mercoledì 8 aprile 2009

Piove, polizia assassina!

di Gabriella Alberti e Francesco Salvini

Londra - Mentre scriviamo questo testo, il Guardian rende pubblico un video dell’aggressione subita da Ian Tomlinson, ripreso durante la manifestazione da un fund manager, che lavora tra New York e Londra e che ha deciso di pubblicare il video perché nessuno stava fornendo risposte alla famiglia (video).
Ci sembra che il nostro testo possa essere utile anche di fronte a questa nuova situazione.

Lo sguardo perduto nel vuoto di Ian Tomlinson - mentre barcolla allontanandosi da un tranquillo cordone di riot police - è un’immagine emblematica di ciò che sta accadendo a Londra. Ian Tomlinson tornava dal lavoro, passava per caso e aveva provato ad attraversare il cordone per rientrare a casa. Era stato chiuso in un recinto di poliziotti assieme a migliaia di altri manifestanti, aveva subito un’aggressione ingiustificata e particolarmente dura mentre camminava verso i manifestanti. Sbattuta la testa a terra, si era rialzato senza capire che cosa stesse succedendo, aveva cercato di capire perché lo avevano aggredito ed era andato verso un altro cordone nella speranza di trovare un poliziotto più comprensivo. A un tratto si è accasciato, alcuni manifestanti sono andati ad aiutarlo, hanno prima chiamato un’ambulanza e poi la polizia che, per sicurezza, ha caricato, bloccato la rianimazione di emergenza e si è rifiutata di parlare con l’ambulanza per ricevere istruzioni.

È quanto emerge dalle prime testimonianze raccolte dalla Inchiesta Indipendente lanciata giovedì mattina durante una manifestazione a Bank, che ha cominciato a tracciare gli ultimi anonimi minuti di Ian Tomlinson, venditore di giornali nella city, passante, privato cittadino. Fino a poche ore prima la versione della polizia parlava di morte per cause naturali di uno sconosciuto, trovato in un vicolo dalla polizia.

Ed è intorno ad alcune di questi aggettivi che vogliamo provare a tracciare una piccola parabola di quanto è successo a Londra. Parabola minore, per carità, pronta a seminare dubbi, svegliare sensibilità, ma poco disposta a lanciare grandi ipotesi.

Anonimo, naturale, privato. Questi termini non solo tracciano i margini degli ultimi minuti di vita di Ian Tomlinson, ma più in generale segnalano una strategia discorsiva e pratica delle forze dell’ordine nel mondo anglosassone, in particolare a Londra. Solo poche settimane fa, i giornali inglesi avevano riportato le dichiarazioni del Sovrintendente della Polizia metropolitana di Londra, David Hartshorn: rivolte e disordini sono previsti tra giugno e ottobre di quest’anno; dopo un’estate ad alta tensione, l’atmosfera sociale tornerà respirabile. La crisi, la rivolta e il conflitto ridotti a fenomeno atmosferico, prevedibile e determinabile, nello spazio - le grandi città inglesi e nord americane, nel tempo - estivo, il caldo? lo stress? le vacanze in città?, e nei soggetti - una middle class privata di un benessere euforico, ma ahinoi ormai svanito. Una volta enunciata e prevista, la gestione di questa perturbazione diventa semplice amministrazione: la crisi e il conflitto diventano una questione di amministrazione di una popolazione anonima, rumoreggiante a volte, ma in ogni caso privata di ogni voce pubblica. E il modello di contenimento sviluppato negli ultimi anni dalla polizia, il cosiddetto kettling (il classico bollitore per il te, questo il soprannome nato negli anni per riferirsi alla strategia della polizia) rappresenta la razionale traduzione in pratica di questo discorso.

Se infatti nella seconda metà negli anni ’90 Reclaim the street aveva occupato le strade e trasformato lo spazio pubblico anonimo in spazio di affermazione politica – fino ai riot del Carnival against Capitalism nella city del J18-1999 - la strategia della polizia fin dal Mayday del 2001 è semplice.
Chiudere ogni via d’accesso all’area in cui è contenuta la manifestazione e cominciare a stringere i manifestanti fino a quando si troveranno gomito a gomito, senza possibilità di muoversi, come il bestiame nei recinti. Una volta ben stretto il recinto, la polizia si incarica di una violenza silenziosa ed estremamente efficace.

Mercoledì scorso dall’una del pomeriggio alle sette e mezzo di sera, nell’area di Bank - dove proprio verso le sette morirà Ian Tomlinson - più di cinquemila persone sono state rinchiuse in questa kettle per quasi sette ore, senz’acqua, senza cibo, senza bagni, senza possibilità di uscire.

Si chiedeva un giornalista del Guardian rimasto intrappolato mercoledì pomeriggio, nel suo pezzo sul futuro delle tecniche di polizia: “Questo significa che chiunque voglia andare a una manifestazione deve essere preparato ad essere detenuto per otto ore, identificato e fotografato? E, se queste tecniche continuano a essere utilizzate e raffinate, quanto tempo passerà prima che le manifestazioni diventino più cruente?”. E chiudeva l’articolo avvertendo: “The thing about kettles is that they do have a tendency to come to the boil.” Parafrasando, la caratteristica dei bollitori è che hanno una certa tendenza a scoppiare.

Dalle pagine dello stesso giornale, risponde John O’Connor, più affezionato agli interessi del capitale. Sostiene che, nonostante l’erosione della libertà civile sia un alto prezzo da pagare, il kettling è una buona soluzione per ridurre i danni alla proprietà privata (parole sue). E O’Connor ci racconta un altro aspetto interessante sulle nuove tattiche di polizia. Quando impiegate la prima volta nel 2001, queste tecniche erano state portate di fronte a una Corte, perché, nel nome della sicurezza, intrappolavano indiscriminatamente e illegalmente persone di ogni tipo, tanto chi esercitava legittimamente il proprio diritto a manifestare, come passanti e anonimi cittadini le cui libertà civili dovevano essere protette.

Queste pratiche sono state incluse però nei regolamenti legislativi contro il terrorismo – anche se la ragione logica sinceramente ci sfugge. È la stessa atmosfera legislativa, per intenderci, che ha portato alla morte di Jean Charles De Mendes, altro morto anonimo, lavoratore brasiliano, ucciso da un colpo a freddo della polizia nella metropolitana di Londra nel Luglio del 2005. E la settimana scorsa hanno causato quella di Ian Tomlinson, caricato e sbattuto violentemente a terra senza ragione, abbandonato a se stesso a pochi metri da medici poliziotti, dopo che i manifestanti accorsi ad aiutarlo erano stati caricati. Ecco quali sono le cause naturali che hanno provocato la loro morte: la amministrazione del dissenso da parte dello Stato.

Popolazione anonima, cause naturali, proprietà privata. Siamo riusciti a trovare dei sostantivi per gli aggettivi da cui eravamo partiti. Per sfuggire a questa trappola ciò che possiamo fare è continuare con maggior desiderio a costruire una collettività composta da differenze laddove il potere cerca di controllare e fissare i margini statistici di una popolazione anonima e uniforme. E ci sembra che, qui a Londra, si apra in questi giorni una possibilità importante: costruire insieme una narrazione comune non solo di ciò che è successo l’altro giorno, ma di quanto sta succedendo nelle nostre vite.
La prima affollata assemblea per ricostruire quanto accaduto a Ian Tomlinson è stata emozionante. Di fronte alle parole vuote della polizia e della stampa, ci siamo trovati di fronte a persone in carne e ossa che si sono alzate per dire ‘io c’ero’. Per raccontare che “l’ho visto e non ho saputo cosa fare”, “quel tizio sembrava ubriaco” e che “la polizia si è rifiutata di parlare con i medici” e “ci ha dispersi mentre cercavamo di aiutarlo” (vedi indymedia). Questa narrazione comune e viva comincia a prendere corpo dentro l’Inchiesta Indipendente lanciata dai movimenti giovedì pomeriggio e può diventare una importante linea di fuga dall’anonimato, in una metropoli vaga e solitaria come Londra, per costruire spazi non solo di analisi ma di diagnostico e decisione collettiva in cui aprire un territorio politico comune.

E’ il desiderio di un’ altra narrazione che puo’ aprire delle brecce nel racconto monolitico ed opprimente dei media, un desiderio che aveva gia’ cominciato a emergere nelle pratiche informali di assemblea e mobilitizazione precedenti ai giorni del G20. E proprio in questi luoghi emergono istanze di presa di parola, di messa in comune: il tentativo di dare visibilità e colore a un dissenso ancora difficile da articolare ma che denuncia la funzione oppressiva di proprieta privata e finanziaria, la mancanza di spazi autonomi in citta, che parla della casa come diritto e non come fonte speculazione, della necessita di riappropriarci del comune.

E’ un processo confuso e ancora inafferrabile quello che ha portato al grande concentramento alla Banca di Inghilterra, una composizione, una rabbia che nessuno ancora sembra in grado di decifrare, nessuno, dentro e fuori da questo strano "movimento" (di giovani? di precari? di una middle class proletarizzata che si ribella ai costi spietati e alla ossessione produttivista della metropoli?). Una linfa che aveva ricomincato a scorrere sotterranea attraverso i pochi spazi autonomi e le zone temporanee di "convergenza" aperte proprio in occasione della protesta.
Quegli spazi, normalmente semi vuoti o talmente marginali da perdersi invisibili nella griglia della capitale, nel giro di poche settimane si riattivano, diventano punto di riferimento, spazio di discussione, socialita e di incontro, o semplicemente acquisiscono un senso come luoghi fisici per accogliere i preparativi per le manifestazioni e il climate camp. Sono gli stessi spazi che propio nei giorni di mobilitazione sono stati obiettivo di raid da parte della polizia. Un’altra volta un intervetno nascosto e violento che, seguendo una strategia perversa di controllo e intimidazione, segue le tracce dei "protesters" lungo i tracciati della CCTV, arrivando fino alle porte del convergence centre o ai tetti dello squat storico RampArt e picchia, immobilizza, perquisisce e umilia senza distinzioni.

Discutendo con compagni italiani durante i cortei e le assemblee ci dicevamo come la violenza del G20 di Londra non e’ paragonabile a quella di genova 2001. Vero, ma le ultime immagini sulle circostanze della morte di Ian ci dicono forse qualcosa di nuovo sull’amministrazione poliziesca del dissenso, un’amministrazione sottile e scientifica, piu fredda e meno "brutale" di quella italiana, ma sicuramente altrettanto violenta. E’ un’ oppressione che prova a prevenire la possibilita di protesta, che criminalizza prima ancora che la soggettivita si esprima. Accerchia e attacca rendendo lo spazio collettivo spazio anonimo e la sensazione della rabbia intima e individuale. Una violenza che ti fa sentire solo, incapace di pensare un’azione collettiva, di pensare la piazza, la strada come territorio comune, nostro, da cui partire.

In questi giorni a Londra c’è il sole, ci sono assemblee, le parole scorrono e gli incontri sono possibili. Presto ricomincerà a piovere, già sappiamo che da queste parti è inevitabile! Però si tratta di continuare a muoversi, perché, come diceva Fabrizio De Andrè, fermi sotto la pioggia si corre il rischio di morire arrugginiti.

Coloni israeliani attaccano Beit Amer: 8 palestinesi feriti

Questa mattina, decine di coloni israeliani hanno attaccato le case palestinesi a Khirbat Safa, vicino Beit Amer, a nord della provincia di Hebron, sparando all’impazzata e gettando pietre nel tentativo d’invadere la zona.
I soccorritori hanno riferito che almeno 8 palestinesi sono stati feriti durante gli scontri con i coloni armati; uno di loro verserebbe in condizioni critiche.
Secondo fonti legali, inoltre, le forze di occupazione avrebbero impedito l’arrivo delle ambulanze della Mezzaluna Rossa nella cittadina, chiudendo le strade d’accesso.
Testimoni oculari affermano che l’invasione è avvenuta ad opera di circa trecento coloni armati, partiti dal gruppo di colonie “Gush Etzion”e passati per le strade non asfaltate, e che diverse case ai confini della piccola località sono state assaltate e devastate.
Grandi forze dell’esercito di occupazione, sostenute da mezzi corazzati, si sarebbero inoltre appostate nelle strade per proteggere i coloni, sparando una pioggia di pallottole di acciaio ricoperte di gomma e gas lacrimogeni sia contro i cittadini di Khirbat Safa che contro quelli dei paesi vicini, accorsi per sostenerli. Centinaia tra gli abitanti di Beit Amer hanno infatti risposto all’appello di aiuto diffuso tramite gli altoparlanti delle moschee.
I coloni sostenuti dalle forze di occupazione israeliana attaccano ormai abitualmente i palestinesi della provincia di Hebron, distruggendo le loro proprietà e occupando le loro case.
Infopal

Diyarbakir - Arresti tra gli studenti

Questa mattina (7 aprile) gli studenti dell'Università di Amed hanno manifestato pacificamente denunciando l'uccisione dei due ragazzi il 4 aprile a Amara e l'arresto, avvenuto ieri durante il primo sit in, di 26 studenti di cui 15 sono ancora in stato di fermo. Circa un migliaio di giovani dalle 9.00 hanno partecipato al presidio gridando slogan contro la violenza del governo e contro il primo ministro T. Erdoğan. Uno degli studenti uccisi, un giovane di 21 anni, era proprio della "Dicle University".
La zona centrale dell'università era presidiata da un tank e da numerosi poliziotti in assetto antisommossa che hanno circondato gli studenti fino all'arrivo del sindaco della città Osman Baydermir, della parlamentare del DTP A. Tuğluk e di S. Demirtaş che sono intervenuti ed hanno portato il loro sostegno e solidarietà accompagnati dall'avvocato M. Erbay (presidente IHD Amed) e della sindaca neo-eletta della Municipalità di Bağlar A. Baran.
La presenza della polizia in borghese che filmava gli studenti mentre Osman Baydermir parlava ha creato un momento di forte tensione che è stato mediato dall'intervento dell'avvocato M. Erbey.
La polizia, i militari ed i servizi segreti stanno controllando capillarmente sia gli studenti che i rappresentanti delle istituzioni, l'arresto dei 26 giovani avvenuto ieri è stato preceduto proprio da una intervista di "giornalisti/agenti" agli studenti.
Delegazione Europa Levante

Palestina. Carovana sotto l’assedio, la cronaca della terza giornata

Oggi stiamo girando per i territori intorno alla città di Nablus, vicino alle montagne al confine con il Libano; molti i campi di addestramento dell’esercito israeliano, si capisce bene che siamo in un territorio di confine. L’altro gruppo è in visita al muro della vergogna nei villaggi attraversati e isolati dalla fortificazione voluta dal governo di Israele.
La corrispondenza della mattina audio
Ieri c’è stato un incontro con le donne della città di Betlemme nel centro antiviolenza gestito anche da associazioni italiane; il centro antiviolenza ospita 38 donne e purtroppo è l’unico di tutta la Palestina. Un operatrice ci ha descritto le tipologie di violenza che sono per lo più di carattere familiare; incide molto il fatto che la donna violentata, che denuncia o viene riconosciuta tale è allontanata dalla famiglia e dalla comunità. Altro problema grave sono i casi di divorzio che non è civilmente riconosciuto ma religiosamente governato e regolamentato; il centro cerca come può di supportare le istanze davanti ai tribunali religiosi. Il problema e le tematiche dell’aborto sono invece più legate alle donne palestinesi cattoliche, costrette a rivolgersi al centro in clandestinità. La presenza dell’occupazione militare israeliana alimentano poi le dinamiche di cultura conservatrice nelle famiglie palestinesi; l’ambito religioso e la tradizione familiare costringono molte donne e ragazze palestinesi al rispetto di regole e comportamenti, anche violenti, dai quali è molto difficile sottrarsi.
Questo pomeriggio si svolto un nuovo incontro di calcio tra i ragazzi della carovana contro la rappresentativa di del campo profughi di Nablus; partita molto seguita ed incerta fino alla fine, la vittoria ha arriso ai padroni di casa. Nelle note di vita quotidiana è da sottolineare una azione dell’ esercito israeliano nel campo con l’arresto di quattro palestinesi; tutto sotto gli occhi dei rappresentati della carovana, neanche la loro presenza ha potuto impedire l’ennesima violenza dell’esercito occupante.
La corrispondenza della sera audio
A Jayyous oggi i ragazzi del Charity Centre hanno accompagnato la Carovana lungo le tortuose stradine tra gli ulivi che conducono ai Gate del muro israeliano. Questo, che in concreto è un fitto reticolato di filo spinato e elettrificato, deturpa un paesaggio incredibilmente armonico e da sempre votato all agricoltura, ma soprattutto costringe la popolazione palestinese a sempre piu umilianti condizioni di vita quotidiana, con i ristretti orari di apertura del check point, l'arbitrarietà del rilascio del permesso per raggiungere le terre confiscate, le strade e lunghe e scomode che i contadini sono costretti a percorrere per andare a lavorare. Da segnalare che spesso l'esercito compie incursioni nel paesino di quattromila anime, a volte inondando di gas CS le strette viuzze, e spesso procedendo a rastrellamenti. Al Gate 2 abbiamo incontrato un esperto contadino della zona, che ci ha ampiamente spiegato come sia impossibile continuare a coltivare i terreni in questa condizione, quando i permessi per il passaggio vengono concessi ai più anziani e sempre meno ai giovani che potrebbero aiutarli nel lavoro. Continue vessazioni intollerabili, di cui il muro e solo l'aspetto piu eclatante, ma che hanno reso questa gente resistente, consapevole e molto ospitale con gli internazionali che vengono spesso ad aiutare, in ottobre, per la raccolta delle olive. Persone così gentili da esprimerci, quando ci incontrano per strada, il loro cordoglio per il terremoto che ha colpito ieri il nostro paese.

NIENTE DA VEDERE, NESSUNO DA INCONTRARE

Non c'è niente da vedere, nessuno da incontrare. Con queste parole, Israele sancisce il divieto ssoluto di entrare a Gaza, dal check-point di Herez, a una carovana internazionale composta da piu di duecento persone. Con un fax, viene confermato per l'ennesima volta l'apartheid in cui si trovano stritolati migliaia di palestinesi. Il muro che, con tanta solerzia, Israele ha costruito per isolare e rinchiudere il popolo palestinese deve essere inviolabile, perchè nessuno deve vedere ciò che esso contiene - macerie, dolore, diritti negati -, nessuno deve poter parlare con le persone che all'ombra di quel muro ogni giorno vivono. Un muro eretto appositamente, per nascondere al mondo intero i crimini commessi da una superpotenza mondiale. Volevamo entrare a Gaza. Volevamo portare una speranza a quella terra straziata, un abbraccio di solidarietà che ricordasse agli occhi palestinesi che non sono soli. Volevamo essere lì con loro, testimoniare nel nostro paese la barbarie occidentale in Palestina, provare a infrangere l'isolamento, la prigionia in cui sono costretti. Gaza è un enorme prigione a cielo aperto, un carcere in cui è rinchiuso un popolo colpevole solamente di esistere, ma soprattutto di non chinare la testa. Il coraggio del popolo palestinese, il desiderio di vita nella propria terra è senza paragone, e per questo Israele, con l'aiuto e la complicità di tutti i governi occidentali, mette in campo forme di controllo totalitario e di repressione violenta e generalizzata con pochi precedenti nella storia. Da questo contesto inaccettabile prende forma il Muro. Cemento che serve a imprimere nei palestinesi la solitudine e l'isolamento dal resto del mondo, imponendo la sensazione che la vita stessa finisca a quel muro, bloccando informazioni, aiuti umanitari, circolazione di corpi, solidarietà. Un altro pezzo di un massacro in atto da troppo tempo. Con la carovana di Sport sotto l'assedio, stiamo portando per i campi profughi palestinesi una speranza che ha la forma di un pallone. Siamo una squadra di calcio, maschile e femminile, che, attraverso lo sport, prova a portare un messaggio solidale di fratellanza. Giochiamo con squadre palestinesi, con ragazzi e ragazze, perchè il pallone parla la stessa lingua ovunque, antirazzista e contro ogni intolleranza, ogni guerra. Oltre duecento persone dall'Italia sono arrivate con le loro esperienze e le loro abilità, portando qui laboratori di musica, di teatro, di fotografia e di informatica, condividendo con le genti di questa terra le informazioni e le esperienze, perchè il muro dell' apartheid si rompe quotidianamente, ovunque.Volevamo infrangere il simbolo della cortina di silenzio e morte, e ci è stato impedito. Israele, come sempre, non vuole che i suoi progetti subiscano rallentamenti. Denunciamo questa barbarie, denunciamo ai media internazionali, alla società civile, a chi nel cuore porta quei bambini che prendevano a sassate soldati, l'ennesima violazione di qualunque diritto, l'ennesimo atto di guerra di una paventata democrazia che vorrebbe nascondere il sangue, le torture e il massacro di un popolo. Non permetteremo che questo avvenga.
Stronger than a wall --- without your freedom, we'll never be free.

martedì 7 aprile 2009

REPORT “DONNE SOTTO L’ASSEDIO”

Incontro con il centro anti-violenza di Beit Sour
Donne sotto l’assedio: potrebbe essere ribattezzata così questa seconda giornata della Carovana, caratterizzata dall’incontro con associazioni delle donne palestinesi, che intervengono su un territorio gravato non solo dall’oppressione del conflitto, ma anche da profonde limitazioni culturali, determinate da fondamentalismi religiosi, dinamiche patriarcali e legislazioni arcaiche che non tutelano le donne, ma anzi le penalizzano.
Primo appuntamento della giornata al “Mehawar Center”, nel villaggio di Beits Sour, il centro antiviolenza più grande della Palestina, fondato nel febbraio dello scorso anno, con lo scopo di proteggere donne vittime di violenza nei territori palestinesi. Supervisionato dall‘Autorità palestinese e dal Ministero degli Affari Sociali, è il frutto della sinergia di realtà locali ed internazionali, fra cui l’Ong “Palestinian Society of Women” e l’associazione italiana “Differenza Donna”. Situato in un luogo visibile e facilmente raggiungibile, non ha un indirizzo segreto, ma anzi si propone come punto d’incontro e di riferimento, per avvicinare quotidianamente le donne dei Territori Occupati, sensibilizzandole sulla tematica della violenza domestica e su quella di genere.
Gratuiti i servizi offerti dalla struttura: una casa rifugio in grado di ospitare fino a 35 donne con i loro bambini, per brevi o lunghi periodi, uno sportello di ascolto, di formazione educativa e professionale ed assistenza legale, sia individuale che all’intero nucleo famigliare. Il sostegno telefonico, inoltre, indirizza le donne di altre città a strutture di riferimento del loro distretto. A disposizione dell’intera comunità l’asilo nido, la palestra, il centro ricreativo. Campagne educative vengono portate avanti in scuole, villaggi, campi profughi. Si batte attivamente, insieme a diverse Ong, per migliorare e modificare le normative vigenti in tema di violenza, incentrate sul codice Giordano del ‘67, che nega diritti e lascia impuniti crimini perpetrati nei confronti delle donne. Tre i tipi di violenza su cui interviene il centro: fisica, psicologica, sessuale. Quella verbale non viene riconosciuta come tale perché comunemente accettata. I conflitti minori implicano il reintegro della donna nel nucleo d'origine. Quella sul posto di lavoro spesso non viene denunciata, motivo di vergogna soprattutto fra le mussulmane. Complesso l’intervento nei casi di abusi sessuali e violenza domestica. Fenomeno questo che aumenta sensibilmente nei periodi di conflitto, in seguito alla frustrazione generata da disoccupazione, inattività, limitazione della mobilità. Le vittime, spesso, per vergogna e paura tendono a chiudersi nel silenzio e quando riescono ad aprirsi non vengono credute, ritenute responsabili dell’accaduto, emarginate e in molti casi punite addirittura con la morte. Accade anche che persino le madri e le sorelle, per il timore di ritorsioni, non testimonino a favore.
Le vittime spesso ignorano che lo stupro possa comportare una gravidanza. Nonostante sia illegale, sono in molte a richiederne l’interruzione. Se per le mussulmane viene contemplata in alcuni casi limite, per le cattoliche è escluso. Ovviamente diffusa la pratica degli aborti clandestini. Sorseggiato dell'ottimo caffè al cardamomo offertoci dalle donne del Centro, abbiamo salutato con l'emozione nel cuore lo spezzone della carovana in partenza per Nablus. Di seguito il resto della giornata a Dheisheh.
Stay Tuned!!Free Palestine!!

Incontro con il Comitato di donne dell'Ibdaa
Nel primo pomeriggio, abbiamo finalmente conosciuto alcune delle donne del comitato Ibdaa, coinvolte in due dei progetti fondamentali nella vita del campo, come l'asilo nido e la sartoria, che hanno contributo al processo di emancipazione ed autonomia economica delle donne del campo, garantendo un servizo di cura e creando reddito e lavoro. Abbiamo incontrato due maestre della struttura, che accoglie 120 bambini dagli 8 ai 12 mesi, in classi di circa 25 piccoli. Oltre alle consuete attività, la scuola materna offre anche sostegno psicologico individuale e di gruppo ai bimbi, che spesso soffrono di traumi legati alla guerra ed alla vita stessa nel campo. In questo lavoro vengono coinvolte anche le madri e le famiglie.
Si parla poi del laboratorio di sartoria di Ibdaa a gestione femminile, che attualmente dà un reddito a circa 100 donne. Spesso questa risulta essere l'unica e fondamentale entrata che sostiene la famiglia. Il progetto ha anche un risvolto culturale, essendo la sartoria parte della tradizione del popolo palestinese. E' stato fondato nel 1999 da 15 donne, ed è cresciuto nel tempo, anche con la collaborazione dell'associazione giapponese “Pace sulla Terra”.
Tuttora sono le madri quelle che tramandano i racconti sulla cultura e le tradizioni di allora. Ed anche a noi hanno ricordato la nascita del campo, quando nel '48 le donne si sono dovute accollare il sostentamento materiale e morale della comunità , a causa dell'assenza degli uomini, lontani per lavoro, esilio o prigionia, nei casi piu' "fortunati".
Prima di allora, la loro vita era incentrata sulla famiglia, sulla comunità. Si occupavano anche di agricoltura e piccolo artigianato. “E' negli anni '80, con la Prima Intifada, essendo parte attiva negli scontri, che hanno dimostrato di avere un ruolo nella difesa del territorio e delle loro case.”
Ci raccontano poi di come una debolezza della donna nel mondo islamico stia nella questione dell'onore, e di come questo sia diventato un'arma nella strategia di guerra israeliana: una donna stuprata non solo è oggetto di disonore, ma anche di emarginazione dalla propria comunità. Questo ha condizionato il ritiro di molte dalla lotta. La diffusione dei matrimoni combinati e dei matrimoni in età giovanile è inversamente proporzionale al livello d'istruzione: lo stato di guerra influisce negativamente su questo, perchè le famiglie non hanno più la disponibilità economica di far studiare le ragazze.
Nel Codice Giordano, tuttora in vigore, il delitto d'onore è ancora presente, ed è punito con una pena detentiva non superiore a tre mesi...
Primo giorno di laboratori
Con un pò di ritardo, visti gli appuntamenti intensi della mattinata, a Dheiesheh sono partiti i primi workshops. Il laboratorio fotografico e l'animazione per i più piccoli, e il laboratorio musicale con gli adolescenti.

Ucciso un ragazzo palestinese a Gerusalemme

Oggi, la polizia israeliana ha ucciso il giovane Mohammad Basem ‘Omaira (20 anni), mentre stava guidando la sua macchina a Sur Baher, vicino Gerusalemme.
La polizia dell’occupazione sostiene di aver sparato contro il giovane dopo che questi aveva tentato d’investire i soldati israeliani che si trovavano nella cittadina, ferendone tre in maniera leggera.
La cittadina sta vivendo dalle prime ore di questa mattina una massiccia presenza di poliziotti, giunti per demolire la casa del defunto Husam Dwayat, che nel luglio 2008 attaccò con il suo bulldozer alcune vetture nella città di Gerusalemme, uccidendo e ferendo diversi israeliani.
Secondo quanto riferito dal padre di Husam, le ruspe dell’occupazione israeliana avrebbero già iniziato a demolire la casa di Dwayat, impedendo ai cittadini di avvicinarsi ai lavori.
da Infopal

Jayyus secondo giorno di carovana

Nel programma della carovana di oggi era previsto che il gruppo di Jayyus si recasse al valico Heretz per tentare di entrare a Gaza. Purtroppo quattro giorni prima della nostra partenza le autorità militari israeliane ci hanno fatto sapere che a nessuna delegazione sarebbe stato concesso di entrare a Gaza per motivi di sicurezza e perchè « li' non c'è nulla da vedere e nessuno da incontrare ». Cosi' la delegazione oggi è rimasta a Jayyus a vedere con i propri occhi le difficoltà che i contadini palestinesi hanno nel raggiungere le proprie terre al di là del muro di recinzione. Il muro costruito nel 2002 per motivi di sicurezza in realtà ha rubato terre coltivate palestinesi non rispettando i confini del '67, che prevedevano la sua costruzione sulla green line situata 10 chilometri più indietro.
Sotto un sole a picco sulle nostre teste abbiamo percorso la strada che i contadini fanno tutti i giorni per arrivare alla porta sud, aperta per un'ora tre volte al giorno. Abbiamo potuto costatare, come ci avevano spiegato ieri i ragazzi del Charity center, che il pass per coltivare le terre al di la' del muro viene concesso quasi esclusivamente a persone molto anziane. Durante la nostra sosta davanti alla porta sud, gli unici agricoltori che passavano erano vecchi su carretti trainati da muli. Ottenere il pass dal governo israeliano non é semplice, innanzitutto non bisogna avere in famiglia persone che sono state arrestate per attività politica, martiri o semplici attivisti. Inoltre gli ettari di terra posseduti dal capo famiglia vanno suddivisi per ciascun membro della famiglia, e se dalla divisione per ogni figlio risulta meno di un ettaro di terra per componente tutto il nucleo familiare non ottiene il pass. Inoltre la durata della concesione per coltivare la terra dura da tre a sei mesi, scaduti i quali, va rinnovata con un'attesa media di un mese e mezzo durante il quale non è possibile andare a lavorare. Questi sono solo alcuni dei modi che il governo israeliano usa per umiliare e impoverire la popolazione, impossibilitata a lavorare la terra e raccoglierne i frutti e a percepire un reddito per sopravivvere. Per molti giovani, come ci ha spiegato « dall'alto del suo trattore » un rappresentante del comitato per la liberazione delle terre di Jayyus, l'unica possibilità per costruirsi un futuro è lasciare la Palestina per recarsi in Europa a finire gli studi e cercare lavoro. Purtroppo solo i più fortunati riecono però ad uscire dal paese, perché qualunque problema con la giustizia israeliana comporta il diniego di emigrare. L'ennesima riprova che la Palestina è davvero una prigione a cielo aperto.
Mentre scriviamo nel giardino del Charity center siamo « circondati » da decine di bambini che partecipano al laboratori di fotografia e sulle energie rinnovabili, mentre il resto del gruppo è in giro per il paese accompagnato dai tamburi della murga e dai graffitari che termineranno i graffiti iniziati ieri.
Dopo pranzo siamo andati a prendere un gelato e della frutta e il negoziante nel vederci ci ha ricordato la pesante sconfitta della partita di ieri finita 13 a 3. A quel punto è scattata la proposta per una rivincita fuori programma. I ragazzi sono scesi in campo finalmente motivati convinti delle proprie possibilità fino ad oggi inespresse. La nostra squadra ci ha fatto rivivere i fasti del calcio totale dell'olanda di Cruyff. Risultato finale a nostro favore 3 a 2, marcatori della giornata Sogliola, e doppietta di Rui « nano » Barros. Da notare la prestazione sopra le righe di Yuri che si è dimostrato un grande portatore di palla e un vero leader in campo, capace di tenere corta la squadra e dettare i tempi di gioco. I nostri sono stati semplicemente fantastici.
I vostri corrispondenti
duka e tanka

Palestina. Carovana sotto l’assedio, la cronaca della seconda giornata

Comincia il secondo giorno della carovana, che si è divisa in tre gruppi distinti. I ragazzi della carovana sono stati ospitati per la notte nel campo profughi Dheisheh; un gruppo di attivisti rimane per continuare le iniziative di solidarietà mentre un secondo gruppo viaggia per i villaggi e di territori prossimi al muro ed al confine di Israele dove forte è il livello dello scontro e della pressione dei coloni israeliani.L’ultimo gruppo si sposta verso nord a Nablus nei campi profughi ed in particolare ci sarà una visita con partita di calcio in un penitenziario trasformato in una struttura sportiva per i ragazzi dei campi. Ieri è arrivato anche il diniego del Governo Israeliano per il passaggio della carovana a Gaza dove il progetto di Sport sotto l’assedio porta avanti progetti dal 2004. Un divieto gravissimo che sottolinea il carattere di occupazione e di prigione a cielo aperto che rappresenta la striscia di Gaza.Il clima è comunque molto positivo e bello; comincia ora la parte più faticosa del viaggio ci confronteremo con realtà anche poco conosciute; siamo venuti soprattutto per ascoltare esperienze e condividere la possibilità di costruire qualcosa di differente anche con la pratica sportiva.
La corrispondenza della mattina. [ audio ]
Siamo a pochi chilometri da Nablus in un campo profughi presso un ex carcere trasformato in uno ostello e con strutture sportive.Il clima è stato pesante al posto di blocco Israeliano dove abbiamo aspettato più di mezz’ora assistendo alle consuete scene di vessazione della popolazione palestinese. La sensazione in Cisgiordania è che con l’operazione Piombo Fuso il problema sia diventato Gaza; la pressione israeliana è minore ma i problemi rimangono ed anche i momenti di incontro ufficiali tendono a spostare l’attenzione sulla striscia. Il rifiuto israeliano a fare entrare la carovana a Gaza è una chiara scelta in tal senso; entro la serata gli attivisti stessi della carovana invieranno un comunicato ufficiale di risposta. Per domani il gruppo di Nablus giocherà un incontro amichevole di calcio e visiterà i campi profughi incontrando le associazioni con cui si stanno portando avanti i progetti in campo sportivo e ricreativo.
La corrispondenza della serata. [ audio ]
A Jayyus, villaggio a pochi chilometri da Tel Aviv, nella zona di Qualqylia, il gruppo della Carovana fin qui approdato ha potuto toccare con mano la devastazione sociale ed economica causata dalla costruzione del muro. La terra coltivata, gli oliveti, i pozzi artesiani, tutto ciò che permetteva il sostentamento della popolazione locale è stato annientato dalla barriera israeliana. L accoglienza al Charity Center è ottima, il gruppo ha giocato e ballato con le centinaia di bambini e bambine presenti nel villaggio dando vita ad un nuovo murales sulle pareti esterne della scuola, dove ora campeggia la scritta "Il muro divide, lo sport unisce". Da novembre scorso l’organizzazione Against the wall organizza ogni venerdì le manifestazioni al muro, che qui è stato costruito fin da subito, nel 2002, in meno di un mese. Numerosi sono stati gli arresti tra la popolazione di giovani attivisti.
Partendo dal campo profughi di Dheisheh il terzo gruppo si è spostato in pullman presso il Centro Antiviolenza "Mehwar Center" di Beth Shour per conoscere le operatrici e per capire quale sia la situazione dei territori palestinesi rispetto alle violenze sulle donne. Il centro che il gruppo ha visitato è al momento l’unico attivo in Palestina e può ospitare fino a 35 donne. Risulta evidente come i diritti delle donne nei territori siano quotidianamente violati, data anche l’assenza di una legislazione specifica. Ci si rifà infatti ancora alla legge giordana, che nello specifico non condanna nemmeno chi uccide o violenta la propria moglie o la propria figlia. Dopo un altro incontro con alcuni gruppi di donne del campo di Dheisheh nel pomeriggio sono iniziati workshop di fotografia, musica e teatro che hanno visto la partecipazione di decine di bambini del campo. I workshop proseguiranno nei prossimi giorni.

lunedì 6 aprile 2009

Primo giorno della Carovana “Sport Sotto l'Assedio”

Colazione e conoscenza dell'Ibdaa Cultural Center

Ci siamo svegliati, dopo la prima notte, nel campo profughi di Dheisheh, dopo aver dormito in due strutture molto accoglienti. Tra baci e abbracci, davanti un'abbondante colazione, tra compagni e compagne di tutta Italia arrivati con voli diversi in Palestina, ci siamo buttati subito a capofitto in un'intensa giornata di lavoro politico e sportivo. Durante la mattinata, abbiamo fatto un incontro con lo scopo di conoscere le attività della laica struttura culturale che ci ospita, il centro di Ibdaa ("creare qualcosa dal nulla"). Giovani palestinesi ci hanno raccontato il lavoro che svolge il centro nel territorio di Dheisheh, uno dei 59 campi profughi palestinesi, creati nel '48, che concentra attualmente 12.000 persone dentro una superficie di ½ km quadrato. Tra i loro progetti più importanti possiamo menzionare l'ostello, il ristorante, lo sport, la danza, la musica, il teatro, la biblioteca, l'asilo per i bambini, il comitato di donne, un laboratorio di sartoria, l'ospedale e fra quelli futuri il media center e la Tv satellitare. Nonché, con grande sforzo economico, finanziare annualmente l'università per cinquanta ragazzi del campo. Trenta ragazzi vengono mandati a studiare in quelle palestinesi. I rimanenti studiano in atenei stranieri, per far fronte alla difficoltà di poter studiare in Palestina, a causa della perimetrazione del territorio, frammentato da muri, filo spinato, reti elettrificate, check point, posti di blocco e strade a scorrimento veloce percorribili solo da cittadini israeliani. “Insomma, sai quando esci di casa, ma non sai quando arriverai al lavoro, a lezione, all'esame”. Obiettivo del progetto educativo è quello di avere dei giovani formati, pronti a tornare e a socializzare le loro competenze e conoscenze con la propria comunità, con la speranza di poter creare una nuova classe politica che si discosti da quella corrotta attuale. Ci raccontano che esistono tre tipi di scuole: quella delle Nazioni Unite, quelle statali e quelle private che possono essere sia laiche che religiose. Quelle private sono molto costose e spesso propongono un maggior numero di materie. I programmi, invece, si equivalgono fra gli altri tipi di scuole. Passare l'esame di maturità è molto duro. Due gli istituti all'interno del campo gestiti dalle Nazioni Unite, una elementare e una media, che non riescono a coprire la domanda del campo. 7000, infatti, i bambini in età scolare costretti a doppi turni e stretti in classi di oltre 45 allievi. Un notevole carico grava sul ristretto corpo docenti quindi, formato solo da 13 insegnanti.
“Non abbiamo acqua d'estate ed elettricità d'inverno”: è questa una delle frasi ricorrenti nei racconti della mattinata. In base agli accordi di Oslo, i palestinesi non possono disporre delle risorse del sottosuolo, che sono quindi gestite dagli israeliani e rivendute ai palestinesi e la cui erogazione può essere sospesa arbitrariamente in qualsiasi momento. A Dheisheh l'elettricità arriva da un generatore situato a Gerusalemme. Se un cavo dell'impianto si rompe, il campo può restare anche per giorni senza luce, perché la società erogatrice reclama bollette non pagate. Considerando che il 65% della popolazione è disoccupata ed i pochi che lavorano vengono sotto pagati ... immaginiamo i lunghissimi inverni senza elettricità e quello che ne comporta.

In pellegrinaggio verso lo stadio...

Dopo la riunione, siamo saliti sui pullman per raggiungere lo stadio di Al Ram nei pressi di Ramallah dove si sono disputati i primi due incontri di calcio della carovana. Questo trasferimento ci ha permesso di vivere in prima persona quelle che sono le difficoltà quotidiane riguardo la mobilità vissute dai palestinesi e di vedere con i nostri occhi le barriere architettoniche che hanno reso possibile questo sistema di apartheid. Check point a parte, ci ha colpito l'autostrada riservata ai cittadini israeliani che collega in soli 20 minuti l'insediamento di coloni Maali Adumin con Gerusalemme. Noi, per arrivare a Ramallah, invece abbiamo impiegato circa un'ora e mezza, percorrendo tre volte tanto la distanza che ci divideva dalla nostra meta. Altro particolare inquietante, oltre alle barriere autostradali, le centinaia di ceppi di olivo decapitati che affioravano dal terreno spaccato dal sole. Olivi secolari, lavoro e risorsa di almeno tre generazioni di uomini e donne, costretti ora ad acquistare l'olio altrove.

La disfatta di Al Ram

Alle 14.00 siamo giunti nello stadio, l'unico regolamentare riconosciuto dalla Fifa nei Territori Occupati, campo di gioco della loro Nazionale. Ad attenderci, oltre la Nazionale under 18, il calore e l'entusiamo delle alunne della scuola femminile di Gerusalemme Est “Dar el Tefl el Arabi”, che si sono poi cimentate in un colorato saggio che ha aperto il fastoso cerimoniale della giornata calcistica. Ma veniamo alla cronaca delle partite.

Gli scombinati componenti della nostra squadra, che giocava contro la nazionale under 18, si sono fatti scudo con discorsi del tipo: “Siamo arrivati questa notte”, o “Abbiamo dormito poche ore” oppure, ancora peggio per degli sportivi, “... nella vita ci droghiamo”. Ragazzi la realtà è ben altra: “Siete delle pippe!”. Avete perso 10 a 0 e sbagliato il rigore che l'arbitro aveva regalato, in quanto ospiti, all'ultimo minuto. Di voi, lo sapevamo, che non eravate affidabili; ma della squadra femminile no. Le ragazze, negli anni passati, ci avevano regalato solo vittorie e al pubblico Palestinese emozionanti momenti di “fùtbol bailado”. Sono crollate misteriosamente, perdendo 9 a 0.

Da Dheisheh è tutto i vostri corrispondenti con i piedi Lory, Duka e Barbara.

Palestina. Carovana sotto l’assedio, la cronaca della prima giornata

La prima giornata della carovana di Sport sotto l’assedio nei territori palestinesi è carica di emozioni e di avvenimenti. Neanche il tempo di arrivare che i componenti della carovana sono stati accolti nello stadio Faysal Al-Hussein, costruito ad Al Ram borgo palestinese di Gerusalemme Est sulla strada per Ramallah. E’ lo stadio della nazionale palestinese, ed oggi ha accolto due incontri ; il primo fra la nazionale Under 21 palestinese e la selezione della carovana e il secondo una partita fra rappresentative di calcio femminile."Emozione tanta", raccontano alcuni giocatori della Polisportiva San Precario che partecipano alla carovana. "Diecimila persone e tutte le televisioni della Cisgiordania a seguire questo avvenimento ed un ampia delegazione del governo Palestinese. Non poteva esserci accoglienza migliore". Apparte il risultato, otto a zero per i padroni di casa, da notare i cori e il calore del pubblico "Stop occupation, free Palestine" cantato per la durata dei due incontri, dallo stadio è ben visibile il muro che separa la Cisgiordania da Israele. Tutti i componenti della carovana si sono diretti poi a Betlemme presso il campo profughi di Dheisheh; un gruppo rimarrà nel campo per coordinare delle attività sportive, gli altri cominceranno da domani il viaggio per i territori palestinesi.

Segui le corrispondenze della carovana e aggiornamenti giornalieri dei nostri corrispondenti

"We are peacefuul, what are you?

La cronaca della manifestazione No-Nato a Strasburgo

Gli abitanti di Strasburgo si chiedono e chiedono ai poliziotti che vietano la circolazione e controllano i pedoni in città se il Presidente riesce a passare con il suo Air Force One... e aspettano che passi finalmente Obama per poter recarsi al lavoro o rientrare a casa. La popolazione si sposta con in mano la mappa della città fornita dagli attivisti del contro-vertice, è quella più utile e ricca di dettagli per rintracciare l’itinerario scelto.
L’appuntamento per la manifestazione contro la Nato è stato fissato alle 13 nel Giardino delle Due Rive ma la polizia ha vietato ai partecipanti che provenivano dalla parte tedesca di attraversare il Ponte d’Europa e raggiungere il luogo del concentramento "per motivi di sicurezza" così è iniziato l’ultimo pomeriggio NO-NATO a Straburgo.
Moltissimi attivisti erano infatti rimasti a Baden-Baden dove si svolgeva una delle cerimonie ufficiali previste, alcuni gruppi minoritari di partiti ’della sinistra radicale’ e dei sindacati avevano invece scelto una palestra per riunirsi in un’"assemblea antiguerra". Ennesimo blocco, la tensione per il blocco del ponte è salita e un faccia-a-faccia immediato di lanci è scattato tra sassi contro la videosorveglianza poi molotov e lacrimogeni, numerosissimi i tiri di flashball per impedire ai manifestanti di passare la frontiera franco-tedesca e punto di partenza del corteo che si sarebbe diretto verso il palazzo della Musica che ospita il vertice.
Il bilancio dei feriti, una cinquantina alla fine della mattinata, è aumentato nel corso del pomeriggio, ma nessuna notizia è trapelata dagli ospedali anche loro in stato di assedio. Sepolti da coltri di fumo nero, gruppi di centinaia di persone accerchiate sono state costrette a chiedere ripetutamente con i megafoni il "cessate il fuoco" alle forze dell’ordine che continuavano a caricare i manifestanti con tiri di candelotti di gas e cannonate di acqua.
Di fronte al dispositivo di guerra decine di migliaia di manifestanti hanno deciso di usare i corpi senza mai affrontare direttamente le forze dell’ordine impegnate nell’escalation militare. Corpi per camminare a piedi e attraversare le barriere antisommossa, per procurarsi acqua e cibo, per difendersi e proteggersi o riposarsi, o per nuotare e risalire il fiume, corpi che hanno suonato la fanfara per strada e danzato in basso la pantomima della coreografia aerea diretta d’aviazione dell’esercito europeo.
L’ex-posto di frontiera all’entrata del territorio francese è stato saccheggiato, demolito e incendiato, bandiere europee divelte e le finestre esplose a colpi di pala guardano la parte tedesca come occhi neri e ciechi.
Marina Nebbiolo

Londra: "L’uomo morto al G20 è stato aggredito dalla polizia"

Fonte: La Repubblica.it

Il domenicale Observer raccoglie le testimonianze di chi ha visto cadere l’edicolante Tomlinson durante la manifestazione contro il vertice dei Grandi: "Spinto e manganellato"
Ci sono voluti cinque giorni, ma la verità sulla morte misteriosa di un uomo durante la "battaglia" di mercoledì scorso nella City tra dimostranti e polizia comincia finalmente ad emergere. La Independent Police Complaints Commission (Ipcc), una commissione governativa indipendente che ha la supervisione del comportamento della polizia, ha ricevuto testimonianze oculari secondo cui la vittima è crollata al suolo dopo essere stata assalita da agenti anti-sommossa armati di manganelli.
Come riportato per primo giovedì da Repubblica citando fonti dei manifestanti che dicevano "lo hanno ucciso", Ian Tomlinson, un edicolante di 47 anni che tornava a casa dal lavoro, avrebbe dunque perso la vita a causa delle forze dell’ordine, non per un infarto sofferto per caso mentre si trovava nelle vicinanze degli scontri tra no-global e poliziotti come riportato finora da Scotland Yard.
La commissione indipendente non ha ancora reso noto il suo rapporto sulla vicenda, al termine del quale deciderà se aprire un’indagine giudiziaria ufficiale per individuare i responsabili di una "morte sospetta", ovvero di un possibile omicidio. Ma ieri l’Observer, edizione domenicale del quotidiano Guardian, ha a sua volta pubblicato tre resoconti, forse degli stessi testimoni che hanno deposto davanti alla Ipcc, in cui si afferma che Tomlinson fu attaccato "violentemente" dagli agenti. Uno di questi sostiene che l’uomo è stato colpito pesantemente alla testa con un manganello. Un altro riferisce che è stato spinto alle spalle dai poliziotti con una forza tale da fargli sbattere la testa per terra. E uno di questi testimoni ha dato al giornale anche fotografie scattate sulla scena, in cui si vede l’edicolante a terra, inerme, circondato da poliziotti con caschi, scudi e manganelli: fa un gesto come per protestare o ripararsi. Successivamente al suo fianco c’è un giovane in abiti borghesi che, secondo i resoconti, lo ha aiutato a rialzarsi. Ma i testimoni concordano che dopo aver mosso qualche passo barcollando, Tomlinson si è accasciato di nuovo al suolo: e non ha mai più ripreso conoscenza.
Dice all’Observer Anna Branthwaite, una esperta fotoreporter: "Ricordo bene di averlo visto. Veniva spintonato da dietro da un poliziotto in assetto anti-sommossa, due o tre minuti prima che perdesse i sensi. Non era un esagitato o un provocatore, ma la polizia sembrava aver perso il controllo. Gli agenti avevano chiuso la zona della manifestazione, non lasciavano entrare o uscire nessuno, ma qualche passante riusciva lo stesso a filtrare trai cordoni di poliziotti. Tomlinson era uno di questi". E’ una tattica che i dimostranti hanno definito come "chiuderci in gabbia", usata anche in altri paesi in occasione di manifestazioni di protesta: accadde anche al G8 di Genova, e ora fortemente criticata dalla stampa inglese, che accusa la polizia di metodi brutali che hanno fatto salire la tensione e incentivato gli scontri. Un altro testimone oculare, Amiri Howe, 24 anni, ricorda di aver visto un agente picchiare Tomlinson "vicino alla testa" con un manganello: è lui che ha scattato le foto dell’episodio pubblicate dall’Observer. Dice una donna, di cui il giornale non rivela il nome ma che ha testimoniato alla commissione indipendente: "L’ho visto cadere a terra, dopo essere stato violentemente spintonato in avanti. da un poliziotto. Ho notato che cadendo ha sbattuto in modo orrendo la fronte sul marciapiede. Ne sono rimasta fortemente impressionata". E un’altra donna, Natalie Langord, 21 anni, riferisce i suoi ultimi attimi di vita: "Barcollava, pareva disorientato, poi è crollato al suolo. Ho chiesto a un mio amico di soccorrerlo".
E’ a questo punto che alcuni manifestanti hanno chiamato altri poliziotti, che hanno inviato sul posto due infermieri, i quali hanno inutilmente tentato di rianimare Tomlinson e poi hanno fatto arrivare un ambulanza: ma l’uomo è arrivato morto in ospedale. Era sposato, ma viveva da solo in un ostello nei pressi della City. David Howart, deputato del partito liberal-democratico, afferma che "dovrà esserci una piena inchiesta giudiziaria, è possibile che quest’uomo sia stato ucciso dalla polizia".

sabato 4 aprile 2009

Amara - 2 ragazzi uccisi dalla polizia turca

Mahsum Karaoğlan, 21 anni e Mustafa Dağ, 27 anni. Aumenta il bilancio dei morti a causa delle violente cariche della polizia e delle forze speciali turche durante il raduno di Amara.

500.000 persone si sono radunate ad Amara (vicino Urfa) città natale di Abdullha Ocalan, nel giorno del suo sessantesimo compleanno. Dopo la giornata di ieri passata senza incidenti, con concerti, danze e interventi dei candidati eletti del DTP, oggi la repressione si è scatenata feroce con cariche violentissime da parte delle forze di sicurezza. Osservatori italiani presenti sul posto riferiscono di un giovane manifestante ucciso. Mustafa Dağ di 27 anni è deceduto in ospedale per i colpi ricevuti dalla polizia turca durante le cariche.

Strasburgo: No-Nato, No party

La NATO festeggia i 60 anni a Kehel, tra le due rive del Reno, con il costante e turbolento ronzio degli elicotteri che pattugliano il cielo della città e con l’eco della parola congiunta della Francia - che ha reintegrato la NATO dopo 40 anni di ’eccezione francese’ - e della Germania nel dichiarare "Non possiamo perdere la guerra in Afghanistan".Questa è la foto di famiglia che viene scattata oggi in chiusura del vertice ’alleato’ e presentata all’Europa attraversata negli ultimi mesi da una moltitudine di movimenti di precari, studenti, migranti.
Dalle dichiarazioni di Sarkozy e della Merkel risorge la minaccia del terrorismo islamico, Strasburgo-Kabul, un asse di sangue e di morte al quale decine di migliaia di manifestanti e la popolazione di Strasburgo rispondono in queste giornate di contro-vertice organizzate dalle reti di movimento.
Il contrasto è forte tra la ventina di figure dell’élite politica internazionale che commemorano un compleanno ai piedi del sacrario dedicato alle vittime delle operazioni di guerra della NATO e l’ipotesi di mondo che si sta disegnando a qualche kilometro oltre il parco verdeggiante della residenza che ospita la chiusura del vertice. Un profilo netto che restituisce l’immagine di un altro mondo che sta scivolando nella fossa insieme ai capi di stato e militari che l’hanno scavata. La "nuova strategia" è un documento con la lista delle nuove minacce: terrorismo, clima, energia, alle quali la NATO porterebbe delle nuove risposte.Prima di tutto in Afghanistan con Barack Obama che insiste per una più ampia partecipazione soprattutto economica da parte europea. Infatti nelle ultime settimane sia Parigi che Berlino avevano resistito ai richiami di Washington in attesa di accordi specifici sulla FGE (corpo che unifica le forze dell’ordine europee) da discutere a Strasburgo anche con la Russia.Missione compiuta perché la partenza di centinaia di soldati, seguiti da qualche migliaio a loro volta protetti dalle Forze internazionali di assistenza e sicurezza (Isaf) è stata ufficializzata proprio in queste ore.
"Block Nato", da una parte e dall’altra del fiume che più che simbolicamente è a cavallo di due frontiere, avanza e penetra un po’ ovunque nonostante la massiccia presenza di dieci mila poliziotti e l’apparato di guerra tedesco e francese dispiegato dentro e alle porte di Strasburgo. La disobbedienza civile si coniuga con la sommossa contro la guerra e contro le politiche sull’immigrazione dell’Unione europea. In una città bloccata da una settimana, senza mezzi di trasporto, accerchiati, soffocati dai gas, sorvegliati dagli elicotteri militari giorno e notte, è l’alba che porta consiglio: sub che rimontano il Reno, esercito dei Clown, o percussionisti in nero, studenti del campus universitario, abitanti dei quartieri, ognuno risponde all’appuntamento dei governi europei per augurare un "Happy birthday to you" agli "assassini e terroristi della Nato".
Marina Nebbiolo
Aggiornamenti in tempo reale a questo link
Foto
Video mainstream Youtube (01) (02) (03) (04) (05) (06) (07) (08)

Nuove manifestazioni anti-Nato a Strasburgo

Due giorni di scontri, cariche, incendi, piogge di lacrimogeni, cannoni ad acqua e tiri armati con ultrasuoni seguiti da rastrellamenti a tappeto in città e nei dintorni del villaggio autogestito per i manifestanti del contro-vertice NATO. Il centro "fortezza" di Strasburgo resta isolato e inaccessibile mentre la zona di Neuhof, nella banlieue, è animata da assalti e incursioni intermittenti, gli abitanti dei quartieri popolari partecipano ai cortei per respingere i contro-attacchi della polizia con il corollario di vetrine esplose, fermate degli autobus date a fuoco, cassonetti incendiati a proteggere le ritirate, lanci di proiettili di ogni genere e chiusura forzata di un commissariato. A Neuhof, le competenze per intercettare blocchi e dispositivi di controllo non fanno difetto e le forze dell’ordine rispondono utilizzando i metodi di guerriglia urbana sperimentati in Francia in questi ultimi anni, ma le modalità di intervento militare generalizzato adottate in città e periferia dalle bande di poliziotti franco-tedesche sono anche una prova per collaudare le esercitazioni e gli addestramenti congiunti. 300 partecipanti a cortei e barricate sono stati arrestati prima ancora dell’inizio del vertice Nato, qualche decina è in attesa di giudizio, il resto delle persone è stato rilasciato con grande disappunto del PM nel sottolineare la tattica organizzata dei manifestanti che "rifiutano di testimoniare e non reagiscono" agli interrogatori in questura. I cortei proseguono a singhiozzo, si disperdono e si riformano snodandosi nel tratto di percorso in direzione del villaggio autogestito che ospita diverse migliaia di attivisti. In città per diverse ore, durante l’incontro pomeridiano tra Sarkozy e Obama, non si poteva circolare con mezzi propri. La prefettura che ha vietato qualsiasi tipo di manifestazione, ordina filtraggi a tempo per far defluire gli abitanti che circolano a piedi con il lascia-passare. Attualmente il ’campo’ che concentra i manifestanto NO-NATO è controllato da centinaia di poliziotti ammassati ai limiti del bosco che circonda lo spazio che è anche nucleo delle attività militanti. I manifestanti tentano di evitare fitti lanci di lacrimogeni e costruiscono barriere in legno lungo la strada che porta al quartier generale del contro-vertice. Intanto, la guerra delle bandiere della pace e "No to Nato" a balconi e finestre è ricominciata.

Marina Nebbiolo
Link in tempo reale: http://liege.indymedia.org/article/show/id/501

Francia: Università in sciopero per studiare

Da due mesi non passa settimana senza una presenza in piazza di insegnanti-ricercatori e studenti. Alla protesta contro la riforma dello statuto degli insegnanti-ricercatori presentata dalla ministra Valérie Pécresse si è aggiunta una lista sempre più lunga di rivendicazioni. Progressivamente la mobilitazione si è allargata all’insieme delle università e a tutti gli istituti di ricerca, e il movimento continua.
Professori e studenti praticano lo sciopero "attivo", tra "conferenze alternative" e performance quotidiane, coinvolgendo un pubblico fatto di pendolari, passanti, turisti, abitanti dei quartieri, negozianti, impiegati di uffici e banche, auditori liberi di corsi e lezioni di storia, economia, filosofia, arte... L’università si riversa fuori dagli accademici confini e soprattutto sfida le barriere imposte dalla polizia e dai cagneschi vigilantes che filtrano l’accesso e controllano il territorio universitario, come accade nella venerabile Sorbona dove dal 2006 con il movimento esplosivo contro il CPE si teme annunciandolo un re-make del Maggio 68. Ma studenti e professori che sfilano sotto l’apparato inquisitore dei butta-fuori privati colgono la provocazione e scioperano organizzandosi per far vivere l’università. All’impressionante presenza poliziesca esterna corrisponde una surreale tranquillità all’interno degli spazi condivisi di studio e lavoro.
Gli insegnanti organizzano lezioni per la verifica dei corsi, seguono e correggono il lavoro svolto anche se non assicurano più le lezioni e i loro allievi creano delle reti per socializzare lo studio anche tramite internet. La norma che impone l’assenza di votazione e valutazione in caso di sciopero viene stravolta e l’eccezione sancita dai regolamenti accademici diventa regola, sistematicamente applicata da settimane. Quando il protocollo vuole imporsi, alla domanda "Sei in sciopero?" la risposta è "Si, ma in sciopero attivo". Le lezioni infatti ci sono, intermittenti, dentro e fuori. Moltissimi studenti grazie a questo sistema flessibile di formazione scoprono il lavoro di ricerca, possono approfondire delle tematiche non necessariamente previste dai programmi di studio e colmare molte lacune, la qualità dei corsi è riconosciuta a partire dagli iscritti al primo anno di università. Quattro, tre, cinque "conferenze alternative" quotidiane confermano l’ottimo livello di studio che viene proposto dagli ’scioperanti’. E poi si va in giro per la città, si fanno delle tappe per letture pubbliche e insieme, studenti e professori, fanno da guida scegliendo percorsi ’istruttivi’ nei vari quartieri, abbordando la letteratura e la poesia, ma anche l’attualità della crisi economica. Queste "ronde infinite degli ostinati", così si definiscono i disubbidienti delle università in lotta, permettono una mediatizzazione del movimento, il confronto con i cittadini e la diffusione libera dei contenuti. Un carnevale militante che comincia il lunedi e va in giro a denunciare le riforme e i decreti con la "vendita all’asta dei concetti straordinari e rari" oppure "il supplizio dell’università", poi ci sono gli happening come il "terribile concerto di pentole " per "svegliare i grandi e storici antenati" della République sepolti al Panthéon che si trova nel cuore del quartiere universitario, oppure "la lenta marcia indietro" lungo gli Champs-Elysées, e naturalmente la catena umana che circonda l’università e sfila leggendo ad alta voce "La Princesse de Clèves" provocatoria messa in scena contro l’attacco di Sarkozy agli studi letterari considerati inutili e dispersivi rispetto alla professionalizzazione dell’università prevista dal suo governo.
Ieri decine di migliaia di studenti e professori hanno manifestato contro la soppressione degli incarichi di ricerca, la riforma dello statuto degli insegnanti-ricercatori e la formazione dei professori, chiedendo l’abolizione della RLU, Legge sulla Responsabilità e Libertà delle Università votata nel 2007. L’incontro dei sindacati con la ministra si è sciolto il 30 marzo con l’abbandono del tavolo di trattativa da parte dei collettivi di ricercatori che "stigmatizzano l’immobilismo e l’ auto-compiacimento" del ministero dell’insegnamento universitario e della ricerca.
Marina Nebbiolo

venerdì 3 aprile 2009

Francia: Strasburgo assediata dalla Nato

Alla vigilia del vertice 100 manifestanti arrestati
Parigi - Due vertici mondiali nel cuore di due città dell’Europa, il G20 a Londra e quello della NATO che si svolgerà tra Strasburgo, Baden Baden e Kehl (3-4 aprile). Entrambi mobilitano cittadini e attivisti ma anche imponenti dispositivi di controllo per la "sicurezza". L’ultimo vertice internazionale in Francia è stato quello del G8 a Evian nel 2003, lontano dal centro della città, mentre quest’anno le misure adottate dalla polizia e dall’amministrazione cittadina obbligano gli abitanti di Strasburgo a tali restrizioni della libertà di movimento che uscire di casa o andare a lavorare sono diventate missioni e scelte a rischio. In realtà la pianificazione sicuritaria è stata decisa dai governi francese e tedesco in associazione con i consulenti statunitensi della NATO scavalcando gli interlocutori cittadini, il sindaco di Strasburgo, Rolan Ries del Partito Socialista, ha dichiarato che non ha avuto scelta di fronte alle richieste degli organizzatori del vertice, accontentandosi della "scelta di Strasburgo come simbolo di pace".
I cittadini invece si sentono in una città morta e in stato d’assedio con i parcheggi vietati e l’invito a circolare solo in bicicletta perché gli autobus restano bloccati nei depositi. Moltissimi abitanti hanno protestato perché la polizia si è presentata in casa per far togliere le bandiere "NO-NATO" e per i controlli d’identità eccessivi. Funzionari zelanti eseguono costanti e abusivi controlli della circolazione pedonale nelle differenti zone che ospitano il vertice, molte scuole sono chiuse e gli occupanti del campus universitario sono stati sgomberati all’alba della vigilia dei preparativi del summit. Anche alcune autostrade di accesso alla città sono bloccate, la libera circolazione prevista dalla convenzione di Schengen è sospesa e la frontiera con la Germania temporaneamente ristabilita. Il quotidiano di Strasburgo ironizza titolando "Evitiamo di ammalarci", infatti un complesso piano di "sicurezza sanitaria" prevede che le farmacie sospendano i rifornimenti e che gli infermieri a domicilio non circolino in automobile, medici e personale ospedaliero viene ridistribuito in ospedali separati per categoria: membri delle delegazioni NATO, forze dell’ordine, manifestanti. Le donne incinte sono invitate a farsi accompagnare dai poliziotti invece che dai familiari per partorire.
Parallelamente, l’insieme delle reti di movimento franco-tedesche che si sono date appuntamento a Strasburgo hanno organizzato una zona liberata a sud di Strasburgo, un villaggio autogestito, e una piattaforma di contro-informazione per articolare i diversi interventi di protesta al contro-vertice dall’1 al 5 aprile. I primi scontri si sono verificati nel pomeriggio tra polizia e 2.000 attivisti. Partiti dal villaggio autogestito per raggiungere il centro-città "fortezza" e manifestare solidarietà alle mobilitazioni contro il G20 di Londra, nel quartiere di Neuhof (sobborgo a sud di Strasburgo) i manifestanti sono stati attaccati dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa con il lancio di gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Gli attivisti si sono difesi con il lancio di pietre, barricate e fuochi d’artificio. Un centinaio di persone sono state arrestate nel bosco ad est del villaggio autogestito. Un fotografo tedesco dell’Agenzia Ddp è stato colpito da una pallotola di gomma al ventre durante gli scontri. Per sabato è prevista una grande manifestazione ma la Prefettura di Strasburgo non ha, per il momento, dato l’autorizzazione al passaggio nelle zone abitate.
Marina Nebbiolo
Foto mainstream (01) (02)
Link:sommet-otan-2009.blogspot.comhttp://www.non-otan-strasbourg.eu/http://www.dissent.fr/http://www.hns-info.net/spip.php?mot78
linksunten.indymedia.orgvillage2009.blogsport.dehttp://www.block-nato.org/http://www.block-baden-baden.int.tc/
Radio anti-Otan stream.giss.tv:8000/antinato.mp3.m3uestream.giss.tv:8000/antinato.mp3

Londra - ExCel centre, stiamo arrivando

Raid della polizia al Convergence Centre e al RampArts
La polizia rende noto il nome, dell’uomo deceduto durante le manifestazione di ieri. Si tratta di 47enne, che stava rientrando a casa. Non ancora chiare le dinamiche che hanno portato al decesso. I promotori delle manifestazioni aprono un’inchiesta indipendente. Raid della polizia al Convergence Centre e al RampArts
La giornata di ieri si è conclusa molto tardi. Mentre i media rimbalzavano la velina di Scotland Yard sulla morte di un uomo, deceduto a quanto pare per collasso cardiaco , il Climate Camp organizzato nel cuore della City è stato violentemente sgomberato. Circa 90 le persone arrestate, questo il numero ufficiale fino alle prime ore di questo pomeriggio, quando la polizia ha attaccato RampArt centre per una retata. Chi si trovava all’interno dell’edificio è stato ammanettato e identificato. Al momento è difficile capire quante siano le persone arrestate. Ufficialmente l’operazione è stata giustificata per rintracciare gli autori delle “violenze” di ieri. Nel frattempo un altro raid della polizia ha preso di mira il Earl St Convergence Centre. Circa una 40 di persone sono state ammanettate, fatte sdraiare a terra e identificate una ad una. Diverse centinaia di manifestanti si sono dati appuntamenti in Exchange Square in the City, per un corteo di commemorazione per il 30enne morto ieri. Gli organizzatori delle proteste hanno dichiarato di voler portare avanti un inchiesta indipendente sulla violenza perpetrata in questi giorni dalla polizia londinese. La city oggi torna ad essere oggetto di proteste. Per oggi era prevista un’iniziativa contro le guerre, ma in mattinata i movimenti hanno cambiato programma. Al momento migliaia di persone si stanno riunendo nei pressi della sede centrale della Banca d’Inghilterra per tentare di raggiungere l’ ExCel centre, dove si svolge il G20. Da Londra un primo report con Nicola Montagna [ audio ]

Fuga da Dubai - Il Real Estate di fronte alla crisi

di Lucia Tozzi*
Cantieri sterminati, torri altissime, luci psichedeliche: lo scenario è quasi identico a Dubai e a Beijing, i due epicentri mondiali della crescita urbana, che convogliano un’energia progettuale frenetica in milioni di metri cubi reali. Sono due modelli di espansione opposti – uno frutto della pianificazione comunista e l’altro della totale assenza di regole – ma fondati entrambi sull’autoritarismo dei governi e su immensi flussi di denaro. Nessuna rivendicazione democratica sui processi di trasformazione del territorio, nessun attrito ha frenato l’ascesa del Real Estate in questi luoghi, diventati in meno di dieci anni un mito irresistibile per gli immobiliaristi – ma anche per gli economisti, gli architetti, i semplici turisti – di tutto il mondo. I due grandi interpreti dello schizofrenico movimento di attrazione e repulsione occidentale di fronte a questo mix di kitsch, vitalità esuberante e regime dittatoriale sono Mike Davis e Rem Koolhaas, che da anni monopolizzano il dibattito scontrandosi da posizioni in apparenza molto nette: la condanna neomarxista e l’esaltazione postmoderna. Paradossalmente però il tono apocalittico delle invettive di Mike Davis, che ritraggono queste città come maledette Disneyland di lusso, capitali del riciclaggio e dei finanziamenti al terrorismo, popolate da affaristi e puttane ma sicure come la Svizzera, contribuisce molto più degli argomenti culturalisti e politically uncorrect di Koolhaas al fascino verso un Oriente che non ha nulla di esotico, ma è pura incarnazione di potenza. Questo mito che riunisce la freshness della conquista del West ai vizi più opulenti di Babilonia è l’esito di una rivoluzione in due tempi che ha sconvolto i rapporti tra economia e città. Negli anni Settanta la rendita fondiaria, fino ad allora considerata il peso morto del capitalismo, comincia a essere integrata nel mondo della finanza: da fonte di reddito passiva diventa a poco a poco uno dei principali motori di ricchezza sui mercati finanziari e comprensibilmente innesca profondi cambiamenti nel governo dello sviluppo urbano. Alla fine degli anni Novanta esplode la bolla della New Economy dando inizio al decennio trionfale del Real Estate, padrone incontrastato delle borse e delle città proprio nel momento in cui la popolazione mondiale inurbata supera numericamente quella rurale. Ma Europa e Stati Uniti, incubatori storici della rivoluzione, non hanno abbastanza vigore per svilupparla a pieno: infiacchiti dalla scarsa liquidità, rallentati dalle regole complesse della democrazia, dalla libera informazione, dal Welfare State che non ne vuole sapere di scomparire, da tessuti urbani obsoleti, ricevono un colpo mortale con l’11 settembre, quando gli investitori stranieri decidono di ritirare i capitali dall’Occidente e investirli nel proprio paese. Miliardi piovono su Dubai, mentre Bush e i Chicago boys nel tentativo di stare al passo inaugurano una propaganda senza risparmio di mezzi a favore della proprietà privata della casa. Per fare impennare il mercato immobiliare vengono varate tutte quelle leggi su mutui e prestiti bancari che sono all’origine della grande crisi finanziaria di oggi.
Per capire fino in fondo qual è la posta in gioco di questa crisi bisogna andare a Dubai. Gli esperti dicono che il sistema finanziario si rigenererà, ma a guidarlo non sarà più il settore immobiliare, bensì l’alimentare. È una notizia sconvolgente, ma in occidente nessuno sembra prendersene troppo cura. La cronaca del tracollo delle borse e dei salvataggi statali ha offuscato le analisi sugli effetti di questo spostamento. Nelle metropoli occidentali i cantieri sono rallentati da un pezzo, ma i valori di mercato hanno oscillazioni lievi: un metro quadro a Manhattan o a Londra costerà in fondo sempre cifre astronomiche. Se si fermano le gru a Dubai lo scenario è catastrofico: l’80% della popolazione, composta da stranieri puramente attratti dalla velocità degli affari e dal lavoro, è pronta a volatilizzarsi. I milioni di turisti che vengono a vedere il cantiere polveroso della futura capitale del lusso non avranno alcuna ragione di trascinarsi in questo buco bollente. Com’è noto, il petrolio è in via di esaurimento. Ma soprattutto, ad andare in rovina sarebbe l’idea ormai quasi realizzata che si possono costruire città grandiose ovunque, anche in luoghi dove non ha nessun senso costruirle. Città astratte, virtuali, agglomerati di proprietà private che hanno scarsi legami con la funzione abitativa, servono solo come supporto alle transazioni finanziarie. Arcipelaghi separati, protetti, estranei alla legge comune di un qualsivoglia stato, in cui la proprietà è garanzia di regole autonome. Dubai non è infatti un caso isolato, è un paradigma che ha prodotto centinaia, migliaia di nuovi progetti nei deserti sauditi, africani, in India, in Russia, in Kazakistan, in Siberia, e sta rimbalzando anche in Occidente. L’eventuale crollo di questo modello non affosserà probabilmente l’economia della regione - almeno finché gli altri Emirati continueranno a succhiare il petrolio e si continuerà a riciclare danaro – ma l’idea orgogliosa, manipolatrice, magniloquente di urbano che ha espresso in questi anni. Le città dell’area petrolifera torneranno all’insignificanza che le ha sempre connotate, mentre città promiscue, pianificate, stratificate avranno più chances di incarnare l’energia metropolitana.
Saranno le città cinesi, forti della loro popolazione omogenea e delle strategie a lungo termine, a prevalere, o l’informale degli slum indiani e sudamericani? Esiste invece una chance che torni in auge l’idea di uno spazio urbano condiviso, di un territorio comune, di una politica pubblica dell’abitare e dei servizi?

* (Napoli, 1974) una studiosa di fenomeni urbani. Vive a Milano. Collabora a il manifesto, Specchio+ de La Stampa e Arquine. È autrice di Microrealities (2006) e ha curato insieme a Stefano Boeri e Stefano Mirti Geodesign (Abitare Segesta, 2008)

CRIMINI DI GUERRA A GAZA: bruciati a morte dal fosforo bianco.


Testimonianze di B'Tselem.
Uccisi dalle fiamme nella loro casa bombardata dall’esercito – dalla voce di Ghada Riad Rajab Abu Halima, 21 anni.
Lo scorso 29 marzo, dieci settimane dopo aver fornito la propria testimonianza a B’Tselem, Ghada Abu Halima è morta in un ospedale egiziano per le ferite da contatto col fosforo bianco.

Fino alla settimana scorsa, vivevo con mio marito Muhammad, di 24 anni, e le nostre due bambine, Farah (3 anni) ed Aya (6 mesi) nel quartiere di as-Sifa, a Beit Lahiya. Abitavamo nella stessa casa dei genitori di Muhammad, Sa’dallah e Sabah Abu Halima, entrambi di 44 anni, insieme ai fratelli e alle sorelle di mio marito: Omar (18), Yusef (16), ‘Abd ar-Rahim (13), Zeid (11), Hamzah (10), ‘Ali (4) e la piccola Shahd (1 anno).
La nostra casa aveva due piani: al primo c’erano 250 metri quadri di magazzini, così vivevamo al secondo piano. Noi siamo contadini e possediamo della terra accanto a dove abitiamo.
Sabato sera [3 gennaio, N. d. R.], gli aerei israeliani lanciarono dei volantini invitando i residenti dell’area a lasciare le loro case. L’esercito aveva fatto la stessa cosa durante alcune precedenti incursioni e noi non avevamo abbandonato casa nostra, così anche quella volta decidemmo di fare lo stesso.
Intorno alle 4 del pomeriggio del giorno dopo, mentre tutta la famiglia era in casa, l’esercito cominciò a bombardare la nostra zona. Qualche minuto più tardi, delle bombe caddero sulla nostra abitazione. Scoppiò un incendio, e diversi membri della famiglia morirono tra le fiamme: mio suocero, la sua figlioletta Shahd e altri tre dei suoi figli – ‘Abd ar-Rahim, Zeid e Hamzah.
Mia suocera e i suoi figli Yusef, ‘Omar e ‘Ali soffrirono di ustioni. Il fuoco si propagò in tutte le stanze. Io reggevo mia figlia Farah, e anche noi due rimanemmo ustionate. A me andarono a fuoco i vestiti, e parte della mia pelle e di quella di Farah restò bruciacchiata. Per fortuna, la più piccola delle mie figlie, Aya, non fu toccata. Io mi strappai i vestiti di dosso e urlai che stavo bruciando. Ero nuda di fronte a tutti quelli che erano in casa. Il mio corpo era in fiamme e il dolore era insopportabile. Sentivo l’odore della mia carne che bruciava. Ero in condizioni orribili. Cercavo qualcosa per rivestirmi e non smettevo di gridare. Il fratello di mio marito si tolse i pantaloni e me li fece indossare. La parte superiore del mio corpo restò nuda finché mio marito non venne a coprirmi con la sua giacca.
Quindi corse in strada a cercare un’ambulanza o chiunque altro potesse aiutarci a portare fuori i morti e i feriti. Non riuscì a trovare alcun’ambulanza o veicolo dei vigili del fuoco. Vennero a aiutarci i suoi cugini, Matar e Muhammad-Hikmat Abu Halima, che vivono vicino a noi. Mio marito mi sollevò e Nabilah, sua zia, prese con sé Farah. Un’altra zia, che era giunta anche lei per aiutarci, prese Aya.
Muhammad, Farah, Nabilah con suo figlio ‘Ali, ‘Omar, Matar ed io salimmo tutti quanti su un carretto attaccato alla motrice di un camion. La guidava Muhammad Hahmat, dirigendosi vero l’ospedale Kamal ‘Adwan. Portammo anche il corpo della piccola Shahd. Tutti gli altri, li lasciammo nella casa.
Lungo la strada, vedemmo dei soldati a circa 300 metri dalla piazza di al-‘Atatrah. Muhammad fermò il veicolo, e improvvisamente i soldati aprirono il fuoco contro di noi. Uccisero Matar e Muhammad-Hikmat. ‘Ali fu ferito e riuscì a scappare con Nabilah e ‘Omar.
I soldati dissero a mio marito di spogliarsi, cosa che lui fece. Poi si rimise i vestiti e i soldati ci dissero di continuare a piedi. Lasciammo i tre corpi nel carretto. Mio marito, Farah ed io camminammo verso la piazza, dove salimmo in una macchina che passava di lì. Fummo portati all’ospedale ash-Shifa. Erano circa le 6 del pomeriggio quando arrivammo lì.
Io sono ricoverata ancora adesso. Avevo tutto il corpo ustionato, e anche il viso. Farah ha ustioni di terzo grado. Fummo inviati in Egitto per ricevere altre cure, e quindi cercarono di portarci a Rafah in ambulanza, ma l’esercito sparò contro di noi durante il percorso. L’autista rimase leggermente ferito al volto, e ci riportò in ospedale. Adesso siamo in attesa dell’autorizzazione di partire per l’Egitto.

Ghada Riad Rajab Abu Halima, 21 anni, sposata con due bambini, residente a Beit Lahiya, Striscia di Gaza. La testimonianza è stata fornita a Muhammad Sabah, all’ospedale di ash-Shifa, il 9 gennaio 2009.

giovedì 2 aprile 2009

We can’t pay, we won’t pay and we are taking to the streets!

di Nicola Montagna*

È probabilmente presto per capire se la giornata del 1 Aprile il G20 segna un nuovo inizio o sarà un episodio estemporaneo che non avrà alcun seguito. Indubbiamente, è stata di una giornata di mobilitazione importante che ha saputo coniugare temi diversi, la crisi finanziaria, il reddito, l’ambiente, la guerra, ed individuare nelle istituzioni finanziarie uno dei principali se non il principale centro di potere di questa nuova fase del capitale globale. Il primo appuntamento per il Fools day, così è chiamato il primo giorno del mese d’aprile in Inghilterra, ribattezzato Financial Fools Day, era fissato per le 11.00am. La partenza dei quattro cavalieri dell’apocalisse era prevista da quattro punti diversi a ridosso della City, il cuore finanziario di Londra. Il cavallo rosso della guerra si sarebbe dovuto muovere da Moorgate; il cavallo verde del caos climatico ed ambientale si sarebbe dovuto muovere da Liverpool Street Station, quello d’argento del caos e dei crimini finanziari da London Bridge, ed infine, il cavallo nero contro la privatizzazione dei beni comuni e la chiusura dei confini da Cannon Street. Un altro corteo si è mosso dall’ambasciata americana per raggiungere la centrale Trafalgar Square. La polizia ha atteso che i quattro cortei, partecipati da diverse migliaia di persone, raggiungessero il punto d’arrivo, la piazza antistante la Banca d’Inghilterra, per chiudere le vie d’accesso ed impedire ai manifestanti di uscire ed a chi era rimasto fuori di entrare. In pochi minuti è stata costruita un’enorme prigione a cielo aperto dove diverse migliaia di persone sono state incarcerate senza capo d’accusa per alcune ore e private della loro libertà di movimento.
È così cominciato un lungo fronteggiamento, in diversi punti della piazza, tra dimostranti e poliziotti presenti in diverse migliaia (secondo fonti del ministero dell’interno c’erano più di 10.000 poliziotti incaricati di gestire l’ordine pubblico). Un punto di svolta si avuto quando i ‘quattro cavalieri dell’apocalisse’ si sono diretti verso una via laterale per cercare un varco e raggiungere il "climate change camp", distante poche centinaia di metri, ed i manifestanti hanno cominciato a premere contro i cordoni della polizia, guadagnando alcuni preziosi metri di territorio ed arrivando davanti alla sede della Royal Bank of Scotland, nei confronti della quale si è scagliata la rabbia dei manifestanti.
Dopo alcune ore, la polizia ha allentato la morsa permettendo ad alcune migliaia di persone di lasciare la piazza, raggiungere altri luoghi della protesta e disperdersi per le vie della City, che nel frattempo aveva assunto un aspetto irreale. Molti negozi, ristoranti, bar ed istituzioni finanziarie, generalmente frequentati dagli impiegati della City erano chiusi mentre le strade erano occupate da una variegata e colorata moltitudine che rivendicava la City, spingendosi nel ventre della bestia: "la banca d’Inghilterra". Nonostante molta gente se ne fosse andata la protesta è continuata per tutto il pomeriggio e la sera. Verso sera il ‘climate change camp’, circondato da due cordoni della polizia, si era trasformato in una festa mentre la piazza della Bank of England era stata nuovamente chiusa e si ripetevano le cariche della polizia e gli arresti di dimostranti. Alle 11 di sera la tensione intorno alla City si manteneva elevata. La strada del "climate camp" era ancora occupata e la polizia impediva a chiunque di avvicinarsi ed entrare eseguendo anche diversi arresti (circa 90, la maggioranza dei quali avvenuti in serata nottata). Nel frattempo sui media ufficiali è stata diffusa la notizia del ritrovamento di una persona in fin di vita nelle vicinanze della Banca d’Inghilterra, successivamente deceduta all’arrivo in ospedale.
* Lecturer in criminology alla Mddlesex University, Londra.

Londra - " Queste strade sono le nostre strade! Queste banche sono le nostre banche"

Assedio alla City: sanzionata la Royal Bank of Scotland

Sono cominciate questa mattina le mobilitazioni contro il vertice del G20 a Londra. I quattro Cavalieri dell’Apocalisse, rappresentati dai cortei partiti da punti diversi per convergere nella City di Londra, hanno bloccato il centro cittadino. Vetrine infrante alla Royal Bank of Scotland. Secondo quanto riportato dai media mainstream, il corpo di un uomo sarebbe stato ritrovato nella zona della Bank of England. Dopo il tasporto in ospedale, la polizia avrebbe reso nota la causa del decesso: collasso cardiaco.
“Lost your home? Lost your job? Lost your savings or your pension? This party is for you!”. Oltre 10 mila persone hanno risposto a questo invito. Nella tarda mattina i 4 cortei hanno raggiunto, come annunciato, la City e la Banca d’Inghilterra. "Of the four horsemen of the apocalypse, we are the black horse, and we are supporting people who are landless and homeless", recitavano gli striscioni con i quattro cavalieri dell’Apocalisse a capo dei cortei che hanno fatto la loro entrata nella cittadella finanziaria. Ad attenderli oltre 9 mila poliziotti. Dopo le prime ore, alcuni gruppi hanno tentato di forzare i cordoni di polizia che circondavano i manifestanti. Il bilancio è stato di 11 arresti e alcuni feriti.
Da Londra Nicola Montagna. [ audio 01 ]
Ogni via d’accesso è stata chiusa per e dalla City. In Threadneedle Street i manifestanti, imbottigliati e stretti tra diversi cordoni di polizia, hanno infranto le vetrate della Royal Bank of Scotland, una delle banche crollate in questi ultimi mesi a seguito della crisi, reagendo così alle provocazioni di decine di manager affacciatasi alle finestre che lanciavano come segno di disprezzo biglietti da 10 sterline. [ audio 02 ]
La polizia continua a circondare l’area della City ed ha pesantemente caricato specie nella zona di Cannon Street. Salgono a 23 gli arresti. Il controvertice che doveva tenersi all’interno dei campus universitari della London University è stato sospeso dalle autorità accademiche. L’area universitaria è inagibile, a causa di un ingente presidio di forze dell’ordine. Non è scontato che una volta terminate le mobilitazioni all’interno della cittadella finanziaria, i manifestanti si radunino al di fuori del campo universitario, per dare vita al controvertice. Nel tardo pomeriggio la polizia ha rallentato la stretta intorno alla City permettendo ad un certo numero di manifestanti di defluire. Nelle vicinanze di Liverpool Street è stato improvvisato un campeggio simbolico. In altre zone proseguono gli scontri e le cariche. In particolare nell’area della Bank of England, che continua a rimane assediata da diverse migliaia di manifestanti, la polizia ha rinforzato i posti di blocco. La zona rimane isolata, come nelle prime ore della giornata. Il contro summit che si doveva tenere all’università è al momento sospeso. La zona universitaria rimane presieduta dalla polizia. Il cuore economico di Londra, la macchina produttiva, i simboli del capitalismo, i responsabili di questa crisi, prime fra tutte le banche oggi sono stati bloccati, questo è il sentimento comune che si respira in queste ore tra gli oltre 10 mila manifestanti, studenti, precari, pensionati, ambientalisti, che oggi sono scesi in piazza. La notizia arriva intorno alla mezzanotte, secondo quanto riportato dai media mainstream, il corpo di un uomo sarebbe stato ritrovato nella zona della Bank of England, teatro nella giornata di ripetuti scontri tra manifestanti e polizia. Dopo il tasporto in ospedale, la polizia avrebbe reso nota la causa del decesso: collasso cardiaco.
Video01 - Vetrine infrante alla Royal Bank of Scotland. Fonte skyTV
Video02
Video03
Foto

Ancora un giornalista scomodo ucciso, vicino a Mosca

di Astrit Dakli
Ancora una vittima nell’impari lotta tra informazione libera e poteri in Russia. A cadere colpito da ignoti assalitori è stato Sergej Protazanov, del giornale Accordo civile di Khimki, una città-satellite di Mosca; poco chiare le circostanze in cui, lunedì, il giornalista ha perso la vita. Amici e colleghi hanno parlato di “aggressione” collegandola senza mezzi termini alla posizione politica del giornale, schierato contro l’amministrazione cittadina e in difesa di alcune aree boschive che il sindaco Viktor Strelchenko vorrebbe far attraversare da una nuova autostrada. Recentemente il giornale aveva denunciato i presunti brogli con cui Strelchenko è stato riconfermato in carica nelle ultime elezioni. La polizia, per propria parte, ha diffuso invece un comunicato in cui si afferma che Protazanov sarebbe morto per intossicazione da sostanze sconosciute. Certo è che intorno ad Accordo civile si è sviluppata una campagna di intimidazioni molto pesanti: il direttore, Anatolij Yurov, è stato aggredito due volte negli ultimi mesi. E un altro giornalista di Khimki, Mikhail Beketov, è sfuggito per miracolo alla morte dopo esser stato per settimane in coma in seguito all’aggressione e alla bastonatura subìte in gennaio: il suo giornale, Khimkinskaja Pravda, più importante di Accordo civile, aveva a propria volta denunciato i traffici illeciti del sindaco Strelchenko, facendo campagna contro la sua rielezione. Inutile dire che nessuno ha provato a indagare sul serio su quell’aggressione, così come difficilmente ci saranno serie indagini sulla morte di Protazanov: in una città il potere del sindaco è fortissimo, e polizia e magistrati locali difficilmente si spingono a inquisirlo, anche in casi gravi come questi. Certo, le cose potrebbero essere molto diverse se dal centro - dal Cremlino - arrivasse qualche indicazione sul fatto che simili episodi non saranno più tollerati: ma finora il presidente Dmitrij Medvedev si è limitato a qualche discorso positivo, apparentemente senza dargli seguiti concreti.A peggiorare ulteriormente il quadro della giornata è arrivata la notizia, questa mattina, dell’aggressione subita da uno dei più noti esponenti del movimento per la tutela dei diritti umani, Lev Ponomariov, preso a parte e picchiato brutalmente da tre giovani sotto casa sua.Ponomariov è stato ricoverato e poi dimesso, le sue condizioni non sono preoccupanti ma preoccupante è invece - anche simbolicamente - che un personaggio come lui sia diventato oggetto di violenza: si tratta di un uomo che non ha mai nascosto le proprie critiche al Cremlino ma sempre in modo civile e corretto - tra l’altro aveva lavorato insieme all’avvocato Stanislav Markelov, ucciso nel gennaio scorso in pieno centro a Mosca. “Sono sicuro che si è trattato di un attacco su commissione, legato alla mia attività politica”, ha dichiarato dopo essere uscito dall’ospedale. Prevedibilmente molto agitate le reazioni delle organizzazioni legate ai diritti umani, russe e internazionali, che hanno chiesto al presidente americano Barack Obama di affrontare con Medvedev il tema dei diritti umani e del clima di violenza e intimidazione che circonda in Russia chiunque manifesti opposizione ai poteri dominanti.
Tratto dal blog EST EST EST, notizie dall’ex impero del male a cura di Astrit Dakli

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!