Riceviamo e pubblichiamo.
Nella speranza di pubblicazione senza indirizzo mail. Grazie. Alessandra Valle
Gentile Roberto, mi è capitato di leggere su Repubblica che Lei immagina di trasferirsi a vivere in Israele, precisamente a Gerusalemme. Ho avuto, mi creda, una perdita di senso! Ma come, Lei che ha denunciato la militarizzazione del territorio da parte del potere criminale della camorra, decide di trasferirsi nello Stato più militarizzato del mondo? Certo, mi rendo conto che la ricerca di normalità in una condizione così esposta come la Sua, possa sembrarLe più facilmente garantita in un territorio dove ogni vita è controllata fin dentro l’anima, ma dov’è finito l’afflato etico che l’ha spinta a denunciare con tanta veemenza l’arroganza del potere (camorristico) che decide della vita degli inermi narcotizzando ogni possibile tentativo di riscatto? Non pensa che questo processo si inneschi in qualunque contesto si realizzi l’organizzazione della vita di una collettività intorno ad un’identità assoluta come testimonia l’origine e lo sviluppo dello Stato di Israele che il governo attuale vuole definire (non a caso!) Stato ebraico? Ed i palestinesi che prima c’erano ed ancora oggi vivono in quel territorio dovranno subire l’ennesimo furto, “anche” di identità?
Quando il suo “caso” è diventato pubblico, ho firmato tutte le petizioni possibili in Suo favore, nella profonda convinzione che nessuna persona o popolo debba subire restrizioni alla propria libertà di denuncia. Da allora Lei è diventato, suo malgrado, un opinion leader ascoltato e rispettato e questa condizione non Le consente disattenzioni o imprecisioni nelle dichiarazioni pubbliche. Non posso credere che Lei non sappia che Gerusalemme è (nella sua parte orientale) territorio occupato dallo Stato di Israele dal 1967 nonostante lo stesso lo rivendichi come propria capitale (così come l’Olp nel 1988). A nulla sono valse le infinite risoluzioni Onu (242,194 ed altre) se non ad impedire che ciò fosse ratificato dal diritto internazionale tant’è che oggi, capitale dello Stato di Israele risulta essere Tel Aviv. Al momento, questa è l’unica impunità che non è stata concessa ai governi israeliani che si sono succeduti nel tempo. Mi piacerebbe allora che “utilizzasse” questo privilegio per dare voce e diritti alle donne e agli uomini palestinesi che sono ,ormai da 60 anni, espropriati dei diritti più elementari dai governi di quello Stato che Lei tanto ammira. La compassione e la protezione internazionale di cui Lei ha goduto, mi piacerebbe che la restituisse: ai 1310 morti di Gaza ( di cui 420 bambini, 112 donne,120 anziani e 15 tra medici e soccorritori) e 5500 feriti dell’ultimo attacco israeliano non a caso chiamato Piombo fuso. E a quelli che moriranno per l’effetto delle armi non convenzionali usate. Alle 117 prigioniere palestinesi nelle carceri israeliane che non hanno neanche il diritto di visita dei familiari perché non vengono loro rilasciati i permessi per attraversare i 543 check points fissi e 600 volanti che attraversano il territorio palestinese. Agli oltre 3000 bambini palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane. Un ordinanza militare israeliana stabilisce che un bambino palestinese diventa adulto a 16 anni, mentre quello israeliano a 18 (!). Siccome però l’età viene attribuita al momento della sentenza, l’esercito israeliano può arrestare bambini dai 12 anni in su. Ai resistenti nonviolenti di Bil’in e Nih’lin che da 4 anni, ogni venerdì si recano in corteo davanti alla sezione del Muro (lungo complessivamente 850 mt e alto 8/9 mt) che gli israeliani (illegalmente! !!!) vogliono costruire nei loro villaggi. Una moltitudine composta da tutte le fasce d’età e di sesso, completamente disarmata che rivendica, attraverso slogan, l’integrità del proprio territorio. Per tutta risposta ricevono dai militari protetti da carrarmati e filo spinato, bombe lacrimogene e bombe sonore che avvelenano ed assordano, quando non ammazzano come è accaduto all’ ultimo caduto, un ragazzo di 29 anni, la settimana scorsa. Ai pacifisti israeliani ( l’unica parte sana di quella società) che rischiano costantemente il carcere e la vita per sostenere i diritti dei palestinesi e dissentire dalla retorica militarista dei loro governi.Mi fermo qui… ma la lista delle impunità potrebbe proseguire a lungo. Mi creda, Roberto, questa volta penso che non abbia riflettuto a sufficienza nel dichiarare ammirazione per quel triste paese. Se queste mie poche righe non saranno state sufficienti a farLe cambiare idea, mi permetto di suggerirLe un viaggio in Palestina dove troverà riscontro ( e molto di più) di quanto ho appena accennato. Se lo farà, lo leggerò sui media perché non potrà più fare a meno di denunciare pubblicamente. Esattamente come sto facendo io adesso.
Distinti saluti.
Alessandra Valle
Ps: le cifre citate sono tratte da rapporti di organizzazioni israeliane (!) per i diritti umani: Betselem, Phisicians for Human Rights, WOFPP
giovedì 7 maggio 2009
Afghanistan - Raid Usa fa strage di civili nella provincia di Farah
Intervista a Emanuele Giordana*Sotto le macerie del paese colpito ieri nei raid aerei statunitensi nell’ovest dell’Afghanistan, nella provincia di Farah, non si riescono a contare le vittime.Un’intervista a Emauele Giordana direttore di Lettera 22 appena rientrato da Kabul.
Cosa c’è dietro questa “forzatura militare”, che sono le cosiddette operazioni anti-talebani e che portano ad un bilancio così alto di morti civili?
Questa purtroppo è una vecchia storia che pensavamo sarebbe stata sepolta dalla nuova strategia del Presidente Obama che, pur avendo accettato di mandare circa 20.000 soldati, aveva però ridotto il numero che era stato richiesto dai suoi generali e di questi 4.000 dovrebbero essere personale non combattente per la formazione dei soldati afgani. Sembrava dunque che si fosse cominciato a pensare che la sola opzione militare non basta a finire la guerra ma che bisognasse iniziare a pensare ad una opzione più politica. Questo sia con un’attività di formazione dell’esercito nazionale afgano sia con l’invio di una serie di cooperanti nel settore civile (anche di questo Obama ne aveva parlato), che avrebbero dovuto aiutare la ricostruzione. Una ricostruzione finora andata avanti a macchia di leopardo e, come emerge dai dati recenti, con un ritorno nei paesi di origine, che hanno fatto cooperazione in Afghanistan, del 40%, con appalti alle ditte straniere, in buona parte americane ma non solo visto che questo dato vale in parte anche per noi italiani. Una sorte di solidarietà molto pelosa che alla fine faceva tornare i quattrini alla fonte. Però la vicenda dei bombardamenti di questi giorni con un numero di morti ancora non accertato, sicuramente sopra le 100 vittime civili, significa in realtà che c‘è una sorte di macchina della guerra che ormai va avanti da sola e che addirittura compie questo raid pazzesco, distruggendo completamente un paese al punto che non si riescono a contare le vittime sotto le macerie, proprio nel momento in cui Obama incontra a Washington il Presidente Karzai dell’Afghanistan e il Presidente Zardari del Pakistan, cercando di trovare una strategia comune per uscire dal pantano di questa guerra. Quindi è anche un atto di idiozia politica, oltre che gravissimo dal punto di vista delle ferite che vengono continuamente inferte ai civili. Civili uccisi per oltre la metà dagli attacchi suicidi dei talebani, che non guardano in faccia a nessuno perché, anche se scelgono obiettivi militari, ci vanno di mezzo i civili, ma che poi per il 40% sono uccisi in azioni da imputare sia dell’esercito afgano che all’esercito delle forze occidentali. In particolare i raid aerei sterminano senza fare troppe distinzioni, anche se c’è ancora qualcuno che si ostina a chiamarli “intelligenti”.
Dentro questa “asimmetria di immagini” tra l’incontro di Obama con i due Presidenti e la strage di civili qualcosa sembra stonare. C’è un problema per l’Amministrazione Obama che è la figura dei suoi alleati, i due Presidenti, per certi versi impresentabili? C’è un problema di questo tipo anche al d là dei generali che sul terreno militare vanno avanti nella guerra?
Questo problema c’è però ci si è anche resi conto che noi non possiamo determinare addirittura come un paese sceglie il suo Presidente.Gli americani hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Rendersi conto che dopo aver, in un certo senso, sfiduciato Karzai alla fine questo è l’unico candidato che in realtà può raccogliere i voti degli afghani che sono quelli che contano. Anche il Presidente Zardari in Pakistan è l’espressione di un voto popolare, che ha premiato il Partito di sua moglie, uccisa in un attentato e che era la donna su cui i pakistani contavano, ma che comunque ha fatto di lui il Presidente della Repubblica. Bisogna anche ammettere che molti dei problemi che si trovano ad affrontare questi Presidenti si devono anche alla nostra miopia, incapacità di una strategia che vada la di là della pura opzione militare. Una opzione che si è capito non funziona in queste guerre asimmetriche, guerre in cui non ci sono due eserciti regolari che si combattono ma delle forze molto eterogenee, perché con il termine talebani si intende di tutto. Tra l’altro nella realtà afgana c’è anche un aumento della criminalità comune, ad esempio a Kabul nell’ultimo mese ci sono stati oltre 15 sequestri di afghani influenti, quindi un fenomeno che non ha niente a che fare con la politica ma invece con il deteriorarsi della situazione. Noi abbiamo creato delle grandi aspettative dopo l’11 settembre con la cacciata dei talebani e poi queste promesse non sono state mantenute.
Quale situazione generale hai trovato in Afghanistan?
Quella di una tragedia infinita.Questo popolo ha ancora gli indicatori più bassi per quanto riguarda la sanità e la qualità della vita. Qualche progresso è stato fatto nel campo dell’educazione, dell’insegnamento, dell’accesso a scuola ma invece è disastrosa la situazione dei servizi primari come avere l’acqua in casa, possibilmente potabile, poter partorire senza rischiare di morire, poter avere dei figli che non muoiono immediatamente dopo che sono nati. In questo siamo molto indietro. Questi sono i servizi di base che andavano garantiti subito. Per capirci basta pensare che nella capitale, ed è la capitale, il servizio di erogazione della corrente elettrica, promesso a più riprese non funziona, funziona a singhiozzo e chi se lo può permettere paga una mazzetta per avere l’erogazione della luce. Ora queste sono le cose che danno il termine del dramma, poi si possono fare i numeri e dire che in Afghanistan muore di parto una donna ogni 27 minuti, il che è spaventoso. Le donne non sono in grado di partorire in condizioni igieniche decenti. Questo dopo sette anni in cui sono stati investiti miliardi. Solo l’Italia, senza contare l’investimento “militare”, che costa all’incirca 360 milioni di euro all’anno, cioè un milione di euro al giorno, ha investito 400 milioni di euro in cooperazione civile, ma i risultati non si vedono. C’è stata una gestione opaca sia dal nostro punto di vista che da parte delle autorità afgane ed è necessario accompagnarle ancora con un processo che è di lunga durata ma che deve vedere una totale inversione di tendenza. Dare un segnale forte, che significa far capire che questo popolo non lo abbiamo abbandonato a se stesso, che le promesse che gli abbiamo fatto devono essere mantenute e che questo significherà un impegno di lunga durata dal punto di vista della cooperazione civile per fare in modo che in qualche maniera si esca da una situazione che è di trent’anni di conflitto e quindi richiede una ricostruzione di larghissimo respiro per permettere alla gente di uscire da un tragico passato che dura anche in queste ore.
Immaginiamo che, se la situazione che hai descritto riguarda Kabul, le cose nel resto del paese non siano meglio?
Ci sono anche delle situazioni in positivo, se vogliamo vedere una zona di luce in questo panorama tenebroso. Per esempio la zona di Herat. Herat è la seconda città dell’Afghanistan, vicina al confine con l’Iran, abbastanza tranquilla dal punti di vista della guerra ed è un posto dove si fanno affari. Molta gente è ritornata dall’Iran e in qualche modo c’è abbastanza lavoro, commercio perché è una città di frontiera. Quindi lì la situazione è migliore. Magari però è più arretrata rispetto ai diritti delle donne. E’ difficilissimo ad Herat vedere donne senza il bourka mentre invece ho visto come, in pochi mesi a Kabul, sia aumentato il numero di donne che porta solo il chador. Poi c’è il resto del paese, in cui le cose funzionano e non funzionano. Nel nord c’è meno conflitto ma non oso immaginare la situazione nel sud del paese, dove peraltro i giornalisti non possono entrare e che sotto il controllo dei talebani, con una totale assenza del governo. Lì di certo non si muove foglia.
Restiamo proprio al sud, la zona confinante con il Pakistan dove peraltro è in corso una generale offensiva contro i talebani …
Lì c’è un fenomeno di trasmigrazione di ideologia, se vogliamo di una imitazione che dall’Afghanistan ha fatto sorgere questo movimento dei neo-talebani o dei talebani pakistani. Questi agiscono con maggiore facilità nel senso che a far loro fronte c’è soltanto l’esercito pakistano, che soprattutto ha anche una storia, per quel che riguarda i servizi segreti, di sostegno a queste forze oscurantiste ed estremiste, servite a più riprese per giochi politici differenti. In più i talebani pakistani stanno mettendo in campo una strategia del consenso molto intelligente. Ad esempio scacciano dalle terre che occupano tutti i proprietari terrieri e dicono ai contadini che possono finire di pagare l’affitto perchè è ingiusto. Mettono in piedi, ad esempio, i Tribunali della Sharia, che ci sono sia in Afghanistan che in Pakistan, che risolvono molto rapidamente i contenziosi sull’acqua, sui confini per coltivare la terra mentre il sistema giudiziario istituzionale in Afghanistan non esiste in Pakistan è particolarmente corrotto. In questo modo riescono anche a guadagnare un certo consenso e questo è il motivo per cui hanno avuto questa rapidissima avanzata in Pakistan. E anche lì, si può ostacolarli con una grossa operazione militare ma poi se non si mette mano ai problemi di fondo, ad un sistema giudiziario giusto, alla proprietà della terra che non sia a livello di contadini come servi della gleba, le cose non riusciranno a migliorare. Da questo punto di vista Obama aveva dato un segnale dicendo non daremo più soltanto soldi per i militari daremo soldi per scuole, per ricostruire le strade, per gli ospedali, speriamo che si faccia veramente per adesso è rimasto solo un segnale nelle parole del Presidente ma i segnali veri sul terreno non si vedono.
Intervista a cura Associazione Ya Basta
* Lettera 22
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