martedì 10 luglio 2018

Nicaragua - L’ultima rivoluzione tradita

Foto Kaos en la red

di Bianca Segovia (*)

Cosa succede in Nicaragua oggi, dopo 11 anni dal ritorno al potere attraverso libere elezioni del FSLN1, è qualcosa che addolora e fa riflettere, tocca profondamente nelle viscere e nel cuore.
Ho vissuto con gioia due periodi della mia vita abbastanza lunghi per farmi portare scolpite nella pelle e nell’anima il calore e l’amore verso i e le nicaraguensi e la loro terra fertile, i vulcani che sono sempre pronti a far scoppiare un’allerta gialla.
Questa volta un nuovo Cerro Negro2 è comparso spingendo la crosta terrestre per emergere con il suo rumore viscerale attraverso una rottura e una detonazione forte.
I lapilli di lava hanno rischiarato il cielo e la colata incontrollata ha preso strada senza più barriere.

Che cosa è successo da metà aprile 2018?
 
Ci si trova spesso in una posizione scomoda a criticare governi che si autoproclamano socialisti, rivoluzionari, apertamente di sinistra come nella vecchia Europa non esistono più.
Ho imparato a conoscere lo spirito indomito, ribelle e rivoluzionario che si porta dentro la maggioranza delle persone che ha vissuto una travagliata storia recente come quella dell’ultima rivoluzione del ‘900, quella nicaraguense. Anche qui in Italia, separata da un oceano e da vari chilometri di terra, sento l’esigenza di prendere posizione: non si può avere paura di schierarsi contro l’autoritarismo, il familismo, il militarismo e l’affarismo di un governo che di sandinista ha mantenuto solo un nome come fosse un logo, distanziandosi anni luce dal sandinismo storico e dalle sue origini.
Chi non difende Daniel e la Murillo non si colloca automaticamente a favore delle destre come vorrebbe far credere lo stesso partitismo verticista. Non sostenere l’Orteguismo viene naturale.
Fin dal mio arrivo in terra nicaraguense oltre alle parole del nicañol3 legate a frutta, piatti squisiti, modi di dire, ho imparato il termine Danielismo.
L’accentramento nelle mani di un leader di un intero partito è un fenomeno comune.
La declinazione nicaraguense di questo fenomeno è costituita dal Danielismo o Orteguismo.
Nelle conversazioni con le persone incontrate nei miei viaggi questo fenomeno si palesava nel giro di un tempo molto breve. Ad un certo punto arriva una citazione “come dice Daniel” oppure l’altra variante “come dice la compagna Rosario Murillo”.
Anche dopo 6 litri di birra, anche in contesti amicali o di chiacchiere che con il Presidente Comandante non avevano nulla a che fare; queste citazioni come se piovesse non diminuiscono neppure quando le bottiglie vuote che si accumulano sul tavolo crescono, nemmeno i vapori dell’alcool fanno desistere lo snocciolamento del rosario. L’impressione è di trovarsi ad ascoltare un comunicato ufficiale del “19 digital”4
La figura della prima dama è stata centrale nell’instaurarsi dell’Orteguismo. Rosario Murillo, la moglie di Daniel, anch’essa nelle fila del FSLN fin dagli anni della lotta armata contro Somoza, recentemente ha giocato un ruolo decisivo, seppur non ufficiale, nel partito FSLN con un’ascesa verticale e dirigenziale al di fuori di qualsiasi traiettoria politica classica. Un partito trasformato in un piccolo feudo famigliare in cui non si ammette nessuna posizione che non si rispecchi nella linea della coppia presidenziale: non sono ammesse correnti interne né personalità con un pensiero critico e indipendente.
La pulizia dentro al partito era già compiuta, la strada spianata, il controllo dei media ufficiali è stato consegnato ai figli della coppia. Un familismo e nepotismo per antonomasia.
Comandanti storici e storiche si sono via a via sganciati/e e allontanati/e, menti brillanti e critiche purgate perché pericolose. Anche questa una storia già vista.
Fortunatamente in Nicaragua parlare della politica attuale e passata è facile con chiunque, c’è molta voglia di dialogare, di discutere, di esporre un’opinione e di sicuro ci si imbatte in persone con un pensiero critico e non allineato: tanti sandinisti e sandiniste non danielisti/e si preoccupano di andare oltre agli slogan e frasi ufficiali dei comunicati o delle varie campagne politiche.

lunedì 9 luglio 2018

Messico - Convocazione Incontro delle reti d’appoggio al CIG e CompARTE "Per la vita e la libertà"

Luglio 2018

Agli individui, gruppi, collettivi e organizzazioni delle Reti d’Appoggio al CIG:
Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

Considerando che:

Primo e unico:
Il gran finale
Vossia arriva al grande stadio. “Monumentale”, “colosso”, meraviglia architettonica”, “il gigante di cemento”, qualificativi consimili si ripetono nelle voci degli speaker che, nonostante le diverse realtà che esprimono, concordano nel mettere in risalto la superba costruzione.

Per arrivare al grandioso edificio, vossia ha dovuto farsi strada tra macerie, cadaveri, sporcizia. I più in là negli anni raccontano che non è stato sempre così: che prima, intorno alla gran sede sportiva si ergevano case, quartieri, negozi, edifici, fiumi e ruscelli di gente che uno schivava finché andava quasi a sbattere il naso contro al gigantesco portone, che si apriva solo ogni tanto, e nella cui insegna si leggeva: “Benvenuto al Gioco Supremo”. Sì, “benvenuto”, in maschile, come se ciò che avveniva dentro fosse cosa soltanto da uomini; come prima i sanitari, le cantine, la sezione di macchine e attrezzi dei negozi specializzati… e, ovvio, il calcio.

Tuttavia, a volo d’uccello l’immagine vista potrebbe benissimo essere un facsimile di un universo che si contrae, lasciando alla sua periferia morte e distruzione. Sì, come se il Grande Stadio fosse il buco nero che assorbe la vita attorno a sé e che, sempre insaziabile, erutta e defeca corpi senza vita, sangue, merda.

Da una certa distanza, si può apprezzare l’immobile nella sua totalità, sebbene ora le sue erronee disposizioni architettoniche, le sue falle strutturali nei calcestruzzi e nelle strutture, le sue decorazioni cangianti secondo il gusto della squadra vincitrice di turno, appaiano coperte da una tramoggia che abbonda di richiami all’unità, la fede, la speranza e, ovvio, la carità. Come se così si ratificasse la somiglianza tra culti religiosi, politici e sportivi.

Vossia non sa molto di architettura, ma sente fastidio per questa insistenza quasi oscena su una scenografia che non coincide con la realtà. Colori e suoni che proclamano la fine di un’era e il passaggio al domani anelato, la terra promessa, il riposo che non promette più nemmeno la morte (si dice vossia mentre ricapitola le proprie conoscenze, le persone scomparse, assassinate, “esportate” in altri inferni, e i cui nomi si diluiscono in statistice e promesse di giustizia e verità). 

Come nella religione, la politica e gli sport, ci sono gli specialisti. Mentre vossia non sa molto di nulla. La infastidiscono gli incensi, i salmi e le lodi che popolano quei mondi. 

Vossia non si sente capace di descrivere l’edificio, perché vossia bazzica altri mondi, e i suoi lunghi e tediosi cammini percorrono quello che, dai superbi palchi dell’edificio, si potrebbe chiamare il “sottosuolo”. Sì, la strada, la metro, il bus collettivo, il veicolo in abbonamento o pagato a carico di altri abbonamenti (un debito sempre posposto e sempre crescente), le strade sterrate, i sentieri sperduti che portano alla milpa, alla scuola, al mercato, al tianguis, al lavoro, agli sbattimenti, al diavolo.

Vossia si inquieta, sì, ma l’ottimismo dentro al grande stadio è maggioritario, travolgente, s-o-p-r-a-f-f-a-t-t-o-r-e, e tracima fino a fuori.

Come in quella canzone che vossia ricorda vagamente, lo spettacolo che è già finito, ha unito “il nobile e il villano, il proboviro e il verme”. In quei momenti l’uguaglianza è stata regina e signora, non importa che al fischio finale ciascuno sia tornato al suo posto. Basta l’oblio che ciascuno è quel che è. Di nuovo, “e con la nausea / torna il povero alla sua povertà, /torna il ricco alla sua ricchezza /e il signor curato alle sue messe/ si son svegliati il bene e il male/ la volpe povera torna al portone, /la volpe ricca torna al roseto, /e l’avaro alle divise”* (*Citazione di “Fiesta” di J.M. Serrat, N.d.T.). 

E il fatto è che, come vossia sa dallo strepito e dalle immagini, la partita è finita. Il gran finale tanto atteso e temuto si è consumato, e la squadra vincitrice riceve, con falsa modestia, il clamore degli spettatori. “Il rispettabile pubblico”, dicono portavoce e cronisti. Sì, così si riferiscono a chi ha partecipato attivamente con grida, cori, urrà, insulti e diatribe, dai gradoni, come spettatori a cui soltanto nel gran finale è permesso simulare che sono di fronte al pallone e che il loro grido è il calcio che dirige la sfera “in fondo al sacco”.

Quante volte lo ha sentito vossia? Molte, val la pena contarle? Le sconfitte reiterate, la promessa che alla prossima sì, che l’arbitro, che il campo, che il clima, che la luce, che la linea, che la strategia e la tattica, che eccetera. Almeno l’illusione attuale allevia questa storia di sconfitte… a cui dopo si aggiungerà la prevista disillusione.

Nei dintorni del recinto, una mano maliziosa ha tracciato, sul superbo muro che circonda lo stadio, un motto: “MANCA LA REALTA’”. E non paga della sua eresia, la mano ha aggiunto tratti e colori alle lettere, tanto variegati e creativi che non sembrano nemmeno dipinti. Non è più un graffito, ma un’iscrizione fatta a scalpello, che macchia il cemento. 

Un’orma indelebile nell’apatica superficie del muro. E, per colmo, l’ultimo tratto della “A” finale ha aperto una crepa che si allarga fino al basamento. Un cartello, rotto e scolorito, con l’immagine di una felice coppia eterosessuale, con un paio di figli, bambino e bambina, e l’intestazione “La Famiglia Felice”, cerca invano di occultare la fenditura che, forse per un effetto ottico, sembra graffiare anche la felice immagine della famiglia felice.

Ma neppure il frastuono interno che fa vibrare le pareti dello stadio riesce a nascondere la crepa.

Dentro, sebbene la partita sia terminata, la moltitudine non abbandona lo stadio. Anche se ben presto sarà di nuovo espulsa verso la valle di rovine, la moltitudine imbellettata fa eco delle proprie grida e scambia aneddoti: chi ha gridato più forte, chi ha fatto lo scherzo migliore (si dice “meme”), chi ha divulgato la bugia di maggior successo (il numero di “like” determina il grado di verità), chi lo sapeva fin da subito, chi non ha mai dubitato. Nelle tribune, alcuni, alcune, alcunei, scambiano analisi: che “hai visto che gli avversari hanno cambiato casacca a fine primo tempo e ora festeggiano la vittoria coloro che hanno iniziato l’incontro con la casacca della squadra opposta?”; che “l’arbitro (il sempiterno “arbitro venduto”) ora sì che ha fatto il suo dovere perché la vittoria della squadra ripulisce ed eleva tutto”. 

Alcuni, alcune, alcunei, più scettici, vedono con sconcerto che, tra coloro i quali celebrano il trionfo, ci sono quelli che hanno giocato e giocano in squadre rivali. Cercano di capire, ma non riescono. O capiscono, ma non è ora di capire, ma di festeggiare. Perché sia chiaro, una lavagna gigante lampeggia con lo slogan visuale di moda: “Proibito Pensare”. La notte ha posposto il suo arrivo, pensa vossia. 

Ma si rende conto che sono i riflettori e i fuochi d’artificio che simulano chiarore. Chiaro, un chiarore selettivo. Perché là, in quell’angolo, alcuni gradoni sono crollati e le squadre di soccorso non accorrono, occupate come sono nel festeggiamento. La gente non si chiede quanti morti, ma di quale squadra erano tifosi. Più in là, in quell’altro angolo oscuro, una donna è stata aggredita, violentata, sequestrata, assassinata, fatta sparire. Ma, suvvia, è solo una donna, o un’anziana, o una giovane, o una bambina. I media, sempre in sintonia con quel che succede, non chiedono il nome della vittima, ma se aveva addosso la maglietta di una squadra o dell’altra. Ma non è tempo di amarezze, bensì di festa, di brindisi, di f-i-n-e-d-e-l-l-a-s-t-o-r-i-a caro mio, dell’inizio di un nuovo campionato. Fuori l’oscurità sembra il colophon pittorico per la zona devastata. Sì, pensa vossia, come uno scenario di guerra.

La confusione richiama la sua attenzione. Vossia cerca di prendere le distanze per comprendere l’impatto di questo gran trionfo della sua squadra preferita… mh… era la sua squadra preferita? Non ha più importanza, il trionfatore è sempre stato e sarà sempre la squadra favorita dalle maggioranze. E, chiaramente, tutti sapevano che il trionfo era inevitabile, e nelle tribune si susseguono le spiegazioni logiche: “sì, non era possibile alcun altro risultato, solo quello della coppa ubriacante che incorona i colori della squadra favorita”.

Vossia cerca, senza riuscirci, di far suo l’entusiasmo che inonda le tribune, i palchi, e sembra arrivare fino al punto più alto della costruzione, dove ciò che si intuisce è un lussuoso appartamento, che riflette nei suoi vetri polarizzati le luci, le grida e le immagini.

Vossia percorre le tribune con difficoltà, la gente gremisce i corridoi e le scale. Cerca qualcosa o qualcuno che non la faccia sentire straniero, cammina come un extraterrestre o un viaggiatore del tempo che sia atterrato in un calendario e una geografia sconosciuti.

Si ferma un po’ dove due persone di una certa età guardano con attenzione una specie di tavola. No, non si tratta di scacchi. Ora che vossia si è sufficientemente avvicinato, vede che si tratta di un rompicapo con soltanto alcuni pezzi inseriti e con la figura finale neanche abbozzata.

  Una persona sta dicendo all’altra: “Be’, no, non mi sembra finzione. Dopo tutto, il pensiero critico deve partire da un’ipotesi, per quanto possa sembrare campata per aria. Ma non deve abbandonare il rigore per confrontarla e verificare se procede, o se bisogna cercare altri appigli”. E, prendendo uno dei pezzi del rompicapo, questa persona lo mostra e dice: “per esempio, può darsi, a volte, che il piccolo aiuti a comprendere il grande. Come se in questa piccola parte potessimo divinare o intuire la figura completata”. Vossia non ascolta ciò che segue, perché i gruppi vicini gridano contro questa strana coppia e zittiscono le loro parole. 

Qualcuno le ha passato un volantino. “Desaparecida”, si legge, e un’immagine di una donna la cui età vossia non può determinare. Un’anziana, una donna matura, una giovane, una bambina? Il vento le strappa di mano il volantino e il suo volo si confonde con le serpentine e i coriandoli che annebbiano la vista. 

E parlando di bambine…

Una bambina, piccola, di pelle oscura, dai vestiti stravaganti da quanto sono colorati e adornati, guarda lo stadio, le tribune, le luci multicolori, i sorrisi di vincitori e vinti, allegri i primi, maliziosi i secondi.

La bambina ha un dubbio. Si intuisce dall’espressione del suo viso, dal suo sguardo inquieto.

Vossia si sente generoso, alla fin fine vossia ha vinto… mh… ha vinto? Be’, non importa. 

Vossia si sente generoso e, sollecito, chiede alla bambina cosa cerca.

La bambina le risponde: “il pallone”. E, senza girarsi a guardarla, continua a setacciare con lo sguardo la gran costruzione.

Il pallone?”, chiede vossia come se la domanda venisse da un altro tempo, da un altro mondo.

La bambina sospira e aggiunge: “be’, magari lo ha il padrone”.

“Il padrone?”

Sì, il padrone del pallone, e dello stadio, e del trofeo, e delle squadre, e di tutto questo”, dice la bambina mentre con le sue manine cerca di abbracciare la realtà concentrata nel grande stadio.

Vossia cerca di trovare le parole per dire alla bambina che quelle domande non fanno al caso, o cosa, a secondo, ma allora vossia ricorda… o per meglio dire non ricorda di aver visto il pallone. Nella sua mente appare un’immagine sfocata, crede che a inizio partita, ci fosse la sfera con le sue toppe marchiate dai “nostri amabili patrocinatori”. Non sa collocarlo nemmeno nei gol segnati.

Ma lì c’è la lavagna del punteggio, e la lavagna segna la realtà che importa: il tale ha vinto, il tale ha perso. Nessun segnapunti indica chi è il padrone né del segnapunti stesso né tantomeno del pallone, delle squadre, delle tribune, delle “videocamere e microfoni”.

Inoltre, il segnapunti non è un segnapunti qualsiasi. E’ il più moderno che esiste ed è costato una fortuna. Include il VAR per aiutare i suoi impiegati a sommare o conteggiare punti alla lavagna, e per le ripetizioni istantanee o reiterate di quando “insieme abbiamo fatto la storia”. E il segnapunti non segna i gol, ma le grida. Vince chi grida di più, e allora chi ha bisogno del pallone?

venerdì 6 luglio 2018

Messico - Agosto 2018 con l’EZLN: Incontro delle reti d’appoggio al CIG e CompARTE "Per la vita e la libertà"


# TRADUZIONE IN ITALIANO #


Cooperazione Rebelde - Napoli e l’Associazione Ya Basta - Caminantes partecipano all’Incontro delle Reti d’appoggio al CIG, lanciato dagli zapatisti per continuare il percorso dal basso realizzato attraverso la proposta del Consiglio Indigeno di Governo, all’indomani delle elezioni in Messico, e alla terza edizione del festival artistico CompArte "Per la vita e la libertà."
La delegazione continuerà con l’appoggio al Sistema Sanitario autonomo nel Caracol de La Garrucha per la campagna "Juntos para el derecho a la salud".

Se vuoi partecipare per contatti ed informazioni: padova@yabasta.it o brigatesalutechiapas@gmail.com

Dal 2 al 5 agosto presso il Caracol di Morelia 

Incontro delle Reti d’appoggio al Consiglio Indigeno di Governo. 
 
La proposta dei temi da trattare è:
- valutazione del processo di sostegno al Consiglio Indigeno di Governo e alla sua portavoce Marichuy e della situazione a partire dalla prospettiva di ogni gruppo, collettivo e organizzazione.
- proposte dei passi da fare
- proposte per come ritornare a consultarsi con i propri gruppi, collettivi, organizzazioni su quello che viene discusso nell’incontro.

Dal 6 al 9 agosto presso Caracol di Morelia
CompARTE PER LA VITA E LA LIBERTA’ “Píntale caracolitos a los malos gobiernos pasados, presentes y futuros”
 

Atto di chiusura il 9 agosto, 15° anniversario della nascita dei caracoles zapatistas.
 

Per il CompARTE il programma sarà basato su chi si iscrive ma sicuramente ci saranno "musiquer@s, teatrer@s, bailador@s, pintor@s, escultor@s, declamador@s, etceter@s", delle comunità zapatiste in resistenza e ribellione.
E’ un lungo comunicato quello in cui il Subcomandante Insurgente Moisés e il Subcomandante Insurgente Galeano a nome della Comisión Sexta del EZLN invitano a partecipare all’incontro e al CompARTE.

Nel testo la metafora utilizzata per iniziare l’analisi sui risultati elettorali in Messico è quella di uno stadio.
Le elezioni hanno visto, dopo 12 anni di tentativi, la vittoria di Andrés Manuel Lopez Obrador, alla guida della coalizione “Juntos haremos historia” con capofila Morena (organizzazione fondata da AMLO dopo l’uscita dal PRD), composta anche dal PT (Partito dei lavoratori) e dal PES (Partito Incontro Sociale) cattolico "integralista" e di provenienza di destra. Durante l’inizio dello spoglio, quasi ancora ad urne chiuse ad AMLO sono arrivate le congratulazioni di Ricardo Anaya, candidato del PAN-PRD e di José Antonio Meade, candidato del PRI oltre a quelle di Trump.


All’unisono tutti a dire che si avvia un nuovo positivo percorso comune.
Nello scritto gli zapatisti descrivono lo stadio, simbolo del potere istituzionale, dall’alto, come un luogo, che forse prima aveva segni di vita intorno, ma ora è sempre più arroccato e per certi versi decadente. Un luogo dove la vita viene come assorbita sputando fuori desolazione e morte. 

Nello stadio giocano due squadre, con tutto il loro contorno di fans urlanti. Ma mentre la partita deve ancora finire, i fans di una delle due squadre improvvisamente tacciono. C’è il silenzio totale ... e poi una delle squadre inneggia alla squadre avversaria e tutto finisce in un tripudio di gente, tifosi di una o dell’altra equipe, che urlano tutti insieme e osannano la squadra "vincitrice"

Nello stadio entra anche una bambina, piccola e con la pelle scura , stupita di tanti colori, addobbi, luci, sorrisi dei vincitori e dei vinti, che si domanda dubbiosa "ma il pallone dov’è?".
E poi sospirando aggiunge "da qui vedo che ce l’ha il padrone. Il padrone del pallone, dello stadio, del trofeo, delle squadre e di tutto questo".

  Un padrone che non perde mai, non importa chi appare come vincitore nello schermo gigante dello stadio.
... la bambina ti prende la mano e dice "Andiamocene, dobbiamo uscire da qui". Perchè? Chiedi. Lei risponde "Sta per cadere tutto ...".
Però nessuno sembra accorgersene ...un momento, proprio nessuno?
Si chiude così il comunicato degli zapatisti che continuerà con nuove riflessioni e che invita a partecipare all’incontro e al CompARTE

CONVOCATORIA A UN ENCUENTRO DE REDES DE APOYO AL CIG, AL COMPARTE 2018: “Por la vida y la libertad”; Y AL 15° ANIVERSARIO DE LOS CARACOLES ZAPATISTAS: “Píntale caracolitos a los malos gobiernos pasados, presentes y futuros”
Julio del 2018.
A l@s individu@s, grupos, colectivos y organizaciones de las Redes de Apoyo al CIG:
A la Sexta Nacional e Internacional:

Considerando que:
Primero y único:


La Gran Final.
Llega usted al gran estadio. “Monumental”, “coloso”, “maravilla arquitectónica”, “el gigante de concreto”, calificativos parecidos se repiten en las voces de los locutores que, a pesar de las distintas realidades que describen, coinciden en resaltar la soberbia construcción.
Para llegar a la grandiosa edificación, usted ha tenido que sortear escombros, cadáveres, suciedad. Cuentan quienes más años cuentan, que no siempre fue así; que antes, en torno a la gran sede deportiva, se levantaban casas, barrios, comercios, edificios, ríos y arroyos de gente que uno esquivaba hasta casi toparse de narices con el gigantesco portón, que sólo se abría cada tanto tiempo, y en cuyo dintel se leía: “Bienvenido al Juego Supremo”. Sí, “bienvenido”, en masculino, como si lo que ocurriera dentro fuera cosa sólo de varones; como antes los sanitarios, las cantinas, la sección de máquinas y herramientas de las tiendas especializadas… y, claro, el futbol.
Pero, a vuelo de pájaro, la imagen vista bien podría ser un símil de un universo contrayéndose, dejando en su periferia muerte y destrucción. Sí, como si el Gran Estadio fuera el hoyo negro que absorbe la vida a su alrededor y que, aún insaciable, eructa y defeca cuerpos sin vida, sangre, mierda.
Desde cierta distancia, se puede apreciar el inmueble en su totalidad. Aunque ahora sus erróneas disposiciones arquitectónicas, sus fallas estructurales en cimientos y edificaciones, sus cambiantes decoraciones al gusto del equipo ganador en turno, aparecen cubiertas por una tramoya que abunda en llamados a la unidad, la fe, la esperanza y, claro, la caridad. Como si se ratificara así esa semejanza entre cultos religiosos, políticos y deportivos.
Usted no sabe mucho de arquitectura, pero le molesta esa insistencia casi obscena en una escenografía que no coincide con la realidad. Colores y sonidos proclamando el fin de una era y el paso al mañana soñado, la tierra prometida, el reposo que ya ni la muerte promete (se dice usted mientras hace un recuento de sus cercanas, personas desaparecidas, asesinadas, “exportadas” a otros infiernos, y cuyos nombres se diluyen en estadísticas y promesas de justicia y verdad).
Como en la religión, la política y los deportes, hay especialistas. Y usted no sabe mucho de nada. Le marean los inciensos, salmos y alabanzas que pueblan esos mundos. Usted no se siente capaz de describir el edificio, porque usted anda otros mundos, sus largos y tediosos caminos transcurren en lo que, desde los soberbios palcos del gran estadio, se podría llamar “el subsuelo”. Sí, la calle, el metro, el colectivo, el vehículo en abonos o pagado con cargo a otros abonos (una deuda siempre pospuesta y siempre creciente), el camino de terracería, las rutas de extravío que conducen a la milpa, a la escuela, al mercado, al tianguis, al trabajo, al jale, a la chinga.
Usted se inquieta, sí, pero el optimismo de dentro del gran estadio es mayoritario, abrumador, a-v-a-s-a-l-l-a-n-t-e, y desborda hacia afuera.
Como en esa canción que usted recuerda vagamente, el espectáculo que ya terminó, unió “al noble y al villano, al prohombre y al gusano”. En esos momentos la igualdad fue reina y señora, no importa que el silbatazo final haya vuelto a cada quien a su lugar. Basta del olvido de que cada uno es cada cual, de nuevo, “y con la resaca a cuestas/ vuelve el pobre a su pobreza, /vuelve el rico a su riqueza /y el señor cura a sus misas /se despertó el bien y el mal/ la zorra pobre vuelve al portal, / la zorra rica vuelve al rosal, / y el avaro a las divisas”.
Y es que, ahora le informan a usted ruidos e imágenes, el partido ha finalizado. La gran final tan esperada y temida, concluyó y el equipo vencedor recibe, con falsa modestia, los clamores de los espectadores. “El respetable público”, dicen voceros y cronistas. Sí, así se refieren a quienes han participado activamente con gritos, porras, hurras, insultos y diatribas, desde las gradas, como espectadores a quienes sólo en la gran final se les permite simular que están frente al balón y que su grito es el puntapié que dirige el esférico “al fondo de las redes”.
¿Cuántas veces ha escuchado usted eso? Muchas, ¿vale la pena contarlas? Las derrotas reiteradas, la promesa que a la que sigue sí, que el árbitro, que el campo, que el clima, que la luz, que la alineación, que la estrategia y la táctica, que etcétera. Al menos la ilusión actual alivia esa historia de fracasos… a la que luego se sumará la desilusión prevista.
En las afueras del recinto, una mano maliciosa ha rayado, en el soberbio muro que rodea el estadio una sentencia: “FALTA LA REALIDAD”. Y no conforme con su herejía, la mano le ha agregado trazos y colores a las letras, tan variados y creativos que ya no parecen pintados. Ya no es un grafiti, sino una inscripción como grabada con cincel, manchando el concreto. Una huella indeleble en la apática superficie del muro. Y, para colmo, el último trazo de la “D” final ha abierto una grieta que se alarga hasta el basamento. Un cartel, roto y descolorido, con la imagen de una feliz pareja heterosexual, con un par de hijos, niño y niña, y con el encabezado de “La Familia Feliz”, trata en vano de ocultar la hendidura que, tal vez por un efecto óptico, parece rasgar también la feliz imagen de la familia feliz.
Pero ni el ruido interno que hace vibrar las paredes del estadio logra disimular la grieta.
Dentro, aunque el partido ha terminado, la muchedumbre no abandona el estadio. Aunque no tardará mucho en que sea de nuevo expulsada de vuelta al valle de ruinas, la multitud embelesada se hace eco de sus propios gritos e intercambia anécdotas: quién gritó más fuerte, quién hizo la mejor burla (se dice “meme”), quién divulgó la mentira más exitosa (el número de “likes” determina el grado de verdad), quién lo supo desde un principio, quién nunca dudó. En las tribunas, algunos, algunas, algunoas, intercambian análisis: que “¿sí viste que los contrarios cambiaron de camiseta en el medio tiempo y que ahora festejan la victoria quienes iniciaron el encuentro con el uniforme del equipo rival?”; que “el árbitro (el siempre “árbitro vendido”) ahora sí cumplió porque la victoria del equipo todo lo limpia y enaltece”.
Algunos, algunas, algunoas, más escépticos, ven con desconcierto que, entre quienes celebran el triunfo, están los que jugaron y juegan en equipos rivales. Tratan, pero no entienden. O sí entienden, pero no es hora de entender, sino de festejar. Para dejárselos claro, una pantalla gigante parpadea con la tonada visual de moda: “Prohibido Pensar”.
La noche ha pospuesto su llegada, piensa usted. Pero se da cuenta de que son los reflectores y los fuegos de artificio los que simulan claridad. Claro, una claridad selectiva. Porque allá, en aquel rincón, unas gradas se han derrumbado y los equipos de rescate no acuden, ocupados como están en el festejo. La gente no se pregunta cuántos muertos, sino de cuál equipo eran seguidores. Más allá, en ese otro rincón oscuro, una mujer ha sido agredida, violada, secuestrada, asesinada, desaparecida. Pero, vamos, es sólo una mujer, o una anciana, o una jóvena, o una niña. Los medios, siempre en sintonía con los tiempos que corren, no preguntan el nombre de la víctima, sino si portaba su playera de tal o cual equipo.
Pero no es tiempo de amarguras, sino de fiesta, de brindis, del f-i-n-d-e-l-a-h-i-s-t-o-r-i-a mi buen, del comienzo de un nuevo campeonato. Fuera, la oscuridad parece el colofón pictórico para la zona devastada. Sí, piensa usted, como un escenario de guerra.
El barullo le reclama atención. Usted trata de tomar distancia para comprender el impacto de ese gran triunfo de su equipo favorito… mmh… ¿era su equipo favorito? Ya no importa, el triunfador siempre fue y será el equipo favorito de las mayorías. Y, claro, todos sabían que el triunfo era inevitable, y en tribunas se suceden las explicaciones lógicas: “sí, no era posible otro resultado, sólo el de la copa embriagante coronando los colores del equipo favorito.”
Usted trata, sin conseguirlo, de hacer suyo el entusiasmo que inunda las tribunas, los palcos, y parece llegar hasta el punto más alto de la construcción donde, lo que se adivina es una lujosa habitación, refleja en sus vidrios polarizados las luces, los gritos y las imágenes.
Usted recorre las tribunas con dificultad, la gente se abarrota en pasillos y escaleras. Busca usted algo o alguien que no lo haga sentir extraño, camina como un extraterrestre o un viajero del tiempo que aterriza en un calendario y una geografía desconocidos.
Se detiene un poco donde dos personas de edad miran con atención una especie de tablero. 

No, no se trata de ajedrez. Ahora que usted se ha acercado lo suficiente, ve que se trata de un rompecabezas con apenas algunas piezas engarzadas y sin la figura final siquiera esbozada.
Una persona le está diciendo a la otra: “Bueno, no, no me parece que sea ficción. Después de todo, el pensamiento crítico debe partir de una hipótesis, por alocada que parezca. Pero no debe abandonar el rigor para confrontarla y verificar si procede, o hay que buscar otro punto de arranque.” Y, tomando una de las piezas del rompecabezas, esa persona la muestra y dice: “por ejemplo, puede ser, a veces, que lo pequeño ayude a entender lo grande. Como si en esta pequeña parte pudiéramos adivinar o intuir la figura ya completada”. Usted no escucha lo que sigue, porque los grupos vecinos gritan contra ese extraño par y acallan sus palabras.
Alguien le ha pasado un volante. “Desaparecida” se lee, y una imagen de una mujer cuya edad usted no puede determinar. ¿Una anciana, una mujer madura, una jóvena, una niña? El viento le arrebata el volante y su vuelo se confunde con las serpentinas y el confeti que nublan la vista.
Y hablando de niñas…
Una niña, pequeña, de piel oscura, de ropas extrañas de tan coloridas y adornadas, mira el estadio, las tribunas, las luces multicolores, las sonrisas de vencedores y vencidos, alegres las primeras, maliciosas las segundas.
La niña tiene una duda. Se adivina en la expresión de su rostro, en su mirada inquieta.
Usted se siente generoso, al fin al cabo usted ha ganado… mmh… ¿ha ganado? Bueno, no importa. Usted se siente generoso y, solícito, le pregunta a la niña qué busca.
La niña le responde: “el balón”. Y, sin voltear a verlo a usted, sigue con su mirada barriendo la gran construcción.
“¿El balón?”, pregunta usted como si la pregunta viniera de otro tiempo, de otro mundo.

La niña suspira y añade: “bueno, de ahí que tal vez lo tiene el dueño”
“¿El dueño?”

“Sí, el dueño del balón, y del estadio, y del trofeo, y de los equipos, y de todo esto”, dice la niña mientras con sus manitas intenta abarcar la realidad concentrada en el gran estadio.
Usted trata de encontrar las palabras para decirle a la niña que esas preguntas no vienen al caso, o cosa, según, pero entonces usted recuerda…, o más bien no recuerda haber visto el balón. En su mente le aparece una imagen borrosa, cree que al inicio del partido, del esférico con sus gajos manchados por “nuestros amables patrocinadores”. Ni siquiera en los goles anotados lo ubica.
Pero ahí está la pantalla del marcador, y la pantalla marca la realidad que importa: tal ganó, tal perdió. Ningún marcador señala quién es el dueño ni siquiera del marcador, mucho menos quién es el dueño del balón, de los equipos, de las tribunas, de las “cámaras y micrófonos”.
Además, el marcador no es un marcador cualquiera. Es el más moderno que existe y costó una fortuna. Incluye el VAR para ayudar a sus empleados a sumar o restar puntos en la pantalla, y para las repeticiones instantáneas o reiteradas de cuando “juntos hicimos historia”. 

Y el marcador no marca los goles, sino los gritos. Gana quien más grite, entonces ¿quién necesita el balón?
Pero entonces usted revisa sus recuerdos y nota algo extraño: minutos antes del final del partido, la porra, la barra, la fanaticada del equipo contrario guardó silencio. Y los gritos de los seguidores del equipo ahora triunfador no tuvieron rival. Sí, muy extraña esa súbita retirada. 

Pero más extraño es que, cuando en la pantalla del marcador no se reflejaban aún los resultados, ni siquiera los parciales, el equipo contrario volvió a la cancha sólo para felicitar al triunfador… que todavía no era triunfador. En los altos y lujosos palcos del estadio estalló la algarabía y los colores de sus pendones eran ya los del equipo ganador. ¿A qué hora cambiaron de favorito? ¿Quién ganó realmente? Y sí, ¿quién es el dueño del balón?
“¿Y por qué quieres saber quién es el dueño?”, cuestiona usted a la niña, porque le parece que, no obstante sus dudas, es tiempo de silbatos y matracas, y no de preguntas necias.
“Ah, porque ése no pierde. No importa qué equipo gane o pierda, el dueño siempre gana.”
Usted se incomoda con la duda que eso plantea. Y se incomoda más al ver a quienes declaraban que el equipo ahora triunfador traería desgracias, celebrando un triunfo que, apenas unas horas antes, no era suyo. Porque no se ve que hayan perdido, más bien festejan como si el triunfo fuera suyo, como si dijeran “ganamos otra vez”.
Usted está a punto de decirle a la niña que deje la amargura en otro lado, que tal vez esté en sus días, o en la depre, o no entiende nada, después de todo es sólo una niña, pero en eso el respetable prorrumpe en un alarido: el equipo vencedor regresa a la cancha para agradecer al respetable su apoyo. La gente-gente sigue en las tribunas y contempla, arrobada, a los modernos gladiadores que han vencido a las bestias… ¡un momento!, ¿no son las bestias quienes ahora abrazan y festejan y cargan en hombros al equipo vencedor?
Usted se ha quedado pensando en lo que dijo la niña. Y recuerda entonces, inquieto, que el equipo contrario, conocido por su rudeza, mañas y trampas, abandonó el partido justo antes de que sonara el silbatazo final. Sí, como si temiera que su inercia propia, pudiera hacerlo triunfador (con trampa, claro) y, para evitarlo, se retirara completamente. Y con él, desaparecieron sus porras, sus fanáticos, sus, ahora usted lo recuerda, contados banderines y banderas.
La algarabía sigue. Al parecer en tribunas no importa el absurdo que transcurre en el centro del campo, donde el pódium espera la premiación final.
Usted se hace eco de la pregunta de la niña y, con timidez, cuestiona a su vez:
“¿Quién es el dueño del balón?”
Pero el grito masivo se traga su pregunta, y nadie le escucha.

La niña le toma de la mano y le dice: “Vámonos, tenemos que salir”
“¿Por qué?”, pregunta usted.

Y la niña, señalando la base de la gran edificación, responde:
“Se va a caer”.
Pero nadie parece darse cuenta… Un momento, ¿nadie?
(¿continuará?)
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En base a lo anteriormente expuesto, la Comisión Sexta del EZLN invita a l@s individu@s, grupos, colectivos y organizaciones que apoyaron y apoyan al CIG y, claro, que todavía piensan que los cambios que importan nunca vienen de arriba, sino de abajo (además de que no hayan mandado su cartita de adhesiones y peticiones al capataz futuro) a un:


Encuentro de redes de apoyo al Concejo Indígena de Gobierno.
Con la siguiente propuesta de temario:
.- valoraciones del proceso de apoyo al CIG y su vocera Marichuy, y de la situación según la perspectiva de cada grupo, colectivo y organización.
.- propuestas de pasos a seguir.
.- propuestas para regresar a consultar con sus grupos, colectivos, organizaciones, lo ahí planteado.

Llegada y registro: jueves 2 de agosto del 2018; registro y actividades los días viernes 3, sábado 4 y domingo 5 agosto.

Para registrarse como participante en el encuentro de redes, la dirección es:

encuentroredes@enlacezapatista.org.mx

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También, las comunidades indígenas zapatistas, invitan a quienes tienen al arte como vocación y anhelo, al:


CompARTE POR LA VIDA Y LA LIBERTAD
“Píntale caracolitos a los malos gobiernos pasados, presentes y futuros”

Del 6 al 9 de agosto del 2018.
Llegada y registro: cuando puedan del 6 al 9 de agosto.
Clausura el día 9, 15° aniversario del nacimiento de los caracoles zapatistas.

El programa será según quiénes se apunten, pero seguro ahí estarán musiquer@s, teatrer@s, bailador@s, pintor@s, escultor@s, declamador@s, etceter@s, de las comunidades zapatistas en resistencia y rebeldía.

Para registrarse como participante y/o asistente, la dirección es:

asistecomparte2018@enlacezapatista.org.mx
participacomparte2108@enlacezapatista.org.mx
Todo en el caracol de Morelia (donde fue el encuentro de mujeres que luchan), en la zona Tzotz Choj, tierra zapatista en resistencia y rebeldía.
Mucho ojo: Traigan su vaso, plato y cuchara, porque las mujeres que luchan ya aconsejaron de no usar desechables que contaminan, además de que dejan un tiradero. No sobra si trae un su focador (o lámpara de mano), su loquesea para poner entre el digno suelo y su muy digno cuerpo, o casa de campaña. Su impermeable o nailon o equivalente por si llueve. Sus medicinas y comida especial si las requiere. Y cualquier otra cosa que luego le vaya a faltar y, cuando nos deje sus críticas, nosotr@s podamos responder “les avisamos antes”. Para las personas ya de edad, “de juicio” como decimos acá, veremos de, en lo posible, darles alojamiento en alguna parte especial.
Nota: sí se permitirá el acceso a varones y a otras minorías.

Por la Comisión Sexta del EZLN.

Subcomandante Insurgente Moisés.               Subcomandante Insurgente Galeano.
México, 4 de julio del 2018.
P.D.- No, nosotras, nosotros, zapatistas, NO nos sumamos a la campaña “por el bien de todos, primero los huesos”. Podrán cambiar el capataz, los mayordomos y caporales, pero el finquero sigue siendo el mismo. Ergo…

Tratto da Enlace zapatista

venerdì 15 giugno 2018

Messico - Convocazione dell' Incontro Nazionale di Donne

A las compañeras Concejalas del Concejo Indígena de Gobierno

A las compañeras Delegadas del Congreso Nacional Indígena

A las compañeras de la Sexta Nacional e Internacional

A las mujeres que luchan abajo y a la izquierda

Reunidas mujeres de Honduras, Argentina, Alemania, Francia, Brasil, Estados Unidos de América y México de los estados de Oaxaca, Estado de México, ciudad de México, Jalisco, Michoacán, Morelos, Veracruz, Yucatán, Chihuahua, Guerrero, Querétaro, Chiapas, Guanajuato, Campeche y concejalas del Concejo Indígena de Gobierno de los pueblos purépecha, tzeltal, Otomí, Binnizá, Mazahua, Chontal, Coca, Nahua, Wixárika, Raramurí y Popoluca, declaramos:

Somos tierra, somos aire, somos agua, somos selva, somos mar, somos río, somos bosque, somos desierto, somos lluvia, somos sol, somos luna, todas nacidas de la tierra, mujeres originarias, maestras, obreras, universitarias, campesinas, enfermeras, doctoras, periodistas, comerciantes, migrantes, artistas, y muchos otras más actividades que realizamos madres, abuelas, niñas, hermanas, tías, hijas, amigas, todas al fin humanas, mujeres que resisten y se organizan ante la guerra que enfrentamos al capitalismo que genera muerte, despojo y explotación en nuestras vidas.

Nosotras sabemos que este sistema de muerte que gobierna el mundo, ha cimentado el patriarcado en todos los aspectos en que vivimos y habitamos, por eso nosotras somos más violentadas en él, pero también esa es la razón por la que tenemos que comenzar este camino para cambiar el mundo y construir uno o muchos, donde no existan modelos de explotación y donde no existan ideas fundadas que privilegien a un sector o a un sexo sobre los tantos que hay, un mundo donde en libertad decidamos cómo queremos ser llamadas y cómo queramos organizarnos para así, si hay un gobierno, ese obedezca al pueblo y sus demandas. Y entonces habrá justicia, habrá respeto a nuestras decisiones, no habrá explotación por nuestro trabajo, no habrá despojo a nuestras tierras y a nuestro cuerpo mismo.

mercoledì 30 maggio 2018

Cile - La mobilitazione femminista in Cile e le sfide del femminismo intersezionale

di Alexia Vásquez e Paulette Jara

Da settimane il Cile è scosso da quello che molti hanno chiamato la mobilitazione femminista più importante dagli anni Settanta. In risposta alle numerose denunce di molestia sessuale nelle prestigiose università del Paese, le studentesse hanno deciso di bloccare le attività accademiche e occuparne le istituzioni per rivendicare un cambiamento nel campo dell’educazione. Più di una decina di università e licei sono in mobilitazione.

Queste mobilitazioni nascono dopo anni di lavoro da parte delle femministe nelle istituzioni educative, impegnate nella creazione di reti di appoggio per le vittime della violenza machista, assieme ai protocolli contro l’abuso e le molestie sessuali.

Già nelle mobilitazioni dell’anno 2011 (le più grandi dal ritorno della democrazia), le studentesse avevano sollevato l’importanza di avere una educazione femminista e non sessista.

A questa lenta e progressiva organizzazione si sono sommati due fattori scatenanti. Il primo caso è stato quello della Univesidad Austral, nella quale il rettore ha deciso di cambiare di funzione un accademico della Facoltà di Scienze come risposta a una accusa di molestie da parte di una funzionaria dell’istituzione. Precedentemente, l’indagine interna dell’Ispezione del Lavoro aveva classificato i fatti come “molestia sessuale grave” e “molestia ambientale”, raccomandandone l’allontanamento. Di fronte a questo scenario, la comunità educativa si è organizzata per fare pressione sul rettore, che ha dovuto fare marcia indietro e destituire l’accademico.

Il secondo caso è stato quello di una studentessa della Facoltà di Diritto della Università di Cile che ha denunciato il prestigioso professore Carlos Carmona, ex presidente del Tribunale Costituzionale del Paese, per abuso sessuale. Il ritardo nell’indagine e l’assenza di misure volte alla protezione della studentessa, hanno provocato la mobilitazione delle sue compagne che hanno denunciato come il professore abbia continuato a esercitare le sue funzioni di docenza proprio mentre si stavano portando avanti le indagini.

Poco a poco, le denunce delle studentesse rivolte ai colleghi e agli accademici hanno fatto uscire allo scoperto altri casi di molestie e abusi.
È tristemente celebre una raccolta di storie nella Facoltá di Diritto della Pontificia Universitá Cattolica del Cile, i cui professori hanno detto dalle cattedre in diverse occasioni che le donne non vanno a studiare le leggi ma a trovare marito, o che si sentono liberi di commentare lo scollo delle studentesse (“lei è venuta qui per la prova orale o affinché la mungano?”).

Come reazione, il blocco delle attività e le occupazioni degli edifici si sono allargate a tutto il Paese, imponendo il tema nell’agenda pubblica.

Tutto questo si è riflesso nel corteo di massa contro l’educazione sessista di mercoledì 16 maggio e nella discussione del femminismo in molti spazi che di consueto sono poco aperti al tema, come ad esempio le trasmissioni della mattina nei canali della televisione cilena.

Ciò detto, tra le rivendicazioni delle studentesse possiamo risaltare: la rapida risoluzione dei casi di molestia e abuso sessuale; l’elaborazione di un protocollo unico per le denunce in ambito educativo; la conversione dei licei pubblici emblematici in scuole miste (oggi sono divise in base al sesso); l’educazione sessuale non sessista; la formazione specifica in sessimo e identitá di genere che abbia carattere triplice (per studenti, docenti e funzionari).

In sintesi, le studentesse considerano che l’elaborazione e la risoluzione dei protocolli sono la punta di un iceberg di un paradigma che è necessario cambiare, poiché non si tratta solo dei molestatori, ma di tutta la comunità. Si rivendica, pertanto, il passaggio a una educazione pubblica, femminista e non sessista.



Le sfide della mobilitazione femminista

I primi risultati della mobilitazione femminista si iniziano già a vedere e anche per questo stanno sorgendo delle importanti sfide. Una di queste è conferire contenuto a ciò che si intende per “femminismo”, nella forma più chiara possibile.

Per chi scrive, che si ritrova ad affrontare il partiarcato a partire da un movimento politico misto, che ha la pretesa di offrire una alternativa di conduzione politica al Paese, la sfida è straordinariamente ambiziosa, perché secondo la nostra analisi non è il patriarcato l’unico oppressore.

Partendo da queste premesse e perché le strutture e i fini della nostra organizzazione ci impongono di ripensare tutto, noi rispondiamo: il femminismo è la resistenza a tutte le forme di oppressione e per questo deve necessariamente essere intersezionale.
Il patriarcato opprime perché ci educa sin dall’infanzia attraverso le nostre proprie famiglie, quartieri e scuole, rispetto ai ruoli che ci si aspetta che compiamo come “donne” o come “uomini”, in questo ordine si nascondono le forme di oppressione che più tardi riproduciamo negli spazi in cui viviamo, lavoriamo e ci ricreiamo.

Ma in questo processo il patriarcato non opera da solo e per questo il nostro femminismo ha un cognome: intersezionale. Questo significa che le riflessioni e proposte femministe devono necessariamente ed esplicitamente premettere che non è solo il nostro genere e la nostra orientazione e identitá sessuale a determinare l’oppressione, ma anche la classe sociale. Nessuno può negare che le donne povere si sono storicamente fatte carico della peggior parte e per diagnosticare adeguatamente questa oppressione è indispensabile considerare, inoltre, se sono lesbiche e/o trans o se sono state esposte all’omofobia o alla transfobia.

A questa analisi si somma l’etnia, la razza e la nazionalità che anche determinano a quanta oppressione è esposto un bambino o una bambina e il divenire della sua etnia, razza e nazione lo accompagnerà e lo determinerà per tutta la sua vita. La lista non è corta e il grado d’importanza di questi fattori non si può misurare matematicamente. Anche la presenza di una (dis)capacità e lo stato di salute determinano quanta oppressione sperimentiamo, così come l’età, l’obbligo di seguire (o non seguire) una religione, sono solo alcuni elementi.



Una seconda sfida risponde al necessario apprendimento che dobbiamo fare in quanto parte della mobilitazione stessa, sia nelle istituzioni educative che in ciascuno dei movimenti e partiti che la compongono, per organizzare le nostre vite e militanze in maniera intersezionale.

Se la repressione è sistematica e intersezionale, anche la risposta deve esserlo. In questa costruzione nessuno é di troppo e tutti e tutte siamo chiamate a lavorare, tanto che ci facciamo un favore denunciando l’oppressione e smettendo finalmente di invisibilizzarla, ci facciamo un favore se mentre ci facciamo carico di quanto sia doloroso lavorare, coscienti dell’oppressione, restiamo uniti e cooperiamo insieme. Non saranno mai vani gli sforzi per (ri)costruire la fiducia reciproca, perché l’uscita non è iniziare un’operazione di polizia retroattiva che ci porti a dividere vittime da una parte e carnefici dall’altra, ma quella di unirci in uno stesso percorso femminista e trasformatore.

Come organizzazione femminista affrontiamo la sfida di doverci organizzare in un contesto definito da regole culturali del patriarcato.

È quindi imprescindibile essere espliciti nel segnalare che abbiamo molto da migliorare nell’implementazione dei protocolli che si adottano per i casi di molestia, nelle forme in cui mettiamo a valore il lavoro che svolgiamo nell’organizzazione, nell’ appoggio alla conduzione femminile e femminista, nella revisione delle forme con cui valutiamo il leaderismo maschile e nelle forme con le quali stiamo creando le condizioni per chi abbia un lavoro domestico di partecipare nel lavoro político. Lo stiamo facendo anche nei percorsi di apprendimento e di vita in comune tra compagni/e e sulla fiducia che ci dobbiamo costruire in maniera permanente tra compagni e compagne.

Per nessuno è di troppo una lezione sull’educazione non sessista e le organizzazioni politiche non fanno eccezione. Se oltre a questo ci siamo date mete ambiziose come quella di costruire una alternativa politica per il Cile che sia femminista e intersezionale, dobbiamo integrarla con i migliori e i più sinceri dei nostri sforzi nell’imparare a lavorare collettivamente.

Le studentesse in Cile ci stanno insegnando quale è il camino, dobbiamo solo percorrerlo.


Pubblicato sul sito indipendente argentino Marcha.org. Traduzione in italiano a cura di DINAMOpress.

*Alexia Vásquez è sociologa e Paulette Jara avvocata, militanti cilene del Movimento Autonomista