venerdì 12 ottobre 2012

Honduras - Dalla Repubblica delle banane a quella della palma africana

In Honduras vengono assassinate venti persone al giorno. È il paese più violento del mondo, e leggendo la sua storia si rintracciano i motivi.
di Orsetta Bellani
Negli anni '60 e '70, mentre nei paesi limitrofi (Guatemala, El Salvador e Nicaragua) si consolidavano le guerriglie di sinistra, l'Honduras era un feudo statunitense. Il paese è stato poi utilizzato come base delle operazioni della Contra, le sanguinose truppe utilizzate dagli Stati Uniti per combattere i sandinisti nicaraguensi negli anni ‘80.
L'Honduras è stata la “Repubblica delle Banane” per eccellenza. Qui per decenni industrie bananeras come Dole e Chiquita, i cui camion ancora oggi formano interminabili processioni in tutte le strade, si sono sostituite allo Stato. A Tela, che durante il secolo scorso ospitava l'omonima bananera, è facile sentir dire che “si stava meglio quando c'era la Tela”. Portava elettricità, scuola e lavoro.
Oggi, più che una Repubblica delle Banane, l'Honduras ha l'aspetto di una Repubblica della Palma Africana. Da quando il governo ne ha incentivato la coltivazione, il paese ha perso l'autosufficienza alimentare e, secondo dati del Ministero degli Esteri, il paese attualmente importa la metà del suo fabbisogno di mais e riso. L’Honduras è fatto di immense distese di palma africana, e le circa 300mila tonnellate di olio che se ne ricavano - destinate al settore alimentare e alla produzione di agrocombustibili - vengono per il 70% vendute all'estero.
Il 75% dei contadini che lavorano nei latifondi di palma vive con un dollaro al giorno. Lavorano immersi in sostanze chimiche che inquinano la terra ed avvelenano le falde acquifere del terzo paese più povero dell'America Latina. Questa situazione genera insofferenza tra i contadini e grandi introiti per la famiglia Facussé, una delle più potenti del paese.

Bosnia - Trionfo della destra nazionalista

Una sindaca serba per Srebrenica?

di Riccardo Bottazzo
Ancora, la storia non ha insegnato niente. Le elezioni amministrative di domenica scorsa in Bosnia Erzegovina hanno registrato la netta affermazione dei partiti etnici di destra. Nelle Repubblica Srpska, l'Alleanza Socialdemocratica (Snds) di Milorad Dodik al governo del Paese, è riuscita a mantenere per un pugno di voti solo Banja Luka ma dovuto abdicare in circa metà dei municipi dove governava a favore dei candidati dell‘Sds, il partito nazionalista filo serbo, che durante il conflitto era guidato da Radovan Karadzić. Speculare il risultato nella Federazione Croato-Musulmana che con la Repubblica Srpska, compone la Bosnia Erzegovina. Anche in casa musulmana, gli elettori hanno premiato i partiti della destra etnica. Il partito di ispirazione islamica Azione democratica (Sda), ha trionfato in 38 dei 78 Comuni della Federazione chiamati al voto.  Stesso discorso nei territori croati, dove i nazionalisti dell’Unione Democratica (Hdz), pur con percentuali leggermente più basse rispetto al passato, hanno confermato di essere la maggioranza del paese. Tirando due somme sugli ultimi dati forniti della commissione elettorale governativa, su 138 dei 141 Comuni fino ad ora scrutinati in tutto il Paese, le tre destre etniche hanno conquistato il 55% dei voti. La Sda musulmana ha conquistato 34 sindaci, la SDS serba 27, la HDZ croata 14. Come dire che i serbi hanno votato per i serbi, i musulmani per i musulmani e i croati per i croati. Pressapoco lo stesso risultato ottenuto nelle prime elezioni libere degli anni ’90. Poco dopo il dissolvimento della Jugoslavia. Poco prima della guerra civile. Un passo indietro di oltre vent'anni.
Grandi sconfitti i due partiti di governo, i Socialdemocratici Multietnici (Sdp) - la sola grande formazione politica transnazionale - e l'Alleanza Socialdemocratica Serba di ispirazione putiniana che ha pagato le spese di una politica economica disastrosa basata su privatizzazioni e tagli al welfare. Val la pena di sottolineare il risultato a sorpresa del “Berlusconi di Bosnia”, Fahrudin Radončić, magnate dell’informazione, che è riuscito a piazzare un suo sindaco nella Sarajevo federale, pur se nel resto del Paese il suo partito si attesta su percentuali molto basse. Buona nel complesso l’affluenza al voto che si attesta sul 56% per quanto riguarda la Federazione e sul 59% per la Republika Srpsk. In entrambi i casi, di un paio di punti sopra la percentuale delle precedenti consultazioni. Male invece le liste civiche e di movimento, come gli anti-nazionalisti di Naša Stranka, il partito fondato dal regista Danis Tanović. Cocente sconfitta anche per Zdravko Krsmanović, oramai ex sindaco di Foča, che aveva cercato di portare avanti un coraggioso programma di riconciliazione nazionale in questa cittadina che fu teatro di atroci crimini di guerra e una delle roccaforti di un nazionalismo di ispirazione fascista. 
Capitolo a parte per Srebrenica, che non caso è uno dei tre Comuni dove il risultato non è ancora stato ufficializzato. I due candidati, Ćamil Dukarović sindaco uscente musulmano e la sfidante serba Vesna Kočević, combattono sul filo di poche decine di voti. Qualche casa in croce incastrata in una gola stretta e profonda, con i muri ancora scrostati dalle pallottole, due chiese dove sventola l’aquila serba e due moschee dove gli fa eco la mezzaluna islamica. Srebrenica è tutta qua. Le sue amministrative si meriterebbero appena due righe sul giornale locale se non fosse che durante la guerra il paese è stato teatro di uno dei più atroci genocidi della recente storia europea. Genocidio che i partiti nazionalisti serbi si sono sempre rifiutati di ammettere. La stessa candidata Vesna Kočević, nell'inutile tentativo di smorzare lo scandalo di una sua possibile elezione, ha più volte dichiarato che lei non intende alimentare il “negazionismo”. Anzi, lei non ha difficoltà ad ammettere che durante il conflitto a Srebrenica “furono perpetuati da entrambe le parti molti crimini”. Crimini appunto. E “da entrambe le parti”. Ma definire “crimine” il massacro  premeditato di oltre 8 mila civili musulmani, disarmati ed innocenti, è come affermare che il mostro di Firenze era un mattacchione.
Sarà lei, una serba nazionalista, la prossima sindaca del paese dove, per raggiungerlo, bisogna attraversare la spianata coperta di tombe islamiche del memoriale di Potočari?
A cinque giorni dal voto, ancora non ci sono certezze. Lo soglio prosegue nella massima lentezza. Una lentezza che non può non alimentare qualche sospetto. 
Srebrenica non ha mai avuto un sindaco serbo. Prima del genocidio, la comunità musulmana era l’80% della popolazione e non aveva difficoltà ad esprimere un suo sindaco. Ma oggi la maggior parte della popolazione rimasta è di etnia serba. I musulmani sopravvissuti ai massacri sono scappati in paesi controllati dalla Federazione. 
Neanche a farlo apposta, una recente legge nazionale consente il voto solo ai residenti registrati nelle locali liste elettorali. I musulmani della diaspora sono stati quindi tagliati tutti fuori dal voto. “E’ come se avesse vinto il genocidio - ha commentato Ćamil Dukarović -. Prima ci hanno massacrati, poi buttati fuori dalle nostre terre e ora ci impediscono anche di votare”. Durante la campagna elettorale, Dukarović si è dannato l’anima nel contattare personalmente tutti i musulmani che abitavano a Srebrenica per chiedere loro di registrarsi nelle liste elettorali del paese. Ma che ce l’abbia fatta a tenere il Comune è ancora tutto da verificare. Le urne di Srebrenica, come era da prevedersi, hanno assegnato la vittoria alla candidata serba (3.400 voti contro 2.900) ma le schede che stanno arrivando per posta stanno lentamente spostando l’ago della bilancia verso il bosniacco. Al momento in cui scrivo, Dukarović ha annunciato la sua vittoria dal suo sito internet, mentre alcuni lanci di agenzie internazionali concordano nell'assegnare la maggioranza dei voti alla serba. 
Ma comunque vadano le cose, è chiaro che i veri vincitori sono i partiti della destra nazionalista e che in Bosnia ogni ipotesi di riconciliazione è stata sotterrata prima ancora di imparare a respirare. La politica del genocidio ha ottenuto il suo scopo.

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!