Nel 1937, mio padre si arruolò volontario per combattere nelle Brigate Internazionali in difesa della Repubblica Spagnola. Quello che sarebbe stato un colpo di Stato fascista era stato temporaneamente fermato da un sollevamento dei lavoratori, condotto da anarchici e socialisti, e nella maggior parte della Spagna ne seguì una genuina rivoluzione sociale, portando intere città sotto il controllo di sistemi di democrazia diretta, le fabbriche sotto la gestione operaia e le donne ad assumere sempre più potere.
I rivoluzionari spagnoli speravano di creare la visione di una società libera cui il mondo intero avrebbe potuto ispirarsi. Invece, i poteri mondiali dichiararono una politica di “non intervento” e mantennero un rigoroso embargo nei confronti della repubblica, persino dopo che Hitler e Mussolini, apparenti sostenitori di tale politica di “non intervento”, iniziarono a fare affluire truppe e armi per rinforzare la fazione fascista. Il risultato fu quello di anni di guerra civile terminati con la soppressione della rivoluzione e quello che fu uno dei più sanguinosi massacri del secolo.
Non avrei mai pensato di
vedere, nel corso della mia vita, la stessa cosa
accadere nuovamente. Ovviamente, nessun evento storico accade realmente due
volte. Ci sono infinite differenze fra quello che accadde in Spagna nel 1936 e quello che
sta accadendo ora in Rojava, le tre province
a larga maggioranza curda nel nord della Siria. Ma alcune delle somiglianze sono così
stringenti, e così preoccupanti, che credo sia un dovere morale per me, in quanto
cresciuto in una famiglia le cui idee politiche
furono in molti modi definite dalla Rivoluzione spagnola, dire: non possiamo fare
sì che tutto ciò finisca ancora una volta allo stesso modo.

