sabato 8 febbraio 2014

Palestina - Ein Hijleh, attacco alla lotta popolare palestinese

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di Eleonora Gatto, Luca Magno – SCI-Italia

Ein Hijleh in poco tempo era diventato uno spazio comune di aggregazione in grado di favorire il senso dell’appartenenza e la creazione di reti tra attivisti e villaggi resistenti. Un’occasione importante se si considera che la mobilità in Cisgiordania è limitata dalla frammentazione territoriale.

Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, Ein Hijleh è stato sgomberato. 1000 soldati sono arrivati con i loro bulldozer ferendo molti residenti con ingiustificata violenza. 

La rinascita di Ein Hijleh stava diventando un “pericoloso” simbolo della resistenza popolare, dell’opposizione all'annessione della Valle del Giordano a Israele. Sono state colpite la tensione creativa nel villaggio e alla vita comune che si stava sviluppando al suo interno.

Ein Hijleh in poco tempo era diventato uno spazio comune di aggregazione in grado di favorire il senso dell’appartenenza e la creazione di reti tra attivisti e villaggi resistenti. Un’occasione importante se si considera che la mobilità in Cisgiordania è limitata dalla frammentazione territoriale. Ancor di più se si considerano le divisioni politiche che da anni ormai affliggono la Palestina. L’intero villaggio è stato rivitalizzato dal contributo congiunto di ogni attivista che, a seconda del proprio tempo e capacità, ha posto le fondamenta di una nuova società basata sull'inclusione e l’orizzontalità.


È stato così dato un nuovo impulso alla lotta non-violenta. Nonostante ogni forma di resistenza in Palestina sia legittima contro l’occupazione, solo tale scelta strategica ha permesso a tutti, donne e bambini inclusi, di partecipare attivamente e di crescere politicamente. I soldati si sono trovati spesso spiazzati dai residenti che li affrontavano faccia a faccia, senza violenza, ma determinati a rimanere ostinatamente sulla loro terra.

I lavori sono andati avanti per una settimana: sono stati piantati nuovi alberi, riparate le vecchie case, ripuliti i sentieri con un trattore ed è stato creato un bellissimo arco di palme per dare il benvenuto all'ingresso. Per quattro volte l’esercito israeliano è intervenuto a tagliare il tubo dell’acqua, che è sempre stato riparato. L’assedio e le provocazioni sono stati continui. In ogni modo l’esercito ha cercato di bloccare gli aiuti, le visite e gli attivisti sulla road 90. Nonostante ciò la solidarietà è stata diffusa. Molto significativa la visita dell’arcivescovo Atallah Hanna, che ha espresso il supporto di tutte le Chiese della Palestina, a testimonianza dell’unità di cristiani a musulmani.


Tante volte si è reagito alle provocazioni. Mai un passo indietro, mai paura, ma la determinatezza e la convinzione nel legittimo diritto di resistenza sulla propria terra. Ci si è mossi in corteo per riprendere gli attivisti detenuti o il cibo e le bevande sequestrate. Tante le azioni dirette. All’apposizione di un segnale sulla strada, con scritto “Stato di Palestina – Ein Hijleh – Benvenuti”, la prima reazione veramente incontrollata e spropositata dell’esercito che, con un centinaio di soldati, è entrato nei terreni sparando proiettili e lanciando lacrimogeni ad altezza uomo, ferendo un ragazzo e intossicandone molti. Gli attivisti con intelligenza non hanno mai cercato lo scontro, ma hanno dimostrato la loro ferma volontà di rimanere nel villaggio.

Si è lavorato duro in questi giorni per preparare il grande evento del venerdì, in cui sarebbero dovute arrivare migliaia di persone per il giorno di preghiera, ma anche per trascorrere una giornata con le proprie famiglie nel villaggio. Questa la grande minaccia allo sicurezza d’Israele. La notte, era, fino all'arrivo dei soldati, poetica, senz'altro la più bella dall'inizio della protesta. Il clima era piacevole, il cielo stellato e le case sempre più confortevoli. Si è festeggiato il compleanno di due bambini di Nabi Saleh, si è ballata la dabke e si è cercato di seguire gli incomprensibili, anche ai palestinesi, canti beduini. Si discuteva di politica e si progettavano i nuovi lavori. Tuttavia, l’ingente spiegamento militare sulla strada non lasciava presagire nulla di buono.

Così intorno all'una di notte, dopo aver dichiarato il terreno “area militare” e provveduto a chiudere la strada che collega Gerico ed i Territori Palestinesi al confine giordano, è scattata l’invasione militare. Un migliaio di lucette verdi, utilizzate dai soldati per riconoscersi fra di loro, hanno circondato il villaggio da ogni lato. Man mano che si avvicinavano aumentava il rumore delle granate sonore e il cielo stellato veniva illuminato a giorno. Tutti uniti gli attivisti hanno continuato a cantare ed hanno cercato di proteggersi a vicenda, nonostante l’esercito cercasse di dividerli per facilitare le operazioni d’arresto. I soldati colpivano con gli scudi e i calci dei loro fucili le persone che cercavano di resistere. Il gruppo più grosso, al centro del villaggio, veniva schiacciato contro una balconata, molte donne e bambini spinti dentro ai fuochi, anche i medici ed i pochi giornalisti malmenati.

I circa 300 abitanti sono stati deportati in lunghe file indiane, strattonati e umiliati dalle forze d’occupazione. Si è cercato di proteggere i bambini tenendoli per le mani e di scaldarli con le poche coperte riuscite a recuperare. Un’immagine che rimanda inesorabilmente alla Nakba. Palestinesi profughi, nuovamente, nella propria terra.


Costretti sugli autobus sono stati rilasciati al check point che segna l’ingresso della città di Gerico. Da lì molti sono stati accompagnati all’ospedale. Saranno 42 i refertati, tutti con ferite non gravi, dovute principalmente ai colpi inferti con i calci di fucile ed alle cadute nella colluttazione. 

tratto da Nena News