domenica 22 marzo 2009

Turchia: Un milione in piazza a Diyarbakir, per il Newroz e per sfidare Ankara

di Orsola Casagrande
Se le celebrazioni del Newroz, il capodanno kurdo, dovevano essere lette anche come indicazione di voto alle prossime amministrative (in Turchia si vota domenica prossima), allora sul risultato non ci sono dubbi. Un milione di persone sono scese in strada ieri a Diyarbakir per festeggiare. Un'immensa manifestazione, che è da leggere anche come un messaggio di sostegno al Dtp, il partito della società democratica che porta avanti, tra arresti, censure, processi, le istanze dei kurdi. Ma soprattutto la richiesta di dialogo. Un dialogo che porti a una soluzione negoziata del conflitto che dal 1984 insanguina la Turchia. “Il popolo kurdo - ha gridato Leyla Zana - è innamorato della pace, non delle armi”. Leyla Zana, che in carcere ha passato dieci anni per aver pronunciato in kurdo in parlamento (da rappresentante eletta democraticamente dal popolo) parole di fratellanza, oggi ribadisce quello che disse quasi vent'anni fa, “noi vogliamo la pace”. Nel suo discorso davanti a una folla come da anni non si vedeva, tra migliaia di bandiere, e i colori del Kurdistan, il rosso, il giallo e verde, Ahmet Turk, il presidente del Dtp, ha ribadito che la libertà e la pace per questo paese “passa anche attraverso la pace di Abdullah Ocalan”, il leader del Pkk che da dieci anni si trova, unico detenuto, rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Imrali. Un'isola fortezza da dove il presidente del partito dei lavoratori del Kurdistan ha mandato un messaggio al suo popolo tramite i suoi avvocati. In particolare Ocalan ha parlato della conferenza di pace di cui si discute sempre più insistentemente. La conferenza potrebbe tenersi nel Kurdistan iracheno già a fine aprile o maggio. La proposta di una conferenza che riunisca le organizzazioni kurde delle quattro parti in cui il Kurdistan è diviso e partiti e governi dei quattro paesi (Turchia, Iran, Siria e Iraq) è stata avanzata inizialmente proprio dal Dtp. I kurdi iracheni l'hanno fatta propria e rilanciata. Il presidente iracheno, Jalal Talabani ha parlato di data imminente per la conferenza lasciando intendere che si aspettava solo la risposta dei rappresentanti del Pkk. In realtà quello che lo stesso Ocalan ha ribadito nel suo messaggio è che non ci possono essere precondizioni per nessuno. Come il processo di pace nordirlandese insegna, se ci siede attorno al tavolo tutte le parti in causa devono avere parità di diritti e trattamento. Nel caso specifico kurdo, così come fu per l'Ira, si chiede che il Pkk deponga o consegni le armi, come precondizione per sedere al tavolo delle trattative. Ma è evidente che questa imposizione non fa che bloccare qualunque avvio di un qualunque processo di dialogo. Intanto la campagna elettorale per le amministrative è entrata nella sua ultima settimana. Abdullah Demirbas, candidato sindaco per il distretto di Sur (uno dei distretti di Diyarbakir) era già stato sindaco di Sur. Ma è stato destituito dopo aver pubblicato anche in kurdo, oltre che in turco, arabo, inglese materiali informativi sui servizi offerti dal comune. Contro di lui è stato aperto un processo e lui è stato destituito. Oggi si ricandida e ribadisce che se sarà eletto continuerà a pubblicare anche in kurdo il materiale del comune. “Il partito del premier di Erdogan - dice Demirbas - ha cercato di delegittimarci, ma il popolo kurdo dirà la sua alle urne”. Demirbas sottolinea i rischi di brogli alle elezioni. Ma questa consultazione dimostrerà “se a essere premiato sarà l'approccio dello stato, amami o lasciami - come lo definisce - o l'approccio dei kurdi, ama, vivi in pace e in democrazia”. Demirbas sottolinea anche il doppio standard usato dal governo sulla lingua e le trasmissioni in kurdo. Da una parte c'è la televisione di stato in kurdo, aperta per “la propaganda dell'Akp”, dall'altra c'è “la quotidianità di persone processate perché parlano in kurdo”.

Ecuador - Restituita la personalità giuridica ad Accion Ecologica

La ong ha vinto la sua battaglia sostenuta dalla mobilitazione internazionale.
La mobilitazione dei movimenti e dell’opinione pubblica internazionale ha piegato il governo del Presidente Correa e lo ha costretto a sospendere il decreto che condannava al silenzio la Ong ecuadoriana. In una nostra video-intervista realizzata al Forum alternativo dell’acqua di Istanbul, il sottosegretario all’Acqua del governo ecuadoriano, Jorge Jurado, accusa Accion Ecologica di atteggiamenti eccessivamente radicali. Un documento che mostra l’evidente difficoltà, anche dei governi vicini ai movimenti, di sopportare denunce e posizioni critiche sugli impatti ambientali di uno sviluppo economico basato sul petrolio e sulle estrazioni minerarie.
Tante mail e adesioni provenienti da tutto il mondo hanno funzionato: il governo Ecuadoriano ha restituito la personalità giuridica ad Accion Ecologica dopo un braccio di ferro durato circa due settimane. Il decreto killer era stato giudicato intimidatorio, liberticida, e spiegato con il solo intento di mettere freno alle posizioni critiche che la stessa Ong aveva più volte manifestato nei confronti delle politiche governative sull’estrazione mineraria intrapresa dalle multinazionali in Ecuador. Poi l’appello di Accion Ecologica e le seguenti adesioni di migliaia di associazioni, forze politiche, intellettuali e semplici cittadini provenienti da tutto il mondo hanno dato i suoi frutti.
Riportiamo di seguito il comunicato di Accion Ecologica e la nostra video-intervista realizzata a Istanbul, al sottosegretario all’Acqua del governo Ecuadoriano, Jorge Jurado.
Vedi la Video intervista a Jorge Jurado

Querid@
A tutti coloro che con le loro parole e la loro adesione hanno contribuito alla lotta che ci ha permesso ancora di continuare con il nostro lavoro, grazie.
Nella solidarietà di ognuno di voi troveremo la via che aprirà lo spazio per tutti noi. Vogliamo ringraziarvi per la vostra risposta rapida perchè ci dice che siete lì vicino, malgrado la distanza e i diversi percorsi. Perché le vostre lettere di appoggio hanno significato un grande abbraccio e la condivisione di lotte, che per il loro profondo significato, continueremo a fare. Grazie anche per aver convertito la perplessità in impegno, questa coscienza che cerchiamo di costruire ognuno di noi nei nostri Paesi e nelle nostre lotte, e per fare di questa solidarietà un nuova forma di noi stessi.
2009-03-19

Restituita in via provvisoria la personalità giuridica ad Accion Ecologica.

Ieri ci è stata notificata la decisione del Ministro de la Salute di sospendere provvisoriamente l’esecuzione dell’accordo ministeriale che ha determinato la revoca della nostra personalità giuridica. Questa delibera vale per un periodo massimo di dodici mesi (art 175-2 dello Statuto del regime giuridico e amministrativo della Funzione Esegutiva) per ratificare il ricorso e notificare il ricorso che abbiamo sollevato. Confidiamo nella restituzione definitiva della nostra personalità giuridica, in particolare dopo che il passato 14 Marzo il Presidente della Repubblica ha confermato che la nostra associazione ha assolto tutti gli obblighi legali. E inoltre il Presidente, in qualità di massima autorità dell’esecutivo, ha dichiarato di voler risolvere la situazione attraverso la sottoscrizione di un accordo interministeriale tra i Ministeri della Salute e dell’Ambiente, una via che poteva essere percorsa anche prima.
Per noi è importante chiarire che siamo d’accordo con l’organizzazione interna delle differenti competenze ministeriali – sapendo che ciò si tradurrà in una maggiore e più efficace dinamica di protezione e garanzia dei diritti fondamentali - però sosteniamo fortemente che un tale lavoro debba continuare con grande rispetto dei diritti delle cittadine e dei cittadini dell’Ecuador.
Con la restituzione provvisoria della nostra personalità giuridica, continueremo le attività in difesa dei diritti del Buon-vivere, della Natura, della salute, del patrimonio naturale e degli ecosistemi.
Vogliamo mostrare la nostra gratitudine per la solidarietà ricevuta da parte di centinaia di persone, comunità, organizzazioni sociali e non governative, autorità parlamentari, personalità, agenzie, accademici e scrittori del nostro paese e dei cinque continenti, coloro che sono scossi dalla grave situazione ambientale del pianeta, che sostengono la nostra organizzazione e in generale tutti coloro che agiscono in difesa dei diritti della Natura e della Vita.
Con le vostre parole e adesioni ci sentiamo più vicini a questa grande onda, ogni volta sempre più universale, di difensori della vita e della Natura, che trova una spiaggia nella lotta di ognuno di noi.
Ivonne Ramos, Presidente Acción Ecológica y el colectivo de Acción Ecológica
Istanbul, 21 marzo 2009
da Yaku

sabato 21 marzo 2009

Militarizzazione in America Latina

Entrevista a Ana Esther Ceceña

Yásser Gómez - Rivista Mariátegui

América Latina vive tiempos de cambio con gobiernos de izquierda y el protagonismo alcanzado por el movimiento indígena. Sin embargo, la geopolítica nos dice que aún no hemos derrotado al imperio. Porque los EE.UU. están militarizando la región con la excusa de construir megaproyectos de infraestructura, para apoderarse de los recursos naturales y mantener el control político con una guerra preventiva. Para analizar este tema Upsidedownworld entrevistó en Perú a Ana Esther Ceceña, doctora en Relaciones Económicas Internacionales de la Universidad de Paris I – Sorbona, miembro del Instituto de Investigaciones Económicas de la UNAM (México) y Coordinadora del Observatorio Latinoamericano de Geopolítica, quien estuvo en Lima dictando el seminario: Emancipaciones en un Contexto Militarizado.

- ¿Qué significan la IIRSA (Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana)y el Plan Puebla Panamá para América Latina?

- Son dos megaproyectos que se articulan entre sí, incluso geográficamente y que son similares, porque son dos proyectos de construcción de infraestructura. Están estructurados bajo la idea de canales o líneas de comunicación, en las cuales no solamente se está pensando en que sean vías de comunicación para mercancías y personas. Sino también vías de construcción de líneas de electricidad, energéticas, oleoductos, gasoductos. Incluso en el caso del Plan Puebla Panamá (PPP), está pensado también estas mismas líneas como carreteras de información. La IIRSA(Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana) está mucho mejor planeado con canales interoceánicos para conectar los dos océanos y entonces con eso agilizar la salida hacia Europa, Asia y EE.UU.. La idea es tener vías de llegada al más importante mercado que son los EE.UU. que en sus dos costas tiene características económicas diferentes. El propósito es la extracción de recursos en América Latina y trasladar la mercancía que hay hacia estos mercados. No están tan pensados como apertura de mercado interno. Por eso la IIRSA se proyecta desde el corazón de Sudamérica hacia fuera, hacia las dos costas. Y el PPP está pensado desde Panamá hacia el norte. De manera que las rutas, los canales corren en ese sentido.

- ¿El Plan Mérida es la complementación del Plan Puebla Panamá en México? ¿Cuán avanzado está este?

- El Plan Mérida (PM) si es la complementación del Plan Puebla Panamá, pero en realidad el P.P.P. en sí mismo ya se transformó en Proyecto Meso América incorporando a Colombia y muy explícitamente la dimensión de seguridad. Ya el propio Plan Puebla Panamá asumió las dos cosas, la integración energética que era la parte económica más importante que tenía y la integración de seguridad. Y en ese sentido, ya no es que requiera del Plan Mérida, sino que es un eslabón más que permite que el PM que está en México se concrete de manera muy natural, sin necesidad de mucha bisagra con el Plan Colombia. Porque el Plan Mérida corresponde directamente al Plan Colombia, es el mismo proyecto adaptado a las circunstancias tanto geográficas como temporales. Porque ya se asume toda la experiencia tenida con el Plan Colombia y la estructura es similar, ayuda para seguridad y una muy pequeña para desarrollo, que es como avanzan varios de los proyectos del Plan Colombia. Y entonces tienes una superposición del Plan Mérida en la parte norte, proyecto Meso América enlazando esa parte norte con Colombia, Plan Colombia en Colombia y Perú. Además hay la ASPAN (Alianza para la Seguridad y Prosperidad de América del Norte) que es un proyecto también de seguridad y energético, pero difiere en el sentido de que es más la creación de un bloque regional, lo que está implícito en este plan.

- Después de realizadas las fases de invasión denominadas Plan Colombia y Plan Patriota. por parte de los EE.UU. en Colombia ¿Qué es lo que sigue?

- La expansión del Plan Colombia hacia dos partes del continente, una es el norte, bueno que se está logrando con el Plan México y con estas acusaciones que se hacen después del ataque de Colombia a Sucumbíos, Ecuador se arma un poco el escenario de que, en México está la oficina internacional de las FARC y que en esa medida, eso justifica el Plan México y digamos, las mismas políticas que en Colombia. Luego el otro derrame es hacia el sur y este se ha intentado por varias rutas. La que más se ha intentado es la de Paraguay como si extendiera un brazo del Plan Colombia hasta la Triple Frontera, que por supuesto, eso lo que hace, es que cubre el área boliviana, pero además permite colocarse en un lugar geográfico que es de gran interés, que es, esta Triple Frontera encima del Acuífero Guaraní y además como epicentro de la parte digamos conosureña, rioplatense de América del Sur. Esto también se intentó en el 2006, se hizo este montaje de que se había secuestrado a la hermana del ex presidente y que entonces, esto indicaba que había células y campos de entrenamiento de las FARC en Paraguay. Y con esta argumentación tan precaria, se estaba pretendiendo montar un operativo Plan Colombia ahí, pero también se ha intentado y de hecho se ha logrado involucrar a Perú desde hace tiempo con el Plan Colombia, porque los recursos del Plan Colombia no son sólo para Colombia, sino para el área. Entonces si los recursos son para el área, incluidos Perú y Ecuador, si los está incluyendo también los está comprometiendo, esta ayuda siempre es con contraparte, esa es como otra ruta de expansión. Pero, lo que se ha puesto en juego hoy después del Plan Patriota, justamente lo que se inaugura con el ataque a Sucumbíos, que es la posibilidad de que los EE.UU. a través de un tercer país, pueda echar a andar una política de guerra preventiva. Y digo EE.UU. porque el operativo de Sucumbíos lo diseñaron en gran medida desde Manta y los operadores en gran parte fueron norteamericanos. Entonces, se inaugura el hecho de que ellos actúen desde Colombia directamente, pero también la posibilidad de que Colombia, emulando la política norteamericana se lance también en una –si se quiere más limitada regionalmente– guerra preventiva, en una defensa de sus intereses, fuera de su territorio, en territorios de otras naciones. Esto marca pautas, que de no haber sido por esa reacción tan fuerte del gobierno ecuatoriano, realmente estarían perfilando ya como la intervención directa en cualquier país del continente.

- En el tablero geopolítico de la región ¿Qué importancia tiene el Perú en los planes hegemónicos de los EE.UU. que intenta establecer una base militar en la región surandina de Ayacucho?

- Se está hablando de dos bases en Perú desde hace tiempo, del área de Chiclayo y también ahora, más recientemente la de Ayacucho. Incluso por ahí, hay alguien quien dice que tal ves, es en la zona de Quinua (Ayacucho), donde se quiere establecer. Pero con bases de nuevo tipo, muy flexibles, eficaces, pero también más pequeñas, realmente bases más adecuadas a lo que son las condiciones de la actuación militar en este momento de la guerra. Pero también del simple trabajo del monitoreo y vigilancia. Entonces cuando nosotros vemos la posición geográfica de Perú y evaluamos la situación política y geopolítica del continente, realmente la posición de Perú es inmejorable como para tener una posibilidad de acceso más directo y más variado hacia algunas regiones que están preocupando mucho como la de la zona sur de Bolivia, la zona gasífera. La zona norte de Argentina que es petrolífera, entonces, está en términos de los recursos, pero también en términos de su potencial rol en la desestabilización de gobiernos que se consideren convenientes. La base de Ayacucho está en línea recta hacia La Paz, de manera que, de acuerdo con los radios de acción –incluso mínimos– que tienen los aviones de guerra actuales, La Paz quedaría bajo el alcance de la base de Ayacucho sin ningún problema. Y lo de Chiclayo apunta más hacia la zona amazónica, la veo como una oportunidad, por un lado, de garantizar la entrada por el río hacia Iquitos y la zona Amazónica, pero también de mantener vigilado a Ecuador por los dos flancos. Porque, pues Colombia está garantizado, pero Ecuador ya no va a tener una base y además se ha rebelado, ha elevado a rango constitucional la idea de que Ecuador es un territorio de paz y por eso, no admite la presencia ni de bases militares extranjeras, ni de tropas extranjeras en su territorio. Entonces, allí les cerró una posición y esa posición parece estarse trasladando simultáneamente hacia arriba y hacia abajo. Hacia abajo sería lo de Chiclayo y seguramente también Ayacucho, porque queda en esa misma línea de alcance. Y hacia arriba, hacia la costa colombiana, posiblemente en la costa del Chocó. Los dos ejes que están moviendo esas nuevas posiciones, el diseño de cómo será mejor establecer estas nuevas posiciones y que están haciendo pensar en Perú son fundamentalmente el de garantizar el acceso a los recursos naturales estratégicos y el del control de la insurgencia o el control de la posible formación de coaliciones contrahegemónicas. Estas dos cosas están perfiladas en el corazón de América del Sur, de manera que el hecho de tener posiciones en Perú o de tener una situación más permisiva para el arribo de tropas y la movilización de tropas. Por un lado, les facilita la entrada a los recursos naturales peruanos, que son muchos, muy valiosos y a los recursos de los países vecinos, pero les facilita también y quizás esto, coyunturalmente es lo más importante, el flanqueo de Bolivia y desde ahí una línea de acceso más directo por el centro a Venezuela.

Yásser Gómez es Periodista, Corresponsal de Upsidedownworld en Perú y Editor de Mariátegui. La revista de las ideas. / mariategui(a)riseup.net

Messico - Uomini di mais, transgenico

Articolo di Matteo Dean

Il Messico è la culla del mais. Con le sue 60 varietà autoctone e oltre 2000 adattate detiene un patrimonio enorme. Non per nulla i messicani, soprattutto in ambito indigeno, si definiscono «le donne e gli uomini di mais». Eppure, questa ricchezza nazionale e culturale sembra interessare poco ai governanti del paese.

Già nel 2001 ricercatori di diverse istituzioni andavano denunciando la presenza di mais transgenico in certe regioni (soprattutto nello stato meridionale di Oaxaca). Pochi gli facevano caso, a cominciare dal governo che li segnalava come provocatori. Poi nel marzo 2005 il Congresso messicano ha approvato la nuova Legge di Biosicurezza di Organismi Geneticamente Modificati. Esplosero le polemiche, soprattutto tra le organizzazioni contadine e ambientaliste messicane, che la chiamarono «legge Monsanto».
La normativa, che permetteva la sperimentazione di coltivazioni transgeniche in suolo messicano, ha subito importanti modifiche lo scorso 6 marzo, con un nuovo regolamento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della federazione.
Le nuove norme trasformano il «Regime di protezione speciale del mais» da strumento giuridico, quindi vincolante, a strumento informativo e dunque non obbligatorio. Inoltre, la legge che permette la sperimentazione prevede anche i programmi sperimentali siano sempre e comunque sovvenzionati dal governo. In pratica, ora chiunque potrà seminare mais transgenico senza doversi sottomettersi alle restrizioni di legge, e a spese dell’erario pubblico.

Via libera dunque alla sperimentazione transgenica anche sul mais. Le conseguenze e i rischi sono molti. Da un lato, denunciano le Ong del settore e le organizzazioni dei contadini, vi sono i rischi per la salute. Spiegano che non vi sono studi sufficientemente ampli ed approfonditi che garantiscano l’assenza di rischi, non solo per il mais commestibile, ma anche per quello che già da anni si utilizza per la fabbricazione di plastiche biodegradabili e antibiotici. Un altro aspetto, spiegano i ricercatori della Unione degli scienziati impegnati con la società, è che «il governo federale garantisce l’impunità a coloro che contamineranno con semi transgenici i campi del paese e mette in serio pericolo la sovranità alimentare del Messico». Così inoltre si aprono le porte alla multinazionali del settore, denunciano, visto che in Messico l’85% dell’agricoltura è in mano ai piccoli produttori.

Appare chiaro dunque che la strategia delle multinazionali, oltre a far approvare leggi a loro favorevoli, è quella di deruralizzare il paese, ovvero obbligare i contadini e piccoli produttori a usare i loro semi, magari contaminando i campi nel paese (a oggi, sono 6 gli stati messicani in cui si è potuto trovare mais transgenico). Ma in un panorama in cui, tra Trattato di Libero Commercio (Nafta) e mancanza quasi assoluta di qualsiasi sussidio all’agricoltura, i contadini messicani sono già la prima categoria produttiva del paese ad affollare le liste di migranti verso nord, questa nuova iniziativa del governo in appoggio alle multinazionali dell’alimentazione rischia di sancire una volta per tutte il monopolio dell’industria agricola multinazionale sulla produzione locale di mais.

È per questo che Elena Alvarez Buylla, dell’Unione degli Scienziati, avverte il governo messicano: «Se non si impone una moratoria sul mais transgenico, non solo si pongono in pericolo le varietà autoctone, ma si relegherà i piccoli produttori a essere parte di lucrativi affari delle imprese private».

Francia - Ridateci quello che ci spetta!

Intervista alla fisolofa Judith Revel sulle manifestazioni del 19 marzo
Tre milioni di persone in piazza contro le politiche del presidente Sarkozy. La crisi si fa sentire e i francesi non stanno in silenzio. Per la seconda volta, nel giro di due mesi, 219 manifestazioni bloccano il paese. Intervista a Judith Revel filosofa, collaboratrice del "Centre Foucoult" e docente universitaria

Partiamo dall’immagine di questa giornata che più ti ha colpito?
Rispetto alla giornata del 19 marzo, credo chela cosa più strepitosa, oltre alla questione numerica, è l’estrema novità della composizione sociale che è scesa in piazza. A Parigi eri di fronte ad un enorme corteo, composto da un enorme massa di gente: da coloro che hanno un posto a tempo indeterminato a coloro che faticano ad arrivare alla fine del mese, gli studenti, i lavoratori del pubblico e del privato. Tre milioni di persone unite per battersi per la medesima cosa: un libero accesso all’economia dei saperi. Una novità per la Francia è stata proprio la presenza dei settori della pubblica amministrazione, della sanità e dei privati con tutte le piccole e medie imprese che stanno chiudendo.
In Francia è raro che al fianco di una singola identità corporativa del settore pubblico vi possano essere altre componenti.
Quello che si è visto è che in piazza c’erano varie componenti del pubblico e del privato. Il dato che emergente è che la falsa opposizione tra pubblico e privato, non può più tenere. Siamo molto al di la del pubblico e del privato. Il settore del privato ha sicuramente prodotto dei disastri, ma che il pubblico è soltanto gestione dello stato non regge più.
La gente era in pizza per dire: “la vita è mia, i saperi sono miei, la sanità, i trasporti, il lavoro è mio!”. Per dire in sostanza che tutto appartiene alla gente e deve essere ridato. Questa determinazione devo dire che in Francia è la prima volta che la vedo .

Questo è il secondo sciopero che paralizza la Francia e in queste settimane abbiamo visto anche la ripresa dei movimenti studenteschi, qual’è ilo clima?
Partendo dagli studenti devo dire che tutto mi sembra molto diverso rispetto allo scorso anno in cui eravamo di fronte ad un realtà in cui l’unica modalità pratica di azione politica era il blocco.
Ora, i francesi hanno poca esperienza dei movimenti in generale e vanno subito al blocco. Questa cosa aveva avuto come risultato di paralizzare l’università e di esaurire le forze degli studenti che tenevano i picchetti. E’ evidente che quando si tiene un blocco 24h su 24h alla fine non si produce più niente. Quindi c’era stata una scarsità di discorsi di rivendicazione politica. Soprattutto mancavano due enormi componenti: quella del precariato universitario e quella degli insegnanti.
In quel caso l’assenza di reazione di queste componenti è stata palese e anche molto pesante politicamente.
Oggi siamo invece di fronte a tutte quelle componenti che vanno dai presidenti delle università (che in Italia sono i rettori) fino al personale tecnico amministrativo. Questo è un primo punto che va analizzato. Dal 29 gennaio scorso l’altro elemento che si è aggiunto elemento è anche una radicalizzazione delle forme di protesta. All’università, stiamo entrando alla settima/ottava settimana di sciopero. La dinamica del blocco, che aveva caratterizzato il precedente ciclo di lotte, ha lasciato il posto ad una dinamica di cogestione della didattica, che sullo sfondo vede una sospensione totale di tutta la catena organizzativa degli atenei.
Sicuramente quanto accaduto in Guadalupe con i 42 giorni di sciopero, che hanno messo alle strette il governo e le industrie, costrette a concedere i 200 euro di aumento di stipendio per tutti hanno dato slancio alle dinamiche di movimento universitario, che hanno preso quella lotte a simbolo, introducendo la consapevolezza di questa enorme e nuova soggettività o composizione di classe, che vediamo esprimersi in questi giorni.

Spiegaci meglio le particolarità di questa nuova soggettività.
La Francia è un paese strano perché ha una lunga tradizione di un servizio pubblico di welfare, cosa che per esempio è assente in Italia. Per cui in realtà per un francese il servizio pubblico è un diritto, non è un favore. Così è stato per decine di anni, producendo un attaccamento al pubblico e all’impegno statale che è molto superiore all’Italia. Questa fede nel pubblico ha però spesso bloccato gli spazi di mobilitazione.
Oggi,questo non vuol dire che bisogna continuare a chiedere più servizi (alloggi, scuole, trasposti, sanità..), però quello che è ormai diventato evidente è che l’opposizione tra pubblico e privato è ormai una falsa opposizione. Chi ci frega oggi facendoci pagare questa crisi, che non è la nostra, sono ovviamente la banche, i sistemi privati e la finanza, ma è anche lo stato, perché è la sua stessa struttura a permettere in questa situazione. In Francia per la prima volta, non c’è solo una sfiducia, ma una nuova consapevolezza politica della necessità di oltrepassare la figura del pubblico.
Ad esempio nelle università per la prima volta si sta facendo strada il ragionamento, che questa deve essere della comunità universitaria, cioè, di tutti quelli che la fanno vivere rendendola capace di produrre saperi, che appartengono a chi li produce. Quindi non è con questi che la crisi può essere pagata.
Questi sono discorsi che in Italia circolano, molto più che in Francia, ma che rappresentano qui una novità.

Una differenza tra Italia e Francia la fanno i numeri di piazza, perché?
Effettivamente è così ed è una cosa molto strana. In Italia assistiamo ad una sorta di permanenza dei movimenti. A parte la parentesi degli anni 80 che, è stata pesante per tutti, sono sempre i movimenti ci sono sempre stati stati, certo con varie intensità, ma ci sono sempre stati ed hanno prodotto una loro storia in Italia.
In Francia questa storia non c’è, però paradossalmente quando i movimenti partono, partono sul serio.
Lo abbiamo visto per il Cpe. Dopo la rivolta nelle Banlieu,era evidente che se non lo avessero ritirato, sarebbe scoppiato tutto. Niente poteva fermare quello che si era messo in moto. La domanda che tutti ci facciamo, davanti a queste esplosioni, è come mai è incominciato?
Non si sa mai quando incomincia. In mezzo però, a quelle enormi esplosioni, in Francia assistiamo a grandi vuoti. In Italia mi pare che lo schema sia il contrario. Una permanenza dei movimenti molto vivace, forte e lunga accompagnata da un qualcosa che è capace di scavare in profondità e non mollare. Per esempio l’Onda o meglio ancora i No dal Molin.
Questa forma di permanenza forse è meno vistosa ha effetti di costruzione di soggettivazione politica che sono fortissimi e che forse in Francia ancora mancano.
Siamo di fronte ad una accumulazione delle lotte che in Francia non c’è.
Quando da voi, a giungo, finirà la cassa integrazione credo che ci sarà di aver paura, ci sarà da soffrire e credo che in quella fase si vedrà anche un’ esplosione di sommosse e movimenti.
In Francia al contrario, anche se pochi, ci sono gli armonizzatori sociali, ma non c’è la famiglia. Al diminuire degli armonizzatori non vi è quindi quella dimensione di cuscinetto “ familiare” che in Italia ha dato vita a quella dimensione “dell’arte di arrangiarsi”. Da noi quando uno perde il lavoro o la casa è solo. Il livello di violenza di questa crisi, nonostante quel poco di welfare che ci rimane, mi sembra più duro in Francia. Questo, probabilmente, spiega la mobilitazione attuale.
C’è un livello di disperazione che io non ho mai visto così sviluppato. Non è più il marchio delle figure fragili, ma riguarda tutta la classe media.

Francia 19 Marzo, sciopero da record

di Marina Nebbiolo*

Il governo di Sarkozy ha battuto un record, quello della partecipazione agli scioperi.

Tre milioni di lavoratori, la partecipazione alle 219 manifestazioni che hanno mobilitato la Francia per la seconda volta dall’inizio dell’anno.
Lavoratori e disoccupati ’a metà tempo’ del settore privato hanno aderito in massa, disoccupati a tempo pieno, infermieri, ferrovieri, impiegati disabili, pensionati, l’intero arco delle categorie salariate del settore pubblico si è ritrovato in piazza come lo scorso 29 gennaio, considerata data storica dai sindacati.
A questa seconda giornata di paralisi nazionale, il primo ministro François Fillon ha risposto al telegiornale delle 20 con un laconico "nessun piano supplementare oltre le misure adottate durante il summit sociale con l’insieme dei rappresentanti sindacali il 18 febbraio".
Come in un gioco di domino, il piano sociale adottato dal governo per affrontare la crisi ha forzato la federazione patronale dell’industria e delle imprese francesi (Medef) a ricentrarsi per rispondere alle pressioni dei ministeri dell’economia e degli affari sociali che chiedono ai padroni che licenziano di rinunciare ai ’bonus’ astronomici, ma nessuna misura concreta è stata fin’ora proposta come complemento ai 2,6 miliardi di euro messi a disposizione da Sarkozy dopo lo sciopero del gennaio scorso. Annunci tanti, e quotidiane promesse per una primaverile ripresa, ma nessun piano per rilanciare ulteriormente l’economia del paese.

I rappresentanti sindacali con il pallottoliere in mano per contare le presenze ai cortei sfilano dietro lo striscione "Insieme affrontiamo la crisi, difendiamo il lavoro, il potere d’acquisto e il servizio pubblico", 350 mila persone a Parigi, 300 mila a Marsiglia, 100 mila a Bordeaux, Tolosa, Lione, Nantes, Rennes... alle dichiarazioni per un prossimo primo maggio "rivendicativo" al posto della festa del lavoro, tantissimi manifestanti rispondono con "un nuovo Maggio 68" e chiedono "La Comune", due mesi di insurrezione parigina nel 1871.
Intanto all’Eliseo, come nei corridoi della Versailles di allora, si considera che dallo scorso dicembre tutto è stato sufficentemente predisposto e studiato per far fronte alla cupa congiuntura che travolge l’economia mondiale. Cosa hanno pensato i milioni di cittadini che alla fine di un’altra giornata di sciopero generale hanno ascoltato un primo ministro commentare "Aspettiamo il 2010, sono sicuro che i francesi capiscono"? Sei settimane dopo la prima manifestazione, l’inadeguatezza politica si è generalizzata, centomila disoccupati in più hanno reso il clima sociale rovente, l’80% della popolazione è solidale contro la solidarietà del governo ai padroni e il sostegno delle banche, le teste insanguinate non cadono più nel paniere ma il bersaglio resta il capo dello stato con i suoi ministri dell’educazione, e dell’università e della ricerca che covano lo stato di crisi in silenzio mentre i capitalisti meglio renumerati di Francia spiegano "che non è il momento di esaminare la questione dei salari".

* Laboratorio Morion (Venezia)

Vedi anche:
Parigi - Lo sciopero allargato report di Serena D’Andria

"Restiamo umani" - Intervista a Vittorio Arrigoni

Intervista con l’autore

Cari Hermanos,
il nostro adagio "Restiamo umani", diventa un libro.
E all’interno del libro il racconto di tre settimane di massacro, scritto al meglio delle mie possibilità, in situazioni di assoluta precarietà, spesso trascrivendo l’inferno circostante su un taccuino sgualcito piegato sopra un’ambulanza in corsa a sirene spiegate, o battendo ebefrenico i tasti su di un computer di fortuna all’interno di palazzi scossi come pendoli impazziti da esplosioni tutt’attorno.
Vi avverto che solo sfogliare questo libro potrebbe risultare pericoloso, sono infatti pagine nocive, imbrattate di sangue, impregnate di fosforo bianco, taglienti di schegge d’esplosivo. Se letto nella quiete delle vostre camere da letto rimbomberanno i muri delle nostre urla di terrore, e mi preoccupo per le pareti dei vostri cuori che conosco come non ancora insonorizzate dal dolore.

Mettete quel volume al sicuro,
vicino alla portata dei bambini,
di modo che possano sapere sin da subito di un mondo a loro poco distante, dove l’indifferenza e il razzismo fanno a pezzi loro coetanei come fossero bambole di pezza.
In modo tale che possano vaccinarsi già in età precoce contro questa epidemia di violenza verso il diverso e ignavia dinnanzi all’ingiustizia. Per un domani poter restare umani.

I proventi dell’autore, vale dire Vittorio Arrigoni, me medesimo, andranno INTERAMENTE alla causa dei bambini di Gaza sopravvissuti all’orrenda strage, affinché le loro ferite possano rimarginarsi presto (devolverò i miei utili e parte di quelli de Il Manifesto al Palestinian Center for Democracy and Conflict Resolution, sito web: http://www.pcdcr.org/eng , per finanziare una serie di progetti ludico-socio-assistenziali rivolti ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati ).

Nonostante offerte allettanti come una tournee in giro per l’Italia con Noam Chomsky, ho deciso di rimanere all’inferno, qui a Gaza. Non esclusivamente perché comunque mi è molto difficile evacuare da questa prigione a cielo aperto (un portavoce del governo israeliano ha affermato :"e’ arrivato via mare, dovrà uscire dalla Striscia via mare"), ma soprattutto perché qui ancora c’è da fare, e molto, in difesa dei diritti umani violati su queste lande spesso dimenticate.

Non avremo certo gli stessi spazi promozionali di un libro su Cogne di Bruno Vespa o una collezione di lodi al padrone di Emilio Fede, da qui nasce la mia scommessa, sperando si riveli vincente.

Promuovere il mio libro da qui, con il supporto di tutti coloro che mi hanno dimostrato amicizia, fratellanza, vicinanza, empatia. Vi chiedo di comprare alcuni volumi e cercare di rivenderli se non porta a porta quasi, ad amici e conoscenti, colleghi di lavoro, compagni di università, compagni di volontariato, di vita, di sbronza. E più in là ancora, proporlo a biblioteche, agguerrite librerie interessate ad un progetto di verità e solidarietà. Andarlo a presentare ai centri sociali e alle associazioni culturali vicino a dove state.

Si potrebbero organizzare dei readings nelle varie città, (io potrei intervenire telefonicamente, gli eventi sarebbero pubblicizzati su Il Manifesto, sui nostri blog e aggiro per internet) e questo potrebbe essere anche una interessante occasione per contarsi, conoscersi, legarsi. Non siamo pochi, siamo tanti, e possiamo davvero contare, credetemi.

Il libro lo trovate fin d’oggi nelle edicole con Il Manifesto, e fra due settimane nelle librerie.

Confido in voi,
che confidate in me,
non per i morti
ma per i feriti a morte di questa orrenda strage.

Un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci, ci unisce. Restiamo umani.
vostro mai domo
Vik

"Questo libro è un progetto verità", ci spiega Vittorio che abbiamo raggiunto a Gaza, "dato che si dice che la verità è la prima vittima di ogni guerra, in effetti a Gaza è stato così. Un progetto affinchè si venga sapere cosa di tragico è avvenuto e perchè una cosa del genere non si ripeta più".
- [ audio ]

Link
Blog di Vittorio Arrigoni

venerdì 20 marzo 2009

"Così a Gaza abbiamo ucciso civili"

Pubblicati su Haaretz. Disprezzo per i palestinesi, culto della forza fisica, regole d'ingaggio super-elastiche, "piombo fuso"

Racconti shock dei soldati israeliani

E il ministero della Difesa apre un'inchiesta

da "La Repubblica"


Racconti shock dei soldati israeliani "Così a Gaza abbiamo ucciso civili"
GERUSALEMME - Eccoli i racconti di guerra, l'ultima, combattuta per tre settimane nella Striscia di Gaza. Racconti che non si vorrebbero mai sentire. Perché non soltanto non c'è niente di eroico, ma c'è molto di raccapricciante e di moralmente rivoltante, in un tiratore scelto che spara su una madre e i suoi due bambini che hanno sbagliato strada, perché così vogliono le regole d'ingaggio, o in un soldato che fa fuoco su una vecchia che cammina smarrita, o su altri giovani in divisa che abusano della loro forza per danneggiare, deturpare, offendere una popolazione civile palestinese che, in fin dei conti, viene considerata tutt'uno con il nemico combattente.

Questo e molto altro ancora lo si è appreso non dalla propaganda palestinese, ma dai racconti dei diretti interessati, decine di allievi dell'accademia Yitzhak Rabin, convenuti lo scorso 13 febbraio per discutere le loro esperienze nell'ambito dell'Operazione "Piombo fuso". Racconti duri, pesanti come macigni, capaci creare molto imbarazzo ai vertici delle forze armate. Al punto che il procuratore militare, quasi a voler bilanciare l'inevitabile scalpore con un gesto rassicurante, ha deciso di rendere pubblica la decisione di aprire un'inchiesta.

È stato Haaretz a svelare i contenuti di quella riunione. Ma il merito di aver fatto scattare l'allarme su tutto ciò che queste testimonianze implicano, va al direttore del programma pre-militare dell'accademia, Danny Zamir, che, sentiti i resoconti fatti dai giovani ma già esperti allievi, s'è rivolto direttamente al Capo di Stato maggiore, Gaby Ashkenazy.

"C'era un casa con dentro una famiglia - ricorda il comandante di una piccola unità di fanteria - . Ordinammo alla famiglia di stare tutti in una stanza. Poi ce ne andammo e arrivò un nuovo plotone. Dopo alcuni giorni venne l'ordine di rilasciare la famiglia. Avevamo messo un tiratore scelto sul tetto. Il comandante rilasciò la famiglia, dicendo loro di andare verso destra, ma dimenticò di avvertire il tiratore scelto che quella gente veniva liberata e che era tutto ok, e non avrebbe dovuto sparare". Anziché a destra, la madre coi due figli prende a sinistra. Il cecchino li vede avvicinarsi alla linea che, secondo quanto gli era stato detto, nessuno avrebbe dovuto oltrepassare. Così "ha sparato subito, uccidendoli".

"Non credo - continua la testimonianza - che si sia sentito troppo male. L'atmosfera generale, da quello che ho capito parlando coi miei uomini, era, come dire, che le vite dei palestinesi sono molto, molto meno importanti delle vite dei nostri soldati".

Regole d'ingaggio assai elastiche, "disprezzo sfrenato", culto della forza fisica, il pregiudizio che "i palestinesi sono tutti terroristi", questa la miscela esplosiva che ha portato agli eccessi che le organizzazioni umanitarie hanno denunciato come crimini di guerra. Un'accusa che Israele ha respinto, ribattendo che le perdite tra i civili palestinesi sono state causate dal fatto che i miliziani di Hamas si facevano scudo della popolazione che affolla i centri abitati, nel cuore dei quali, però, l'esercito israeliano non ha esitato ad adoperare una potenza devastante.

Qui tuttavia non si parla né di bombe al fosforo né di altri micidiali ordigni sconosciuti. Si parla, per quanto possa sembrare fuori logo trattandosi di una guerra, di morale. Non è un caso che il ministro della Difesa, Ehud Barak, si sia precipitato a ribadire che l'esercito israeliano "è la forza armata più morale che esista al mondo". Aggiungendo che, al massimo, quelli da chiarire sono "episodi individuali".

Non la pensano così, invece, i protagonisti dei racconti. A parte alcuni casi di fuoco senza avvertimento contro civili, un comandante descrive alcuni episodi di vandalismo. "Scrivere "morte agli arabi" sui muri (delle case occupate), prendere le foto di famiglia e sputare su di esse soltanto perché lo puoi fare, credo che questa sia la cosa più importante per capire quanto le forze armate israeliane siano precipitate sul piano della morale".

mercoledì 18 marzo 2009

Intervista a Esperanza Martinez, presidente di Acción Ecológica

Rappresaglia del governo ecuadoriano contro la ONG ecologista
Lunedì 9 marzo, attraverso un decreto ministeriale, il governo ecuadoriano ha tolto la personalità giuridica ad Accion Ecologica, un’associazione riconosciuta a livello nazionale e internazionale che da più di 20 anni lotta in difesa della natura e dell’ambiente. Senza alcuna motivazione formale, il governo ha deciso di chiudere l’associazione, sostenendo che non ha rispettato i fini per i quali era stata costituita, quando invece, leggendo lo statuto, è evidente che Accion Ecologica ha sempre lavorato rispettando i propri fini, per questo la decisione del governo è un chiaro atto di censura e rappresaglia nei confronti di un’organizzazione che ha sempre denunciato le devastazioni provocate dall’estrazione petrolifera e, attualmente, mineraria. Esperanza Martinez, presidente di Accion Ecologica, denuncia ai nostri microfoni questo grave fatto e chiede di sottoscrivere l’appello a sostegno dell’organizzazione.
L'intervista di Ya Basta! con la traduzione [ audio ]

Istanbul: due attiviste dei movimenti dell’acqua espulse dal paese

Le attiviste dell’organizzazione internazionale International Rivers, che dentro il Centro congressi che ospita il Quinto Forum Mondiale dell’Acqua hanno aperto lunedì 16 marzo uno striscione per dire no alle dighe, sono state oggi espulse dalla Turchia e rimpatriate nei rispettivi Paesi.
Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, assieme alle organizzazioni e alle reti internazionali che partecipano al Forum Alternativo dell’acqua, esprimono il loro sdegno nei confronti dell’iniziativa del governo turco e dei partecipanti al Foro ufficiale, che si sono rifiutati di prendere le distanze da un fatto così grave.
La vicenda delle due attiviste espulse segue inoltre di poche ore la brutale repressione della polizia verso il corteo di 300 persone che la mattina del 16 marzo manifestava contro l’apertura dei lavori del Forum dell’Acqua, e il conseguente arresto di 17 cittadini turchi, rilasciati nella giornata di ieri.
Le due attiviste Payal Perek e Ann – Kathrin Schneider, entrambe di International Rivers, lunedì 16 marzo sono entrate regolarmente con il loro pass da 500 euro durante i lavori del Quinto Forum Mondiale e hanno srotolato uno striscione con la scritta: “No risky dams”, “no alle dighe pericolose”, slogan che hanno ripetuto anche a voce.
Le due sono state immediatamente arrestate e rimpatriate per reato d’opinione. Il comunicato ufficiale rilasciato qualche ora dopo, parla di “magnanimità del governo turco", che altrimenti prevede l’incarcerazione minima di un anno per questo tipo di trasgressioni.
Payal Parek, statunitense, poco prima di lasciare la Turchia ha detto:” Le grandi dighe portano con sé bugie e di danni. Continuano a costruire dighe con rischi inaccettabili per le persone e per il pianeta”. Ann - Katrine Schneider : “La diga di Llisu, nel sudest della Turchia è il simbolo delle politiche sull’acqua e l’energia che distruggono le comunità e l’ambiente”. Entrambe, poco prima di partire, hanno fatto un appello ai partecipanti al WWF, quello di "interprendere soluzioni più avvedute e trasparenti, che sono già attuabili".
Anche Maude Barlow, Senior Advisor on Water Issues” per l’Onu dice: "Quello che è successo è l’esempio della debolezza dei gruppi economici presenti all’interno del Forum Sociale dell’acqua. Rispetto a Città del Messico, il Consiglio dell’acqua si sente assediato, i movimenti hanno preso maggiore coscienza e consapevolezza. E’ paradossale – continua Maude - che il Water Forum, presentato come un foro democratico aperto a tutti, chieda l’accredito di 500 euro per poter accedere e poi rispedisce a casa chi tira fuori uno striscione”.

Medvedev annuncia un programma di investimenti nel riarmo

di Astrit Dakli
Alla fine, la vera «misura anticrisi» del governo russo, al di là di tanti discorsi, è stata messa sul tavolo ieri dal presidente Dmitrij Medvedev: un grande programma di riarmo – o meglio di riammodernamento delle forze armate – che comporterà nei prossimi anni massicci investimenti in una serie di industrie chiave per l’economia nazionale, con considerevoli effetti indotti. Niente cifre, per carità (in fondo si tratta di segreti militari): si parla solo di una quarantina di miliardi di dollari di nuovi investimenti nel periodo 2009-2011, ma è evidente che il discorso pronunciato ieri dal leader russo con toni un po’ generici è il riassunto di complesse considerazioni politiche, strategiche ed economiche circa la situazione generale del paese e i rischi che esso si trova di fronte.
Ovviamente, Medvedev è partito dalla giustificazione diretta che deve star dietro a un programma di riarmo: la minaccia esterna, in questo caso rappresentata ancora una volta dalla Nato e dai suoi «perduranti» programmi di espansione lungo i confini della Federazione russa. La Nato si vuol allargare, la Nato ammoderna le sue tecnologie, la Nato ci preme – dice Medvedev – e noi dobbiamo dunque rispondere ammodernando le nostre strutture, migliorando la tecnica e la logistica, ecc. Inoltre, continua, ci sono problemi ancora del tutto irrisolti di «terrorismo» e di «instabilità delle regioni adiacenti» alla Russia: leggi, strisciante guerriglia armata nelle repubbliche nord-caucasiche appartenenti alla Federazione e revanscismo aggressivo negli stati indipendenti tipo Georgia o Azerbaigian. Anche rispetto a questa doppia minaccia, l’opportunità di rendere più moderno, efficace ed incisivo il funzionamento della macchina militare russa è evidente.En passant, il leader russo ha fatto una considerazione assai insolita: ha detto che la breve e pur vittoriosa guerra dell’agosto scorso con la Georgia «ha evidenziato dei problemi che vanno affrontati e risolti». Ha confermato cioè la sensazione che gli osservatori meno prevenuti avevano provato nei giorni del conflitto: quella di una forte difficoltà logistica dell’esercito russo (che impiegò davvero troppo tempo per arrivare nei punti dove era necessaria la sua presenza) accompagnata da un pesante deficit di efficienza della forza aerea (troppi aerei abbattuti dai georgiani ed evidente insufficienza degli apparati di puntamento elettronici) e da un inspiegabile non-uso dell’elicottero come mezzo di trasporto rapido. Se vogliamo andare anche oltre nelle interpretazioni, si potrebbe dire che forse difficoltà e problemi dei russi erano stati ben individuati e previsti dai georgiani (o meglio dai loro protettori americani) nei mesi precedenti la guerra, al punto da incoraggiare l’attacco sferrato da Tbilisi: Mikheil Saakashvili, in altre parole, potrebbe aver pensato davvero di poter vincere quella guerra, sapendo dai suoi protettori quali erano i problemi russi e puntando sulla rapidità e sulla sorpresa per sfruttarli fino in fondo. Cosa che non è andata troppo lontana dalla realtà, in effetti: se i georgiani fossero stati più efficienti e rapidi nell’azione, per i russi reagire senza ricorrere a bombardamenti massicci su Tbilisi sarebbe stato molto molto più difficile, ci sarebbe stata una sorta di «fatto compiuto» molto complicato da rovesciare, anche politicamente.Tornando a Medvedev e al suo programma di riarmo, va notato che tutti i discorsi sulla «preparazione al combattimento» e sulla «nuova, moderna abilità» si riferiscono soprattutto alle componenti elettroniche e digitali dei sistemi d’arma, alle nanotecnologie, ai motori, ecc. Insomma ai settori industriali che da tempo Medvedev sostiene di voler rilanciare.
Non a caso negli ultimi mesi c’è stato un insolito susseguirsi di notizie, normalmente tenute nascoste o comunque non esibite dai vertici militari, a proposito di difficoltà e problemi nell’hardware dell’aviazione (nel controllo su 200 Mig 29, il pezzo forte dell’aviazione da guerra russa, ben 90 sono risultati difettosi al punto da essere inidonei al volo) e di altri settori militari.
Oggi il presidente ha sottolineato soprattutto la necessità di aggiornare e modernizzare anche il «braccio» nucleare strategico, sempre potentissimo ma a forte rischio di obsolescenza soprattutto nel comparto dei sommergibili d’attacco: non a caso sempre ieri è stato annunciato l’inizio dei collaudi di un sommergibile atomico di nuova generazione, lo Yurij Dolgorucki, e la prossima adozione di un nuovo missile, lo Ss-24.
Articolo pubblicato sul Manifesto del 18 marzo 2009

martedì 17 marzo 2009

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani: in una sola settimana 5 palestinesi uccisi, 26 feriti e 54 arrestati.

Gaza – Infopal.
In un dossier a cura del Centro Palestinese per i Diritti Umani si legge che le forze di occupazione israeliane, solo durante la scorsa settimana, hanno ucciso cinque cittadini palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, ferito altri 26 e arrestato 54, oltre alle 40 incursioni compiute in Cisgiordania.
Nel suo rapporto che copre le violazioni commesse dall’occupazione israeliana nel periodo dal 5/3/2009 al 11/3/2009, il Centro ha affermato che quattro palestinesi sono stati uccisi a Gaza e un altro in Cisgiordania; dei 26 feriti, tra i quali si contano sei bambini, 20 sono della Cisgiordania. Durante il periodo preso in esame, le forze di occupazione hanno effettuato 40 incursioni in Cisgiordania, durante le quali hanno arrestato 54 cittadini palestinesi e trasformato tredici abitazioni in posti di controllo militare. Anche gli aerei da guerra proseguono i loro attacchi contro la Striscia di Gaza, in particolare quelli giornalieri lungo la frontiera con l’Egitto.
Il rapporto tratta inoltre il proseguimento della politica di ebraicizzazione della città di Gerusalemme, spiegando che l’occupazione ha consegnato 129 avvisi ad altrettante famiglie per evacuare le loro case: un migliaio di cittadini, in maggioranza bambini, sono minacciati di rimanere senza tetto. Due famiglie delle città vecchia di Gerusalemme e di Surbaher sono state costrette a demolire le proprie abitazioni.
Continuano anche le opere di colonizzazione e le aggressioni da parte dei coloni in Cisgiordania: 22,2 ettari di terreni agricoli sono stati sequestrati nelle province di Ramallah e Hebron e vengono bloccate le strade della provincia di Nablus, in modo da impedirne il transito ai cittadini palestinesi.
Sempre nello stesso periodo le forze di occupazione hanno perpetuato gravi violazioni nei territori occupati, molte delle quali rientrano tra i crimini di guerra secondo le leggi internazionali.
Le autorità israeliane proseguono l’assedio della Striscia di Gaza per il terzo anno consecutivo: oltre a imporre sui cittadini ulteriori pene nell’ambito della politica di punizione collettiva, in violazione delle leggi internazionali e umanitarie, continuano a confiscare terreni a beneficio dei progetti coloniali e a favore della costruzione del muro che separa le terre della Cisgiordania.
Il rapporto sottolinea come questi crimini avvengano nel silenzio internazionale, che incoraggia l’occupazione a commetterne altri, consolidando le proprie pratiche di Stato sopra la legge.

Istanbul. Forum acqua, 17 arresti tra i manifestanti

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Alle 12 di questa mattina sotto gli occhi della stampa internazionale, la polizia in tenuta antisommossa ha caricato i circa 300 manifestanti del Forum Alternativo dell’Acqua ad Istanbul, riunitisi per protestare contro l’inizio dei lavori del Quinto Forum Mondiale dell’Acqua.
Dopo un breve scontro violento il corteo è stato disperso con l’uso di idranti. Numerose le persone coinvolte negli scontri. Arrestati 17 attivisti turchi, di cui al momento non si hanno notizie certe. Una delegazione internazionale del Controforum si è recata presso la stazione di polizia per avere notizie degli arrestati, mente un’altra delegazione si è recata al Forum ufficiale per rendere noto quello che era successo.
Manganelli e idranti per disperdere centinaia di persone accorse a Istanbul da tutto il mondo per manifestare pacificamente contro il World Water Forum e per difendere l’acqua, bene di tutti e di nessuno, dal mercato e dalle privatizzazioni. L’incontro organizzato dal Congresso Mondiale dell’Acqua sotto l’egida di multinazionali, della Banca Mondiale e dei governi che vogliono vendere e spartirsi l’acqua del pianeta, è iniziato questa mattina con la carica della polizia in assetto antisommossa. 17 gli arresti, tutti attivisti dei sindacati e dei movimenti della sinistra turca che si richiamano al movimento di Platform, decine le persone contuse coinvolte negli scontri. A nulla è valsa la presenza della folta delegazione internazionale, tra cui numerosi esponenti del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, la rete interamericana Red Vida, la Rete europea dei movimenti per l’acqua e quella africana ed asiatica, per dissuadere l’intervento violento della polizia turca, più volte accusata dalle forze sociali locali e dai report di alcune organizzazioni internazionali, di gravi violazioni dei diritti umani. I diciassette arrestati sono adesso all’ospedale per i controlli di routine. Nelle prossime ore – come ci è stato riferito dall’avvocato – continuerà la negoziazione fra polizia e sindacati per un loro possibile rilascio, o saranno giudicati per direttissima già in giornata.
La carica della polizia e l’arresto dei manifestanti è stata considerata dagli attivisti del Controforum un grave atto intimidatorio. Al grido di “L’acqua è vita, libertà”, è stato urlato il dissenso contro i militari, che hanno attaccato con violenza chi manifestava pacificamente perché l’acqua fosse un bene comune. La protesta e il risultato degli scontri sono stati portati anche all’interno del World Water Forum dove in queste ore una delegazione di attivisti sta contestando i delegati del Forum ufficiale. Nei prossimi giorni, il Controforum avanzerà le proprie proposte, che verranno lanciate negli incontri e nei seminari previsti e in alcune conferenze stampa.
Articolo pubblicato sul sito di Carta

El Salvador - Vince il Frente. Il neopresidente è Mauricio Funes

di Riccado Bottazzo, giornalista di Carta

Sensuntepeque, dipartimento di Cabaña. El Salvador. Domenica 15 marzo ore 22,40
Tutte. Bisogna dargli atto che le hanno provate tutte pur di non far vincere Mauricio Funes, il candidato dell’Fmln, il Frente Farabundo Martin di Liberazione Nazionale, il primo partito di ex guerriglieri che si propone come forza di governo. Questo paese che ha fatto del neoliberalismo più feroce la sua religione, dove la terra, le ricchezze e il governo, sin dai tempi della conquista spagnola, sono nelle mani di 14 famiglie e dove i pueblos indigeni sono stati praticamente estinti, è stato governato negli ultimi vent’anni da un partito che rappresenta la destra più reazionaria di tutto il centroamerica: l’Arena, l’Alleanza Repubblicana Nazionalista. Gli anni che hanno seguito il trattato di pace tra la guerriglia dell’Fmln e il governo, nel ’92, sono stati anni di desaparecidos e omicidi politici, di svendita di tutte le ricchezze minerarie alle corporation Stelleestriscie che in cambio hanno inquinato e avvelenato intere regioni. Anni in cui il narcotraffico è entrato con i suoi capitali nelle aule di governo e con la violenza nelle strade delle città (si marcia su una media di un migliaio di morti all’anno). Anni di povertà, di violazioni quotidiane dei diritti umani, di privatizzazioni delle terre dove oramai si coltiva solo per le esportazioni e non per la sussitenza, di avvelenamento delle acque rese imbevibili in tutto il territorio, di espulsione di contadini e di rappresaglie feroci per chi resisteva. Eppure, quest’oggi, domenica 15 marzo del 2009, il Salvador è riuscito a voltare pagina. Ho visto, qui a Sensuntepeque, donne uscire dalle case e piangere per la gioia, gente che ballava per le strade e caroselli di auto con giovani che sventolavano le bandiere rosse del Frente. Ho visto un ex guerrigliero cui le squadre della morte hanno tagliato entrambe le due mani, reggere la sua bandiera tra i denti e non ho avuto il coraggio di fotografarlo. Oggi la storia la scrivono loro. Con i seggi scrutinati per il 95%, Mauricio Funes ha battuto il rivale “arenero”, Rodrigo Avila, ottenendo una percentuale del 51,3%. Oramai non ci sono più dubbi: lo stesso tribunale elettorale – in teoria indipendente ma nei fatti saldamente in mano all’Arena – lo ha appena proclamato presidente del Salvador. Ma è stata dura, dura sino alla fine. L’Arena le ha provate tutte pur di non consegnare il Paese a Funes e recuperare quei sei o sette punti percentuali di svantaggio che i sondaggi le assegnavano.Telegiornali a senso unico, pressioni dalla stampa che qui come in tutta l’America centrale è il passa veline della destra, che accusava in ogni pagina Funes di essere un amico di terroristi come le Farc o, addirittura Al Quaida, sino ad insinuare che, in caso di sua vittoria, gli Usa chiuderebbero il rubinetto dei fondi che gli immigrati spediscono a casa. Un quarto delle famiglie, qui in Salvador, riesce a sopravvivere solo grazie al denaro che dei figli o dei genitori che lavorano negli Stati Uniti. Ma un partito come l’Arena non si limita alle calunnie politiche. Sono passati anche ai fatti: 5 morti e 2 desaparecidos, (e parliamo solo di fatti accertati) sono costate all’Fmln la vittoria di Funes. Vittime che si aggiungono al centinaio di omicidi politici perpetuati dalla polizia o dalle squadre della morte negli anni in cui Avila, il candidato presidente arenero, era il capo della polizia. Nel dipartimento di Cabaña, dove ho seguito le elezioni al seguito di una delegazione di osservatori internazionali, l’Arena ha messo in scena una vera e propria commedia teatrale dal titolo “Come ti tarocco l’elezione”. Il sipario si apre con le pressioni e le intimidazioni agli osservatori. “Purtroppo in questo paese gli animi sono molto accesi. La polizia è poca e i comunisti senzadio tanti. Non possiamo garantire la vostra sicurezza. Vi consigliamo di andarvene e comunque state molto, ma molto attenti a quello che fate”. Parole e musica del responsabile di Sensuntepeque del Tribunale Elettorale Nazionale. Che ha subito aggiunto che, per fortuna e come ultima istanza, c’è sempre la Humo pronta. La Humo è uno speciale distaccamento composto da poliziotti e volontari addestrati del dipartimento. Senza tante perifrasi: una squadra della morte. L’ultimo atto il giorno delle elezioni con gli areneri che girano per le strade vicine ai seggi con rotoli di dollari (il colon è fallito negli anni ’90. Ora vale solo il dollaro Usa) in mano. Un voto a Sensuntepeque costa 20 dollari. A San Salvador, dove evidentemente sono più ricchi, 50. L’Arena, lo avrete capito, problemi di denaro, così come di coscienza, non ne ha. E poi c’erano i carri bestiame provenienti dalla vicina frontiera con l’Honduras. Camion stracarichi di contadini honduregni ammassati come neanche gli animali, che i loro padroni portavano in “regalo” agli amici dell’Arena. La forza lavoro sfruttata diventa forza elettorale sfruttabile. “Sono dei veri e propri schiavi della terra che i fazenderos pagano soprattutto con alcol. Poveri disgraziati cui hanno tolto anche il coraggio e la dignità di scrivere ‘mierda’ nella scheda elettorale” mi ha spiegato schifato un giornalista honduregno che li ha riconosciuti. Ho contato perlomeno una ventina di camion nei dintorni del “parque”, la piazza centrale di Sensuntepeque dove si sono svolte le elezioni. E questo è probabilmente il motivo per cui l’Fmln, che ha vinto il tutto il resto del Paese, ha perso qui, nel dipartimento di Cabaña, in zona “frontieriza”. “Ma chissenefrega – mi ha commentato alle 11 di notte un ragazzo con un enorme tamburo sottobraccio che ho trovato per le strade di una Sensuntepeque ancora in festa-. Oggi ha vinto il Frente. Oggi ha vinto il Salvador anche contro tutti i loro brogli. Oggi ha vinto el pueblo”. Con un nutrito gruppo di amici musicisti, va a piazzare il suo tamburo sotto le finestre della camera da letto del suo sindaco arenero. E cominciano a suonare quella vecchia canzone degli Inti Illimani che tutti noi ci ricordiamo.

sabato 14 marzo 2009

Pacifista americano gravemente ferito durante una manifestazione contro il muro

Ramallah - Infopal. Ieri, a Nil’in, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro attivisti palestinesi e internazionali che manifestavano pacificamente contro il Muro dell’Annessione.
Un cittadino statunitense è rimasto gravemente ferito alla testa da un lacrimogeno lanciato dai soldati israeliani. Testimoni locali hanno riferito che il candelotto gli ha provocato uno squarcio nella fronte rendendo visibile la materia cerebrale.
L’agenzia AP ha riportato che un attivista dello ISM - International Solidarity Movement -, Tristan Anderson di Oakland, in California, è stato ricoverato in condizioni critiche in un ospedale di Tel Aviv.
Altre 4 persone sono state colpite da proiettili di metallo rivestiti di gomma e decine di altre sono state intossicate dai lacrimogeni.
La manifestazione nonviolenta di Nil’in è un appuntamento settimanale, avviato da tempo, e, come l’analogo di Bil’in, è molto popolare. Pacifisti internazionali e israeliani si uniscono al corteo che parte ogni venerdì dalla cittadina e si dirigono verso il Muro di Annessione costruito da Israele, sottraendo terre ai palestinesi.
In questi giorni ricorre l’anniversario della morte di un’altra attivista dello ISM, Rachel Corrie, uccisa da un bulldozer israeliano nel 2003.
Il video da ISM Palestine

giovedì 12 marzo 2009

Veolia: acqua, rifiuti e gli affari con Israele



































































Il Presidente Correa chiude Acción Ecológica

Rappresaglia del governo ecuadoriano contro la ONG ecologista.
Con il decreto ministeriale 00000157 del 2 Marzo, giovedì scorso il governo ecuadoriano di Correa ha ritirato, senza alcuna spiegazione formale, la personalità giuridica ad Acción Ecológica, la storica Ong ecuadoriana che dall'1989 è impegnata nel suo Paese come oltrefrontiera nella difesa dell'ambiente e dei diritti indigeni. L'organizzazione ecologista è molto conosciuta sia a livello internazionale che nel nostro Paese per le campagne in difesa del parco nazionale Yasunì e contro le devastazioni dello sfruttamento petrolifero in Amazzonia. Malgrado la recente approvazione della nuova Costituzione considerata il fiore all'occhiello dell'ambientalismo, la repressione del governo nei confronti della Ong è imputata alle posizioni critiche che hanno mosso i suoi attivisti nei confronti dello sfruttamento minerario delle grandi multinazionali favorito dal governo, politiche di "sviluppo" economico che sono causa del grave inquinamento delle falde acquifere, di contaminazione tossica tra la popolazione e di numerosi disastri ambientali negli ecosistemi amazzonici.

La morte dell’informazione: i media e la guerra di Gaza

Il saggio è un tentativo di analisi critica che vuole spiegare come i media (italiani in particolare ma l'analisi è estendibile ai principali media internazionali) , nello specifico la televisione, hanno rappresentato l’attacco militare israeliano alla Striscia di Gaza. Il principale obiettivo è, prima ancora di illustrare come i media hanno distorto la realtà, mettere i gestori dell’informazione di fronte alle proprie responsabilità per aver avallato l’attacco, fornendone la necessaria copertura e la giustificazione ideologica. Fattore fondamentale nel successo politico-militare israeliano è infatti l’efficacia e l’organizzazione della propaganda, la versione dei fatti israeliana accettata quasi senza critiche e senza riscontri.

Spero questo saggio (vai all'estratto) possa aiutare a capire il ruolo fondamentale che i media hanno giocato nella costruzione dell’opinione pubblica e nella manipolazione del consenso, presentando una realtà che non è mai neutrale, ma che riflette quasi sempre l’ideologia e gli interessi dei gruppi egemoni.

Enrico Bartolomei - Casco Bianco presso l'Alternative Information Center, Beit Sahour.
P.S. il saggio dovrebbe uscire a giorni su http://www.peacelink.it/.

Brigate di Osservazione in Chiapas


Il CAPISE - Centro de Análisis Político e Investigaciones Sociales y Económicas - invita a partecipare alle Brigate di Osservazione in Chiapas.
Riportiamo la lettera di invito.
Per ulteriori informazioni scrivere a yabastanapoli@yahoo.it

Compañeras y compañeros.
El Centro de Análisis Político e Investigaciones Sociales y Económicas convoca nuevamente a la participación en las Brigadas de Observación de Tierra y Territorio (BOTT). El registro para participar en las BOTT iniciará a partir del 9 de marzo de 2009. Las BOTT se enmarcan dentro de la Campaña Mundial por la Defensa de las Tierras y los Territorios Indígenas y Campesinos de Chiapas, de México y del Mundo, lanzada públicamente el 25 de marzo del 2007. Los intentos de desalojo forzoso de tierras recuperadas, el despojo legalizado de tierras y, la violencia directa o indirecta de las autoridades federales, estatales y municipales contra pueblos zapatistas es constante y sostenida, frente a esta situación, hacemos un llamado a la sociedad civil organizada, nacional e internacional, a participar en las Brigadas de Observación Tierra y Territorio. Uno de los propósitos de las BOTT es la observación y documentación de las violaciones de Derechos Colectivos y Derechos Humanos de pueblos indígenas. La documentación especifica y minuciosa nos permite desarrollar cuatro pasos fundamentales en la creación de un frente de defensa:

1.- Investigación.

2.- Documentación.

3.- Denuncia y,

4.- Defensa de Derechos Colectivos y Derechos Humanos de Pueblos indígenas.

REQUISITOS:

I-Ser mayor de 18 años.

II-Contar con un mínimo de 9 días corridos para su estancia en campo.

III-Contar con una carta aval membretada y firmada de una organización, institución o colectivo. Presentar dos fotocopias de la misma. Para mexicanos: la organización debe ser adherente a la Sexta

IV-Contar con dos referencias personales

V-Realizar una entrevista personal con CAPISE (lunes, martes o miércoles)

VI-Si es mexicano o mexicana, presentar identificación oficial (pasaporte, licencia,cartilla, credencial de elector o licencia demanejo, vigentes) y tres fotocopias.

VII-Si es extranjero o extranjera, pasaporte y forma migratoria vigente con tres fotocopias.

VIII-Presentar fotografía vigente a color (tamaño pasaporte)

IX-Español fluido.

X-Participar en los talleres de capacitación los jueves a partir de las 9.30 am. en las oficinas del CAPISE, en San Cristóbal de Las Casas,Chiapas.

Horarios de atención para Brigadistas: de lunes a viernes de 10:00 a 14:00 y de 17:00 a 19:00 hrs.

Si deseas participar en las BOTT, solicíta lo escribiendo a: mailto:brigadas@capise.

Atentamente

Centro de AnálisisPolítico e Investigaciones Sociales y Económicas A.C.

Togliamo le basi alla guerra: 14 Marzo a Napoli

Viviamo in un momento di crisi globale alimentata dalla guerra permanente che è espressione della politica bellicista e militarista dei paesi occidentali, Usa, Unione Europea, ma anche dei Governi italiani succedutisi negli ultimi anni.
In concomitanza con la celebrazione del 60° anniversario della NATO prevista il prossimo 4 aprile 2009 a Strasburgo, accogliamo l’invito ad una mobilitazione mondiale per l’abolizione della Nato, lo smantellamento di tutte le Basi militari straniere nel mondo, lo smantellamento unilaterale di tutti gli armamenti nucleari e condanniamo tutte le azioni che mirano alla costruzione di nuove armi nucleari in qualsiasi continente.
In prospettiva dell’appuntamento europeo, lanciamo l’Assemblea e la mobilitazione per il 14 marzo a Napoli per togliere le basi alla guerra permanente.
In Italia vi sono oltre 100 basi ed installazioni militari che vanno da Bolzano a Lampedusa, rendendoci complici degli interventi armati mascherati da missioni di pace o umanitarie. Queste strutture costituiscono un grave pericolo per la sicurezza dei cittadini esponendoli al rischio di incidenti nucleari, inquinamento elettromagnetico ed acustico, alla possibilità di attentati terroristici.
Portaerei, cacciabombardieri, sottomarini, aerei, elicotteri, missili, bombe, scie chimiche, macchine di morte di ogni specie possibile passano e stazionano nelle installazioni militari rilasciando radioattività che contamina l’ecosistema marino con ricadute ultime sulla catena ecologico-alimentare.
Abbiamo detto NO al Dal Molin e continueremo a dirlo, ma lo stesso vale per il resto del territorio italiano, oramai ricoperto di basi e prima linea della guerra globale.
Perché Napoli?
Napoli è una città invasa da strutture militari, e uno dei principali porti per sostenere i conflitti in Medio Oriente ed ora sede del comando di Africom: qui si è trasferito il comando di tutta la Marina Militare statunitense, per il controllo di Europa, Asia (Medio Oriente) e Africa. Snodo del traffico di portaerei, sottomarini a propulsione nucleare e armamenti di ogni genere.
In Campania è stato sperimentato il nuovo metodo di controllo militare delle periferie con il decreto rifiuti che ha annullato gli spazi fondamentali di democrazia paventando la difesa del territorio ed utilizza l’esercito in funzione di ordine pubblico.
Perché il 14 Marzo?
Abbiamo scelto questa data per ricordare i sei anni di guerra d’aggressione e di rapina all’Iraq, e le trattative dell’Eni per Nassiriya ne sono la conferma.

ore 10,30 Assemblea Nazionale del Patto permanente contro la guerra presso Antisala dei Baroni, Maschio Angioino
ore 15:00 concentramento a piazza del Gesù per raggiungere il porto nuclearizzato

TOGLIAMO LE BASI ALLA GUERRA
Patto permanente contro la guerra Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del territorio- Campania, Rete Lilliput, Asper-Eritrea, Donne in nero, PeaceLink, Un ponte per…, Sinistra Critica, La Comunità per lo sviluppo umano, Federazione Campana RdB/CUB, Attac, Confederazione COBAS, Comunità palestinese, Orientale 2.0, Acli Arenella, Laboratorio occupato Insurgencia, Pax Christi, Scuola di Pace, Vas, Manitese, Centro Gandhi Edizioni e Quaderni Satyagraha, Rete dei Comunisti, Cvx, Red Link, Coordinamento Regionale Rifiuti della Campania, Comitato Chiaiano, Rete Salute e Ambiente, Coordinamento Flegreo, Mani libere Italia, Comitato per la Marcia Mondiale, Marco Mascagna Onlus, Rete Sanità, Area Antagonista Campana, Comitato campano di solidarietà con il popolo palestinese, Movimento disoccupati Banchi Nuovi, Cantieri Sociali, Cooperativa sociale Dedalus, Associazione Priscilla, Giuristi democratici, Associazione Umanista Help To Change, Ass. Ya Basta! Napoli, Azione Nonviolenta de Sardigna periodico del Movimento Nonviolento –Nuoro, Rete Nazionale Disarmiamoli, Unione Disoccupati Napoletani, UDO, MdL, MIL, EDN, Coordinamento di Lotta per il Lavoro, Sindacato Lavoratori in Lotta, Comitato Cittadino San Giorgio a Cremano, Operatori di Pace – Campania, UDU, UDS, Associazione Reciprocità, Radio Vostok, Tavolo della Consultazione Vicenza, Presidio Permanente No Dal Molin, Vicenza Libera, Tavolo della Consultazione Vicenza, Associazione Umanista Help To Change, Assopace Napoli, Centro Solidarieta' Internazionalista Alta Maremma.

martedì 10 marzo 2009

Brigate Sanitarie in Chiapas - Estate 2009


Prima Brigata dal 10 al 23 agosto
Seconda Brigata dal 24 al 31 agosto

Brigate Sanitarie a sostegno del Sistema Sanitario Autonomo Zapatista Estate 2009
Le Brigate sono aperte alla partecipazione di personale medico, studenti ed operatori sanitari.
“…no es necesario conquistar el mundo, basta con hacerlo de nuevo…”

Brigate sanitarie

Attualmente le comunità zapatiste hanno allestito all’interno dei Caracoles strutture autonome per la formazione e l’ assistenza sanitaria, in particolare cliniche e consultori. Le precarie condizioni di salute della popolazione indigena che il governo messicano, attraverso la "guerra di bassa intensità", vorrebbe mantenere, sono assunte come priorità all’interno del programma di salute comunitaria affinché si possa rispondere alle necessità della situazione attuale locale.Per questo gli zapatisti hanno preso in carico il tema della salute formando i loro promotori sanitari che mantengono vivo lo studio e la conoscenza della medicina tradizionale maya confrontandosi con quella ufficiale.Attraverso la nostra presenza invitiamo chi lavora nel settore sanitario o chi desidera approfondire il sistema sanitario autonomo a costruire uno spazio di condivisione su questi temi con i promotori zapatisti e a visitare le strutture addette a tale compito.


Siamo inoltre impegnati in una RACCOLTA MEDICINALI E STRUMENTAZIONE DA CONSEGNARE AL SISTEMA DI SALUTE AUTONOMA

Già nell’estate 2008 abbiamo consegnato un gran numero di medicinali alla Giunta di Buon Governo del Caracol de La Realidad e alla Clinica del Caracol de La Garrucha; insieme ai medicinali abbiamo fornito anche apparecchiature mediche per la cura delle malattie respiratorie che colpiscono soprattutto i bambini e gli anziani. Contiamo di portare ancora medicinali e apparecchiature che servano al funzionamento delle microcliniche presenti nei villaggi e che garantiscono il presidio sanitario di prima assistenza.

RICHIESTE PARTICOLARI DEL SISTEMA SANITARIO AUTONOMO ZONA SELVA

Attrezzature
Elettrocardiografo portatile
Attrezzatura portatile per anestesia e rianimazione
Elettrocoagulatore

Farmaci
Siero antivipera nella formulazione che non richiede la conservazione in frigorifero e che è quindi facilmente trasportabile anche per lunghi periodi

“Donde habia muerte, empieza a haber vida” Sub comandante insurgente Marcos

Per l’estate 2009

L’Associazione Ya Basta propone la formazione di Brigate in diversi periodi tra agosto e primi di settembre.
Le Brigate saranno articolate in Corsi di Formazione per i Promotori di Salute divisi in tre livelli.

Sostegno alle consulte mediche - Visita e Conoscenza delle Strutture della Sanità Autonoma Zapatista

Le Brigate sanitarie sono coordinate da:

Marco Giusti fisioterapista responsabile Associazione Ya Basta Moltitudia Roma

Roberto Marinello pediatra responsabile Associazione Ya Basta Nord Est

Per contatti:


Informazioni presso tutte le sedi dell’Associazione Ya Basta

MATERIALI DI INFORMAZIONE

L’esperienza delle Brigate Sanitarie
Leggi il racconto - Ascolta l’audio
Il potere curativo della comunità di Raul Zibecchi
Vai all’articolo
Il Sistema sanitario autonomo
Relazione Estate 2007 - Vai all’articolo
Approfondimenti sulla sanità messicana e l’esperienza zapatista
Vai alla pagina OTRA SALUD

QUESTA TERRA E’ LA NOSTRA TERRA

Festival-Incontro dal 15 al 19 aprile a Montebelluna-Tv

Dal 18 al 20 aprile 2009 si terrà in provincia di Treviso il summit del G8 dei ministri dell’Agricoltura in cui verranno definite le politiche mondiali in tema di agricoltura. Numerose associazioni, gruppi, comitati della zona lanciano un invito a costruire un grande evento di valorizzazione di un altro modo di concepire il rapporto con la terra e le risorse.
APPELLO
Crediamo che questa sia un’occasione importante per dare voce alle esperienze di tutti coloro che, nel nostro territorio e nel mondo, lottano per la sovranità alimentare, contro gli OGM, per la qualità dell’ambiente e del cibo, per la difesa, l’uso sostenibile e la democrazia delle risorse naturali, in una parola, per la nostra terra.
Viviamo oggi la crisi profonda di un sistema globale, basato su sfruttamento, distruzione ambientale, saccheggio delle risorse, povertà, che ha dimostrato i suoi profondi limiti ed è per questo che pensiamo ci sia la necessità di intraprendere un nuovo cammino che ritrovi, nel rapporto con la terra e con l’ambiente, il senso di un’umanità degna.
Per questo proponiamo a tutte le realtà della società civile, agli agricoltori, ai comitati per l’ambiente, ai gruppi d’acquisto solidale, di dare vita al Festival-Incontro "Questa terra è la nostra terra" come momento di discussione, confronto e mobilitazione in Provincia di Treviso nei giorni di aprile del G8. Un occasione per valorizzare in comune i legami con la terra, la civiltà contadina, la produzione agroalimentare tipica, libera dagli OGM, le mobilitazioni contro la devastazione ambientale, per le alternative energetiche e la creatività dei nostri territori. Un momento di narrazione collettiva di un diverso rapporto con la terra, con l’ambiente e con le risorse.

Promotori:
Associazione Ya Basta!; Città Bene Comune, Treviso; Paese Ambiente; Lega Ambiente; Comitato “18 Aprile” De’Longhi; Pace e Sviluppo, Treviso; Italia Nostra; Rete Radiè Resch Associazione di Solidarietà Internazionale, gruppo di Lancenigo-Maserada-Spresiano; Ass.ne ALISEI – Silea; Un’altra Treviso; sega@tura, Treviso; UbikLab, Treviso; Associazione per la decrescita sostenibile, Treviso.

Programma indicativo

Mercoledì 15 - Spettacolo di Marco Paolini – Montebelluna

Giovedì 16 - Iniziative locali

Venerdì 17 - Pianeta terra: sovranità alimentare diritto alla terra con la partecipazione dei Sem Terra brasiliani, Mapuche argentini, Oscar Olivera Bolivia e movimenti contadini asiatici.

Sabato 18 - Crisi climatica, crisi energetica: le vere alternative contro le bugie del nucleare

Domenica 19 - La nostra terra: incontro aperto

Sabato e domenica sarà allestito lo spazio espositivo aperto a produttori, espositori etc ...

Per info, adesioni e partecipazioni: questaterra@yahoo.it http://questaterralanostraterra.blogspot.com/

Scarica l’appello in formato PDF e diffondilo!

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!