lunedì 8 giugno 2009

Nil’in - Se la morte non vuole farsi vedere

di Yara Nardi*

Sembra un disco rotto, una canzona sentita a intermittenza di cui completare le parti del testo che che saltano. A bocca stretta, tra le labbra, e fuori dai denti. Il solito venerdì mattina di lotta contro il muro, si conclude con la caccia grossa, con preda la morente, con il sangue che traccia la scia di soccorsi su cui si è sparato ancora.è una storia questa come tante altre, raccontata tra le strade di una Palestina sempre più piccola, che fatica a raggiungere le assolate spiagge occidentali. Questa mattina a Nil’n abbiamo messo sotto terra 36 anni. Splendidi e appassionati 36 anni, di cui gli ultimi due passati a lottare in nome di ciò che calchiamo ogni giorno, in nome del sinonimo della vita: la terra. E' stato un proiettile in pieno petto a colpire Yousef Sadiq Srour, a farlo morire in nome della Grande Israele, mentre lo stesso prestava soccorso ad un altro ragazzo ferito.
Nil’in dista solamente una trentina di km da Ramallah, ma mai come questa mattina è stato difficile e per qualche attimo forse impossibile, raggiungere questo paesino palestinese simbolo di lotta e resistenza, per assistere ai funerali di Yousef Sadiq Srour. Passando attraverso Bil’in, già tristemente noto per analoghi motivi, ci siamo resi conto di non conoscere a fondo la strada che porta al paese successivo. A darci le giuste indicazioni è stato un ragazzo sul ciglio della strada. Iyad, anche lui in marcia verso Nil’in, ci ha accolti con un sorriso e prima di finire i convenevoli era già seduto sul sedile posteriore. La corsa è ripresa tra le chiacchiere. Poche, essenziali, ma importanti. "Vuoi che parli inglese o ebraico?" mi ha chiesto continuando a sorridere, dopo qualche secondo di silenzio gli ho espresso la mia preferenza per la lingua anglosassone. La sua è una domanda semplice, indicatore della presenza di non pochi attivisti israeliani, che affiancano le lotte dei loro vicini assediati.Vengo così a sapere che Iyad è uno dei coordinatori del Friends of Freedom anf Justice and Popular Committee in Bil’in, anche lui avvezzo alla resistenza, e troppo spesso alla morte. La corsa continua fino alla strada che porta all’imbocco di Nil’in. Ci accorgiamo fin da subito della massiccia presenza dei soldati israeliani, camionette ovunque, che non appena avvistano la nostra macchina ci sbarrano la strada. I giovani soldati si sono fiondati giù con i loro fucili intimandoci di fermarci e tornare indietro. Dopo aver risposto alla domanda di uno di loro sulla nostra provenienza, un altro ragazzo evidentemente nervosetto mi ha biascicato in un pessimo arabo "Italiani andate via". Probabilmente il soldato sa pronunciare solamente quella frase in arabo, ennesimo indicatore linguistico in meno di mezz’ora mi viene da pensare. Non insistiamo, da quella parte non si passa, mentre facciamo un’inversione azzardata ci accorgiamo degli innumerevoli cecchini appostati sopra le nostre teste. Iyad ci dice che probabilmente i soldati non vogliono che gli internazionali vedano cosa accade oggi all’interno del paese.Una buona tesi penso, a cui aggiungere che probabilmente l’esercito non vuole che nessuno passi a commemorare l’ultimo martire, visto che viene malamente cacciato anche un gruppo di ragazzi palestinesi arrivati a piedi. Torniamo verso Bil’in, chiedendoci in nome di cosa non si può presenziare ad un funerale. Dopo pochi minuti ci fermiamo nuovamente, Iyad chiede indicazioni, di tutta risposta ci ritroviamo in macchina un altro compagno palestinese che dice di avere una via alternativa. Il tragitto riprende, con il cuore in gola stavolta. L’esercito è ovunque, ma per fortuna la nostra macchina sembra scivolare via sotto poca attenzione. Dopo un’altra mezz’ora, prima di intravedere la piazza centrale di Nil’in, è un canto che ci raggiunge, siamo arrivati. Le bandiere verdi di Hamas sventolano numerose, giovani, vecchi e bambini sono sparsi in quella che non è altro che una piccola prigione che nessuno di loro vuole spingere verso la normalizzazione che tanto piace alla politica internazionale. Piccoli gruppi silenziosi sotto un sole cocente. Occhi lucidi, come la pelle che suda. La salma di Yousef è uscita dalla moschea dopo pochi minuti, il volto visibilissimo, come il resto del corpo era avvolto nella stessa bandiera verde del "Movimento di Resistenza Islamico". Amici e compagni hanno trasportato il corpo fino al cimitero, dove le loro stesse mani impastandosi con terra, acqua e lacrime, hanno fatto la tomba per un amico, un fratello, un figlio. Quei 35 anni lasciano una moglie e tre bambini, che non possiamo altro che augurarci non seguano il filone di odio dei loro aguzzini.

* attualmente nei territori occupati

Perù: scontri tra indios e polizia, oltre 30 morti

Rivolta in Amazzonia delle popolazioni indigene contro il TLC e le multinazionali petrolifere
Dopo l’assassinio di decine persone gli indigeni hanno preso in ostaggio un gruppo di 38 poliziotti.
Gli indigeni: «E’ un genocidio». In 5 mila occupano una strada per protestare contro lo sfruttamento delle risorse naturali. Dichiarato il coprifuoco
Protestano contro lo sfruttamento delle risorse naturali delle loro terre. [ guarda video ] Da dieci giorni, 5 mila indigeni occupano una strada dell’Amazzonia, a 900 chilometri a nord est di Lima. [ guarda video ] Oggi la polizia è intervenuta, anche con gli elicotteri lanciando lacrimogeni. Il bilancio, di una situazione tutta in divenire, è di oltre 30 morti e 50 feriti. Tra le vittime ci sono gli agenti. Negli incidenti sono morti anche un docente e uno studente universitario. Al momento 38 poliziotti dei reparti speciali sono stati presi in ostaggio dagli indigeni all’interno di una stazione di produzione petrolifera. Il ministro della giustizia peruviano ha appena emesso un mandato di cattura per il presidente dell’organizzazione indigena AIDESEP, Alberto Pizango. [ vedi conferenza stampa ]
Gli indigeni: è genocidio. Alberto Pizango, il massimo dirigente della comunità indigena locale di almeno diecimila membri (AIDESEP), ha accusato il governo del presidente Alan Garcia di aver perpetrato «un genocidio». Quattro delle vittime sono indigeni dell’etnia Aajun. Gli indigeni hanno occupato una zona chiamata "curva del diavolo". Protestano in particolare contro i decreti presidenziali che consentono lo sfruttamento di parte delle risorse amazzoniche.
La polizia ha lanciato lacrimogeni. A terra i dimostranti si sono difesi dagli agenti con sassi e bastoni. Poi gli spari. Secondo la polizia sono stati i dimostrati a sparare per primi contro un elicottero. «Sono stati loro ad attaccarci con armi da fuoco come se fossimo animali o delinquenti», ha invece assicurato Pizango. Che ha anche reso noto che è stato spiccato un mandato di cattura sia per lui che per altri dirigenti e chiesto «un’indagine internazionale» su quanto è accaduto.
Il governo dichiara il coprifuoco. Il ministro degli esteri ha anticipato che il governo si appresta a dichiarare il coprifuoco in diverse località della zona, poiché i manifestanti «sono ricorsi alle armi da fuoco per attaccare la polizia e hanno saccheggiato molti negozi». Fonti della tv di Lima hanno precisato che gli indigeni sono «inferociti» per gli scontri e che hanno incendiato la sede delle autorità locali.
La rottura delle trattative. Due mesi fa la comunità indigena della provincia di Utcubamba, almeno diecimila persone, ha cominciato a protestare chiedendo al governo di derogare un pacchetto di decreti che consentono le ricerche di petrolio e di gas nello loro terre ancestrali, adducendo che vulnerano i loro diritti e contaminano l’ambiente. Protesta che hanno approfondito dieci giorni fa, occupando oleodotti e bloccando in migliaia la "Curva del diavolo".
A Lima la vertenza è diventata il centro di un contenzioso politico, ed oggi, legislatori filogovernativi e dell’opposizione, avrebbero dovuto affrontarlo in Parlamento. Legislatori dell’opposizione hanno chiesto l’intervento della Croce Rossa «per evitare situazioni peggiori». Alan Garcia ha assicurato che dietro le proteste «vi sono interessi internazionali per impedire lo sviluppo del Perù». I dimostranti bloccano ancora strade della zona e alcuni punti degli oleodotti. Pizango ha assicurato: «Se la polizia ci attacca di nuovo, forse gli indigeni non torneranno ad occuparli».
[ galleria fotografica ] da AmazonWatch.org
[ galleria fotografica del genocidio ]
video-rassegna stampa:
[ video 1 ] fonte: repubblica.it
[ video 2 ] fonte: BBCnews
[ video 3 ] fonte: selvas
[ video 3 ] fonte: CNN en español
[ video 4 ] immagini degli scontri a Bagua
Approfondimenti: Coordinamento Andino delle Comunità Indigene (CAOI)

Comunicato della Coordinadora Andina de Organizaciones IndigenasRepresión sangrienta en la Amazonía Peruana

Entre diez a veinte muertos. Urgente: plantones ante las embajadas peruanas en todos los países y Juicio Internacional a Alan García Pérez y su gobierno, en cumplimiento del acuerdo de la IV Cumbre Continental de Pueblos y Nacionalidades Indígenas del Abya Yala.
El gobierno aprista de Alan García Pérez ha desatado una represión sangrienta en la Amazonía Peruana la madrugada de hoy. Las informaciones son confusas, no hay cifras oficiales, pero varían entre diez a veinte muertos en Bagua, zona de Corral Quemado y Curva del Diablo. Nuevamente se pretende imponer la muerte sobre la vida, la masacre sobre el diálogo. Es la respuesta dictatorial luego de 56 días de lucha pacífica indígena y de supuestos diálogos y negociaciones, que terminan en las balas de siempre, las mismas de más de 500 años de opresión.
Hoy más que nunca es urgente cumplir el acuerdo de la IV Cumbre Continental de los Pueblos y Nacionalidades Indígenas del Abya Yala (Puno, Perú, 27 al 31 de mayo) y hacer efectiva nuestra solidaridad con los pueblos amazónicos peruanos, realizando plantones ante las embajadas del Perú en todos los países, todos los días, hasta que se detenga el baño de sangre y se deroguen los decretos legislativos del TLC con Estados Unidos. E impulsar el juicio internacional a Alan García Pérez y su gobierno, por su entreguismo y la represión: tiene una deuda de por lo menos diez muertos.
Esto ocurre horas después de que el Congreso de la República, en un abierto acto de provocación, decidiera postergar nuevamente el debate de la derogatoria de los decretos legislativos pro TLC que facilitan la invasión de territorios indígenas, mientras el Poder Ejecutivo enviaba nuevos numerosos contingentes policiales a la amazonía.
Llamamos a las organizaciones indígenas, movimientos sociales y organizaciones de derechos humanos de todo el mundo, a tomar acciones concretas: cartas al gobierno peruano, al Relator Especial de las Naciones Unidas para Pueblos Indígenas, a Amnistía Internacional, Survival International, a los Premios Nóbel de la Paz, Comisión Interamericana de Derechos Humanos, Organización Internacional del Trabajo (Convenio 169), para que envíen de inmediato misiones al Perú, para detener esta violencia y se respeten los derechos indígenas.
Los organismos de la ONU deben pronunciarse con firmeza, sumándose a la demanda planteada por la presidenta del Foro Permanente para Cuestiones Indígenas, Victoria Tauli, de levantar el estado de emergencia, no usar la represión y cumplir con las normas internacionales que garantizan el ejercicio de los derechos indígenas.
Hoy en Lima, todas las organizaciones del movimiento social peruano, articuladas en el Frente Comunitario por la Vida y la Soberanía, se movilizarán a las 5 de la tarde desde la Plaza Francia, exigiendo poner alto a la represión y derogar los decretos legislativos que afectan los derechos territoriales de los pueblos indígenas andinos y amazónicos y la soberanía nacional.
¡Basta de represión!¡Derogatoria inmediata de los decretos legislativos anti-indígenas del TLC!
Lima, 05 de junio de 2009
Coordinación General CAOI

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!