giovedì 2 aprile 2009

GERUSALEMME, SI FA PRESTO A DIRE TRAM

di Michele Giorgio
I BINARI DELLA DISCORDIA

I lavori per la tramvia leggera stanno gettando nel caos la Città santa. Per i palestinesi il progetto è illegale, perché collegherà le colonie. Gli ebrei ortodossi non la vogliono: non sono state previste carrozze «kosher». Anche il sindaco ecologista è contrario alla railway. Ma c'è chi vi vede la realizzazione di un sogno di Theodor Herzl. Quando il mese scorso la società CityPass ha comunicato alle autorità - comune e governo - «di non ritenere realistica» la scadenza di settembre 2010 per la conclusione dei lavori di costruzione della rete tranviaria, gli abitanti di Gerusalemme sono stati sul punto di scendere in strada a protestare con rabbia. Il progetto che alla fine degli anni Novanta convinse Ehud Olmert, a quel tempo sindaco di Gerusalemme, non ha mai rispettato le scadenze. I ritardi si sono moltiplicati, i costi sono lievitati e i lavori che si svolgono in pieno centro, a ridosso della città vecchia e anche nella zona Est (araba) sotto occupazione dal 1967, scontentano un po' tutti. Ebrei e palestinesi, con motivazioni molto diverse, puntano l'indice contro il tram. «Non ne possiamo più - si lamenta Ilan Tirosh, proprietario di un negozio che s'affaccia su via Giaffa, il cuore della Gerusalemme ebraica -: da quando è in costruzione la rete del tram, subiamo disagi enormi e accumuliamo perdite economiche di cui nessuno sembra preoccuparsi. La strada è per gran parte chiusa al traffico automobilistico e vendiamo molto meno rispetto agli anni passati perché l'area è nel caos completo e tanta gente preferisce evitarla». Di ben altra natura sono le contestazioni palestinesi. «Certo anche per noi i disagi si stanno facendo insopportabili, ma il vero problema sta nella finalità politica di questo tram che attraversa la città - spiega il geografo Khalil Tufakji, esperto di colonizzazione israeliana -. Dicono di voler soltanto garantire trasporti pubblici moderni ed ecologici a una città prigioniera del traffico automobilistico, ma ignorano le risoluzioni internazionali. Intanto i binari attraversano anche la zona araba, collegando gli insediamenti colonici (chiamati dagli israeliani "quartieri", ndr) e nessuno si è sognato d'interpellare i palestinesi». Il costo totale della «Jerusalem light railway» è di 3,3 miliardi di shekel (circa 600 milioni di euro): 2/3 messi dalla CityPass (un consorzio di imprese israeliane e francesi) e 1/3 da comune e governo. La rete tramviaria con ogni probabilità verrà ultimata solo nel 2011, se non interverranno nuovi imprevisti, quindi con due anni di ritardo rispetto alla scadenza annunciata. La società di costruzione sostiene di non avere responsabilità e lancia accuse all'amministrazione comunale e indirettamente allo stesso sindaco Nir Barkat, contrario al progetto e che del blocco dei lavori aveva fatto un suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale per le comunali dello scorso novembre. Barkat, che preferirebbe convertire subito i binari in corsie per autobus «ecologici», secondo alcuni rallenterebbe la concessione di autorizzazioni necessarie per il proseguimento dei lavori. Ma anche il governo uscente, a quanto pare, non ha trasferito alla CityPass 150 milioni di shekel (circa 30 milioni di euro) di risarcimenti. I nemici del progetto sono davvero tanti, non ultimi i rabbini. I lavori, dicono, si svolgono a ridosso di quartieri densamente popolati da ebrei osservanti. E, soprattutto, non prevedono l'impiego di carrozze kosher, ovvero con posti rigidamente separati per uomini e donne. Per le gerarchie religiose ebraiche vanno benissimo le linee di autobus esistenti, che tengono conto dell'esigenza dei timorati di non entrare troppo in contatto con i laici e che sono il risultato di un accordo che hanno raggiunto con la cooperativa di trasporti Egged. Lo scorso anno sette importanti rabbini di Gerusalemme avevano inviato un appello alla municipalità per chiedere la sospensione immediata dei lavori della «rete tramviaria del male», perché le linee previste costringono gli ebrei ultraortodossi a dover passare in quartieri laici dove di solito non mettono mai piede. Senza dimenticare il problema della «promiscuità» alle fermate del tram nei rioni popolati da religiosi. Molti sarebbero felici di vedere finalmente sparire le barriere di cemento che, in mezzo a tante strade, delimitano da troppo tempo le aree in cui sono in corso i lavori di costruzione. La CityPass considera questa possibilità una follia se si tiene conto anche dell'avvenuta (costosa) deviazione parziale della rete fognaria e che, tra ritardi e disagi, la «creatura» sta finalmente cominciando a vedere la luce. Sono, peraltro, già state acquistate in Francia 42 vetture (ognuna è costata tre milioni di dollari) blindate ed equipaggiate con vetri speciali in grado di resistere al lancio di sassi e bottiglie incendiarie. Alex Kroskin, ingegnere capo della CityPass, si dice «sconcertato» da tanta ostilità. «Vogliamo solo dotare la città di un sistema di trasporti moderno e al passo con i tempi - afferma - anche in altre città del mondo le costruzioni delle linee tramviarie sono state contestate all'inizio ma poi gli abitanti si sono resi conto delle loro grande utilità». Gerusalemme però non è una città come tante altre. Il suo status è sempre vincolato alla risoluzione 181 del Consiglio di sicurezza dell'Onu che non legittima la sovranità israeliana e viene rispettata ancora con rarissime eccezioni e qualche ambiguità da tutti i paesi, inclusi gli Stati Uniti. Le autorità israeliane invece continuano a decidere da sole quando si tratta di Gerusalemme, incuranti delle leggi internazionali e, soprattutto, delle aspirazioni palestinesi sotto occupazione. Indifferenti verso la delicata situazione di Gerusalemme si sono mostrate anche le imprese francesi Alstom e Connex (filiale di Veolia) che compongono il consorzio Citypass insieme alle israeliane Ashtrom e Polar Investment e alle banche Hapaolim e Leumi. Il presidente dell'Anp protestò con la Francia nel 2005 e poco dopo l'associazione Francia-Palestina, cominciò la sua campagna contro contro il tram, alla quale l'ex ministro degli esteri Philippe Douste-Blazy rispose imbarazzato che la partecipazione di imprese private francesi al progetto «non deve in alcun modo essere interpretato come segno di un cambiamento della linea della Francia su Gerusalemme» che come il resto dell'Unione europea «ha una posizione chiara e costante sul carattere illegale delle attività di colonizzazione nei Territori occupati da Israele nel 1967». Una precisazione che non convinse Nasser Al-Kidwa, a quel tempo ministro degli esteri dell'Anp, che l'anno successivo scrisse una lettera al direttore-generale della francese Alstom Patrick Kron per ricordargli che la sua società non è solo una impresa commerciale e deve tenere conto dei piani di Israele per rendere irreversibile l'occupazione della zona Est della città. D'altronde non ci vuole molto a capire che tenendo presente il costo del biglietto del tram, che si prevede intorno ad un euro e mezzo - proibitivo per gran parte dei palestinesi che usano la loro rete di minibus a basso costo - a salire sul tram nella Gerusalemme araba saranno soprattutto i coloni israeliani e che le linee sono destinate a servire principalmente gli insediamenti ebraici. Non è da escludere inoltre che, di fronte al lancio di sassi contro il tram da parte dei palestinesi, le fermate dei quartieri arabi di Shufat e Beit Hanin vengano eliminate. Non è un caso che ad appoggiare il completamento delle linee siano gli israeliani più nazionalisti, desiderosi di «riunificare» in modo definitivo le due zone di Gerusalemme e che scorgono nel progetto del tram la realizzazione del sogno del padre del Sionismo Theodor Herzl, che in un suo libro del 1902 aveva parlato di una Gerusalemme «con quartieri moderni serviti da treni elettrici».

Striscia di Gaza, continua la guerra di Israele contro i pescatori palestinesi.

Gaza - Infopal. Anche questa mattina, la Marina da guerra israeliana ha aperto il fuoco contro numerosi pescherecci palestinesi che si trovavano al largo di Gaza City.
Testimoni oculari hanno raccontato che diversi pescatori sono stati costretti ad abbandonare le imbarcazioni a causa del bombardamento.
Israele impedisce ai pescatori di spingersi oltre le tre miglia (6,5 km), quando gli accordi siglati con l'ANP prevedono invece le 20 miglia (37 km). Una distanza ancora maggiore è concessa dal diritto marittimo internazionale. Lo stato sionista, oltre a non rispettare gli accordi, viola anche le leggi internazionali.
Va ricordato che la pesca è l'attività primaria di molte famiglie palestinesi nella Striscia di Gaza assediata da oltre due anni.

mercoledì 1 aprile 2009

Brasile:la giornata mondiale contro la crisi

Tra i giorni 28 di marzo e 4 aprile, movimenti sociali popolari, sindacali e degli studenti di tutto il mondo sono scesi in strada per protestare contro il capitalismo, la guerra e per gridare che i lavoratori e le lavoratrici non sono disposti a pagare l’attuale crisi mondiale.
La settimana di mobilitazione è stata convocata dall’Assemblea dei Movimenti Sociali, avvenuta a Belém (Brasil) durante il Forum Sociale Mondiale 2009, ed è caratterizata da tre grandi momenti.
Il giorno 28 marzo le mobilitazioni sono avvenute contro il gruppo del G20;
il giorno 30 marzo è stato caratterizzato da manifestazioni contro la crisi le guerre e in solidarietà al popolo Palestinese;
il giorno 4 aprile le proteste si concentreranno contro la NATO.
Anche in America Latina si sono organizzate numerose proteste e manifestazioni.

In Brasile
I sindacati e i movimenti sociali che hanno organizzato la manifestazione nazionale di lunedì 30 marzo, in difesa della classe lavoratrice e contro la crisi economica, vogliono essere uniti contro la disoccupazione, per conservare i diritti, per la riforma agraria e per cambiare la política economica.
Per João Paulo Rodrigues, del cordinamento nazionale del MST, la mobilizzazione dovrà continuare dopo la manifestazione "Sognamo che il 1º Maggio diventi un giorno di lotta di tutti i lavoratori", ha dichiarato.
Nivaldo Santana, vice-presidente di CTB (Centrale dei Lavoratori del Brasil), conferma che nel contesto della crisi "é strategica l’unità dei sindacati e dei movimenti sociali". "Le manifestazioni del 30 possono essere il punto di partenza per paralizzare il paese nel prossimo período", sostiene Luiz Carlos Prates, di Conlutas.
"Siamo riusciti in una cosa inedita: unire tutti i sindacati, movimenti sociali e partiti legati ai lavoratori in questa manifestazione contro la disoccupazione e la crisi", ha dichiarato il presidente di Forza Sindacale, il deputato federale Paulo Pereira da Silva (PDT). Per Pedro Paulo del cordinamento nazionale dell’ Intersindicale: "Non accetteremo la pressione per ridurre i salari in cambio del posto di lavoro".
Ubiraci Dantas de Oliveira, della CGTB (Centrale Generale dei lavoratori del Brasile), ha sottolineato che la manifestazione nazionale prevede iniziative di lotta in tutte le capitali del paese, dichiarando che "stiamo facendo una lotta per la riduzione dei tassi di interesse, che colpisce il nostro sviluppo".
Sono già stati chiusi 730 mila posti di lavoro tra ottobre 2008 e febbraio 2009, secondo i dati della Caged (Registro generale degli Impiegati e Disoccupati). In totale la popolazione disoccupata ha raggiunto 2,62 milioni di lavoratori.
João Paulo Mancha, dirigente del MST, ha difeso la statalizzazione delle imprese agroalimentari che hanno ricevuto finanziamenti statali e stanno licenziando. "Vogliamo alzare la bandiera della ristatalizzazione di Embraer per le imprese che stanno fallendo". Antonio Carlos Spis, del direttivo della CUT (Central Única dos Trabalhadores), ha criticato i licenziamenti in massa da parte di imprese che ricevono aiuti dal governo e hanno avuto alti guadagni negli ultimi anni, come Embraer, Vale do Rio Doce e CSN.
Per impedire l’aumento della disoccupazione, difende l’adesione del Brasile alla Convenzione 158 dell’ OIT (Organizzazione Internazionale del Lavoro), che garantisce il posto di lavoro contro i licenziamenti immotivati. "Il reintegro dei lavoratori all’ Embraer fa parte di questa lotta", affema Mancha. L’impresa che fabbrica aerei ha licenziato più di 4.200 persone a febbraio, il 20% degli impiegati.
La Giustizia del Lavoro ha considerato abusivi questi licenziamenti condannando l’impresa a indennizzare i lavoratori e i licenziamenti sono stati sospesi dal Tribunale Regionale della 15ª Regione.

Riforma Agraria
Una delle parole d’ordine della manifestazione brasiliana del 30 è stata "Riforma Agraria Ora", che appare come una forte alternativa alla crisi economica, per garantire la produzione di alimenti e materie prime per l’industria, rinforzando il mercato interno e promuovendo la giustizia sociale.
"La Riforma Agraria é una alternativa per la crisi perchè garantisce lavoro, educazione e abitazioni ai contadini. Dobbiamo insediare le famiglie accampate e fare un programma di industrie agricole per rinforzare la produzione e garantire rendita alle famiglie", afferma João Paulo.
"Non c’è soluzione per il nostro paese senza Riforma Agraria. É stato un grande errore del governo Lula non averla messa tra i suoi obiettivi concreti. La democratizzazione della Terra garantisce una vera inclusione sociale, garantendo lavoro e produzione", continua.
Vedi anche: 15mila lavoratori protestano a San Paolo (Brasile)

G8 Ambiente

COORDINAMENTO REGIONALE SICILIANO “CONTRO G8”
CONTRO I PROGRAMMI DI DISTRUZIONE SOCIALE E AMBIENTALE DEI “GRANDI” DELLA TERRA PER LA DIFESA DEL TERRITORIO, DELL’AMBIENTE, DELLA VITA, DEL REDDITO, DEL LAVORO
Dal 22 al 24 aprile la città di Siracusa sarà sede del summit G8 sull’ambiente. I ministri per l’ambiente degli otto governi cosiddetti più grandi del mondo, grandi sostenitori e applicatori delle politiche liberiste, grandi inquinatori, grandi devastatori, grandi responsabili del declino inarrestabile del Pianeta e dell’oppressione dei suoi abitanti, arriveranno a Siracusa e si barricheranno dentro il castello Maniace dell’isola di Ortigia. A otto anni dalla rivolta di Genova gli 8 grandi troveranno ad attenderli, con la stessa determinazione di sempre, i movimenti che hanno riempito le piazze di tutto il mondo per opporsi al neoliberismo, allo sfruttamento, alla guerra, alla devastazione del pianeta. Sono movimenti presenti anche in Sicilia impegnati da sempre a difendere i territori, la salute, la vita, sostenere l’Antimafia Sociale, affermare i diritti fondamentali, costruire la solidarietà ai migranti, salvaguardare il valore delle differenze e le ragioni delle minoranze.Siracusa rappresenta il simbolo della distruzione ambientale e umana, causata da sfruttamento estremo del territorio in nome dello “sviluppo a tutti i costi” a esclusivo vantaggio del profitto privato e del gioco dei politicanti locali, così ben rappresentati in parlamento e al governo, poggiante su solide saldature tra massoneria, politica, mafia. La scelta di questa città come sede del summit sull’ambiente, voluto dalla ministra per l’ambiente Stefania Prestigiacomo, è paradossale perché l’area siracusana, limitrofa al triangolo della morte “Priolo-Augusta- Melilli” e all’area di Noto sfregiata dalle trivellazioni, è tra le più inquinate d’Italia e si appresta a superare ogni primato con l’arrivo di un rigassificatore e un inceneritore previsti dal governo di cui la Prestigiacomo fa parte. Non dimentichiamo che la ministra, col possesso di tre aziende di famiglia presenti nel triangolo della morte (Coemi spa, Vetroresina engineering development, Sarplast –fallita), è una vera “figlia d’arte” quanto a pervicace impegno antiambientale. È anche azionaria di un’azienda gestita dal padre (Ved), sulla cui testa incombono processi per bancarotta fraudolenta, trattamento e smaltimento illegale di rifiuti, violazione delle norme di sicurezza nei confronti dei dipendenti. Eppure, con questo curriculum, con inverosimile spudoratezza osa ergersi a paladina dell’ambiente! L’operato della famiglia Prestigiacomo ci sembra emblematico di un sistema di potere governativo. Le classi politiche che hanno amministrato questi territori possono fregiarsi di molti record negativi su scala nazionale e internazionale. Da mezzo secolo le multinazionali del petrolio e della chimica hanno inquinato aria, terra, acqua e annientato ogni forma di vita, ingannando la popolazione col miraggio del posto di lavoro. Le persone sono state e sono aggredite dai veleni, le famiglie sterminate dal cancro, la popolazione espropriata della speranza di un futuro, frustrata dall’impossibilità di consegnare un avvenire ai figli, la cui vita, come quella di ogni essere vivente dell’area siracusana, è segnata da rischio certo. Questo accade in un territorio, quello siciliano, che da sempre ha vissuto sulla propria pelle le scelte spregiudicate di un potere coloniale che impone privatizzazione di beni comuni come l’acqua, attua ostili processi di militarizzazione, espropria intere fette di territorio alle popolazioni locali (la base di Sigonella), si accinge a progettare e costruire, con costi altissimi per la popolazione, macchine di morte come inceneritori, rigassificatori e centrali nucleari, realizza il grande carcere per migranti a cielo aperto di Lampedusa e molti altri “guantanamo”, nostrani, semisegreti. E per non smentire l’arroganza colonialista del governo italiano, a coronamento del danno, si annuncia la beffa: un ponte faraonico, devastante per il territorio e di cui nessuno ha bisogno tranne l’avidità di governanti, ideatori e costruttori, palese espressione di delirante megalomania, estranea alla realtà e antitetica ai bisogni reali di sostegno e tutela delle popolazioni e dei luoghi. Denunciamo questi attacchi contro la Sicilia e conosciamo anche cosa gli impostori del G8 fanno “per l’ambiente” sull’intero pianeta. I G8, riuniti per trattare a gran voce questioni ambientali, vanno a programmare nuovi saccheggi, impoverimenti, disastri sempre più traumatici per il pianeta, per il suo ecosistema, per l’umanità, praticando a livello mondiale quanto a livello locale agiscono i loro vassalli. Non sapendo e non volendo cambiare rotta, scelgono di servirsi di vaste regioni della terra per farne sterminate discariche e preferiscono trasformare in nubi di diossina gli scarti del sovraconsumo di massa che hanno indotto, quando è ormai improrogabile ripensare i modelli di vita e di produzione/consumo e investire sulle conosciute e sane energie rinnovabili e sulle innocue e proficue, anche in termini di posti di lavoro, tecniche di riciclaggio dei rifiuti. Il peggioramento delle condizioni di vita di interi pezzi di popolazioni testimonia il fallimento delle teorie economiche neo-liberiste, generatrici del drastico aumento della sperequazione sociale, della totale precarizzazione del lavoro in nome della “flessibilità”, della scomparsa del lavoro stesso. Quello che è stato sbandierato e propinato al mondo come migliore “modello di sviluppo”, attraverso l’innesco di un processo di omologazione planetaria di consumo detta globalizzazione, è figlio dell’ultimo ruggito dell’esasperato capitalismo che ha scelto l’autocapitalizzazion e della finanza, da un lato, e lo sfruttamento estremo di risorse e lavoro, dall’altro. Due vertici senza controllo e senza limiti, voluti e garantiti dai governi, che scaricano sugli anelli più deboli della catena il prezzo impagabile di questa escalation: lavoratori schiavizzati, popolazioni allo stremo, risorse in prosciugamento, cancellazione di ecosistemi. Il modello di sviluppo globale “all’infinito” inciampa e si infrange di fronte ai confini fisici del pianeta per l’incompatibilità fra la pretesa vorace e la disponibilità che si riduce, una pseudofilosofia che deve fare i conti con gli equilibri degli ecosistemi globali e locali, con le ricchezze delle diversità culturali e con i relativi tessuti sociali. Le scelte dei governi di socializzare il debito e privatizzare gli utili, attraverso le elargizioni “statali” a banche e imprese, stanno aggravando i processi involutivi ancora a danno delle popolazioni. Addirittura si pretende di andare nella stessa direzione, come nel caso italiano, inventando inutili, rovinosi e costosissimi ecomostri da fare gravare sulle comunità, imponendoli con la forza, attraverso repressione del dissenso e militarizzazione dei territori. Ma non possono e non devono essere queste le scelte volte a sanare i disavanzi pubblici prodotti da comitati d’affari, oggi direttamente governanti, coinvolti in vorticosi traffici miliardari; non dovranno essere pagati dai cittadini i debiti causati dalla finanza “creativa” che ha preteso di considerarsi sganciata dall’economia reale. Noi, figli di questa terra devastata, non vogliamo stare a guardare un G8 che mortifica la vita e offende l’intelligenza. Reclamiamo la partecipazione attiva della popolazione perché cominci finalmente a divenire protagonista delle scelte del proprio destino e di quello dei luoghi a cui appartiene. Non aspettiamo che i grandi avvoltoi ed il loro seguito di sciacalli banchettino coi nostri cadaveri. Invitiamo tutti a impegnarsi per la preparazione di questo importante appuntamento e a lavorare per proseguire, dopo questa tappa, su un percorso responsabile di riappropriazione del diritto di autodeterminazione. Chiamiamo a raccolta ogni forma di aggregazione sociale, culturale e politica e quante altre persone disposte a impegnarsi per cambiare questo stato di cose attraverso un ampio fronte di dissenso contro coloro che giocano con i destini della nostra terra e delle nostre comunità. Ancora una volta pensiamo che i conflitti sociali siano l’unica via d’uscita dalle crisi e continuiamo la nostra lotta al sistema di sfruttamento e alle istituzioni nazionali e sovranazionali che lo rappresentano. Il coordinamento regionale “Contro G8” promuove tre giorni di mobilitazione a Siracusa, 22, 23 e 24 aprile, in cui si contesterà con determinazione il vertice di Ortigia e si confronteranno proposte concrete, coniugabili con la tutela primaria del pianeta, dell’integrità dei suoi molteplici equilibri, di tutti i viventi, dell’umanità tutta e dei suoi diritti fondamentali.

PETIZIONE A FAVORE DELLE SCUOLE ITINERANTI DEL MST

La governatrice del Rio Grande do Sul Yeda Crucius, e la parte di destra del Pubblico Ministero dello stato stanno colpendo le Scuole Itineranti delMST nel Rio Grande del Sud decretando la chiusura di queste istituzioni educative. Questa azione fa parte della criminalizzaione e del tentativo di espulsione del MST dallo stato. Per proteggere i latifondi e le corporazioni, specialmente quelle della cellulosa, Yeda e i suoi alleati vogliono tagliare quel che giudicano essere il male alla radice: l'educazione dei bambini, dei giovani e degli adulti che sono accampati da anni visto che niente viene fatto a favore della riforma agraria. Le scuole Itineranti del MST sono spazi di conoscenza, crescita, socializzazione che si basano sui valori etico-politici libertari e democratici. Sono spazi pubblici di formazione umana, di critica e di rinnovamento del pensiero pedagogico brasiliano e latino-americano. Studiosi di diversi paesi le analizzano e ne diffondono le idee in tesi, articoli, esperienze di educazione popolare propagando le idee pedagogiche originalmente sistematizzate da Paulo Freire. Le scuole itineranti sono luoghi che stanno favorendo riflessioni che permettono di costruire un migliore futuro per l'educazione pubblica, gratuita, laica e autonoma di fronte agli interessi particolaristici e meschini come quelli professati dall'attuale governo statale. Esigiamo l'immediata riapertura delle Scuole Itineranti organizzate dal MST e la garanzia che il potere pubblico assicurerà le infrastrutture necessarie al loro pieno funzionamento. I firmatari di questo manifesto seguiranno le azioni del governo dello stato nei sindacati, nelle scuole, nelle università, nelle lotte sociali, promuovendo denunce e atti politici fino a che le scuole saranno restituite ai bambini, ai giovani e agli adulti che in esse operano.

Assinam:
Carlos Walter Porto-Gonçalves ­ UFF
Eduardo Galeano ­ Escritor (Uruguai)
Emir Sader ­ UERJ, Secretario Executivo do CLACSO
Gaudêncio Frigotto ­ UERJ
Ivana Jinkings ­Editora Boitempo
Marcelo Badaró - UFF
Roberto Leher ­ UFRJ
Virgínia Fontes - UFF e Fiocruz

FIRMATE ANCHE VOI

TURCHIA-AMMINISTRATIVE Scivolone dell'Akp, pronto un rimpasto

di Orsola Casagrande
I kurdi: è ora di trattareIn Kurdistan il primo partito è il Dtp, titolava ieri un'agenzia di stampa kurda. Un titolo che era anche una sfida, quella di scrivere la parola «vietata»: Kurdistan. Ma le elezioni di domenica hanno certamente dato morale e forza ai kurdi, che già durante le celebrazioni del Newroz erano scesi in piazza massicciamente (due milioni di persone in tutta la Turchia) per ribadire soprattutto la loro voglia di pace e dialogo. I risultati elettorali premiano questa richiesta. Il Dtp, partito della società democratica, non solo si conferma il primo partito, ma ottiene anche nuove province. Quattro quelle strappate all'Akp di Erdogan, grazie alle quali ora il Dtp controlla oltre a Diyarbakir, Dersim, Batman, Siirt, Sirnak, Hakkari, Van e Igdir. A Diyarbakir il sindaco uscente, Osman Baydemir è stato rieletto con poco meno del 66,5% dei consensi. Una vittoria schiacciante sul candidato dell'Akp che si è fermato al 30,6%. Il partito del premier Erdogan si attesta sul 39,02% e, pur rimanendo il primo partito in Turchia, subisce una perdita secca del 2,6% dei voti, rispetto alle amministrative del 2004 e ben il 7,5% rispetto alle politiche del 2007. L'Akp ha vinto dieci delle sedici grandi municipalità, ma ha perso Mersin e Antalya, conquistate dal Chp (il partito kemalista repubblicano). Istanbul e Ankara invece rimangono nelle mani del partito di governo. Quanto alle province, l'Akp ne perde undici, mantenendo il controllo su 35. I comuni persi sono 34: l'Akp dunque ne mantiene 449. Crescono il Chp e il Mhp, il partito di destra. In particolare il Partito della Repubblica del popolo (Chp) ha ripreso il controllo della municipalità di Izmir e ha conquistato un totale di dieci province (nel 2004 ne aveva sei). La vittoria maggiore comunque per il Chp riguarda le città: da 130 del 2004, passa a 168. In percentuale il partito ha conquistato il 23,2% dei voti, il 4,9% in più rispetto alle amministrative del 2004 e il 2,3% in più rispetto alle elezioni politiche del 2007.Al terzo posto si attesta il Mhp, il partito nazionalista di destra, che ha guadagnato circa il 16,1% dei consensi. Rispetto alle precedenti tornate elettorali, la destra conquista il 5,6% in più che alle amministrative scorse e l'1,8% in più rispetto alle politiche. Il Mhp ha conquistato la municipalità di Adana e ha ottenuto nove province (ne aveva quattro) e 128 comuni (ne aveva 72). Non c'è dubbio però che il successo più importante è stato quello del Dtp. Anche perché a questo punto il premier Erdogan non può più ignorarlo come interlocutore. Il primo ministro le ha provate tutte per strappare le città kurde al Dtp. Dai «regali» porta a porta (riso, zucchero, carbone) all'apertura del canale statale in lingua kurda Trt6. E gli è andata male. E adesso, dopo le analisi e le recriminazioni, il governo turco dovrà decidere se continuare con l'opzione militare contro i kurdi o cominciare a pensare seriamente a sedersi attorno a un tavolo di trattativa. Erdogan nella notte di domenica, pur sottolineando che «queste elezioni sono state per l'Akp una vittoria» ha ammesso che «ci sono lezioni da trarre da questi risultati». Un rimpasto di governo è atteso nei prossimi giorni. A sottolineare la tensione che ha segnato queste elezioni i morti della vigilia. Ci sono stati pesanti risse che hanno provocato la morte di sei persone e il ferimento di oltre cento. Domenica notte e anche ieri mattina invece le strade soprattutto nelle zone kurde, sono state invase da migliaia di persone che celebravano la vittoria del Dtp.

Serata dedicata al Perù

martedì 31 marzo 2009

Il DTP è il partito di riferimento del sud-est della Turchia

UIKI-ONLUS
Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia


Fino al 20 marzo l’AKP diceva di poter rappresentare i kurdi della zona del sud-est, ma la risposta del popolo kurdo forte, precisa e concreta era già arrivata alle celebrazioni del Newroz, facendo chiaramente capire chi è il vero ed unico rappresentante, confermandolo così con i voti di ieri, 29 marzo.
Per vincere l’AKP si è avvalso di tutte le possibilità ideologiche, economiche, politiche di cui una forza di governo può beneficiare, arrivando fino a puntare sulla carta dell’islamismo e dell’identità religiosa. Ormai, però non è più in grado di ingannare il popolo kurdo, ed insistendo sulle politiche di annientamento continuerà a perdere come è stato in quest’occasione.
In un clima di tensione, con una forte presenza militare (i militari sono stati chiamati a votare nei comuni in cui prestavano servizio), e almeno 100 persone arrestate, il DTP (Partito della democrazia del popolo) nella zona kurda si è attestato a più del 50% dei consensi, con il massimo ottenuto nel Botan (Hakkari 80%) ad Amed (Diyarbakir) ha ottenuto il 65%, riconfermando il Presidente dell’area metropolitana il sig. Osman Baydemir ed i sindaci di quasi la totalità dei suoi comuni.
Complessivamente il DTP si è aggiudicato 8 province, 51 grandi comuni e altri 40 di piccole dimensioni (meno di 30mila abitanti come Bostanici nell’area di Van).
Sono 13 le donne elette fra le candidate del DTP, considerato che sono state sedici quelle elette complessivamente in Turchia, il DTP si conferma come il primo partito a privilegiare la partecipazione delle donne, fatto che aveva già dimostrato alle elezioni politiche del 22 luglio.
Aggiudicandosi la maggioranza dei voti, nelle assemblee provinciali, e vincendo la presidenza di 8 province (Amed/Diyarbakir, Van/Wan, Batman/Heli, Siirt, Sirnak, Hakkari, Dersim/Tunceli, ed Igdir/Idir) sarà il DTP a parlare con tutti gli interlocutori nazionali ed internazionali rappresentando il popolo kurdo e le sue istanze, lavorando per una soluzione politica della questione kurda, per la pace e la democrazia in Turchia.
Il DTP e il popolo kurdo ringraziano gli osservatori italiani ed internazionali che si sono recati in Kurdistan prima e durante le elezioni ed ancora si trovano lì ad attestare la propria vicinanza e solidarietà con il popolo kurdo.
Il DTP, come dichiarato dal Presidente di Diyarbakir, Osman Baydemir, lavorerà non 8 ma 16 ore al giorno per servire il suo popolo, costruire la pace e favorire lo sviluppo dell’area. La sfida ora si rinnova per cinque anni di lavoro e sforzi non solo degli amministratori, ma della società civile tutta, e anche dei democratici italiani ed internazionali che continueranno a portare avanti progetti, percorsi e relazioni con l’area kurda della Turchia.

lunedì 30 marzo 2009

La nuova ondata. Un videoreportage e l'articolo di Fabrizio Gatti

Dal Niger quasi 10mila africani fuggono verso le nostre coste. La guerra per l’uranio e l’alleanza Gheddafi-Sarkozy favoriscono i trafficanti. E gli accordi Italia-Libia diventano così una beffa. In esclusiva, il film-inchiesta "Sulla via di Agadez"
Guarda: La videomappa Leggi: Maroni ci ripensa Interattivo: La via dei clandestini e la rotta dell’uranio

Di seguito l'articolo pubblicato da L'Espresso

Visto da Agadez, l’ultimo abbraccio tra il premier Silvio Berlusconi e il colonnello Muhammar Gheddafi è una beffa. In questa splendida città di fango rosso in mezzo al Sahara in Niger, l’accordo sull’immigrazione ratificato a Tripoli il 2 marzo scorso è già carta straccia. Da Agadez i camion e i fuoristrada stracarichi di emigranti africani che sperano di arrivare a Lampedusa, in Italia o in Europa hanno ripreso i loro viaggi verso la Libia. Il traffico è ripartito come ai tempi d’oro. Sotto lo sguardo indifferente e spesso interessato dell’esercito libico che controlla la pista di rocce e sabbia alla frontiera di Tumu, nel silenzio del deserto.
Gheddafi, a sud del Sahara, oggi è soltanto un esecutore di decisioni prese a Parigi. Per fermare o rallentare la marcia dei clandestini verso il loro futuro, Berlusconi dovrebbe piuttosto chiedere l’intervento del presidente francese Nikolas Sarkozy: perché la via ai trafficanti di uomini è stata riaperta proprio grazie alla guerra dei tuareg. Una guerra per l’uranio sostenuta dalla Francia nella regione di Agadez (vedi cronologia a pagina 36). Da novembre 2008 migliaia di persone sono passate dalla città rossa per andare a nord. Con un record di partenze tra gennaio e febbraio: quasi 10 mila ragazzi e ragazze in fuga dall’Africa occidentale. Dalla prossima estate capiremo se questa generazione di ventenni avrà trovato lavoro in Libia o apparirà nei telegiornali sui barconi alla deriva nel Mediterraneo. Il loro obiettivo, dicono, è arrivare in Italia o da qualche parte in Europa.
Il 24 febbraio Berlusconi ha incontrato Sarkozy. Ma non gli ha parlato di immigrazione. I due hanno discusso di ritorno all’energia nucleare in Italia. E di contratti per miliardi di euro da oggi al 2030 a vantaggio di Parigi. Areva, il colosso statale del nucleare francese, ha bisogno di nuovi clienti. Perché dal 2012 la società avrà così tanto uranio a disposizione che, per ammortizzare un investimento iniziale di 1,2 miliardi di euro, deve trovare subito qualcuno disposto a comprarlo. Altrimenti rischia di pagare cara la crisi finanziaria in cui è caduta. Tutto quell’uranio, però, non è ancora arrivato in Francia. Per il momento è in Niger, vicino ad Agadez: a Imouraren, sotto la sabbia nel mega-giacimento che comincerà a produrre fra tre anni, il secondo al mondo dopo McArthur River in Canada.
Quello che nella sua visita a Roma il 24 febbraio Sarkozy non ha detto a Berlusconi è che la Francia in Niger ha giocato una partita sporca. Come era abituata a fare in Africa ai tempi del generale Charles de Gaulle. E solo alla fine Areva è riuscita a strappare al Canada e alla Cina la concessione per il mega-giacimento di Imouraren. Ma Sarkozy nemmeno ha raccontato a Berlusconi che i tuareg, sostenuti dagli 007 francesi nei giochi di guerra, si sono rimessi a trafficare con gli emigranti che vogliono approdare in Italia. In fondo, si tratta sempre di energia e forza lavoro destinate ad alimentare l’economia europea. La differenza è che i minerali di uraninite trasformati in sali di uranio viaggiano protetti fino agli impianti di arricchimento in Francia. Gli emigranti sono invece sottoposti a ogni tipo di violenze e il 12 per cento muore prima di arrivare in Europa.
È italiano uno dei testimoni di questo gioco sporco francese. Un commerciante di Torino, T. P., 50 anni, fermato per immigrazione clandestina in Niger. Abitava ad Agadez. Ha trascorso qualche mese nel deserto con i guerriglieri tuareg. E quando ha tentato di lasciare il Niger è finito in commissariato. La polizia l’ha messo sotto torchio e lui che aveva il permesso di soggiorno scaduto, in cambio della liberazione ha dovuto raccontare quello che sapeva. Alla fine è stato espulso. Cittadino indesiderato. L’intreccio tra la via dei clandestini e la via dell’uranio va raccontato proprio da Agadez, dove il commerciante torinese aveva aperto un negozio e dove migliaia di ragazzi africani ora approdano con la certezza di sopravvivere al deserto che li aspetta. La città-monumento al tramonto si incendia di rosso. Non sembra però una comunità sotto assedio, né in guerra. A parte i pastori nomadi tamashek venuti ad accamparsi nelle vie del centro, lontano dalle piste infestate dalle mine e dalle imboscate. Sulla strada asfaltata davanti all’autogare, l’autostazione dove arrivano gli autobus e partono i camion del deserto, gli affari vanno al massimo. Centinaia di bancarelle sui due lati della via vendono di tutto. Dalle scarpe usate ai filoni di pane fresco. Sacchetti di datteri e biscotti. Barattoli di latte in polvere. Bidoni di olio ricoperti di cartone e canapa e riciclati come taniche d’acqua. Passano carretti spinti a mano. Persone ovunque. È il mercato dei poveri. Il posto di rifornimento di quanti aspettano la partenza e cercano di spendere il meno possibile. Perché ogni giorno di attesa è una piccola erosione ai 250 euro che servono per attraversare il Sahara fino in Libia. E, per chi li ha già a disposizione, ai 1.500 euro chiesti dai passatori libici di Al Zuwara per sfidare la vita fino a Lampedusa. Gli emigranti bloccati ad Agadez mangiano il meno possibile per non mettere a rischio il piccolo capitale necessario al viaggio. Spesso solo gari, un impasto energetico fatto con le radici di tapioca.
Ma questa strada è anche un mercato per ricchi. È la contraddizione di ogni guerra. Vicino alla moschea un commerciante vende auto argentee importate o contrabbandate dalla Nigeria. E la fila di negozi sotto i portici, una decina di locali un tempo abbandonati e invasi dalla sabbia, ora sono puliti. Non hanno insegne, non hanno manifesti pubblicitari appesi alle vetrine. Ma sono agenzie di viaggio. Broker, passeur, mediatori. Prendono in consegna gli emigranti in arrivo da Nigeria, Ghana, Liberia, Benin, Mali. E in questi mesi, per la prima volta, anche dal Senegal. L’età di questa generazione in fuga va dai 14 ai 30 anni. Hanno un progetto, un’idea, un sogno da realizzare. Sono i fratelli e le sorelle minori degli emigranti passati da Agadez tra il 2003 e il 2005. Sanno che le loro braccia si aggrapperanno sicuramente a un lavoro. Il passaparola e l’esperienza di quelli sopravvissuti prima di loro raccontano che è dura, ma qualcosa si trova. I clandestini come motore insostituibile della ricchezza sommersa. Soprattutto in Italia dove la produzione esentasse e in nero rappresenta il 23 per cento del Prodotto interno lordo.
Dentro il cortile dell’autogare centinaia di persone aspettano che tramonti anche questo giorno. Una postazione di soldati, con mitragliatrice pesante montata sul fuoristrada, sorveglia l’ingresso. A guardare bene ci sono soldati ovunque. Meglio non entrare. Ad Agadez oggi è vietato fare domande, fare fotografie, fare riprese filmate. Può capitare di essere visti o ascoltati dalle spie in borghese o da chiunque voglia mettersi in mostra con la gendarmeria in cambio di una soffiata. A fine febbraio il presidente del Niger Mamadou Tandja ha rinnovato lo stato d’allerta, proclamato il 25 agosto 2007 come risposta agli attacchi dei tuareg. Nella regione di Agadez la democrazia è sospesa e l’amministrazione è affidata all’esercito. Giornalisti locali e francesi mesi fa sono finiti in cella. E l’arresto è automatico per chiunque venga a fare indagini in città o nel deserto. Gli stranieri, se non sono emigranti in partenza o tecnici minerari, devono tenersi alla larga. E se passano, lo fanno a loro rischio.
La tensione appare già al posto di blocco alla periferia della città. Un ufficiale, sempre con gentilezza, vuole trattenere il passaporto. "Questa è la frontiera", dice: "Agadez in questo momento è come se non fosse in Niger. Qui comandiamo noi". Lasciare il passaporto ai militari significa però rischiare di perderlo. E dover poi affrontare l’ignoto della burocrazia di guerra. L’ufficiale accetta un compromesso: "Allora facciamo così. Stasera un ispettore di polizia verrà in hotel a interrogarla". I militari stanno raccogliendo davanti al loro piccolo ufficio gli emigranti in transito. Scendono dai pullman, dai minibus, dai camion. Oggi, come all’arrivo di ogni convoglio, sono più di 400. Se ne stavano seduti, in cima alla cupola di sacchi, teli e scatoloni. Devono pagare dieci dollari a testa come tassa di passaggio. E chi non ha i documenti in regola, 20 dollari. Già qui l’immigrazione per l’Europa è un affare.
Per arrivare ad Agadez c’è un solo modo. Bisogna unirsi ai convogli scortati dall’esercito. Partono a giorni alterni da Zinder, 431 chilometri di deserto a sud lungo la via dei clandestini. Un viaggio che dura una giornata. In pieno Sahara le dune rosa hanno già coperto la nuova strada asfaltata. I ragazzi dei camion devono scendere. Camminano oltre. Le grandi ruote alleggerite superano le onde di sabbia a tutta potenza. Qualche autista rallenta, ma non si ferma. E i suoi passeggeri devono correre per non rimanere a terra, per non finire abbandonati prima ancora di attraversare la parte più difficile del viaggio. I soldati scortano il convoglio sui loro fuoristrada Toyota armati di mitragliatrice. Dicono che rischiamo un attacco dei guerriglieri tuareg o dei banditi. Ma soprattutto, passando di qui fuori dai convogli, il vero pericolo è di finire impallinati da loro. L’esercito ha l’ordine di sparare a vista. È già successo. Alcuni emigranti sono stati uccisi con gli autisti nel deserto del Ténéré, prima che i militari potessero identificarli. Per arrivare in Italia avevano pagato il viaggio sbagliato.
"Dove li metterete tutti questi immigrati con la crisi che avete in Europa?", sorride un passatore tuareg di Agadez. Ovviamente non vuole essere filmato né fotografato: "Da novembre scorso è come se la Libia avesse dato il via libera. Ora che Gheddafi è stato eletto presidente dell’Unione africana, non può certo rimandare indietro i suoi concittadini africani. Abbiamo saputo che l’Italia investirà in Libia 5 miliardi di dollari. Apriranno cantieri, ci sarà lavoro. Avranno bisogno di manodopera e noi gliela portiamo. Se poi qualcuno vuole proseguire il viaggio in Europa, dal nostro punto di vista è normale. Grazie all’immigrazione clandestina potrebbe addirittura essere firmata la pace. È l’unico punto su cui esercito del Niger, esercito libico, ribelli tuareg e noi tuareg esterni alla ribellione andiamo d’accordo".
L’accordo sottobanco funziona dal novembre 2008. Il problema ora è la mancanza di camion. "Ne stiamo facendo arrivare dalla Nigeria. Abbiamo più gente disposta a partire che mezzi", racconta un altro broker ad Agadez: "A novembre i ribelli tuareg amici della Francia, i militari libici e nigerini e i trafficanti di tutto il Sahara hanno raggiunto un patto: tutti fanno finta di non vedere e incassano la loro parte. Gli autisti tuareg dicevano che senza lavoro, a causa della guerra, si sarebbero uniti alla ribellione. Così adesso l’esercito del Niger scorta i camion fino a Dirkou. I libici chiudono gli occhi. E i tuareg hanno il lavoro. Il limite è che anche per Dirkou bisogna muoversi in convoglio. Fuori convoglio i militari sparano a vista e c’è il rischio delle mine". Quelli di venerdì 13 marzo e martedì 17 marzo sono convogli giganteschi: una fila di decine di fuoristrada e 60 camion carichi di merci, sigarette di contrabbando ed emigranti. Le mine anticarro sono ovunque. In settembre a 40 chilometri dal confine con la Libia, l’esplosione improvvisa sotto le ruote di una camion ha ucciso cinque passeggeri tra cui un ragazzo di 19 anni. Ma l’affare vale il rischio: 10 mila emigranti per 250 euro fanno 2 milioni e mezzo di incasso.
Dirkou in questi giorni è un’oasi che non sa come sfamare i suoi ospiti in transito. Ci sono più stranieri che residenti: oltre 5 mila su 3 mila. Un abitante racconta al telefono che non c’è abbastanza da mangiare per tutti ed è scoppiata un’epidemia di meningite. Almeno 15 emigranti sono morti di fame e di sete negli ultimi giorni e i loro cadaveri sono stati visti dagli autisti di camion a sud di Tumu, la frontiera con la Libia. Forse sono stati abbandonati dai trafficanti, forse avevano deciso di proseguire a piedi.
La fuga dall’Africa è un dramma anche nelle città dove le generazioni più istruite si dissolvono lungo la rotta del deserto. Proprio in questi giorni una delegazione del ministero dell’Educazione della Nigeria è venuta ad Agadez a chiedere alle autorità di non lasciar passare i minori di 15 anni nigeriani. L’incubo sono gli spacciatori di sogni che avvicinano i minorenni davanti alle scuole: non vendono droga, ma un futuro impossibile. "I broker mandano loro emissari davanti alle scuole nigeriane", spiega un funzionario: "Raccontano che arrivare in Italia è facile. Ma una volta in viaggio i ragazzi vengono rapinati dei loro soldi. E le ragazze devono prostituirsi per pagarsi il resto del percorso". Irin, l’agenzia di analisi dell’ufficio Affari umanitari dell’Onu, ha raccolto testimonianze di camion attaccati dai banditi sulla rotta per Dirkou e di adolescenti rapite e scomparse nel deserto.
Tutto questo, dalla fine del 2005 all’autunno 2008, era stato fermato. L’esercito del Niger aveva bloccato il traffico di clandestini lungo la pista degli schiavi: 1.500 chilometri di deserto che attraversano il Ténéré e superata l’oasi di Dirkou salgono in Libia, la rotta che ha avuto il suo picco di emigranti e cadaveri nel 2003 con 15 mila passaggi al mese. Tutto questo non si sarebbe ripetuto se la guerra telecomandata dei tuareg non avesse destabilizzato la regione. A fine 2006 Agadez è ancora una città aperta al mondo e piena di turisti. Ma quelli sono i mesi in cui il costo del petrolio corre. E il prezzo dell’uranio anche. Il presidente Mamadou Tandja e il governo decidono che il Niger può finalmente puntare sulla risorsa strategica di cui è piena la regione di Agadez. Le concessioni per la ricerca dei minerali di uraninite, coffinite e pechblenda vengono messe a disposizione del miglior offerente. La diplomazia francese mugugna. Parigi ha sempre avuto il monopolio dell’uranio in Niger. Lo stabilisce già nel 1961 l’Accordo di difesa firmato tra i due paesi, in piena dominazione coloniale. Il colosso Areva chiede per sé i primi 35 permessi di ricerca. Tandja resiste e rilascia 15 concessioni a società canadesi, sete all’Australia, sei al Sudafrica, solo quattro alla Francia, tre all’India e due a Cina e Russia. In sospeso c’è ancora lo sfruttamento del giacimento di Imouraren, vicino ad Agadez: una quantità di uranio estraibile di 5 tonnellate all’anno per 35 anni che porta il Niger dal quarto al secondo posto tra i paesi esportatori al mondo. E che da solo equivale a tutta la produzione mondiale di Areva.
L’attacco alla postazione dell’esercito nell’oasi di Iferouane, a nord di Agadez l’8 febbraio 2007, è un’azione a sangue freddo. Un piano che ricorda la morte dei dieci soldati francesi massacrati il 19 agosto 2008 in Afghanistan. Da quel giorno di febbraio intorno ad Agadez muoiono padri di famiglia e ragazzi che hanno indossato la divisa in cambio di uno stipendio. Dietro l’assalto di Iferouane però non ci sono i talebani di Al Qaeda. C’è un gruppo minoritario di tuareg fino a quel giorno sconosciuto. Si fanno chiamare Mnj, Movimento dei nigerini per la giustizia, che nel giro di qualche settimana riceve armi e munizioni dalla Libia. A loro si unisce presto il capitano Mohamed Ajidar, comandante di un plotone del Fnis, la Forza nigerina di intervento e sicurezza, reparto dell’esercito costituito da tuareg. Il comandante Ajidar conosce da vicino gli interessi francesi nella regione. Sette mesi prima Areva gli ha affidato la sorveglianza di tre aree di concessione. E gli ha versato sul suo conto personale 56 milioni di franchi africani, 85 mila 365 euro, un capitale da queste parti. Perché tutti quei soldi? Tanto basta a far insospettire il governo che in pochi giorni caccia dal Niger l’ex colonnello Gilles de Namur, responsabile per Areva della sicurezza sul mega-giacimento di Imouraren. Una coincidenza: de Namur è addetto militare all’ambasciata di Francia a Niamey durante la prima rivolta tuareg sostenuta apertamente da Parigi. Il Mnj fa altri morti. E il governo ordina l’arresto e l’espulsione del direttore generale di Areva Niger, Dominique Pin. Nuova coincidenza: negli anni ’90 Pin, mentre de Namur lavora in ambasciata a Niamey, fa parte della sezione Africa dell’Eliseo dove il presidente François Mitterrand ha un consigliere che farà strada nell’industria strategica. Il consigliere è Anne Lauvergeon, attuale amministratore delegato di Areva. Il retroscena più delicato sulla presunta benevolenza tra la società statale di Parigi e i nuovi ribelli tuareg lo rivela senza volerlo il commerciante di Torino messo sotto interrogatorio in una camera di sicurezza a Niamey. Racconta che il vice presidente del movimento tuareg, Asharif Mohamed-Almoctar, poi ucciso in combattimento nell’estate 2008, chiama spesso la Francia con uno dei due telefoni satellitari rapinati il 20 aprile 2007 dal cantiere di Areva sul megagiacimento di Imouraren.
La cosa che stupisce la polizia di Niamey, secondo fonti investigative, è che mesi dopo, a fine 2007 e in piena guerra, Areva stia ancora rinnovando il credito dei due telefoni rapinati dai tuareg. Un curioso mistero mai chiarito. Così come resta un giallo la rivendicazione da parte di Al Qaeda del sequestro, tuttora in corso nel Sahara, dell’inviato dell’Onu in Niger: l’ex ambasciatore del Canada a Roma, Robert Fowler, monsieur Afrique nella politica estera di Ottawa, rapito il 14 dicembre a nord della capitale con il connazionale Louis Guay e il loro autista nigerino Soumana Mounkaila. Secondo i giornali del Canada, il paese che in Niger ha fatto il pieno di concessioni per l’uranio, Fowler e Guay si occupavano di miniere fuori dal mandato dell’Onu. Mouadibou Sisse, 19 anni, di Bamako, Mali, nemmeno immagina il risiko che si sta giocando sulla testa di questa terra in cima alle classifiche di povertà. Aspetta l’autobus per Agadez alla stazione di Niamey. Vuole arrivare in Italia per raggiungere la Spagna. È già stato espulso una volta da Madrid. Ma non s’arrende.

London Calling

di Nicola Montagna*

“G20 Chaos: London on Red alert”; “I’ll give you violence at G20 summit. University professor threatens mayhem”, “Roadwork rubbish around Whitehall (l’arteria dove ha sede il governo e downing Street) is cleaned up amid fear of G20 rioting”. Questi sono alcuni dei titoli che campeggiavano in questi giorni su alcune delle più diffuse testate inglesi e londinesi. Come si può vedere, c’è molta attenzione ed allarmismo intorno alle mobilitazioni di questi giorni contro il G20. Le autorità stanno facendo ripulire le strade dai lavori non solo per promuovere l’immagine di Londra di fronte ai G20, ed al seguito del circo mediatico, ma soprattutto per il timore che, pietre, mattoni, pezzi di cemento e tubi possano venire usati ‘impropriamente’ durante questi giorni di mobilitazione. Nel frattempo le banche e le istituzioni finanziarie hanno invitato i propri dipendenti a tenere un profilo basso, vestirsi in modo sobrio e non riconoscibile e se è possibile evitare di andare al lavorare nei giorni delle proteste. La polizia è in stato di allerta. Secondo fonti interne, questa sarà una delle operazioni più complesse che si sia mai trovata ad organizzare, sia per la scala delle proteste sia per la loro durata. Le ferie ed i permessi sono stati sospesi e migliaia di poliziotti sono stati richiamati da altre parti del paese. È previsto un numero aggiuntivo di 2500 poliziotti, tra cui unità anti-sommossa e servizi d’intelligence, per un costo di circa £10 milioni. In questi giorni due notizie hanno occupato la scena. La prima è di mercoledì scorso quando ad Edinburgo l’abitazione e la macchina di Sir Fred Goodwin, ex amministratore delegato della Royal Bank of Scotland, sono state prese d’assalto con un lancio di pietre da parte di sconosciuti. Goodwin è considerato uno dei responsabili del tracollo della RBS e della perdita di milioni di sterline dei risparmiatori inglesi e nelle ultime settimane ha fatto scalpore e suscitato rabbia la notizia che percepirà una pensione annua di circa £700.000. L’azione è stata rivendicata da un gruppo che in una telefonata all’Edinburgh’s Evening News ha dichiarato: "Siamo incazzati che i ricchi come lui diano a se stessi un’enorme quantità di soldi e vivano nel lusso, mentre le persone normali vengono licenziate, private dell’assistenza e trasformate in senza casa. Questo è un crimine. I capi delle banche dovrebbero essere messi in galera. Non è che l’inizio". La seconda sono state le dichiarazioni di Chris Knight, professore di Antropologia all’University of East London, uno degli epicentri della protesta, ed esponente di G20 Meltdown, un network di attivisti che sta organizzando alcune tra le principali mobilitazioni dei prossimi giorni, e la sua successiva sospensione dall’insegnamento. Secondo quanto riportato dalla stampa, Chris Knight avrebbe dichiarato: “Il messaggio alla polizia è questo: se voi premerete il vostro pulsante nucleare io premerò il mio. Se volete violenza, l’avrete”. Queste dichiarazioni sono state riportate con grande enfasi dalla stampa, che non ha ovviamente perso l’occasione iniziare una caccia all’untore titolando: “Uni professor behind riots” (Evening Standard) oppure “University professor threatens mayhem” (London Lite). Chris Knight ha successivamente aggiustato il tiro sostenendo che “farà il possibile affinché tutta la rabbia delle classi medie non si trasformi in violenza...saremo carini con i banchieri, ne bruceremo solo l’effige”. Le mobilitazioni contro il meeting dei G20 cominciano oggi con una manifestazione organizzata da ‘Put people first’, una coalizione di sindacati e di organizzazioni che lavorano nel campo dello sviluppo e degli aiuti umanitari, tra cui Act Aid, Oxfam, Save the Children. Ma l’epicentro delle proteste è previsto per i prossimi giorni. “Lost your home? Lost your job? Lost your savings or your pension? This party is for you!” Con questo invito gli attivisti e gruppi riuniti intorno a “G20 Meltdown” invitano a partecipare a quattro cortei/carnevali/party che Mercoledì 1 aprile partiranno alle 11.00 da differenti punti della città per convergere verso la City e la Banca d’Inghilterra e culmineranno in azioni dirette contro le istituzioni finanziarie. Nel pomeriggio avrà luogo l’Alternative G20 Summit. L’iniziativa si terrà presso Docklands campus della University of East London, il giorno precedente al summit ufficiale. Per le prime ore del mattino del giorno successivo, Stop the war coalition ha lanciato un’azione di disturbo presso gli hotels dove i G20 sono ospiti per “consegnare il nostro messaggio di un mondo oltre il capitalismo”.

* Lecturer in criminology alla Mddlesex University, Londra.

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Climate Camp G20! La natura non fa prestiti!

Alla vigilia del G20 a Londra, ecco arrivare nel cuore commerciale e finanziario della capitale britannica il Climate Camp 2009.
I giganti del mercato hanno già speculato sulle nostre case, il nostro lavoro e i nostri soldi e i risultati sono stati disastrosi. Ora stanno speculando sul nostro clima e sul futuro della terra – e ancora una volta i nostri governi sono lì ad appoggiarli. Con un intricato sistema di permessi e licenze sulle emissioni di carbonio, le imprese di combustibili fossili e le ditte commerciali hanno trovato il modo di proseguire indisturbati le emissioni di gas che stanno causando il surriscaldamento del pianeta, continuando così a incrementare i loro profitti. Allo stesso tempo, il governo inglese giustifica la costruzione di una terza pista di atterraggio a Heathrow e di una nuova centrale elettrica alimentata a carbone a Kingsnorth, sostenendo che i nuovi programmi di "carbon trading" saranno in grado di vanificare magicamente tutte le emissioni di carbonio.Stanno affidando il controllo del nostro clima agli stessi responsabili del collasso finanziario! E tutte le alternative possibili e sostenibili continuano ad essere ignorate. Dobbiamo fermare queste assurdità.
Ci siamo dunque mobilitati e abbiamo costruito azioni sotto l’egida di Campeggio climatico (Climate camp) sulla pista in costruzione ad Heathrow e contro la centrale elettrica di Kingsnorth. Adesso è il momento di agire contro il problema sovrastante: cioè la fede assoluta nel sistema del libero mercato e in una crescita economica illimitata! Il 1 di Aprile i leader del G20 arriveranno a Londra. In un periodo di crisi climatica le loro risposte al meltdown finanziario sono prestiti economici alle industrie automobilistiche, aumenti delle spese per incoraggiare i consumi, e salvataggi finanziari di quelle stesse imprese che sono responsabili del disastro in cui ci troviamo – esattamente ciò che peggiorerà ancora di più la crisi ambientale.
Non permettere che questo avvenga! Unisciti al Climate Camp nel distretto finanziario di Londra, appuntamento il 1 aprile 2009, alle 12.00 all’ European Climate Exchange, Hasilwood House, 62 Bishopsgate, EC2 4AW
Portate tende pop-up, sacchi a pelo, turbine a vento, cinema-mobile, idee e piani di azione…Immaginiamoci un altro mondo!Non lasciamo dettare le regole ai loschi padroni di finanza e idrocarburi!
Per aggiornamenti, informazioni e ulteriori dettagli sui piani d’azione:
The Swoop
Per rendere più efficace Climate camp bisogna raggiungere in contemporanea e da punti diversi il luogo e l’ora di ritrovo il 1 aprile. Un ritardo può costare la non partecipazione al camp.

Traduzione del testo a cura di Gloria Bertasi, giornalista precaria

Video "La degna rabbia. Un altro mondo un altro cammino, in basso a sinistra"

A cura di Associazione Ya Basta! - Margine Operativo

Il 26 dicembre a Città del Messico inizia il Primo Festival Mondiale della Rabbia Degna. Gli zapatisti convocano l’incontro sottolineando come “Dalla nostra apparizione pubblica, oramai quasi 15 anni fa, è stato nostro impegno l’essere ponte affinché le ribellioni passino da una parte all’altra. A volte ci siamo riusciti, a volte no. Ora vediamo e sentiamo non solo la ribelle resistenza che, sorella e compagna, continua ad essere al nostro fianco ed incoraggia i nostri passi. C’è ora qualcosa che prima non c’era, o che non riusciamo a vedere allora. C’è una rabbia creativa. Una rabbia che dipinge di tutti i colori le strade del basso e a sinistra nei cinque continenti...”
Durante le giornate a Città del Messico più di 200 comitati, movimenti, reti del Messico e del mondo danno vita alla Prima parte del Festival confrontandosi intorno alle quattro ruote del capitalismo: lo sfruttamento, disprezzo, repressione e l’espropriazione. Per tre giorni tra dibattiti, avvenimenti culturali ed esposizioni inizia una narrazione collettiva che arriverà in Chiapas per festeggiare l’anniversario del levantamiento zapatista nel Caracol di Oventic e poi continuerà la discussione presso l’Università della Terra a San Cristobal. Autonomia dei movimenti, autorganizzazione collettiva, costruzione di alternative profonde si confrontano avendo come filo comune la rabbia degna che accompagna il rifiuto di un sistema che nella sua crisi dimostra la necessità di un cambiamento radicale. Un Festival per condividere le differenze ed arricchirsi dalle riflessioni comuni, per camminare nella strada dei conflitti fuori dalle ricette preconfezionate.
Vai alla cronaca multimediale del Festival
Vedi i Sette Venti nei Calendario e Geografie in basso
Galleria fotografica
Per 10 giorni, itinerante e nomade per il Messico, si è svolto il Primer Festival Mundial de la Digna Rabia proposto e costruito dalle donne, uomini, bambine, bambini, anziani dell’EZLN – Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale - a cui hanno partecipato tantissim@ attivisti/ribelli/artisti/ esperienze di lotta da tutto il pianeta terra.
Il video “La degna rabbia” realizzato da Riot Generation Video / Margine Operativo racconta il magma incandescente di visoni e di lotte che ha attraversato il festival. Narra l’anomalia di un festival autonomo e indipendente creato da una molteplicità di linguaggi, di conflitti, di codici artistici che si collocano per scelta in basso e a sinistra. 10 giorni densi, straordinari che hanno tracciato un calendario e una geografia delle lotte e delle prospettive che attraversano i movimenti nel mondo, e che hanno disegnato una mappa del possibile.
Di nuovo rivolgiamo la nostra parola. Questo vediamo, questo guardiamo. Questo giunge al nostro udito, arriva al nostro cuore scuro.

Associazione Ya Basta promuove progetti di cooperazione internazionale dal basso in Messico, Ecuador, Argentina, Brasile, Palestina organizzando carovane di conoscenza e solidarietà, promuove il commercio autonomo importando il caffè rebelde zapatista e organizza brigate sanitarie appoggiando il sistema sanitario autonomo zapatista.
Margine Operativo è un progetto artistico multidisciplinare indipendente. Agisce su più livelli: crea spettacoli teatrali e performance, costruisce eventi multimediali e realizza video, format televisivi e live set video. Riot Generation Video è il progetto visuale di Margine Operativo.

Elezioni in Turchia

Il DTP (partito della società democratica) conquista il 5% al livello nazionale, riconfermandosi nell’area metropolitana di Diyarbakir (dove amministrerà 14 dei 17 comuni), si aggiudica 7 province (Hakkari, Batman, Igidir, Siirt, Sirnak, Tunceli, Van), e complessivamente 48 comuni (secondo i dati disponibili alle 22.00 di domenica).
Ad Hakkari provincia il DTP vince con il 78,97% e si aggiudica tutti e tre i suoi comuni: Cukurca (77,64%), Semdinli (61,30%) e Yuksekova (89,59%).
A Sirnak quando sono state scrutinate 82 sezioni su 89 vince con il 53,41% aggiudicandosi 5 su 6 comuni con percentuali superiori al 70% (Cizre, Idlil, Silopi, Uludere, Baytussebap).
Il DTP riconquista la provincia di VAN con il 53 % a 462 sezioni scrutinate su 602, vincendo in tre dei suoi comuni Baskale con il 59,34% (definitivo), Muradiye con il 55 (definitivo) ed Ozalp con il 51,14% (definitivo).
Osservatori italiani nella città di Beytussebap (provincia di Sirnak) denunciano gravi atti di violenza da parte di sostenitori del AKP contro militanti del DTP.

Messico - Manu Chao: ospite indesiderato in Messico

Il Governo Messicano fa marcia indietro dopo le voci di divieto di entrata per il cantante impegnato nella Campagna di denuncia dei fatti di Atenco
Nei giorni scosi era circolata la voce che il Governo Messicano avrebbe avuto intenzione di vietare l’ingresso nel paese a Manu Chao, dopo le sue dichiarazioni di denuncia della violenza delle forze dell’ordine a Salvador Atenco.
Manu Chao durante la selezione di Cinelandia al Festival Internacional de Cine, a Guadalajara, aveva denunciato il caso delle donne assasinate a Ciudad Juárez, e aveva riaffermato il suo impegno nella "Campaña Nacional e Internacional: Libertad y Justicia para Atenco" dicendo: “Stiamo preparando molte iniziative per porre fine all’ingiustizia e perchè si capisca quello che è successo ad Atenco. Si è trattato di terrorismo di stato."
Alla notizia dell’intenzione del Governo Messicano di sanzionare Manu Chao immediatamente a livello internazionale si è mobilitati.
La "Secretaría de Gobernación" si è vista costretta ad emettere un comunicato in cui afferma di non aver avuto nessuna intenzione di applicare sanzioni al cantante.
Di seguito:
Articolo de La Jornada
Agenzie di stampa sulla notizia

venerdì 27 marzo 2009

Elezioni in Turchia, le aspettative dei kurdi

di Delphine Strauss e Funja Guler Financial Times, 24 marzo 2009

Diyarbakir – I pennacchi di fumo dei fuochi accesi per celebrare la tradizionale festa del Newroz si levano dai campi attorno a Diyarbakir, nel sudest kurdo della Turchia. Sotto un tramonto primaverile, le famiglie hanno banchettato e i danzatori hanno ballato in cerchio, mentre sul palco, davanti a una folla di centinaia di migliaia di persone, sono saliti dei cantanti kurdi. La celebrazioni pacifiche dimostrano quanto sia cambiata la regione rispetto ai primi anni novanta, quando la violenza tra l’esercito e i separatisti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) era al suo picco e il Newroz rappresentava un pretesto per scontri tra dimostranti e forze di sicurezza. Diyarbakir è diventata uno dei campi di battaglia elettorale più caldi della Turchia. Il Partito di giustizia e sviluppo (Akp) al governo sta combattendo per rimuovere il sindaco kurdo del Partito della società democratica (Dtp) durante le elezioni locali di questo fine settimana. Entrambe le parti affermano che il risultato (elettorale) potrebbe accelerare gli sforzi per porre fine al conflitto.“La Turchia è sulla strada giusta… ma sta procedendo lentamente”, dice Galip Ensarioglu, presidente della Camera di commercio di Diyarbakir. Negli ultimi mesi, la televisione di Stato turca ha iniziato a trasmettere in lingua kurda, un tempo proibita; un passo importante per una minoranza che ammonta a quasi un quinto dei 70 milioni di abitanti della Turchia. L’Akp si è impegnata a pompare denaro nella logora economia del sudest. Il Pkk sta combattendo un'azione di retroguardia dai nascondigli nelle montagne Qandil, in nord Iraq. Per tre mesi, non vi sono state violenze in Turchia. I rapporti migliorati con l’Iraq potrebbero condurre a una svolta. Abdullah Gul, il primo presidente turco a visitare Baghdad dopo oltre trent’anni, questa settimana ha rotto un tabu facendo riferimento alla “amministrazione regionale del Kurdistan” in nord Iraq. Jalal Talabani, presidente iracheno ed egli stesso kurdo, ha fatto appello ai ribelli perché abbandonino le armi o lascino l’Iraq. I leader kurdi iracheni convocheranno presto una conferenza di sicurezza che potrebbe fare appello per una amnistia e per la fine della lotta armata del Pkk. Ma prima, il governo turco dovrà convincere i kurdi di essere in grado di garantire i loro diritti meglio dei ribelli, e rassicurare al tempo stesso gli altri elettori di non stare cedendo al terrorismo. La campagna elettorale per le municipali nel sudest si sta combattendo su un livello più alto che i semplici servizi cittadini. Una vittoria dell’Akp nel sudest potrebbe “aumentare le possibilità per Ankara di... chiarire le sue intenzioni”, specialmente per quanto riguarda il momento e l’opportunità di un’amnistia per i membri del Pkk, sostiene l’opinionista Yavuz Baydar. Ma il Dtp sembra pronto a mantenere le sue roccaforti. Molti a Diyarbakir sono frustrati dal fatto che l’Akp, timoroso di provocare l’opposizione, non ha usato la sua maggioranza in Parlamento per fare le modifiche costituzionali che avrebbero concesso diritti più ampi alle minoranze e reso più facile per i deputati kurdi di vincere seggi. “Cosa stanno aspettando? Non hanno bisogno del sostegno di nessuno”, dice Sezgin Tanrikulu, un avvocato per i diritti umani. Tuttavia, una vittoria convincente del Dtp potrebbe rafforzare il partito, minacciato di chiusura per legami con il Pkk, come alternativa politica alla violenza. Osman Baydemir, sindaco di Diyarbakir, dice di essere intenzionato a spingere gli altri politici a prendere più sul serio i deputati del Dtp, ostracizzati a partire dalla loro elezione in Parlamento nel 2007. Ma il Dtp non sembra avere né la volontà né la capacità di spingere i ribelli del Pkk ad abbandonare la loro lotta per una madrepatria. Leyla Zana, che ha passato anni in prigione per i suoi accesi discorsi, ha suscitato il riso della folla, sabato, quando ha rimproverato Talabani per avere proposto il disarmo, e ha detto che un’amnistia dovrebbe costituire l’ultimo passaggio del processo. Ad Ankara, politici in tenuta elegante hanno sobbalzato di fronte ai fuochi del Newroz che segnalavano l’accettazione ufficiale di una festa considerata un tempo sovversiva. Ma a Diyarbakir, il candidato locale dell’Akp, Kutbettin Arzu, avrà vita dura nell’ottenere i voti. Gli uomini di una fumosa sala da tè nei sobborghi della città sono decisi a sostenere il Dtp. “Non vogliamo votare per nessun altro partito”, dice Abidin, il cui villaggio è sopravvissuto alle tattiche di terra bruciata dell’esercito negli anni novanta. E non nascondono la loro simpatia per i combattenti del Pkk. “Se vai sulle montagne Qandil – dice il cameriere – saluta i nostri amici”. (Traduzione di Carlo M. Miele per Osservatorio Iraq)

Turchia, Erdogan va al voto: vincerà, ma perderà consensi

di Geries Othman Asia News, 26 marzo 2009
Ankara - Mancano ormai pochi giorni alle elezioni amministrative in Turchia. Un appuntamento elettorale cruciale per il governo di Recep Tayyip Erdogan. Quarantotto milioni sono gli elettori chiamati a rinnovare i consigli provinciali e ad eleggere sindaci e consiglieri delle amministrazioni di ben 2.941 comuni. Un vero e proprio test per constatare la tenuta dell’Akp, che attualmente detiene ben dodici delle sedici metropoli più importanti del Paese, comprese Istanbul e Ankara. Benché diciannove siano i partiti in lista, quattro sono quelli in maggiore competizione. L’Akp, Partito della giustizia e dello sviluppo, attualmente al governo per la seconda volta consecutiva sotto la guida del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Il Chp, Partito repubblicano popolare, erede della tradizione kemalista e principale partito all’opposizione. Il Mhp, ovvero la destra nazionalista spesso identificata con i Lupi Grigi, e il Dtp, Partito della società democratica, forte soprattutto nel sud est del Paese con in mano l’amministrazione della città di Diyarbakir, roccaforte dei curdi. La Turchia arriva a queste elezioni amministrative con una situazione economica disastrosa, con accuse di corruzione da tutte le parti, con un negoziato per l’ingresso in Europa che va a rilento e una serie di promesse di maggior democrazia e sviluppo non realizzate. Nonostante questi temi scottanti sul tavolo, i dibattiti elettorali, però, sono stati animati da scontri tra partiti privi di veri e propri programmi per venir fuori da questo stallo e senza reali progetti futuri di rilancio del Paese. Il primo ministro Erdogan, che vuole vincere a tutti i costi, è sceso in campo di persona ed è un continuo apparire in televisione e sui giornali davanti a bagni di folla e inaugurazioni di ogni tipo. Dall’inizio della campagna elettorale ha partecipato a 70 tra manifestazioni e comizi, visitando 67 province su 81 e quasi tutti i giorni è stato impegnato a inaugurare di tutto: ospedali, centri culturali e sportivi, scuole, la nuova linea bus veloce che collega la parte europea a quella asiatica di Istanbul e il mini-prolungamento della metropolitana nella moderna Costantinopoli. Benché secondo recenti sondaggi il 46 per cento di coloro che lo votarono rimpianga l’Erdogan riformista del suo primo mandato e il 48 per cento accusi l’Akp di aver abbandonato le sue idee progressiste, questo partito di ispirazione islamica, conta comunque su una solida base che secondo un sondaggio effettuato dall’agenzia A&G per conto della Cnn è del 39,8 per cento, percentuale certo in calo rispetto alle elezioni del 2007 quando Erdogan è risultato trionfatore con il 46,6 per cento dei voti, ma comunque non disprezzabile. E il premier è sicuro di vincere la sfida di domenica prossima. Del resto tale possibile successo non sarebbe solo merito dell’abilità ammaliante di Recep Tayyip e della sua squadra, ma soprattutto colpa della mancanza di una vera alternativa politica. Eppure il partito di governo deve fare i conti con numerose ombre oscure messe in luce contro di lui. Prima fra tutte le accuse di corruzione di alcuni suoi membri e ancor più lo scandalo che mesi fa ha colpito la Deniz Feneri, associazione benefica turca processata a Francoforte per aver versato parte dei proventi raccolti dai turchi residenti all’estero nelle casse dell’Akp anziché destinare i fondi ai poveri. Poi le polemiche sullo stanziamento di 50 milioni di euro per gli “aiuti sociali” del governo distribuiti soprattutto nel sud est del Paese, a maggioranza curda e fra le aree più povere della Turchia. Potenziali elettori “omaggiati” con elettrodomestici ultimo modello nuovi di zecca, come frigoriferi, televisori e condizionatori d’aria. Come se non bastasse il Dtp ha denunciato numerose irregolarità nella registrazione dei votanti. Secondo questo partito, il governo, che punta a guadagnare le amministrazioni comunali dell’est, avrebbe favorito l’attribuzione di indirizzi falsi a 1630 soldati, 1200 insegnanti e 2000 cittadini di Adana che risulterebbero residenti in alcune cittadine curde solo per poter avere diritto di voto in quelle zone. E altri atti illegali nei registri dei votanti sono stati comunicati dalla Dicle News Agency. Del resto, a danneggiare la credibilità del processo democratico, secondo Fuat Keyman docente di Relazioni internazionali all’Università Koc di Istanbul, è anche l’aumento improvviso dei votanti registrati, cresciuti di ben 6 milioni. “Se è vero che le elezioni dimostrano che in Turchia esiste una democrazia – prosegue Keyman – ciò non implica necessariamente che questa democrazia sia vitale e in salute”. E lo sanno bene le segreterie dei partiti che, per evitare brogli elettorali, da sempre molto diffusi, hanno organizzato un vero e proprio esercito di osservatori da impegnare nei seggi per controllare il regolare svolgimento delle operazioni di voto. Lo stesso Akp collocherà in ogni seggio un rappresentante e nove osservatori per una spesa complessiva di circa 1,3 milioni di euro. Anche il Chp utilizzerà tre osservatori per seggio, mentre il Mhp conterà su una folta schiera di simpatizzanti e il Dtp fornirà un osservatore per seggio.

martedì 24 marzo 2009

"Fosforo su Gaza" - Incontro e Proiezioni il 27 marzo


India, Nano rosso sangue

La sanguinosa repressione delle proteste dei contadini indiani contro la fabbrica della Nano

La casa automobilistica indiana Tata ha lanciato la vettura più economica al mondo: la Nano, che in India verrà venduta a soli 1.500 euro. Tra un paio d’anni sbarcherà anche sul mercato europeo, ma costerà 5 mila euro perché equipaggiata per rispondere alle norme di sicurezza e inquinamento del Vecchio Continente."Grazie alla Nano, anche i poveri dell’India e del mondo intero potranno permettersi un’auto", ha annunciato raggiante il presidente della compagnia, Ratan Tata. Una prospettiva ambientalmente terrificante, visto che la Nano base ha un motore a benzina altamente inquinante.L’unico vero scopo del signor Tata è fare grandi profitti giocando sui grandi numeri del mercato indiano. Purtroppo per lui, però, la domanda potrà essere pienamente soddisfatta solo tra almeno un anno. La produzione infatti sarà molto limitata per il 2009 a causa dei ritardi nella costruzione della fabbrica nel Gujarat, dove la Tata ha dovuto trasferire lo stabilimento inizialmente impiantato nel Bengala Occidentale, dove nel 2007 i contadini locali si erano ribellati all’esproprio dei terreni. Una protesta repressa con una violenza inaudita dalle autorità locali.Un anno fa la nostra rivista aveva pubblicato un reportage su questi drammatici eventi, ignorati dalla stampa italiana per non creare imbarazzi alla Fiat...

Un anno fa a Singur, distretto di Hoogly, nello stato del Bengala Occidentale, viene trovato in una fossa, semicarbonizzato, il cadavere di Tapasi Malik, una giovane contadina. La polizia statale si affretta ad archiviare il caso come ‘suicidio’. Tapasi si era distinta nella lotta contro gli espropri dei terreni richiesti dalla multinazionale indiana Tata Motors, che a Singur pretende mille acri per impiantare una fabbrica di utilitarie a basso costo con la collaborazione della Fiat.
Come atto di terrorismo contro la resistenza dei contadini, la giovane è stata sequestrata di notte, strangolata e bruciata. Prima di essere uccisa, Tapasi è stata violentata in gruppo dai suoi assassini. Per questo crimine la polizia federale ha fatto arrestare il responsabile locale del Partito comunista indiano marxista (Cpm) che è al potere in questo stato. L’uomo non è nemmeno stato sospeso dal suo partito. A Nandigram, distretto di East Medinipur, sempre in Bengala Occidentale, la notte tra il 6 e il 7 gennaio 2007 squadracce del Cpm assaltano con bombe e armi da fuoco i contadini che difendono i loro campi dal tentativo d’esproprio a favore della multinazionale chimica indonesiana Salim. I morti accertati sono tre, ma molte persone risultano disperse. Alcuni contadini hanno denunciato che in precedenza erano stati marchiati a fuoco sulle mani come ‘nemici del Cpm’. La forte resistenza dei contadini e la loro esasperazione hanno portato all’espulsione dai villaggi di Nandigram dei quadri del principale partito nel governo bengalese.
Ne è nato un conflitto che trascende gli interessi economici, che vanno dallo sviluppo industriale alle prebende ottenibili dai quadri del Cpm e, in subordine, dalle loro squadracce. Un conflitto per stabilire chi gestisce il potere sul territorio. Questo conflitto, inizialmente tra i contadini di Nandigram da una parte e il Cpm dall’altra, si è arricchito di nuovi protagonisti. Innanzitutto il Trinamool Congress Party, una scheggia bengalese staccatasi dal Congress Party e che contesta il potere al fortissimo Cpm. Poi gli eredi del movimento naxalita che dal 1967 per circa sei anni oppose braccianti, contadini poveri e popolazioni tribali ai poteri politici centrali e locali (compresi i governi di sinistra del Bengala Occidentale). Il bilancio della repressione fu di 10 mila morti e lo sterminio di pressoché tutti i dirigenti naxaliti. Ma è un movimento che, oltre ad aver sostanzialmente vinto nel confinante Nepal, è da tempo in ripresa anche in India, diviso in due rami: da una parte i partiti marxisti-leninisti, che sono usciti dalla clandestinità (e che da noi potrebbero forse essere definiti di ‘sinistra radicale’), dall’altra i movimenti maoisti che praticano la lotta armata controllando migliaia di villaggi. Apertamente appoggiato dal Trinamool Congress Party e implicitamente dai Naxaliti, si è formato il Comitato di resistenza contro lo sfratto dalle terre, che coordina le lotte contro gli espropri. Recentemente si è inserito anche un terzo incomodo: il fondamentalismo islamico.
Nandigram ha una maggioranza di popolazione musulmana. Tuttavia non ci sono mai stati problemi comunitaristici e i contadini musulmani e indù si sono uniti strettamente per combattere gli espropri. Tanto è vero che l’accusa del Cpm, per giustificare la strage di gennaio, che a Nandigram operavano fondamentalisti musulmani non è stata recepita nemmeno dai suoi alleati del Left Front. Ma alla fine dell’anno scorso si è fatta viva una componente fondamentalista del tutto esterna al movimento di resistenza contadina, mettendo a soqquadro Calcutta con slogan che mischiavano una vaga difesa dei contadini musulmani di Nandigram con l’attacco al governo in quanto reo di aver dato asilo politico alla scrittrice Taslima Nasreen, in esilio dal Bangladesh perché rincorsa da una fatwa per aver "offeso" l’Islam. I tentativi del Cpm di riprendere il controllo politico di Nandigram raggiungono un picco il 14 marzo 2007 quando su pressione del governo la polizia statale cerca di occupare i villaggi. Respinta dalla popolazione con lanci di oggetti, la polizia decide di sparare ad altezza uomo (coadiuvata in modo documentato da elementi delle squadracce del Cpm). I morti sono 14 e i feriti 150.
Le denunce di stupri compiuti da singoli o da interi gruppi di poliziotti aumentano nei giorni seguenti. Medha Patkar, la nota attivista sociale indiana, visita nell’ospedale di Nandigram una bambina di 10 anni che è stata seviziata con il lathi (il manganello di bambù in uso nelle forze di polizia indiane). Ma il primo ministro bengalese Buddhadeb Bhattacharjee, detto il ‘Buddha Rosso’, ribadisce che non ha niente di cui discolparsi. Non è dello stesso parere il governatore del Bengala Occidentale, Sri Gopalkrishna Gandhi, nipote del Mahatma, che dopo aver dichiarato di provare "un orrore agghiacciante" per i fatti di Nandigram ed essere andato a visitare i feriti, censura l’operato del Left Front (il Fronte delle Sinistre capeggiate dal Cpm che governo questo stato) domandandogli "a quale pubblico interesse giovi lo spargimento di tutto questo sangue umano". La domanda di Gopalkrishna Gandhi intende mettere il governo delle Sinistre con le spalle al muro: infatti il Left Front, per poter espropriare i contadini, sta utilizzando una legge coloniale britannica (il Land Acquisition Act del 1894 ) che prevede l’esproprio a fini di ‘pubblica utilità’ e non, come in questo caso, per dare terreni a imprese private.
Ma nemmeno la strage di marzo è riuscita a piegare i contadini. Perché? La legge prevede un indennizzo a prezzi di mercato per i proprietari. Punto e basta. Ma moltissimi contadini proprietari sanno che il loro futuro non sarà per nulla roseo se passano le requisizioni. Singur e Nandigram sono terre fertilissime che danno dai tre ai cinque raccolti l’anno, di vari prodotti. Le terre che essi potrebbero acquistare in alternativa, con molta verosimiglianza non potranno essere della stessa qualità, sia per la crescente scarsità di terre da mettere a coltura (se non a costi esorbitanti), sia per la spinta speculativa del prezzo dei terreni dovuta alla riconversione della loro destinazione d’uso. Inoltre la maggior parte dei contadini non può nemmeno esibire un titolo di proprietà: le donne, innanzitutto, pur potendo per legge ereditare, sono solitamente costrette dai pregiudizi patriarcali della loro società a rinunciare a favore dei membri maschi della famiglia; poi i braccianti, che ovviamente non hanno nessun titolo di proprietà, così come i fittavoli e i mezzadri. Senza contare i proprietari non registrati a causa delle lacune del catasto indiano e chi si guadagna da vivere con le attività ancillari, come il piccolo artigianato e il piccolo commercio. Decine di migliaia di famiglie vedono perciò come destino più probabile quello di andare a ingrossare le baraccopoli di Calcutta e delle altre grandi città indiane. Le ricadute occupazionali dei nuovi insediamenti industriali sono ben esemplificate dalle recenti dichiarazioni di Debasis Ray, responsabile comunicazioni della Tata Motors, riguardo alle possibili assunzioni alla Tata di Singur dei contadini rimasti disoccupati a causa dell’esproprio: "Per ora non siamo in grado di fare promesse, ma di sicuro alcune persone di quell’area potranno essere assunte".
Lo scorso novembre il Cpm decide che deve a tutti i costi ‘risolvere’ la questione Nandigram. Dopo alcune riunioni interne dove si lanciano gli slogan ‘uccidi o vieni ucciso’, ‘noi o loro’, il partito invia le sue squadracce alla riconquista dei villaggi di Nandigram. Nessuno ancora sa cosa sia successo. A lungo è stato impedito ai giornalisti di accedere alla zona. I pochi che ci sono riusciti hanno letteralmente testimoniato che "c’era sangue da tutte le parti". Alla fine, per sedare gli scontri, il governo federale ha deciso di inviare la Central Reserve Police Force, che peraltro si è lamentata della non collaborazione della polizia locale. Gli attivisti del Comitato di resistenza contro lo sfratto dalle terre non osano tornare nelle loro case per paura di ritorsioni. E come al solito la violenza sulle donne si è rivelata una pratica regolare. Nandigram è ‘riconquistata’. Ma ormai il danno politico per il Cpm e il Left Front è fatto. Il 14 novembre 2007, Calcutta ha ospitato un’enorme manifestazione di protesta di intellettuali, registi, scrittori, commediografi, docenti, cioè di quella intellighenzia progressista che fin dai tempi del Raj britannico contraddistingue la capitale del Bengala come la città-laboratorio dell’India intera.
L’India contemporanea ci viene presentata in continuazione come un’occasione da non perdere per i nostri investimenti industriali, commerciali, finanziari e nei servizi. Assieme alla Cina, l’India è il paese in cui tuffarci per condividere assieme alla sua dominante classe media le gioie di un crescente sviluppo che in Occidente invece ristagna. Per molti versi è così. E tuttavia il quadro è largamente incompleto e parziale. Se la classe media indiana rappresenta circa 270 milioni di persone, le statistiche ufficiali del 2007 parlano di 836 milioni di persone che vivono con meno di mezzo dollaro al giorno. Lo sviluppo indiano, come avviene in tutto il mondo, è fortemente polarizzato, disarticola assetti sociali, mina le possibilità di esistenza di milioni di persone, spreca risorse, foreste, acqua, terreno agricolo. In una società dove la maggioranza della popolazione vive di agricoltura, i piani di conversione di milioni di acri ad usi non agricoli (impianti industriali, strade, infrastrutture, edilizia) saldano la devastazione del territorio a quella sociale per la gloria di uno sviluppo di cui beneficeranno i pochi e che emarginerà i molti. Questi piani sono parte di una guerra di ‘autocolonializzazione’, come è stata definita recentemente dalla scrittrice Arundhati Roy. Una guerra che non può più essere messa sotto silenzi. Nel Bengala Occidentale, il 2007 è stato caratterizzato da un violento conflitto tra contadini e governo del Left Front (Fronte delle Sinistre), capeggiato dal Partito comunista indiano, che ha ammesso esplicitamente di considerare conclusa la stagione delle riforme agrarie e di puntare tutto, in chiave capitalistica, su industrializzazione e terziario. Una chiave per cui l’agricoltura contadina è vista come una sorta di residuo semifeudale destinato a scomparire, con le buone o con le cattive. E le cattive significano bastonate, sevizie, stupri e massacri.
E in Italia, coinvolta in questa vicenda tramite la Fiat, cosa si dice di queste violenze? Silenzio assoluto. Il responsabile comunicazione del gruppo Fiat, sollecitato ad esprimersi sui fatti di Singur, ha risposto: "Da dove arrivano (le auto) e come vengono fatte non ci riguarda". Possiamo azzardare che questa dichiarazione non sembra proprio in linea con gli impegni di ‘responsabilità sociale’ sottoscritti dalla Fiat. Ma in Italia si ragiona per sillogismi: denunciare e criticare il governo del Bengala Occidentale vuol dire criticare i nostri investimenti e accordi di business bengalesi. Criticare i nostri investimenti e accordi di business bengalesi, vuol dire criticare la politica del nostro establishment economico e del governo. Conclusione: non si può fare. Semplicemente non c’è lo spazio per farlo.
Da noi deve andar di moda la ‘Shining India’, quella del boom economico, quella del software avanzato. Da noi deve farsi strada l’idea di un’India con cui concludere affari o anche accordi culturali che tengano però alla larga le decine di migliaia di intellettuali che protestano in nome della democrazia. D’altronde, non è forse l’India ‘la più grande democrazia del mondo’. E allora cosa c’é da protestare?Ci è richiesto di recepire unicamente un’immagine dell’India che, soprattutto, tenga ben lontano da noi lo spettro inquietante delle centinaia di milioni che non ce la fanno, delle donne stuprate e a cui tagliano i seni, delle decine di milioni di tribali con la vita devastata dagli espropri, dalle violenze e dalle miniere d’uranio a cielo aperto. Ma ciò che è più importante è evitare che le persone si accorgano che lo sviluppo indiano è lo specchio, non deformante ma fedele, della deformità del nostro stesso sviluppo.
Scritto per Peacereporter da Piero Pagliani

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!