domenica 26 luglio 2020

Messico - Indigeni di Almada, Chiapas, tra carestia e sparatorie


Più di 2.000 indigeni di etnia tsotsiles del comune di Aldama, si svegliano nel timore di cadere in una nuova imboscata.
Portano segnate su un taccuino le 98 volte in cui gli hanno sparato, negli ultimi tre mesi, da una montagna confinante alle loro terre.
Di fronte all'indifferenza delle autorità, il 14 luglio le organizzazioni umanitarie hanno portato fagioli e mais, perché la carestia già si vede sui loro corpi

Testo e foto: Ángeles Mariscal

A Manuela Sántiz Hernández, la magrezza è causata dal cibo insufficiente. Lo si nota negli zigomi del viso e nel corpo, che sembra quello di un adolescente che sta appena iniziando a svilupparsi. Ha 24 anni e ha la responsabilità di sfamare otto minori. Tre sono suoi e cinque di sua suocera, che è morta e ha lasciato orfani cinque bambini piccoli.

Vivevano tutti nella comunità Yetón, una degli 11 villaggi dove si trovano i 60 ettari di terra che i loro aggressori del Municipio di Chenalhó, provano a prendersi usando la forza.

La disputa su queste terre, spiegano i locali, è iniziata sette anni fa, ma recentemente il livello di aggressione è aumentato, portando allo sgombero forzato di 115 famiglie, per un totale di 2.036 persone.

"Una notte sono entrati in casa, ci hanno messo la pistola in testa, ci hanno detto che dovevamo partire, e siamo partiti ... non abbiamo niente, tutto era lì, tutto, i nostri effetti personali, i nostri raccolti, la nostra casa. Dobbiamo ricominciare da capo", dice Manuela.

Lunedì mattina, 14 luglio, i rappresentanti di ciascuna delle 115 famiglie sfollate sono arrivati ​​nella sede municipale di Aldama. Lì ogni famiglia riceveva un sacco di mais, un po’ di fagioli e sale.

Questi aiuti furono comprati con le donazioni di persone solidali e sono state raccolte dal Fideicomiso para la Salud de los Niños Indígenas de México (Fisanim), un organismo promosso dall'attrice Ofelia Medina. Questa fornitura di cibo potrebbe durare tra 15 e 20 giorni.

Gli indigeni hanno apprezzato la solidarietà, ma hanno ribadito: “Continueremo a lottare perché i 60 ettari sono le nostre terre. Vogliamo che vengano restituiti a noi, perché è lì che otteniamo il nostro cibo, il nostro sostentamento quotidiano", ha spiegato Rosa Sántiz Sántiz.

Con l’aiuto di un'altra traduttrice, poiché Rosa parla principalmente tsotsil, ha chiesto al governo di "dare una soluzione a questo conflitto, perché ora siamo stanchi".

Sono letteralmente stanchi. Rosa Sántiz Sántiz si alza alle tre del mattino per cucinare fagioli e mais, prepara le tortillas che suo marito e quattro figli mangeranno durante il giorno. Prima che sorga il sole, l'intera famiglia inizia a percorrere il sentiero che li porta dalla comunità di San Pedro Cotzilnam al villaggio di Santiago El Pinar.

A Santiago El Pinar, per 80 pesos al giorno (n.d.t. più o meno 4 euro), lavorano dalle sette del mattino alle quattro del pomeriggio, nella raccolta del caffè.

Rosa ha la capacità organizzativa e di leadership che la rende uno dei rappresentanti della commissione degli sfollati e di coordinare la distribuzione degli alimenti. Ad Aldama, gli sfollati si sono organizzati per resistere alle aggressioni dei loro vicini di Chenalhó.

L'apparente disputa riguarda oltre 60 ettari di terreno confinante con entrambi i comuni; ma i civili armati di Chenalhó hanno anche cacciato gli abitanti di Chalchihuitán e i contadini all'interno dello stesso Chenalhó. Tutto condito da aggressioni armate. Come si può vedere dai colpi sui muri delle case usano armi di grosso calibro e fucili d'assalto.

"Non cadere nella provocazione"

Il 23 gennaio 2019, dopo le denunce delle aggressioni di civili armati, il governo federale è stato costretto a installare un distaccamento di polizia federale, statale e dell’esercito messicana nelle comunità colpite di Aldama.

Le aggressioni non si sono fermate nonostante questa misura. I civili armati hanno continuato a sparare e, ad oggi, tra gli sfollati si contano 15 feriti da armi da fuoco e 7 loro compagni uccisi, tra cui Ignacio Pérez Girón, incaricato comunale di Aldama.

Pochi mesi dopo l'installazione, il distaccamento di polizia e militari si ritirarono; presero gli impegno di fare pattugliamenti, ma con l'inizio della pandemia, questi sono diventate sporadiche e gli attacchi si sono intensificati.

Nel gruppo di sfollati, Martin Sántiz Sántiz è incaricato di fare il report ogni volta che vengono sparati dalle montagne di Chenalhó. Lo scrive su un taccuino, lo estrae e conta i 98 attacchi recenti. 

L'ultimo poche ore prima che arrivassero alla sede comunale per ricevere il cibo della donazione.

Spiega che porta quel registro per presentare il rapporto da presentare alla Procura del Chiapas. Quando glielo consegna: "Chiedo a loro sempre come vanno le indagini e rispondono sempre che le indagini devono ancora essere completate".

Negli ultimi quattro mesi, dice, i pattugliamenti di polizia e militari vengono effettuati solo una volta alla settimana. “Fanno un giro per la strada, guardano da dove vengono i colpi e se ne vanno. Quello che ci dicono è: stai zitto, non cadere nella provocazione ".

Il governo del Chiapas, spiega Manuel Melesio Sántiz López, un altro degli sfollati, si è offerto di dividere la terra e di trasferire le famiglie colpite in una terra situata nel comune di Ixtapa, un posto di terra sterile, dove l'uso prolungato di prodotti agrochimici ha determinato la fine della fertilità della terra. Tuttavia, le stesse autorità hanno sospeso il processo per una possibile ricollocazione.

Al contrario, all'inizio di marzo, la Procura ha arrestato Cristóbal Sántiz Jiménez, uno dei portavoce degli sfollati. Ad oggi, Cristóbal è imprigionato nella prigione di El Amate. Con l’arresto, oltre la richiesta di restituzione delle loro terre e la fine delle aggressioni, viene ora aggiunta la richiesta di liberazione del leader della comunità.

"Questa pandemia sta complicando tutto, perché c'è carenza di cibo, c'è una crisi molto forte economicamente e lavorativamente, perché nella cittadina di Aldama lavoriamo i campi, viviamo del campo e siamo dei campi”, afferma Silvia, una giovane donna della zona, che ha dovuto abbandonare gli studi per prendere la guida per sistemare i problemi e servire come collegamento verso l'esterno.

Le denunce sulla situazione in Aldama sono state inoltrate alla Comisión Nacional de Derechos Humanos (CNDH), alla Comisión Interamericana (CIDH), a la Subsecretaría de Derechos Humanos de la Secretaría de Gobernación. 

Nessuna dichiarazione e intervento di queste istanze è servita per fermare la violenza. Ai mesi della pandemia si aggiunge la carestia, poiché i contadini sfollati hanno avuto difficoltà a trovare lavoro.

Oltre alle agenzie umanitarie, anche esperti considerano con preoccupazione la situazione degli sfollati nell'area. L'antropologo Araceli Burquete, conoscitore della regione e membro del Centro de Investigaciones y Estudios Superiores en Antropología Social (CIESAS), spiega: "il percorso per la pacificazione in Aldama è molto chiaro. Innanzitutto, bisogna occuparsi della popolazione sfollata e dell'emergenza umanitaria ".
Inoltre, “adottare misure efficaci per fermare la violenza e dare garanzie alla popolazione; il disarmo degli aggressori; investigare, sanzionare e smantellare i gruppi armati. Queste sono le misure minime che possono contribuire a ripristinare la pace e la convivenza tra due popoli di tradizione ancestrale in quel territorio”.

Ma, in maniera urgente, "evitare più morti nella popolazione indifesa".




Feriscono la bambina sfollata

Nel mezzo di una situazione di carestia in cui vivono 2036 indigeni di Aldama, la piccola Maria Luciana Luna Pérez, 13 anni, è stata colpita due volte da colpi di arma da fuoco, mentre stava ricamando nel cortile di casa nel villaggio di Cocó, una delle 11 località che vivono sotto l'assedio di gruppi di civili armati.

Secondo il rapporto dell'ospedale di Aldama, María Luciana ha ricevuto due ferite da proiettile, una all'occhio e l'altra al petto. Gli spari sono arrivati ​​dal villaggio di "Nech'en" Santa Martha Chenalhó e erano diretti verso la comunità di Cocó Aldama.

Proprio martedì scorso, gli indigeni sfollati di Aldama hanno denunciato che fino a quel giorno, negli ultimi tre mesi avevano contato 98 attacchi armati da persone che sparavano dalle montagne vicine nelle loro città.

Traduzione e adattamento Cooperazione Rebelde Napoli
Articolo originale  su Piedepagina.mx

Colombia - Nessuno crede al suicidio: verità e giustizia per Mario Paciolla