giovedì 21 settembre 2017

Messico - Messaggio del Congresso Nazionale Indigeno e del Consiglio Indigeno di Governo

La Commissione di Coordinamento del Consiglio Indigeno di Governo ha raccolto un primo aiuto economico dalle basi di appoggio zapatiste attraverso la Commissione Sexta dell’EZLN per le comunità, quartieri, nazioni, tribù e popoli originari colpiti dai cicloni, uragani e terremoti in Chiapas, Oaxaca, Puebla, Guerrero, Morelos, Stato del Messico, Veracruz e Città del Messico.

MESSAGGIO DEL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO E DEL CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO

20 settembre 2017

Al popolo del Messico:

Ai popoli del Mondo:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

La Commissione di Coordinamento e seguimento del Consiglio Indigeno di Governo ha raccolto un primo aiuto economico delle basi di appoggio zapatiste attraverso la Commissione Sexta dell’EZLN, la cui destinazione, ci chiedono, sia alle comunità, quartieri, nazioni, tribù e popoli originari colpiti dai cicloni, uragani e terremoti in Chiapas, Oaxaca, Puebla, Guerrero, Morelos, Stato del Messico, Veracruz e Città del Messico.

Per questo, il CNI ed il CIG si stanno organizzando per contattare i nostri fratelli e sorelle originari che hanno subito le conseguenze di queste catastrofi naturali e fare arrivare gli aiuti nei nostri centri di raccolta, e per istituire un fondo per la ricostruzione che permetta alle famiglie colpite di riparare o ricostruire le proprie case.

I centri di aiuto e raccolta del CNI per i popoli originari si trovano a:

– Assemblea dei Pueblos Indígenas en Defensa de la Tierra, sito a Fraccionamiento IVO Tercera calle, Juchitán Oaxaca.

– Radio Comunitaria Totopo, nel Barrio de los Pescadores, Calle Ferrocarril 105, esq. Avenida Insurgentes, séptima sección en Juchitán, Oaxaca.

– Centro de Derechos Humanos Digna Ochoa A. C. in Calle 1 de mayo No 73, tra Granaditas e Churubusco. Col. Evolución, Tonalá, Chiapas.

– Local de Unios, in Dr. Carmona y Valle # 32, colonia Doctores, Del. Cuauhtémoc, cd. de México. C.P. 06720

– Rincón Zapatista / Cafetería Comandanta Ramona, a Città del Messico, in Zapotecos #7, Col. Obrera. Delegación Cuauhtémoc. Cd. de México. C.P. 06800.

Successivamente comunicheremo il numero di conto corrente bancario per effettuare i versamenti solidali per il fondo di ricostruzione indigeno.

In questi momenti, delegate e delegati del CNI e del CIG sono in contatto con le nostre sorelle e fratelli per conoscere delle loro necessità, e la loro possibilità e capacità di aiutare chi ne ha più bisogno.

“Per la Ricostruzione Integrale dei Nostri Popoli”

“Mai Più un Messico senza di Noi”.

Distintamente.

Commissione di coordinamento e seguimiento del

Consiglio Indigeno di Governo

Congresso Nazionale Indigeno.


traduzione Maribel-Bergamo

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/09/20/mensaje-del-cni-y-el-concejo-indigena-de-gobierno/

martedì 12 settembre 2017

Messico - Comunicato del CNI per la solidarietà con le popolazioni colpite dal sisma



Alla Sexta Nazionale e Internazionale

Ai mezzi di comunicazione liberi

Al popolo del Messico

Noi popoli, nazioni, tribù e quartieri indigeni del Congresso Nazionale Indigeno esprimiamo il nostro appoggio e la nostra solidarietà con le compagne e i compagni dei popoli fratelli della regione dell’Istmo di Tehuantepec, Oaxaca, così come con i nostri fratelli e sorelle della costa del Chiapas, dinanzi al sisma avvenuto la notte del passato 7 settembre, che ha lasciato distruzione, feriti e compagni morti delle nostre comunità.

Sappiamo che, come è costume dei malgoverni, essi si prenderanno gioco della nostra sofferenza, si faranno una fotografia sulle macerie e lucreranno sul dolore delle popolazioni in disgrazia, ragione per cui chiamiamo gli uomini e le donne di buon cuore, i collettivi della Sexta Nazionale e Internazionale e tutto il popolo del Messico, a solidarizzare e a concentrare coperte, alimenti non deperibili e medicinali in appoggio alle popolazioni di quelle regioni, nel domicilio del Consiglio Indigeno di Governo (CIG) del Congresso Nazionale Indigeno, ubicato in via Dr. Carmona y Valle No. 32, colonia Doctores, a Città del Messico, a un isolato e mezzo dalla stazione della metro Cuauhtémoc; allo stesso modo chiamiamo ad aprire centri di raccolta lungo tutta la geografia nazionale, facendo in modo di canalizzare il sostegno attraverso il CIG, perché arrivi direttamente alle popolazioni colpite. A tale scopo si mette a disposizione l’indirizzo ufficiale di posta elettronica comunicacion@congresonacionalindigena.org.

A tutti loro, il nostro appoggio rispettoso.

Denunciamo la continuità della guerra capitalista per saccheggiare i nostri popoli. In particolare, la comunità autonoma tepehuana e wixárika di San Lorenzo Azqueltan, nel municipio di Villa Guerrero, Jalisco, sta affrontando il saccheggio delle sue terre da parte di presunti piccoli proprietari, e aggressioni alle proprie autorità agrarie. In date recenti si sono intensificati i saccheggi di terre comunali e le aggressioni alle autorità agrarie da parte del Presidente Municipal Aldo Gamboa Gutiérrez, che ha istigato alla violenza, al saccheggio, all’aggressione e alle minacce contro i comuneros, regalando bestiame a persone estranee alla comunità perché si impossessino dei terreni comunali e minaccino di morte le autorità comunitarie, come per le minacce ricevute il passato lunedì 21 agosto di quest’anno, proprio all’uscita della presidenza municipale, in cui si erano riunite con il presidente per cercare di fermare le aggressioni. A ciò è seguita la negazione dei servizi municipali ai figli dei comuneros, come il trasporto dalla comunità al capoluogo municipale, dove studiano, e la persecuzione poliziesca contro le autorità agrarie.

Per quanto sopra, responsabilizziamo il presidente municipale di Villa Guerrero, Jalisco, Aldo Gambóa Gutiérrez, dell’integrità e sicurezza delle autorità e dei comuneros di San Lorenzo Azqueltán, ed esigiamo che cessi il saccheggio di terre ai loro danni.

Ripudiamo gli atti di violenza suscitati il passato 3 settembre del presente anno nella comunità Ikoot di San Mateo del Mar, Oaxaca, dove dei pistoleros incaricati dal cacicco Jorge Leoncio Arroyo Rodríguez, hanno sparato contro la popolazione che aveva terminato di eleggere le autorità municipali attraverso i propri usi e costumi, attacco che ha lasciato feriti vari compagni.

Cordialmente

Il 9 settembre 2017

Per la Ricostituzione Integrale dei Nostri Popoli

Mai più un Messico senza di Noi

Congresso Nazionale Indigeno



Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

venerdì 1 settembre 2017

Messico - Possiamo chiamarci indigeni?

La proposta lanciata dal Consiglio Indigeno di Governo e dagli zapatisti, in occasione della candidatura di María de Jesús Patricio Martínez alla presidenza del Messico, non è certo rivolta alla competizione per ottenere voti. Intende portare all’attenzione di tutti le condizioni in cui vivono i popoli indigeni e contribuire a una ricostruzione politica sociale smantellando gli apparati marci dello Stato, spiega Gustavo Esteva. Riapre, però, anche alcuni aspetti della grande questione dell’ identità indigena: gran parte di coloro che fanno parte di popoli indigeni non si definiscono come tali, soprattutto in relazione al significato coloniale della parola, cioè “originario del Paese in questione”. A partire dalla Dichiarazione di Barbados (1971), il termine ‘indigeno’ ha cominciato a essere usato come affermazione politica, il che gli ha dato un significato nuovo, non necessariamente dipendente dalla nascita o dall’affiliazione. Il Consiglio Nazionale Indigeno non è stato creato infatti come un’organizzazione, un partito o una forma di categorizzazione, ma come uno spazio di incontro di coloro che sono assemblea quando sono insieme e sono rete quando sono separati. Inoltre, nel Consiglio Indigeno di Governo potrà entrare qualsiasi persona che si dichiari indigena, secondo il principio di autodefinizione riconosciuto a livello internazionale. Ma che fare con gli altri? Chi sono i “non indigeni”?
Foto Massimo Tennenini
di Gustavo Esteva
La proposta del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e degli zapatisti è un appello molto ampio che viene rivolto all’intera società e che esige risposte chiare e impegnate.
Ci chiama innanzitutto a prestare attenzione alla situazione dei popoli indigeni, alla costante aggressione a cui sono sottoposti, alla dignità di cui danno prova sul fronte dell’attuale guerra a cui sono stati condotti. Imparare a vedere con chiarezza quello che si sta verificando con loro è anche un modo per approfondire la comprensione della situazione attuale, che riguarda tutte e tutti. Siamo chiaramente in un momento di pericolo, e prestare l’orecchio al richiamo del CNI è un modo per svegliarci.
L’appello è molto esplicito: non è rivolto soltanto ai popoli indigeni. Anche il Consiglio Indigeno di Governo non è soltanto per loro. Cercano alleanze con persone e gruppi molto diversi, con l’immensa gamma di scontenti che sono emersi e in particolare con quelli che condividono la loro scelta anticapitalistica e lottano come loro dal basso e a sinistra. Non si mettono a competere con nessuno per i voti, perché il loro obiettivo è quello di mettere in luce le condizioni attuali dei popoli indigeni e di contribuire alla ricostruzione sociale e politica, smantellando gli apparati marci dello Stato.
La proposta riaccende innanzi tutto vecchi dibattiti sull’identità indigena, che possono essere appassionanti e produttivi, ma anche destabilizzanti e pericolosi.
Bisogna riconoscere, prima di tutto, che la maggior parte di coloro che appartengono a popoli indigeni non definiscono se stessi come ‘indigeni’.Associano la loro identità fondamentale alle loro matrie [declinazione al femminile del termine patriarcale ‘patria’], ai luoghi della Madre Terra a cui appartengono e ai popoli di cui fanno parte. Sono zapotechi del Rincón o triquidi Chicahuaxtla, o più chiaramente sono ciò che dicono nelle loro lingue quando esprimono ciò che sono stati e sono “gli uomini della vera parola”, ad esempio. Non si chiamano indigeni.
Il termine indigeno ha cominciato ad essere utilizzato quando si è riconosciuto che ‘indio’ era un’espressione peggiorativa, ma questo non ha eliminato il carattere coloniale dell’etichetta applicata ai popoli assai diversi che esistevano nel territorio invaso dagli spagnoli. La Reale Accademia mantiene le accezioni peggiorative di ‘indio’ e mette in luce l’equivoco coloniale di ‘indigeno’: “originario del Paese in questione”. I popoli di qui esistevano prima del Paese…
Anche a causa di queste difficoltà ed equivoci, e per evitare le etichette coloniali, si è cominciato ad usare l’espressione ‘popoli originari’ o ‘nativi’, con cui si intende sottolineare il loro carattere autentico, la loro esistenza precedente alla costituzione dello Stato-nazione. Ma non è un’espressione popolare e comunemente diffusa, e risulta insufficiente.
8 marzo 2017, anche in Messico la piazza è delle donne. Foto http://www.vanguardia.com
Da anni, e in particolare dalla Dichiarazione di Barbados (1971), il termine ‘indigeno’ ha cominciato ad essere usato come affermazione politica, il che gli ha dato un significato nuovo (1). In questo senso viene utilizzato nella convocazione del Foro Nazionale Indigeno e più ancora nel documento con cui è stato costituito il Congresso Nazionale Indigeno, che ha potuto dichiarare con fermezza: “Mai più un Messico senza di noi”, con il noi chiaro e fermo di tutti quei popoli originari. Il CNI non è stato creato come un’organizzazione, un partito o una forma di categorizzazione, ma come uno spazio di incontro di coloro che sono assemblea quando sono insieme e sono rete quando sono separati.
Il CNI ha segnalato che accetterà al suo interno o nel Consiglio Indigeno di Governo qualsiasi persona che si dichiari indigena, secondo il principio di autodefinizione riconosciuto a livello internazionale.
Ma che fare con gli altri?
Chi sono i non indigeni?
Come si costituiscono o si identificano, al di là di categorie astratte come quella di uomini o donne, messicane o messicani?
L’esigenza di organizzarsi riguarda anche loro, perché possano costituire dei noi reali, capaci di autonomia e di autogoverno. Rolando Vamos propone che si ‘indigenizzino’, se il termine è inteso come il legame con un luogo. Se infatti gli individui sradicati costruiti dal capitalismo e dallo Stato nazione abbandonano questa condizione di oppressione e mettono radici in un luogo fisico e culturale, se costruiscono matrie a cui decidono liberamente di appartenere, starebbero contribuendo alla ricostruzione della società.
Tutto questo richiederà molte demarcazioni, sia a livello di mentalità che nella pratica. C’è inevitabilmente bisogno di tracciare delle linee, perché nella lotta che conduciamo e che si intensifica giorno dopo giorno è importante sapere chi è chi. Non stiamo lottando nel vuoto. Viviamo in guerra. Se non è chiaro da quale parte ciascuno milita, si può trovarsi a collaborare con il nemico. Queste distinzioni saranno sempre più necessarie, indipendentemente dalle identità che derivano dalla nascita o dall’affiliazione.
Fonte: la Jornada
Traduzione a cura di Camminardomandando

lunedì 28 agosto 2017

Colombia - Donne delle FARC chiedono di inserire visione femminista nel nuovo partito

Le donne delle FARC-EP hanno presentato proposte che rivendicano le lotte di genere e il femminismo come spazio di lotta necessario nell’organizzazione in cui si trasformeranno per partecipare alla vita politica del paese, dopo l’Accordo di Pace firmato con il governo di Juan Manuel Santos.


In un documento di sette pagine, le donne delle FARC hanno spiegato la loro visione del femminismo come contributo alle Tesi di Aprile redatte dalla direzione delle FARC-EP come strumento guida per il prossimo Congresso. In questa istanza le FARC trasformeranno la loro struttura, piattaforma e principi organici in modo che la nuova organizzazione possa entrare a pieno titolo nella vita politica quotidiana del paese.

Nel testo le donne assicurano che “il femminismo è inteso come corrente di pensiero e azione che cerca di eliminare tutte le pratiche volte a mantenere l’ordine sociale patriarcale il quale, a sua volta, sostiene la diseguaglianza nel sistema capitalista”. Descrivono il femminismo come “un concetto etico-politico della realtà che contribuisce alla lotta per condizioni giuste e la distribuzione equa della ricchezza, superando tutte le forme di sfruttamento, compresa quello sessuale”.

In questo senso le donne delle FARC dichiarano che “il femminismo combatte il patriarcato. Questo vuol dire che è contro l’organizzazione sociale storica che mette gli uomini e il maschile come asse centrale delle relazioni e delle istituzioni sociali”. Su questo punto aggiungono che “anche il maschile deve trasformarsi in una identità basata su relazioni di uguaglianza con le donne e caratterizzata per il trattamento giusto, solidale e di rispetto per le differenze, costruendo così una mascolinità nuova e contro-egemonica”.

Le donne delle FARC fanno riferimento, tra altri aspetti, alla necessaria assunzione di potere delle donne negli spazi dove si prendono decisioni, al diritto a decidere sul loro corpo e al rispetto per la diversità e orientamento sessuale. In questo senso indicano che “è necessario continuare con la formazione della coscienza collettiva che accolga la popolazione LGBTI nella nostra organizzazione politica e nelle organizzazioni di massa. Gli orientamenti sessuali delle persone non hanno nessuna relazione con il loro comportamento politico, né con il prestigio politico dell’organizzazione. Dentro il Nuovo Partito saremo estremamente attente per prevenire qualunque tipo do violenza contro le donne, persone con orientamento sessuale diverso e costruzione identitaria”.

venerdì 18 agosto 2017

Venezuela - Il punto di vista della Cina

di Raúl Zibechi
Conoscere i criteri che usa la potenza emergente sull’America Latina, e in particolare sul Venezuela, è sommamente importante giacché raramente i loro mezzi di comunicazione lasciano intravedere le opinioni che circolano nel governo cinese. Il 1° agosto la rivista cinese  Global Times ha pubblicato un esteso editoriale intitolato “Venezuela un microcosmo dell’enigma latinoamericano” (goo.gl/ksmY77).
Il Global Times appartiene all’organo ufficiale del Partito Comunista della Cina, Quotidiano del Popolo, ma si focalizza su temi internazionali e le sue opinioni hanno maggiore autonomia del media che lo patrocina.
L’articolo analizza le recenti elezioni dell’Assemblea Costituente mostrando un certo sostegno al progetto ma, allo stesso tempo prendendo le distanze. Riserva le sue maggiori critiche alla Casa Bianca, dicendo che “Washington si preoccupa solo di prendere il controllo del continente, come suo cortile posteriore, e non è interessata ad aiutarli”.
Evidenza che gli obiettivi degli Stati Uniti consistono nella “eliminazione di Maduro e nella distruzione dell’eredità politica di Chávez”, ma precisa anche che tutti i governi di sinistra del continente hanno una relazione “scomoda” con Washington.
Secondo il Global Times, “senza un’industrializzazione pienamente sviluppata, le economie latinoamericane dipendono in gran misura dalle risorse”, ragione per cui molti paesi presentano forti spaccature sociali e di ricchezza, come succede in Venezuela, dove i contadini e i poveri urbani appoggiano il governo mentre la classe media ricca sostiene l’opposizione.
Finora non ci sono novità. Ma a questo punto comincia un’analisi che svela le posizioni del governo cinese. “Il sistema politico che hanno adottato dall’Occidente non è riuscito ad affrontare questi problemi”, spiega il Global Times.
La rivista, pertanto, dice che “indipendentemente da chi vinca, il Venezuela avrà difficoltà a vedere la luce alla fine del tunnel. Le divisioni sociali non possono essere risolte, e l’intervento degli Stati Uniti non si fermerà. Il Venezuela può essere trascinato in un prolungata battaglia politica”. Con totale trasparenza, la dirigenza cinese pensa che il paese si incammini verso maggiori conflitti.
In secondo luogo, sostiene che il Venezuela sia un “importante socio della Cina”. Difende le relazioni di cooperazione “indipendentemente da chi governa il paese”, perché “il commercio con la Cina sarà utile ai venezuelani”. Per quello stimano di mantenere delle relazioni fluide e strette che “in Venezuela trascendono gli interessi di partito”.