L’ondata di proteste contro l’eccidio di 50 giovani studenti universitari perpetrata un mese fa nella città di Iguala, Guerrero, non accenna a fermarsi ma, con il passare dei giorni, cresce sia nelle dimensioni che nella radicalità delle rivendicazioni avanzate. L’esigenza principale è la presentazione con vita dei 43 studenti dell’Universitá per maestri rurali di Ayotzinapa, nello stato del Guerrero, sequestrati e desaparecidos dalla polizia della cittá di Iguala in collusione con il cartello del narcotraffico locale lo scorso 26 settembre, quando sono anche state uccise sei persone (di cui tre studenti) dalla stessa polizia.
Dopo la rinuncia del governatore dello stato, Angel Aguirre, e la nomina di Rogelio Ortega al suo posto, i genitori ed i compagni degli studenti sequestrati denunciano che il cambio di facciata a livello politico non cambia minimamente la situazione di stallo delle indagini. Nonostante le proteste popolari e gli appelli diplomatici delle Nazioni Unite, della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, del Parlamento Europeo e degli Stati Uniti, le istituzioni giudiziare hanno dimostrato un’estrema inefficenza ed un cinico disinteresse durante le indagini, lasciando fuggire i mandanti della strage, ostruendo il lavoro dei periti indipendenti, e limitandosi a cercare i corpi nei cimiteri clandestini, mentre sono gli stessi familiari che strenuamente continuano le ricerche capillari e coordinano le attività di centinaia di persone civili, giunte in carovane da molte regioni del Guerrero ed anche da altri stati che percorrono la zona da cima a fondo alla ricerca dei giovani.
Durante le ricerche sono state scoperte più di cento fosse clandestine, ricolme di cadaveri smembrati o carbonizzati, nella zona circostante Iguala. Cinicamente, le autorità si sono limitate a dire che i corpi non sarebbero quelli diegli studenti, la qual cosa solleva una domanda ancora più inquietante: e allora, di chi sono? Chi sono tutti quei morti? E comunque, dove sono gli studenti?
Durante le ricerche sono state scoperte più di cento fosse clandestine, ricolme di cadaveri smembrati o carbonizzati, nella zona circostante Iguala. Cinicamente, le autorità si sono limitate a dire che i corpi non sarebbero quelli diegli studenti, la qual cosa solleva una domanda ancora più inquietante: e allora, di chi sono? Chi sono tutti quei morti? E comunque, dove sono gli studenti?
Sembrerebbe che l’ennesimo, barbaro crimine abbia fatto esplodere la grande pentola a pressione che è diventato il Messico negli ultimi dieci anni. Le recenti dichiarazioni del Procuratore Generale cercano di vincolare gli studenti ai gruppi di narcotrafficanti, con l’intenzione di applicare ancora una volta il perverso meccanismo che trasforma la vittima in criminale rendendola complice del crimine che ha subito, e sollevando così le autorità dall’obbligo morale della ricerca di verità (“alla fin fine, è stato un regolamento di conti, erano tutti criminali, non vale la pena cercare la giustizia”, sarebbe il messaggio). Tali dichiarazioni hanno esasperato l’enormità del dolore dei familiari, dei giovani studenti, e di milioni di persone vissute per anni nella morsa della paura e dell’indifferenza.

