giorni 10, 11 e 12 ottobre 2026 si sono riuniti i rappresentanti di 35 popoli indigeni provenienti da diverse regioni del Messico, assieme a un centinaio di persone ed organizzazioni solidali impegnate nella difesa dei diritti umani e dell’ambiente.
La riunione si è svolta a Città del Messico, nella “Casa de los Pueblos Samir Flores Soberanes”. Si tratta di un’edificio pubblico, ex sede dell’Istituto Nazionale dei Popoli Indigeni (l’istituzione statale preposta all’attenzione di questo settore sociale e da sempre carratterizzata da una posizione neocoloniale), che fu occupato sei anni fa dalla comunità di indigeni Otòmi emigrati e residenti a Città del Messico.
Durante le tre giornate di intenso lavoro, i rappresentanti indigeni hanno discusso, in riunioni separate ed a porte chiuse, su come affrontare la diversità di problematiche che minacciano la continuità delle loro culture e la sopravvivenza stessa come popoli originari. Nel comunicato PRONUNCIAMIENTO SOBRE EL INCREMENTO DE LA GUERRA CAPITALISTA EN EL MARCO DE LOS 30 AÑOS DEL CONGRESO NACIONAL INDÍGENA si offre un dettagliato panorama della pressione crescente che soffrono i popoli ed i territori indigeni dal nord al sud del paese. Hanno particolare evidenza due problematiche: in primo luogo, la presenza della delinquenza organizzata in regioni indigene, che frequentemente obbliga le comunità ad abbandonare le proprie case e le proprie terre; la situazione di violenza e minacce mantenuta dai criminali che diventa insostenibile e di fronte alla quale coloro che chiedono sicurezza e giustizia sono presi di mira sia dalle organizzazioni delinquenziali che dalle forze dell’ordine. La violenza criminale ha provocato un’incremento esponenziale di omicidi e sparizioni, e la lotta per ottenere verità e giustizia è molto difficile nelle regioni rurali, dov’è evidente la collusione tra la criminalità organizzata, le forze armate e le autorità.
La seconda problematica che attraversa le diverse geografie indigene è la pressione su territori, terre e risorse naturali da parte di interessi tanto privati quanto statali. I megaprogetti come il “Tren Maya” o il “Corredor Transistmico” si accompagnano a progetti di produzione di energia “verde”, ad un rinnovato impulso al fracking e a poli industriali e petrolchimici, che si stanno costruendo nei territori indigeni senza averli consultati ed averne ottenuuto il consenso.
A questa situazione, caratterizzata come la “guerra capitalista”, i popoli indigni oppongono l’organizzazione comunitaria, l’autonomia e la resistenza.
La responsabilità dell’attuale governo della “Quarta Trasformazione”, che si autodefinisce progressista, è denunciata chiaramente nel PRONUNCIAMIENTO DE LA ASAMBLEA DEL CONGRESO NACIONAL INDÍGENA POR SUS 30 AÑOS.
L’Assemblea ha espresso una forte presa di posizione in difesa del principio con cui si fondò il CNI nel 1996: l’autonomia di popoli e comunità nei confronti dello stato, intesa come un diritto che viene praticato ed esercitato anche quando non è formalmente riconosciuto dallo Stato. Il tema ha una particolare rilevanza nel momento attuale, quando il governo sta cercando di imporre una Legge sui diritti dei popoli indigeni ed afrodiscendenti che, piuttosto che riconoscere tali diritti, li limita e ne burocratizza l’esercizio, lasciando alle istituzioni statali la facoltà di decidere se concedere o meno lo status di autonomia ad un popolo; una legge che mette nelle mani dello Stato la decisione se un progetto estrattivo avrà o meno impatti rilevanti in un territorio indigeno; che apre alla mercificazione del patrimonio culturale indigeno e attribuisce allo Stato la facoltà di raccogliere ed amministrarne i proventi.
L’assemblea ha esposto una posizione di forte e contundente rifiuto alla proposta di legge cosi come ai meccanismi falsamente definiti come “consultivi” con cui è stata presentata a popoli e comunità originarie. Rivendica che i soggetti collettivi indigeni detengono il diritto all’autonomia e ad esercitarla nel modo più adatto od opportuno secondo la gran diversità di contesti, e che lo Stato non può sottomettere nè burocratizzare tale diritto.
Dal canto loro, le organizzazioni e individui solidali, riuniti in gruppi di lavoro durante due giorni all’esterno della Casa de Los Pueblos, hano riflettuto su tre domande che sono state poste dagli organizzatori dell’incontro: come resistete nel vostro territorio; come vedete il CNI; quale forma di articolazione è possibile. La realtà denunciata dalle persone provenienti da diversi stati della repubblica, cosi come da alcuni partecipanti internazionali, ricalca il panorama di violenza contro le organizzazioni, gli attivisti ambientali, l’aumento dei desaparecidos e della violenza criminale tanto nelle città come nelle aree rurali. Come risultato della discussione si è concordata la costituzione della Red por lo Comùn, che dovrebbe articolare le diverse organizzazione ed iniziative solidali con il CNI su un’agenda comune. I temi condivisi sono stati la difesa della vita ed il territorio, in particolare l’acqua, in un’agenda di discussione e mobilitazione che includa in modo importante le comunità urbane. La proposta è contenuta nel Pronunciamiento de organizaciones, colectivas de mujeres, académicos, estudiantes, pueblos originarios, trabajadores, comunicadores y ambientalistas por el 30 aniversario del Congreso Nacional Indígena.
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