sabato 1 marzo 2014

Messico - Daniele dalla Escuelita: .. e noi quando saremo liberi?

Sono molti anni che sento parlare di zapatismo e conoscere da vicino il movimento è un’opportunità che non voglio perdere. Eppure durante il tragitto notturno da Città del Messico a San Cristobal qualche dubbio mi viene. 

È il mio primo viaggio in Messico, sono in vacanza, non sono mai stato un attivista, non ho particolarmente voglia di sentire sermoni politici; questi pochi giorni di Chiapas potrei spenderli visitando siti archeologici Maya e farmi qualche giorno di mare. Alla fine decido di non cambiare i miei programmi, mi sono iscritto al secondo turno della Escuelita da più di un mese e dare buca agli zapatisti non mi sembra carino.

Giunto a San Cristobal raggiungo il luogo del ritrovo. Troviamo un grande viavai. Gli altri partecipanti all’escuelita sono ragazzi più o meno giovani, qualche adulto; messicani soprattutto, ma anche argentini, statunitensi, qualche spagnolo, pochissimi italiani, una coppia musulmana, un cinese. E ovviamente ci sono gli zapatisti che verificano le iscrizioni ed organizzano i minibus verso i vari caracoles

Questo primo impatto con il mondo degli zapatisti è emozionante, penso di essere nel posto giusto. Il passamontagna che tutti indossano nasconde un mondo tutto da scoprire, gli sguardi lasciano immaginare volti umili e decisi, il pensiero esatto che mi passa per la testa è ‘qui fanno davvero sul serio’.


Vengo destinato al caracol de La Realidad. Il viaggio è scomodo e sembra interminabile, siamo in 20 persone su un minibus da 12. Quando arriviamo c’è un bellissimo cielo stellato e saranno le otto e mezzo di sera anche se mi sembra già notte fonda. Veniamo accolti a La Realidad con i cori “Viva Zapata! Viva la Libertà! Viva l’EZLN!”. Tra un coro e l’altro due marimbe suonano un intermezzo musicale, una melodia allegra e ritmata che ricorda vagamente l’inno zapatista. Ci sediamo insieme agli altri alunni arrivati prima di noi, più di 200.

Ad ogni alunno della escuelita viene presentato il suo accompagnatore. È un momento abbastanza intenso, una sorta di cerimonia. Per ogni coppia chiamata al microfono c’è un applauso. Mentre aspetto di essere chiamato sono contento e penso di essere capitato in un posto unico. Dopo non molto riconosco il mio nome nonostante la pronuncia imprecisa del compas “Alumno Daniel Dawini… guardiano…. Emilio”. Sono proprio io. Mi alzo e vado a stringere la mano al ragazzo che si avvicina verso di me. 

Emilio mi accompagna verso l’edificio dove ci sistemiamo per passare la notte. Gli faccio un po’ di domande per conoscerlo. Emilio ha 22 anni, 2 figli, 2 anni vissuti negli Stati Uniti, tornato in Chiapas perché, mi dice, si era “stancato” di vivere là. 

L’escuelita si è svolta nei 3 giorni successivi. Il primo giorno viene fatta una lunga e interessante presentazione dell’autonomia politica del movimento. 

L’organizzazione all'interno delle singole comunità, il coordinamento tra queste, l’elezione degli organi di rappresentanza, l’organizzazione del sistema scolastico e sanitario. Una buona parte della lezione viene tenuta da donne che spiegano i diritti acquisiti all'interno delle comunità zapatiste. Nei due giorni successivi sono ospite di una famiglia della comunità di Hidalgo, a 2 ore di camion e 1 ora di barca dalla Realidad, nel bel mezzo della Selva Lancandona. 

In questi giorni ho condiviso la vita quotidiana dei campesinos, la pesca, il lavoro agricolo, il riposo, le discussioni politiche, il gioco con i bambini.

L’escuelita ha un titolo: “La libertà secondo gli zapatisti”. Dove stia questa libertà me lo chiedo e me lo richiedo durante quei giorni. Me lo chiedo perché non riesco a vederla nella sobria vita dei campesinos come nel funzionamento degli organi di governo autonomo. Oltre al fatto che mancano totalmente le strutture che considero necessarie per l’esercizio stesso delle mie libertà: l’accesso ai mezzi di informazione, di comunicazione e di trasporto è limitatissimo.

Cosa sia la libertà non ce l’ho così chiaro. È forse questo il problema? Il gabbiano Jonathan mi dà qualche spunto; la libertà di volare alto, dove nessuno ha mai volato. È una la libertà che ha a che fare con una sfera molto intima dell’individuo. Che comincia con il guardarsi dentro, con l’ascoltare prima di tutto se stessi. Quando penso alla libertà non posso fare a meno di pensare a me stesso. Mi sento libero se innanzi tutto mi riconosco. Gli zapatisti, che da 20 anni nascondono addirittura i loro volti con un passamontagna, sono evidentemente lontani da questa visione; altro che processo di individuazione di cui parlano tanto i nostri psicologi.

Eppure l’aria di rivoluzione si respira in maniera molto definita. Mi emoziono addirittura quando il campesino che mi ospita mi chiede di sostenere la resistenza degli zapatisti del Chiapas. 

Lo fa prima di salutarmi, mentre per il nono pasto consecutivo, colazioni comprese, mi offre tortillas di mais con fagioli. E lo fa con queste precise parole: “L’ultima cosa che vorrei chiederti è questa, quando tornerai al tuo paese di’ che qui in Chiapas ci sono persone che stanno resistendo”. Ecco la liberdad segun los zapatistas, così lontana dalla mia cultura che mi sono serviti 3 giorni per riconoscerla.

Rivoluzione è una parola immensa, che non si pronuncia quasi più, che fa sentire inadeguati, che attrae ma mette di fronte ai propri limiti. La rivoluzione è una cosa più grande dell’uomo. 

Chi l’ha fatta infatti è considerato più che un uomo: un eroe. Il merito di questo viaggio è stato riavvicinarmi al senso di questa parola, un senso al quale mi ero allontanato non reputandolo alla mia portata. Rivoluzione e libertà è una buona sintesi di quanto approfondito durante l’escuelita. La relazione tra i due termini è stata per me una scoperta. 

Mi è toccato apprenderlo dagli stessi che mi chiedono come mai ho preso l’aereo anziché l’autobus per arrivare in Messico. Non so proprio che dire, oltre a ringraziare pubblicamente gli zapatisti, tanto tanto di cappello!


Daniele