martedì 9 giugno 2009

Repressione delle proteste indigene in Perù, almeno 33 morti

da La Jornada

Dopo l'uccisione di 22 indigeni e 11 poliziotti in Perù sono scoppiati scontri, saccheggi e incendio di edifici pubblici a Bagua. La repressione contro gli indigeni lascia almeno 33 morti e 113 feriti. 22 sono nativi e 11 poliziotti, intanto Lima si prepara a dichiarare il coprifuoco.
Contigenti della polizia peruviana hanno sgomberato violentemente gli indigeni che bloccavano un’autostrada nella regione amazzonica, con l’appoggio di elicotteri, il che ha lasciato un saldo di 33 morti e 113 feriti e ha scatenato nella città di Bagua una serie di disordini, incendi di edifici pubblici e saccheggi.Tra le vittime ci sono 22 nativi e 11 poliziotti, per gli scontri avvenuti durante una protesta di etnie di 5 regioni che reclamano la derogazione delle leggi che – secondo le organizzazioni indigene – vulnerano i loro territori e l’ambiente, in relazione allo sfruttamento petrolifero a beneficio delle imprese multinazionali.
In questo contesto e senza escludere una crisi di governo, secondo alcuni analisti, Lima si prepara a decretare il coprifuoco a Bagua ed in altre zone della regione. Il caencelliere Jose garcia Baluande, annunciando la misura di sicurezza, ha detto che l’obiettivo è creare un clima di calma per riprendere il dialogo, che con la violenza e gli attacchi alla proprietà privata non è possibile.«Io faccio responsabile il governo del presidente Alan Garcia di ordinare questo genocidio. Ci stanno sparando come animali» ha detto il leader dei nativi della zona, Alberto Pizango, in una conferenza stampa con i giornali stranieri. Ha aggiunto che, secondo informazione ricevute dalla zona di conflitto, ci sono 22 indigeni morti a causa degli scontri con la polizia che ha sparato da un elicottero.Le autorità locali di Bagua parlano solo di sette civili morti e hanno confermato che anche nove poliziotti sono deceduti.
La ministra degli interni, Mercedes Caballinas, ha detto ai giornalisti che i poliziotti morti sono nove e ha descritto la situazione a Bagua come un caos; hanno bruciato locali pubblici, non ci sono più le autorità del governo regionale, e che raccomanderanno l’applicazione del coprifuoco di fronte alla reazione furiosa degli abitanti dopo lo sgombero violento.Intanto, il presidente Alan Garcia ha giustificato l’azione della polizia come parte delle attribuzioni per vegliare sull’ordine e la sicurezza.Durante un evento pubblico ha affermato che è arrivato il momento di riaprire le strade, i fiumi e di assumere le responsabilità, in rispostaalle proteste di 65 etnie che dal 9 aprile hanno cominciato a mobilitarsi.Ha aggiunto che il suo governo ha avuto molta serenità e freddezza, però quando alcuni bloccano e tagliano i gaseodotti, che lasciarebbero senza luce a tutti i peruviani, che può fare un governo se non agire con energia per ristabilire l’ordine. Ha sostenuto che dietro le proteste ci sono interessi ideologici nazionali ed internazionali dei nemici dello sviluppo.
Migliaia di nativi hanno iniziato le proteste ad aprile per esigere l’eliminazione delle leggi approvate dal governo di Alan Garcia che cercanoottenere un maggior investimento privato nelle zone ricche di risorse naturale, come petrolio e gas. E’ stato uno sciopero concentrato nelleregioni: Amazzonia, Cusco, Loreto, San Martin e Ucayali.Le proteste hanno obbligato a chiudere all’impresa statale Petroperù l’unico oleodotto che trasporta crudo dalla selva nord alla costa delPacifico. Allo stesso modo l’argentina Pluspetrol ha fermato la propria produzione nel nord del paese dovuto alla mancanza di capacità diimmagazzinamento di crudo.
Il presidente Garcia si è detto dispiaciuto per le morti ed ha accusato i dirigenti dei nativi di provocare la polizia al momento di lasciare lestrade bloccate, protesta che secondo il presidente ha l’appoggio dei politici oppositori. Anche il suo cancelliere Garcia Belaunde ha accusato gli indigeni di aver attaccato la polizia con armi da fuoco durante gli scontri.
Però Pizango ed i leader che lo accompagnavano in una conferenza stampa a Lima hanno assicurato che i propri compagni non posseggono armi da fuoco e che la protesta è stata sempre pacifica e non escludono l’ipotesi che i poliziotti, sparando contemporaneamente da diversi punti, sono morti per pallottole sparate da loro stessi.Il dirigente indigene ha attribuito il genocidio al presidente Garcia, alla ministra Caballinas e al leader del Parlamento, javier Velasqyez Quesquen, quest’ultimo per non aver permesso il dibattito legislativo dei decreti di cui i nativi esigono la deroga, motivo per cui gli intenti di dialogo non sono seguiti e prevale la situazione d’impasse.Il parlamento, di maggioranza officialista, ha sospeso ieri la discussione per la deroga della Legge Forestale Fauna Silvestre, che secondo il governo regola l’investimento privato nel settore. Decreti firmati dal governo tra il 2007 e il 2008, che inoltre allentano i controlli sullo sfruttamento minerario, della legna, agricolo e sullo sfruttamento petrolifero, che include la consenga di lotti alle multinazionali.Pizango ha denunciato che «la mattanza di oggi per mano del governo forma parte di un piano di consegna delle risorse naturali alle imprese straniere, che include privatizzare le nostre terre».Analisti affermano che il conflitto potrebbe provocare la rinuncia del primo ministro Yehude Simon, il che genererebbe una crisi nel gabitto diGarcia. Probabilmente tutto questo porterà Simon a rinunciare perché la sua politica di dialogo ha indubbiamente fallito, ha detto il sociologo Sinesio Lopez, dell’università Cattolica.
Il direttore della polizia naziona, Joe Sanchez Farfan, ha informato che 639 poliziotti si sono scontrati con le etnie nella zona Curva del Diavolo mentre cercavano di sbloccare una strada a Bagua Grande, nella regione amazzonica. Ha detto che nella zona protestavano duemila indigeni e che le forze di polizia sono state attaccate con armi da fuoco.Il leader dell’opposizione nazionalista, Ollanta Humala, ha respisto le azioni del governo nella località di Bagua. «Il governo ha deciso dirisolvere il problema sociale, economico e politico non nel parlamente ma sul campo di battaglia», ha detto in conferenza stampa.
La Difesa del Popolo, la Chiesa Cattolica e organizzazioni dei diritti umani hanno esigito al governo fermare gli scontro a Bagua, dove secondo la polizia sono continuati gli scontri questa notte, il che ha imposto la chiusura di tutti i negozi della zona.Infine, un gruppo di 38 poliziotti e’ stato sequestrato da alcune migliaia di indigeni nella selva nord del Peru’ ed ora minacciano di ammazzarli, ha detto Yehude Simon.

Tradotto da Nodo Solidale

Io non ti voglio incontrare - Tante donne dicono No al leader libico Gheddafi (ed ai suoi alleati europei)

Al Leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista
(Per conoscenza, alle e ai rappresentati del governo italiano e dell’Unione europea)

Gentile Muammar Gheddafi,
noi non facciamo né vogliamo far parte delle 700 donne che lei ha chiesto di incontrare il 12 giugno durante la sua visita in Italia. Siamo, infatti, donne italiane, di vari paesi europei e africani estremamente preoccupate e scandalizzate per le politiche che il suo Paese, con la complicità dell’Italia e dell’Unione europea, sta attuando nei confronti delle donne e degli uomini di origine africana e non, attualmente presenti in Libia, con l’intenzione di rimanervi per un lavoro o semplicemente di transitarvi per raggiungere l’Europa. Siamo a conoscenza dei continui rastrellamenti, delle deportazioni delle e dei migranti attraverso container blindati verso le frontiere Sud del suo paese, delle violenze, della “vendita” di uomini e donne ai trafficanti, della complicità della sua polizia nel permettere o nell’impedire il transito delle e dei migranti. Ma soprattutto siamo a conoscenza degli innumerevoli campi di concentramento, a volte di lavoro forzato, alcuni finanziati dall’Italia, in cui donne e uomini subiscono violenze di ogni tipo, per mesi, a volte addirittura per anni, prima di subire la deportazione o di essere rilasciati/e. Alcune di noi quei campi li hanno conosciuti e, giunte in Italia, li hanno testimoniati. Tra tutte le parole e i racconti che abbiamo fatto in varie occasioni, istituzionali e non, o tra tutte le parole e i racconti che abbiamo ascoltato, scegliamo quelli che anche Lei, insieme alle 700 donne che incontrerà, potrà leggere o ascoltare.
Fatawhit, Eritrea : “Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure (…) Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. (…) L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.”
Saberen, Eritrea: “Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari.”
Tifirke, Etiopia: “Siamo state picchiate e abusate, è così per tutte le donne”. (Dal film “Come un uomo sulla terra”).

Siamo consapevoli, anche, che Lei e il suo Paese non siete gli unici responsabili di tali politiche, dal momento che gli accordi da Lei sottoscritti con il governo italiano prevedono ingenti finanziamenti da parte dell’Italia affinché esse continuino ad attuarsi e si inaspriscano nei prossimi mesi e anni in modo da bloccare gli arrivi dei migranti sulle coste italiane; dal momento, inoltre, che l’Unione europea, attraverso le sue massime cariche, si è espressa in diverse occasioni a favore di una maggiore collaborazione con il suo Paese per fermare le migrazioni verso l’Europa. Facciamo presente innanzitutto a Lei, però, e per conoscenza alle e ai rappresentati del governo italiano, alle ministre e alle altre rappresentanti del popolo italiano che Lei incontrerà in questa occasione, così come alle e ai rappresentanti dell’Unione europea, una nostra ulteriore consapevolezza: quella per cui fare parte della comunità umana, composta da donne e uomini di diverse parti del mondo, significa condividere le condizioni di possibilità della sua esistenza. Tra queste, la prima e fondamentale, è che ogni donna, ogni uomo, ogni bambino, venga considerato un essere umano e rispettato/a in quanto tale. Finché tale condizione non verrà considerata da Lei né dalle autorità italiane ed europee noi continueremo a contestare e a combattere le politiche dell’Italia, della Libia e dell’Unione europea che violano costantemente i principi che stanno alla base della sua esistenza e fino a quel momento, quindi, non avremo alcuna voglia di incontrarla ritenendo Lei uno dei principali e diretti responsabili delle pratiche disumane nei confronti di una parte dell’umanità.

Firmatarie: Federica Sossi, Alessandra Sciurba, Isabelle Saint-Saens, Glenda Garelli, Anna Simone, Floriana Lipparini, Cristina Papa, Enrica Rigo, Maria Vittoria Tessitore, Barbara Bee, Maddalena Bonelli, Chiara Gattullo, Elisa Coco, Gabriella Ghermandi, Elisabetta Lepore, Barbara D’Ippolito, Paola Meneganti, Anna Maria Rivera, Judith Revel, Vanessa Giannotti, Enza Panebianco, Angela Pallone, Di Lauro Gabriella, Sara Prestianni, Valentina Maddalena, Maria Iorio, Annalisa Caffa, M.Cristina Di Canio, Barbara Romagnoli, Alessia Montuori, Pia Covre, Letizia Del Bubba, Cristina Romieri, Maria Antonietta Ponchia, Valentina Mora, Gabriella Orlando, Cristina Sebastiani, Dorinda Moreno, Alessandra Ballerini, Ilaria Scovazzi, Liliana Ellena, Vincenza Perilli, Lucia Conte, Gloria Battistin, Silvia Silvestri, Teresa Modafferi, Sara Voltolina, Patrizia Grazioli, Aurora D’Agostino, Beatrice Barzaghi, Anna Milani, Elide Insacco, Sara Chiodaroli, Ester Incerti, Anita Pirovano, Maria Rosaria Baldin, Agela Azzaro, Igiaba Scego, Margherita Hack, Irene Delfino, Cinzia Filoni, Nausicaa Guerini, Laura Fiorillo, Maria La Salandra, Elisabetta Degli Esposti Merli, Cinzia Pian, Cecilia Bartoli, Agnese Pignataro, Vilma Mazza, Isabella Bortoletto, donneinmovimento, Cristina Ali Farah, Roberta Sangiorgi, Chiara Sartori, Lea Melandri, Valentina Paganesi, Deborah Voltolina, Simona Scozzari, Valentina Antoniol, Gaia Alberti, Milena Zappon, Erika Russo, Miriam Ferrari, Tiziana Bartolotta, Sofia Gonoury, Cristina Sansa, Cristina Lombardi-Diop, Rosi Castellese, Elena Gimelli, Marcela Quilici, Rosa Mordenti, Gabriella Carlino, Elisa Cappello, Laura Liberto, Steny Giliberto, Daniela Stanco, Emanuela Ambrosino, Raffaella Vidale,

( per adesioni individuali semir@libero.it )

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!