venerdì 15 giugno 2018

Messico - Convocazione dell' Incontro Nazionale di Donne

A las compañeras Concejalas del Concejo Indígena de Gobierno

A las compañeras Delegadas del Congreso Nacional Indígena

A las compañeras de la Sexta Nacional e Internacional

A las mujeres que luchan abajo y a la izquierda

Reunidas mujeres de Honduras, Argentina, Alemania, Francia, Brasil, Estados Unidos de América y México de los estados de Oaxaca, Estado de México, ciudad de México, Jalisco, Michoacán, Morelos, Veracruz, Yucatán, Chihuahua, Guerrero, Querétaro, Chiapas, Guanajuato, Campeche y concejalas del Concejo Indígena de Gobierno de los pueblos purépecha, tzeltal, Otomí, Binnizá, Mazahua, Chontal, Coca, Nahua, Wixárika, Raramurí y Popoluca, declaramos:

Somos tierra, somos aire, somos agua, somos selva, somos mar, somos río, somos bosque, somos desierto, somos lluvia, somos sol, somos luna, todas nacidas de la tierra, mujeres originarias, maestras, obreras, universitarias, campesinas, enfermeras, doctoras, periodistas, comerciantes, migrantes, artistas, y muchos otras más actividades que realizamos madres, abuelas, niñas, hermanas, tías, hijas, amigas, todas al fin humanas, mujeres que resisten y se organizan ante la guerra que enfrentamos al capitalismo que genera muerte, despojo y explotación en nuestras vidas.

Nosotras sabemos que este sistema de muerte que gobierna el mundo, ha cimentado el patriarcado en todos los aspectos en que vivimos y habitamos, por eso nosotras somos más violentadas en él, pero también esa es la razón por la que tenemos que comenzar este camino para cambiar el mundo y construir uno o muchos, donde no existan modelos de explotación y donde no existan ideas fundadas que privilegien a un sector o a un sexo sobre los tantos que hay, un mundo donde en libertad decidamos cómo queremos ser llamadas y cómo queramos organizarnos para así, si hay un gobierno, ese obedezca al pueblo y sus demandas. Y entonces habrá justicia, habrá respeto a nuestras decisiones, no habrá explotación por nuestro trabajo, no habrá despojo a nuestras tierras y a nuestro cuerpo mismo.

mercoledì 30 maggio 2018

Cile - La mobilitazione femminista in Cile e le sfide del femminismo intersezionale

di Alexia Vásquez e Paulette Jara

Da settimane il Cile è scosso da quello che molti hanno chiamato la mobilitazione femminista più importante dagli anni Settanta. In risposta alle numerose denunce di molestia sessuale nelle prestigiose università del Paese, le studentesse hanno deciso di bloccare le attività accademiche e occuparne le istituzioni per rivendicare un cambiamento nel campo dell’educazione. Più di una decina di università e licei sono in mobilitazione.

Queste mobilitazioni nascono dopo anni di lavoro da parte delle femministe nelle istituzioni educative, impegnate nella creazione di reti di appoggio per le vittime della violenza machista, assieme ai protocolli contro l’abuso e le molestie sessuali.

Già nelle mobilitazioni dell’anno 2011 (le più grandi dal ritorno della democrazia), le studentesse avevano sollevato l’importanza di avere una educazione femminista e non sessista.

A questa lenta e progressiva organizzazione si sono sommati due fattori scatenanti. Il primo caso è stato quello della Univesidad Austral, nella quale il rettore ha deciso di cambiare di funzione un accademico della Facoltà di Scienze come risposta a una accusa di molestie da parte di una funzionaria dell’istituzione. Precedentemente, l’indagine interna dell’Ispezione del Lavoro aveva classificato i fatti come “molestia sessuale grave” e “molestia ambientale”, raccomandandone l’allontanamento. Di fronte a questo scenario, la comunità educativa si è organizzata per fare pressione sul rettore, che ha dovuto fare marcia indietro e destituire l’accademico.

Il secondo caso è stato quello di una studentessa della Facoltà di Diritto della Università di Cile che ha denunciato il prestigioso professore Carlos Carmona, ex presidente del Tribunale Costituzionale del Paese, per abuso sessuale. Il ritardo nell’indagine e l’assenza di misure volte alla protezione della studentessa, hanno provocato la mobilitazione delle sue compagne che hanno denunciato come il professore abbia continuato a esercitare le sue funzioni di docenza proprio mentre si stavano portando avanti le indagini.

Poco a poco, le denunce delle studentesse rivolte ai colleghi e agli accademici hanno fatto uscire allo scoperto altri casi di molestie e abusi.
È tristemente celebre una raccolta di storie nella Facoltá di Diritto della Pontificia Universitá Cattolica del Cile, i cui professori hanno detto dalle cattedre in diverse occasioni che le donne non vanno a studiare le leggi ma a trovare marito, o che si sentono liberi di commentare lo scollo delle studentesse (“lei è venuta qui per la prova orale o affinché la mungano?”).

Come reazione, il blocco delle attività e le occupazioni degli edifici si sono allargate a tutto il Paese, imponendo il tema nell’agenda pubblica.

Tutto questo si è riflesso nel corteo di massa contro l’educazione sessista di mercoledì 16 maggio e nella discussione del femminismo in molti spazi che di consueto sono poco aperti al tema, come ad esempio le trasmissioni della mattina nei canali della televisione cilena.

Ciò detto, tra le rivendicazioni delle studentesse possiamo risaltare: la rapida risoluzione dei casi di molestia e abuso sessuale; l’elaborazione di un protocollo unico per le denunce in ambito educativo; la conversione dei licei pubblici emblematici in scuole miste (oggi sono divise in base al sesso); l’educazione sessuale non sessista; la formazione specifica in sessimo e identitá di genere che abbia carattere triplice (per studenti, docenti e funzionari).

In sintesi, le studentesse considerano che l’elaborazione e la risoluzione dei protocolli sono la punta di un iceberg di un paradigma che è necessario cambiare, poiché non si tratta solo dei molestatori, ma di tutta la comunità. Si rivendica, pertanto, il passaggio a una educazione pubblica, femminista e non sessista.



Le sfide della mobilitazione femminista

I primi risultati della mobilitazione femminista si iniziano già a vedere e anche per questo stanno sorgendo delle importanti sfide. Una di queste è conferire contenuto a ciò che si intende per “femminismo”, nella forma più chiara possibile.

Per chi scrive, che si ritrova ad affrontare il partiarcato a partire da un movimento politico misto, che ha la pretesa di offrire una alternativa di conduzione politica al Paese, la sfida è straordinariamente ambiziosa, perché secondo la nostra analisi non è il patriarcato l’unico oppressore.

Partendo da queste premesse e perché le strutture e i fini della nostra organizzazione ci impongono di ripensare tutto, noi rispondiamo: il femminismo è la resistenza a tutte le forme di oppressione e per questo deve necessariamente essere intersezionale.
Il patriarcato opprime perché ci educa sin dall’infanzia attraverso le nostre proprie famiglie, quartieri e scuole, rispetto ai ruoli che ci si aspetta che compiamo come “donne” o come “uomini”, in questo ordine si nascondono le forme di oppressione che più tardi riproduciamo negli spazi in cui viviamo, lavoriamo e ci ricreiamo.

Ma in questo processo il patriarcato non opera da solo e per questo il nostro femminismo ha un cognome: intersezionale. Questo significa che le riflessioni e proposte femministe devono necessariamente ed esplicitamente premettere che non è solo il nostro genere e la nostra orientazione e identitá sessuale a determinare l’oppressione, ma anche la classe sociale. Nessuno può negare che le donne povere si sono storicamente fatte carico della peggior parte e per diagnosticare adeguatamente questa oppressione è indispensabile considerare, inoltre, se sono lesbiche e/o trans o se sono state esposte all’omofobia o alla transfobia.

A questa analisi si somma l’etnia, la razza e la nazionalità che anche determinano a quanta oppressione è esposto un bambino o una bambina e il divenire della sua etnia, razza e nazione lo accompagnerà e lo determinerà per tutta la sua vita. La lista non è corta e il grado d’importanza di questi fattori non si può misurare matematicamente. Anche la presenza di una (dis)capacità e lo stato di salute determinano quanta oppressione sperimentiamo, così come l’età, l’obbligo di seguire (o non seguire) una religione, sono solo alcuni elementi.



Una seconda sfida risponde al necessario apprendimento che dobbiamo fare in quanto parte della mobilitazione stessa, sia nelle istituzioni educative che in ciascuno dei movimenti e partiti che la compongono, per organizzare le nostre vite e militanze in maniera intersezionale.

Se la repressione è sistematica e intersezionale, anche la risposta deve esserlo. In questa costruzione nessuno é di troppo e tutti e tutte siamo chiamate a lavorare, tanto che ci facciamo un favore denunciando l’oppressione e smettendo finalmente di invisibilizzarla, ci facciamo un favore se mentre ci facciamo carico di quanto sia doloroso lavorare, coscienti dell’oppressione, restiamo uniti e cooperiamo insieme. Non saranno mai vani gli sforzi per (ri)costruire la fiducia reciproca, perché l’uscita non è iniziare un’operazione di polizia retroattiva che ci porti a dividere vittime da una parte e carnefici dall’altra, ma quella di unirci in uno stesso percorso femminista e trasformatore.

Come organizzazione femminista affrontiamo la sfida di doverci organizzare in un contesto definito da regole culturali del patriarcato.

È quindi imprescindibile essere espliciti nel segnalare che abbiamo molto da migliorare nell’implementazione dei protocolli che si adottano per i casi di molestia, nelle forme in cui mettiamo a valore il lavoro che svolgiamo nell’organizzazione, nell’ appoggio alla conduzione femminile e femminista, nella revisione delle forme con cui valutiamo il leaderismo maschile e nelle forme con le quali stiamo creando le condizioni per chi abbia un lavoro domestico di partecipare nel lavoro político. Lo stiamo facendo anche nei percorsi di apprendimento e di vita in comune tra compagni/e e sulla fiducia che ci dobbiamo costruire in maniera permanente tra compagni e compagne.

Per nessuno è di troppo una lezione sull’educazione non sessista e le organizzazioni politiche non fanno eccezione. Se oltre a questo ci siamo date mete ambiziose come quella di costruire una alternativa politica per il Cile che sia femminista e intersezionale, dobbiamo integrarla con i migliori e i più sinceri dei nostri sforzi nell’imparare a lavorare collettivamente.

Le studentesse in Cile ci stanno insegnando quale è il camino, dobbiamo solo percorrerlo.


Pubblicato sul sito indipendente argentino Marcha.org. Traduzione in italiano a cura di DINAMOpress.

*Alexia Vásquez è sociologa e Paulette Jara avvocata, militanti cilene del Movimento Autonomista

martedì 29 maggio 2018

SudAfrica - Costruiamo case, ma non ne abbiamo

Christopher è un muratore, Immanuel fa l’elettricista, Talitha e Johanna sono domestiche: insieme a migliaia di persone vivono nelle baraccopoli del Sud Africa e fanno parte del movimento Abhalali baseMjondolo. Immanuel ha contribuito a costruire il Mall of Africa, il più grande centro commerciale del continente, ma vive in una baracca a Good Hope, appena fuori Johannesburg. “Costruiamo le vostre case, ma non ne abbiamo nessuna”. Ogni giorno quelli di Abahlali lottano per difendere la terra delle proprie baracche, occupano terre abbandonate e cominciano a tirar su gruppi di case, con almeno una scuola e un centro medico, senza aspettare gli interventi dello Stato o delle amministrazioni comunali. Oltre a sperimentare impensabili forme di autogestione e a rifiutare l’uso della violenza nelle loro proteste, il movimento è noto perché a mettere i corpi in gioco nelle occupazioni, oggetto di continue repressioni, sono per lo più donne. Sono le gogos e le mamas, cioè le nonne e le madri, racconta Vijay Prashad  “che stanno costringendo il Sud Africa a essere un società decente...”. Il mondo dei nessuno non smette di creare speranza 

In questa pagina, alcune foto sulla vita del movimento sudafricano Abahlali baseMjondolo tra occupazioni, assemblee, proteste, incontri di formazioni autogestiti

di Vijay Prashad*

Talitha e Johanna sono domestiche. Guadagnano 150 Rand (1 R equivale a 0,0676 euro, Ndt) al giorno che è il prezzo di un gallone (4,5 litri) di latte, di una libbra di formaggio, di una pagnotta di pane, e di quattro arance. Potrebbero mangiare soltanto per un giorno, ma questo è quanto. Mi sorridono quando chiedo loro come riescono a tirare avanti. Johanna dice: “A fatica”.

Vivono nella baraccopoli di Good Hope, un pezzo di terra trafficato, a Germiston, appena fuori Johannesburg (Sud Africa). Le loro case sono provvisorie e si chiamano baracche in questa parte del mondo. Questi “ricoveri” sono a ridosso l’uno dell’altro. Non hanno alcuna protezione dalla pioggia e non offrono alcuna privacy. La mancanza di impianti igienici significa che i liquami scorrono nelle stradine strette. Significa anche che le malattie sono una preoccupazione costante.



Christopher fa funzionare pesanti macchinari per una società di costruzioni. Guadagna 6.000 R al mese che, però, svaniscono prima che il mese è finito. I soldi per l’affitto (1.200 R), e il denaro per portare suo figlio a scuola (1.850 R), gli portano via metà del suo guadagno. Il resto sparisce quando paga l’acqua e il gas, il cibo e i vestiti. “Di solito bevevo – mi dice Christopher – ma ora non i soldi per questo”.

Immanuel fa l’elettricista. Ha contribuito a costruire il Mall of Africa, il più grande centro commerciale che è stato costruito sul continente, ma non ha una casa. Vive in una baracca a Good Hope. “Costruiamo le vostre case, ma non ne abbiamo nessuna”.

Incontro Talita, Johanna, Christopher e Immanuel su un pezzo di terra arido di proprietà della Witwatersrand Gold Mining Trust. Da lungo tempo questa terra non è stata usata per nulla di produttivo. All’orizzonte c’è il vecchio impianto di lavorazione dell’oro. I lavoratori, però, non portano più fuori l’oro da questa terra. L’oro è quello che ha fatto guadagnare soldi a Johannesburg. La terra ora è vuota.

Al di là della strada c’è l’Insediamento di Buona Speranza (Good Hope). Talita, Johanna, Christopher e Immanuel operano con la “succursale” di Good Hope del movimento Abahlali baseMjondolo (un’espressione in lingua zulu che significa abitanti delle baracche). Si sono incontrati nel corso del 2017 per programmare la loro occupazione della terra abbandonata della Mining Trust.  Prevedono, secondo quanto dice la loro leader Nomnikelo Singenu – che saranno in grado di costruire cinquecento case su questo terreno e anche una scuola e un centro medico. C’è uno stato d’animo di entusiasmo e di tensione.



Lo Stato
Non lontano da dove stiamo parlando, si raduna la polizia. C’era stata il giorno precedente e aveva distrutto i picchetti che demarcavano il terreno per le case. La violenza è il modo di esprimersi della polizia. Hanno raccolto i miseri effetti personali degli occupanti delle baracche e li hanno bruciati in una buca. Oggi, secondo giorno dell’occupazione, la polizia sembra meno furiosa.

venerdì 18 maggio 2018

Messico - Falta lo que falta. C’è molto da fare ancora.


















  
Falta lo que falta. C’è molto da fare ancora. 

Aprile 2018.

Alle Reti di Appoggio al CIG ed a Marichuy:

A coloro che hanno partecipato alla Associazione Civile “Llegó la hora del florecimiento de los pueblos”:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

Al popolo del Messico:

Ai media liberi, autonomi, alternativi, indipendenti:

Alla stampa nazionale e internazionale:

Di fronte all’acutizzarsi della guerra, la depredazione e la repressione che invadono le nostre comunità con l’avanzare del processo elettorale e secondo i passi percorsi per le geografie di questo paese dalla nostra portavoce Marichuy insieme ai consiglieri e consigliere, ci rivolgiamo rispettosamente al popolo del Messico per dire che:
Sentiamo il dolore di tutti i colori che siamo, noi il Messico del basso.

Col pretesto del periodo di raccolta delle firme, abbiamo percorso i territori indigeni del nostro paese dove insieme, abbiamo fatto crescere la nostra proposta politica dal basso, da dove si è resa visibile la lotta di molti popoli originari, i loro problemi e le loro proposte.
Con la nostra partecipazione in questo processo elettorale, ribadiamo ai popoli indigeni e non indigeni del Messico che non resteremo inermi mentre ci distruggono e ci strappano la terra che abbiamo ereditato dai nostri nonni e che la dobbiamo ai nostri nipoti, mentre inquinano i fiumi e perforano le montagne per estrarre minerali, non rimarremo fermi mentre convertono la pace e la vita che costruiamo quotidianamente, in guerra e morte attraverso i gruppi armati che proteggono i loro interessi. La nostra risposta, non abbiate dubbio, sarà la resistenza organizzata e la ribellione per sanare il paese.

Con la grande mobilitazione di migliaia e migliaia di compagne e compagni delle reti di appoggio in tutto il paese, abbiamo realizzato ed è diventato sfacciatamente evidente che per apparire sulla scheda elettorale si deve garantire che noi siamo uguali o peggiori di loro, che se presentiamo delle firme, queste devono essere false o non valide, se spendiamo denaro deve essere di oscura provenienza, se diciamo qualcosa deve essere una bugia, se concordiamo qualcosa di serio, deve essere coi politici corrotti, con le imprese estrattive, coi banchieri, coi cartelli della droga, ma mai, mai, col popolo del Messico.

Essere sulla scheda elettorale è solo per chi vuole amministrare il potere di sopra opprimendo quelli di sotto, perché il potere che vogliono è marcio in tutte le sue parti.

Quindi, è una contesa che si può vincere solo con trappole, denaro e potere, come la merce che sono le elezioni della classe politica nella quale non c’è né ci sarà mai posto per la parola di quelli di sotto, di quelli che essendo indigeni o che non sono parte di un popolo originario, disprezzano il potere e costruiscono la democrazia prendendo decisioni collettivamente, che poi si fanno governo per strada, in un quartiere, in una comunità, un ejido, un collettivo, una città o uno stato.

Il processo elettorale è una porcilaia in cui sguazza chi è riuscito a falsificare migliaia di firme e chi ha le migliaia di milioni di pesos che gli permettono di comprare il voto, mentre la maggior parte del popolo del Messico si dibatte tra povertà e miseria.

Per questo la nostra proposta non è uguale, per questo non facciamo campagna elettorale, per questo non falsifichiamo le firme, né cercare e spendere soldi che il popolo del Messico adopera per rispondere alle sue necessità vitali, per questo non ci preoccupiamo di vincere nessuna elezione né mischiarci con la classe politica, ma è il potere dal basso che perseguiamo, che nasce dalle sofferenze dei popoli e per questo cerchiamo il dolore di tutti i colori che siamo, noi il popolo del Messico, perché lì c’è la speranza che nasca un buon governo che comandi obbedendo e che solo potrà sorgere dalla dignità organizzata.

Non è solo il razzismo della struttura politica che non ha permesso che la nostra proposta figurasse sulla scheda elettorale, perché se chi si oppone alla distruzione capitalista del mondo avesse anche occhi diversi, azzurri o rossi, le politiche pubbliche e la presunta democrazia sarebbero fatte per escluderli. Noi, popoli originari e chi cammina in basso e a sinistra non stiamo al loro gioco; non per il nostro colore, la nostra razza, la nostra classe, la nostra età, la nostra cultura, il nostro genere, il nostro pensiero, il nostro cuore, bensì perché siamo una cosa sola con la madre terra e la nostra lotta è perché tutto non si trasformi in merce, perché sarebbe la distruzione di tutto, cominciando dalla nostra, di noi come popoli.

Per questo lottiamo, per questo ci organizziamo, per questo non solo non stiamo nella struttura dello stato capitalista, ma ogni giorno di più sentiamo ripugnanza per il potere di sopra che ogni giorno di più dimostra il profondo disprezzo contro tutte e tutti i messicani. La grave situazione in cui vivono i nostri popoli e che si è acutizzata gravemente nelle ultime settimane per la repressione e la depredazione, ha solo meritato il silenzio complice di tutti i candidati.

Di conseguenza, per accordo della seconda sessione di lavoro del Consiglio Indigeno di Governo, svoltasi i giorni 28 e 29 aprile a Città del Messico, né il CIG né la nostra portavoce cercheranno né accetteranno alcuna alleanza con nessun partito politico o candidato, né inviteranno a votare o ad astenersi, ma continueremo a cercare tutti quelli in basso per smontare il pestilente potere di sopra. Che andiate a votare o no, comunque organizzatevi.

Andremo avanti nella realizzazione delle chiavi per sanare il mondo.

Tra i popoli originari di questo paese, dove è presente il Consiglio Indigeno di Governo, e dove la nostra portavoce è passata tessendo, secondo il mandato dell’assemblea generale del CNI, ci sono le resistenze e le ribellioni che danno forma alla nostra proposta per tutta la nazione, per questo insieme a consiglieri e consigliere di ogni stato e regione abbiamo percorso le sue geografie, dove la guerra e l’invasione del mostro capitalista vive giorno per giorno. Dove la terra viene depredata affinché non sia più collettiva e resti nelle mani dei ricchi, affinché i territori siano occupati e distrutti dalle imprese minerarie, le sorgenti devastate per l’estrazione di idrocarburi, i fiumi inquinati, l’acqua privatizzata in dighe e acquedotti, il mare e l’aria privatizzati dai parchi eolici e dall’aviazione, i semi nativi contaminati dagli OGM e dalle sostanze chimiche tossiche, le culture rese folclore, i territori configurati per il funzionamento del narcotraffico transnazionale, l’organizzazione dal basso sottomessa dalla violenza terroristica dei gruppi narco paramilitari che sono al servizio dei malgoverni.

Abbiamo visto anche le strade che si illuminano nei mondi che conservano le proprie culture, quando in essi si scorge la proposta e la parola degli altri popoli indigeni, e dalla loro lotta e dalla loro lingua sorgono i fondamenti che sono la ragion d’essere del Consiglio Indigeno di Governo.

È lì dove splende la speranza che siamo usciti a cercare, come lo è anche la società civile organizzata nelle città con la Sesta, coi gruppi e le Reti di appoggio al CIG che non solo sono usciti a dimostrare la loro solidarietà e fare un’agenda in tutto il paese, ma sono usciti a costruire dal basso, dalle stesse rovine capitaliste, un paese migliore ed un mondo migliore. A tutt@ loro la nostra ammirazione e il nostro rispetto.

martedì 15 maggio 2018

Argentina - Il ritorno dei corsari della finanza



di Francesco Gesualdi*

Sentiamo spesso parlare di finanziarizzazione dell’economia senza capirne a fondo il significato. Ma ciò che sta attraversando l’Argentina è un tipico esempio di economia sacrificata sull’altare della finanza che dà ragione delle parole scritte da Papa Francesco nel libro curato da Zanzucchi: «Quando si verifica il crollo di una finanza staccata dall’economia reale, tanti pagano le conseguenze e tra i tanti soprattutto i poveri e quanti poveri diventano, mentre i ricchi in un modo o nell’altro spesso se la cavano.»

L’Argentina è tornata all’onore delle cronache perché la sua situazione economica  sembra averla  riportata al 2001 quando si trovò con un tale debito estero da dover dichiarare fallimento. Allora come oggi, i segnali erano un pesos in caduta libera, la crescita del debito pubblico, un’alta inflazione, un forte debito commerciale e finanziario verso l’estero. Per uscire dalla crisi, Nestor Kirchner, che rimase al potere dal 2003 al 2010, aveva puntato su una politica articolata che comprendeva la ristrutturazione del debito pubblico,  la limitazione del movimento dei capitali, una politica monetaria e creditizia che favorisse gli investimenti produttivi da parte dell’imprenditoria nazionale. E benché molti gli abbiano contestato di non avere fatto abbastanza per fare aumentare i salari e per ridurre la povertà, tutti gli riconoscono il merito di avere saputo condurre l’Argentina fuori dalla palude. 
Ma la corsa cominciò a frenare nel 2008, allorché la crisi mondiale impattò negativamente anche sull’Argentina che gradatamente tornò a confrontarsi con i suoi demoni storici: inflazione, debito pubblico e disavanzo estero. Per di più nel 2012 arrivò la tegola dei fondi avvoltoi che non riconoscendo la ristrutturazione effettuata nel 2001 pretendevano la restituzione piena del valore nominale dei titoli con l’aggiunta degli interessi e delle more. 

Una partita che è stata chiusa nel 2016 dal governo successivo con un esborso di 9 miliardi dollari a danno degli argentini.



Nel 2015, quando cessò l’era Kirchner, prima gestita dal marito, poi dalla moglie, l’Argentina non navigava in ottime acque, ma disponeva di meccanismi per evitare la totale disfatta sociale ed economica. Poi arrivò Mauricio Macrì, convinto sostenitore della teoria neoliberista secondo la quale il sereno torna da solo se si libera il mercato da tasse, lacci e lacciuoli. Detto fatto, per prima cosa tolse ogni meccanismo di difesa del pesos e lasciò che si attestasse sul valore deciso dal mercato tramite il libero incontro fra offerta e domanda. 

Era il dicembre 2015 e il pesos, in un solo giorno, si svalutò del 30 per cento per la gioia delle multinazionali dell’agroindustria e dell’industria estrattiva che essendo al tempo stessi produttori e acquirenti, hanno tutto l’interesse a fare uscire dal paese prodotti a basso prezzo che poi generano guadagni nelle fasi di rivendita successiva sotto forma di dollari riparabili nei paradisi fiscali. E per non lasciare le cose a metà, Macri tolse anche tutti i limiti alle esportazioni creando una situazione concorrenziale fra la domanda interna e quella internazionale che ebbe la peggio per la domanda interna. Il prezzo interno di soia e cereali crebbe addirittura del 150% mettendo in crisi non solo i consumatori finali, ma anche l’industria intermedia della carne. Contemporaneamente anche le importazioni vennero rimesse in totale libertà e nonostante la svalutazione del pesos, i manufatti stranieri invasero l’Argentina mettendo in crisi settori chiave del paese come l’industria tessile, meccanica e calzaturiera. La conclusione è stata che fra il 2016 e il 2017 le importazioni hanno superato di gran lunga le esportazioni generando un deficit commerciale verso l’estero per 14 miliardi di euro.

Ma le cose sono andate di male in peggio anche sul piano sociale e finanziario. Sul piano sociale il paese sta registrando una crescita della disoccupazione per licenziamenti non solo in ambito  privato, ma anche pubblico come conseguenza del dogma neoliberista che impone allo stato di ridurre la sua presenza in tutti gli ambiti, sia quello dei servizi che del sostegno sociale. E’ del dicembre 2017 una sforbiciata alle pensioni di anzianità e ai contributi a favore delle categorie svantaggiate con contemporanea soppressione delle integrazioni a luce, acqua e gas che hanno rappresentato una vera mazzata per i salari già bassi e taglieggiati da un inflazione che fra il 2016 e il 2017 è stata del 65 per cento.



La giustificazione del governo è che deve risparmiare per riportare i conti pubblici in pareggio considerato che nel 2016 ha registrato un deficit di 32 miliardi di dollari, 6,3 per cento del Pil. Un male non casuale considerato il minor gettito fiscale dovuto ai tagli di imposta sulle esportazioni e sui redditi più alti e il maggior esborso per interessi su un debito pubblico che sta crescendo, non per finanziare servizi e opere pubbliche a vantaggio della collettività, ma per ripristinare riserve in dollari che si stanno prosciugando a causa della possibilità data alle classi agiate di accumulare dollari all’estero. Un film già visto al tempo della giunta militare.