martedì 29 dicembre 2009

Gaza Freedom March: le delegazioni continuano le proteste

Aggiornamento del pomeriggio del 28 Dicembre dal Cairo

Questo pomeriggio per quattro ore gli attivisti della Gaza Freedom March si sono ritrovati sotto la sede centrale dell' ONU chiedendo che ci fosse una chiarificazione sui motivi per i quali la marcia e i delegati che vi partecipano non vengono fatti partire da IlCairo.

Alcuni attivisti sono stati ricevuti dai responsabili delle Nazioni Unite che gli hanno comunicato ufficialmente la decisione del governo egiziano, come ha affermato anche in televisione, di fermare la marcia poiché, a loro parere, non sono state presentate le carte necessarie per ottenere l' autorizzazione.

La cosa risulta essere assolutamente falsa perchè i nomi, i passaporti e tutte le formalità burocratiche erano già state ampiamente adempiute dagli organizzatori della marcia.

La delegazione ha chiesto esplicitamente se sarebbe stata concessa la possibilità ad una delegazione più piccola di entrare a Gaza per portare e consegnare gli aiuti umanitari che i delegati hanno portato da tutto il mondo anche in questo caso la risposta è stata negativa.

In poche parole le Nazioni Unite e i suoi funzionari non hanno fatto altro che ripetere quella che è la versione ufficiale del governo egiziano; una scelta che sembra non smuoversi assolutamente dalla decisione di non far partire la marcia verso la striscia di Gaza, ma anche quella di limitare al massimo l' agibilità degli attivisti all' interno della stessa capitale egiziana.

Dopo quattro ore di sit-in gli attivisti si sono ritrovati con l' idea di lasciare la zona sotto la sede dell' ONU per costruire nella giornata di domani azioni di pressione volte a ribadire il sacrosanto diritto e l' inarrestabile volontà a raggiungere la striscia di Gaza.

Contemporaneamente un'altra parte degli attivisti, circa 300 tra francesi e belgi sono stati fatti montare su dei pullman, ma tutt' ora sono fermi a un'ora e mezza di strada fuori dal Cairo bloccati anche loro dalla polizia. Questo fermo ha portato alla presenza di varie delegazioni, con sit-in e proteste, sotto l ´Ambasciata francese e all'Ambasciata italiana.

È una situazione nella quale si sta cercando in tutte le maniere di fare pressioni contro un divieto motivato esclusivamente dalla scelta politica delle autorità egiziane di non far lasciare il Cairo e di non far raggiungere i territori palestinesi ai delegati internazionali della Gaza Freedom March.

Varie iniziative sono previste nella giornata di domani proprio per continuare in questa difficoltosa mobilitazione vista anche l' impossibilità di rendersi visibili all' interno di una metropoli mostruosa dove non manca il costante controllo da parte delle forze dell' ordine e della polizia egiziana nei confronti degli attivisti stranieri.


Il Cairo - La polizia blocca le delegazioni della Freedom March


Sequestrati gli autobus

28 / 12 / 2009

Situazione tesa al Cairo per la delegazione della Freedom March.

Nella mattinata la polizia egiziana ha sequestrato i pullman della delegazione francese e italiana e ha impedito loro di prendere i taxi per arrivare all'ambasciata italiana al Cairo.

In questo momento la delegazione francese e italiana della Gaza Freedom March sta facendo un presidio davanti alle rispettive ambasciate mentre davanti alla sede Onu è in atto un presidio permanente

Ieri pomeriggio un gruppo di cittadini americani, britannici, spagnoli, giapponesi e greci sono stati arrestati alla stazione dei bus di Al Arish dalla polizia egiziana.

Nel frattempo un'altra operazione di polizia ha interrotto la commemorazione che stava avvenendo a Al Kasr Nil, principale ponte di collegamento con Zamalek, contro l’invasione israeliana a Gaza. Lo scorso 27 dicembre iniziava a Gaza l’operazione piombo fuso. Con un’ azione simbolica e non violenta la delegazione della Freedom March ha voluto ricordare queste morti legando centinaia di lacci con i nomi delle persone uccise nell’operazione militare dello sorso anno.

Intorno alle 17.00 di ieri diversi attivisti si sono incontrati sul Lungo Nilo. L'idea era quella di noleggiare alcune feluche e andare sul fiume e ricordare gli oltre 1400 morti dell'Operazione Piombo Fuso mettendo delle candele in acqua per ognuna delle vittime. La solerte polizia egiziana era già sul posto. Prima ha proibito l'accesso agli imbarchi e poi ha circondato con numerosi agenti in borghese gli attivisti impedendo loro di muoversi.

Sul marciapiede sono state accese candele e si è iniziato a fare slogan.

La polizia ha chiuso il Presidio con le transenne facendo aumentare intanto il numero dei poliziotti presenti. A chi guardava, fossero giornalisti, fotografi o curiosi, è stato detto di allontanarsi o di stare nello spazio “delimitato”. I manifestanti si ono un poco alla volta allargati sul marciapiede continuamente circondati dalle forze dell'ordine. L'iniziativa è dura un paio d'ore.

Nel fattempo un nutrito gruppo di partecipanti francesi alla Marcia si è dato appuntamento davanti all'Ambasciata francese per aspettare invano le corriere prenotate.

I promotori dell’iniziativa si sono detti rattristati e sconcertati per l’atteggiamento della polizia egiziana e continuano a chiedere che la delegazione possa raggiungere Gaza.


martedì 22 dicembre 2009

Who are YU?


Brevi riflessioni dopo Cop.enaghen

Se serviva qualche atto concreto a descrivere il livello di subordinazione che gli USA di Obama hanno verso la Cina, ci ha pensato la fallimentare conferenza Onu sul clima di Copenhagen a fornirlo. Wen Jabao, presidente del paese/continente che annovera al suo attivo il più alto tasso di crescita capitalistica mai registrato al mondo, insieme alla percentuale più alta di emissioni di CO2/anno, ha voluto dare un segnale globale, alla maniera dei cinesi, inviando in segno di sfregio, il suo responsabile ai negoziati climatici Yu Qingtai, praticamente un impiegato statale seguendo l’organigramma del partito, a parlare con Obama appena sbarcato dall’Air Force One.

I cinesi, ma dovremmo abituarci, seguono altri parametri anche rispetto alla comunicazione e alla produzione di opinione: siamo cresciuti con presidenti degli Stati Uniti che rivolgevano la loro capacità retorica o il loro decisionismo securitario, sostanzialmente verso due continenti: le Americhe e l’Europa. Naturalmente il flusso comunicativo, e i rapporti commerciali, spalmavano l’influenza e la persuasione in giro per il mondo, ma il rapporto tra descrizione della decisione e opinione pubblica, aveva il suo baricentro preciso.

L’elezione di Obama, ora lo si può capire meglio, è stata un investimento politico complessivo del sistema, ancorato tra Wall Street e le industrie, in particolare quelle dell’information society a scapito delle più tradizionali produttrici di armi, giocato proprio sulla sua capacità di parlare, di comunicare. Di entrare dunque, all’interno di aree di costruzione dell’opinione, del consenso, completamente sganciate dal tradizionale flusso che parte dalla casa bianca.

I cinesi hanno un loro popolo globale a cui parlare, o a cui ordinare se si preferisce. Un miliardo e mezzo di sudditi, sono un mondo. Decine di lingue, centinaia di etnie, variazioni di latitudine e longitudine, di fusi orari come da un continente all’altro: tutto dice ai cinesi, o meglio alla ristretta (si fa per dire) cerchia di “alti funzionari del partito”, intellettuali, nuovi miliardari, che il mondo è quello, il resto sono slums, periferie, dove fallimentari e corrotti (in senso spirituale, corrotti perché lavorano poco) uomini di potere, annaspano e si agitano come accade prima di annegare. Wen Jabao, trattando Obama come uno dei tanti del G17, che è il gruppo dei più industrializzati, o per dirla con la conferenza Onu, dei paesi con la più alta “footprint”, impronta ecologica, parlava innanzitutto ai cinesi. Nell’ordine, prima al Congresso (del Partito Comunista Cinese), poi ai top manager multimiliardari e, via via, fino al Popolo, per ultimo. Wen, inoltre, per tutta la settimana e sempre tramite Yu Qingtai e altre decine di suoi cloni, aveva lavorato di “lobbing”: fino a venerdì 18 dicembre il ruolo della Cina era stato quello di portavoce del G77, i paesi poveri e in via di sviluppo, dove ovviamente esercita il ruolo di potenza coloniale attraverso la forte immissione di denaro con cui ha acquistato debiti, in cambio del controllo geopolitico del mercato interno e quindi della stessa sovranità nazionale. La Cina, ai paesi poveri, ha tirato le redini a Copenhagen.

Intuendo ciò che voleva fare Obama, e in seconda battuta l’Europa e il Giappone, cioè utilizzare la Conferenza Onu sul Clima per determinare un riequilibrio di ciò che la crisi globale ha provocato: la supremazia del capitalismo senza alcuna libertà. Tutto ciò è precipitato sulla scena di Cop15, provocando uno dei più grandi fallimenti che la storia di sapienti trame diplomatiche dell’azione politica globale statunitense ricordi.

I commentatori internazionali, da Le Monde al Washington Post, dal Tribune alla BBC, su questo concordano: Cop15 non solo si è rivelata un boomerang per l’investimento politico fatto da Obama, ma ha anche probabilmente sancito la fine del modello-conferenza sul clima. Esso si trascinava, con questa formula allargata, dal 1992 quando venne istituito il percorso delle Convenzioni delle Nazioni Unite a Rio de Janeiro sui problemi climatici. Si è passati per Kyoto e ora, a Copenhagen, ovviamente anche per il contesto di crisi sistemica in cui siamo, il vero risultato è l’affermazione di un asse a cinque: Brasile, India, Cina, Sudafrica e Usa. L’idea americana, che porta in dote in questi consessi soprattutto le guerre (pensiamo gli Usa senza guerre quanto meno arriverebbero a contare), era quella di trasformare il livello di emissioni di CO2 in una sorta di volano per la green economy. E il metro di convincimento interno, per il Congresso americano e per i repubblicani in particolare, era proprio la possibilità di aprire nuove esportazioni verso la Cina di Wen che, invece, è impermeabile ed esporta verso terzi a più non posso, “proteggendo” il suo mercato da invasioni esterne.

La Cina ha iniziato da tempo a costituirsi come polo mondiale manifatturiero, e oggi molti analisti registrano il suo dirigersi anche verso il lavoro della conoscenza e della ricerca.
Molte Silicon Valley stanno nascendo a fianco di migliaia di Seveso, di petrolchimici, di Bophal, di centrali nucleari. In Cina ovviamente, è il Partito che decide, non il popolo. Diciamo che lo fa in modi più spicci, e certamente più terribili e tragici, che nel nostro mondo.

Deportazioni di centinaia di migliaia di persone per far posto a nuove aree produttive o ad aeroporti, inquinamento alle stelle (ricordiamo le Olimpiadi di Pechino e i problemi di respirazione degli atleti?), ritmi di lavoro massacranti e senza regole (età, tutele, condizioni generali), rappresentano la sostanza di questo turbocapitalismo maoista. Obama dunque, ha giocato d’azzardo, continuando a far credere al mondo che dire “yes, we can” basti a far cambiare le cose. I cinesi hanno accettato la sfida, dopo aver convocato a Singapore il black president e avergli suggerito che le decisioni sarebbe stato meglio prenderle da soli, e hanno “risposto di prima” al tiro di punizione effettuato dagli americani, per usare metafore calcistiche. Gli è andata bene, e “Yes we can” è diventato solo “yes”.

Ma alla popolazione mondiale, ai movimenti, alle speranze di un mondo diverso, senza rifugiati e olocausto climatico, senza siccità e deforestazione, senza inondazioni e desertificazioni provocati dall’eccesso di gas serra, che cosa rimane da fare?

Probabilmente Cop15 è servita. Essa aggiunge un ulteriore tassello, pur nella complessità dei cambiamenti politici continui che caratterizzano le forme di comando sulla nostra vita, verso l’acquisizione dell’indipendenza come unica strada praticabile. Chi continua a pensare che saranno gli stati o i governi a risolvere il problema, quello più di destra ma liberale, quello più di sinistra ma autoritario, non ne verrà mai fuori. Il senso del conflitto, durante questi vertici, è quello della rivendicazione del proprio diritto ad andare altrove, lontano dal mondo che questi leader, e il loro sistema, non fanno altro che riprodurre, continuamente.

E’ palese che lo scontro tra green economy e coalcapitalism può aprire delle possibilità per l’indipendenza. A patto di non assumere il green capitalism come un qualcosa di buono e giusto, un qualcosa per cui vale la pena combattere. Questo scontro è all’inizio, e la stessa trasformazione della Convenzione Onu sul Clima in una specie di WTO della CO2, la dice lunga sull’impossibilità per ora di immaginare meccanismi di governance nella crisi. Per ora niente molteplice distribuzione del comando, solo accentrazione unipolare e difesa del proprio orticello-nazione in vista di soluzioni che ancora non appaiono. Nel frattempo, però, noi dobbiamo vivere, come anche gli abitanti dello Stato di Tuvalu. La nostra democrazia assoluta intanto, si esprime non ricompononendosi in una proposta, o modello, unico.

Essa è fatta di tanti “comuni”, di una rete infinita di esperienze e risultati, di successi e difficoltà. Si determina come comune molteplice in occasione di eventi come questo, ma l’errore è spesso trasporre questa moltitudine come qualcosa che chiede soluzioni al sovrano: essa esiste e vince, se impone al sovrano, chiunque esso sia, di lasciarla partire senza scatenare le armate contro di essa. E’ un esodo la nuova democrazia dell’indipendenza. Ed è in marcia chi, qui ed ora, vive già come crede sia più giusto per tutti.

Luca Casarini

rete SYInC ( SeeeYouInCopenaghen )

Da Seattle a Copenhagen: paradossi del mondo capovolto


di Giuliano Santoro

Sarebbe sbagliato leggere gli esiti del consesso globale di Copenhagen a cominciare dalle cinque paginette striminzite di “accordo” uscite dal vertice sul riscaldamento climatico.

C'è una verità parziale che circola e che unisce le lamentele di parte dei movimenti ambientalisti ai rimproveri ipocriti dei governi occidentali. Tutti concordi nel sottolineare come la montagna dell'allarme sulle condizioni dell'ambiente abbia partorito un topolino vago e non vincolante, dall'autocrazia di Dmitry Medved fino al post-populismo berlusconiano, eloquentemente rappresentato dal ministro Stefania Prestigiacomo. Passando per la destra nazionalista e sovranista di Nicholas Sarkozy.
Al di là della spiacevole compagnia, è un peccato abbandonarsi a una lettura binaria e semplicista perché si ometterebbero preziosi spunti di analisi che arrivano dal primo vertice dopo la Grande crisi. Proviamo ad isolarne alcuni.

Globalizzazione. Nei mesi scorsi sono successe cose che hanno confermato la tendenza verso un mondo globale, checché ne dicano i nostalgici dell'imperialismo e gli irremovibili oppositori dell'anti-imperialismo.
Il fallimento del colpo di Stato di George W. Bush ha aperto una fase in cui nessuno Stato-nazione eserciterà la sua egemonia, ha segnato la fine non solo dell'”unilateralismo statunitense”, ma “dell'unilateralismo tout-court”. Attenzione, però: mentre vecchie canaglie del golpismo americano come Henry Kissinger e pensatori neocon come Francis Fukuyama si convertono in tempi più che sospetti al “multilateralismo”, anche questa forma di governo e le istituzioni che sono nate dopo la Seconda guerra mondiale si mostrano inefficaci.
Il vertice del G8 ha dichiarato esplicitamente la sua inutilità. La politica internazionale pare pericolosamente sospesa: timide contromisure alla crisi finanziaria sono state prese nel corso di un G20, mentre si svolge nei fatti un inquietante vertice permanente G2 tra Cina e Stati uniti. Alcune potenze occidentali, soprattutto l'Europa, hanno lasciato spazio ai paesi che una volta si sarebbero ipocritamente definiti “in via di sviluppo”: Brasile e India guadagnano posizioni nel Fondo monetario internazionale. Come dicono molti analisti economici, i mega-eventi sono diventati il metro del potere e delle gerarchie, la rappresentazione dello spostamento dei capitali globali e la nuova forma di ri-produzione della ricchezza. Sono il cavallo di Troia di quella forma di produzione che si basa sulla costruzione di narrazioni a cavallo tra tradizione e innovazione, da divulgare sui grandi schermi del villaggio globale e sulla costruzione, compiuta a colpi di cemento e leggi speciali, di aree dominate dalle leggi dell'economia. Dovremmo trarre qualche lezione dal fatto che gli scorsi giochi olimpici si sono disputati in Cina, e sono serviti a celebrare la potenza del gigante economico asiatico. Tra qualche mese sarà il Sudafrica, altra potenza emergente, protagonista nel mancato accordo di Copenhagen, a ospitare i campionati mondiali di calcio. E le Olimpiadi del 2016 si terranno nel Brasile di Lula, il leader che nella rappresentazione mediatica del vertice danese ha giocato la parte del grande pontiere tra gli interessi del Sud rampante che rivendica libertà di sviluppo e del Sud alla deriva costituito dall'Africa abbandonata alla desertificazione e dai dodici atolli del Pacifico condannati dalle emissioni ad essere ingoiati dagli oceani. Cioè quelli che dovrebbero accontentarsi del fatto che cento miliardi di dollari verranno distribuiti alle élites economiche di quei paesi per portare avanti politiche di “sviluppo sostenibile”.

L'Uomo di mezzo. Ma il vero “uomo di mezzo” di Copenhagen è stato Barack Obama, condannato al ruolo di garante degli equilibri e propugnatore della “governance”, parola che, come ricordano Michael Hardt e Toni Negri in “Commonwealth” rimanda sia alla gestione del management nelle corporation che all'analisi del potere aperto e flessibile di Michel Foucault. Questo tratto globale di Obama fino ad ora ha segnato le sue fortune, le ovazioni planetarie del discorso all'università del Cairo e la vittoria del premio Nobel per la pace preventiva. Adesso potrebbe decretarne i prossimi fallimenti.
Il presidente statunitense è arrivato a Copenhagen solo alla fine dei dodici giorni di trattative, prima dell'ultimo giro di spot pubblicitari, come il protagonista risolutivo della sceneggiatura di un serial televisivo è solito fare per sbrogliare la situazione. Reduce dalle mediazioni al ribasso del dibattito al senato sulla riforma sanitaria, ha cercato di giocare una mediazione ancora più improbabile. Obama si è mosso con imbarazzo evidente dentro lo spazio ristretto fissato dal Congresso statunitense, che, come è noto, è fortemente condizionato dai desiderata delle lobbies inquinanti. As usual, l'inquilino della Casa bianca ha cercato di manovrare le leve della comunicazione per presentarsi come “risolutore”. Ma il gioco di prestigio non gli è riuscito: era praticamente impossibile far incontrare le pretese “ambientaliste” un po' ipocrite della vecchia e sazia Europa con le ambizioni della Cina, l'Elefante obeso e sempre più affamato che possiede gran parte del debito americano. O con le rivendicazioni dell'India: perché mai un paese in cui 400 milioni di persone vivono senza corrente elettrica avrebbe dovuto accettare “vincoli alla crescita”? È facile comprendere come questo scenario unisca curiosamente [e anche tragicamente] discorsi all'apparenza contrapposti fino ad oggi. Forse per la prima volta nella storia, in maniera così spudorata ed esplicita, si mischiano le carte del discorso pubblico e si rovesciano i punti di riferimento cui eravamo abituati: il miope “diritto ad inquinare” si è miscelato con la sacrosanta retorica anticoloniale [“i sacrifici li facciano i paesi che crescono da duecento anni”]. Allo stesso modo, è evidente che la conversione sulla via di Damasco alle politiche ecologiche di Europa e Australia fa il paio con la loro difficoltà di ritrovare la via della crescita nel nuovo contesto economico globale. Ancora: il populismo anticapitalista di Chavez ha avuto buon gioco a schierarsi con i “dannati della terra” africani, nonostante il caudillo venezuelano giochi tutta la sua capacità di condizionamento e la sua centralità negli equilibri latinoamericani attorno al petrolio. Per non parlare del discorso dell'Iran di Ahmadinejad, che ha insistito sul ruolo dell'energia nucleare contro il monopolio del Nord del mondo e il riscaldamento globale.
Da questo scenario [a tratti delirante, a tratti inedito: di sicuro complesso] non poteva venire fuori un trattato. La conclusione obbligata è stata quella di un “accordo politico” non vincolante, diplomatico e beffardo, con il quale per la prima volta i tanti e diversi paesi che costituiscono i nodi della rete economica globale riconoscono l'emergenza ambientale ma non fanno niente di concreto per affrontarla.

Movimenti. Il tema della “concretezza” delle misure da prendere contro il global warming rimanda direttamente al ruolo svolto dai movimenti nel corso delle quasi due settimane del vertice danese. Come spiega bene un analista “tecnico” e competente come Antonio Tricarico del Centro per la riforma della Banca mondiale sulle pagine dell'Almanacco di Carta in edicola dal prossimo 25 dicembre fino al 14 gennaio e dedicato allo stato dei movimenti globali nel decennale della rivolta contro il Wto di Seattle, lo stallo evidente del movimento che cominciò nel novembre del 1999 nella città dello Stato di Washington è dovuto, paradossalmente e come accade molto spesso, all'affermazione almeno parziale di alcune delle sue rivendicazioni. Non è la prima volta che succede: un movimento è spiazzato dalla contraddittoria emersione di fenomeni che aveva saputo anticipare e rimane imprigionato nel nuovo scenario. Nel caso specifico, il movimento che venne promosso a “seconda potenza mondiale” dal New York Times ai tempi della campagna contro la guerra in Iraq, non ha saputo adattare i propri equilibri e la propria azione concreta al dispiegarsi di quella globalizzazione che a parole dava per assodata, cioè alla concreta conquista di autonomia del Sud del mondo e della sua società, di una sua parte almeno, rispetto al Nord. È una dinamica epocale che crea uno spiazzamento perfino comprensibile. Quel movimento, che è stato sia l'ultimo del Novecento che il primo del Duemila, è per certi versi rimasto impigliato al secolo scorso, attaccato allo schema strutturalista centro-periferia che già le ultime edizioni dei Forum sociali mondiali, nei termini del superamento della “dipendenza” dei movimenti del Sud da quelli del Nord, in qualche modo davano già per morto e sepolto.

Sovranità. L'altro elemento di crisi, che serve sia a leggere le difficoltà “dal basso” che il fallimento della codificazione internazionale multilaterale “dall'alto”, è di natura squisitamente politica. La rivendicazione di un “limite” naturale allo sviluppo, portata avanti da molti dei movimenti ambientalisti giunti a Copenhagen, implica automaticamente la ricerca di una qualche forma di sovranità che questo limite determini, sancisca ufficialmente e faccia rispettare, con potere di sanzione e intervento. Si tratterebbe insomma, e questo è un problema aperto, di dover restaurare proprio quella sovranità che è in messa in crisi dal mosaico globale. È un tema, quello della governance planetaria, che già era rimasto senza soluzione al vertice di Londra, dove i venti grandi della terra avevano annunciato di voler porre regole al sistema finanziario internazionale. Sempre sull'Almanacco di Carta, Michael Hardt – raggiunto nel bel mezzo delle mobilitazioni di Copenhagen - sottolinea che questo “appellarsi agli Stati” da parte dei movimenti, perché stabiliscano i “limiti dello sviluppo”, si è tradotto in due fenomeni paralleli e per molti versi complementari: la “nostalgia per la sovranità”, appunto, e la scelta di una “vita etica” individuale [che ormai tutti i grandi quotidiani propagandano e che le grandi Organizzazioni non governative che siedono al tavolo della governance a Costituzione mista imperiale propugnano] che non si traduce in progetto collettivo ma nella ricerca di alibi e consolazioni solitarie.
Se, insomma, Copenhagen doveva essere un luogo in cui mettere a verifica e a valore la relazione tra la difesa e la conservazione dei “beni comuni” naturali e l'organizzazione e l'affermazione del “comune”, inteso come relazione continua e ricchezza immanente alle relazioni sociali, questi sono alcuni dei nodi da affrontare, per fare tesoro della vetrina globale del vertice e dei paradossi da essa innescati.

Tratto da:

lunedì 21 dicembre 2009

Countdown China

Il diario di bordo di Paolo Do - Shanghai (Cina)


Il Pearl River Delta è una delle regioni economicamente più dinamiche in Cina, dove si sta per costruire il ponte più lungo del mondo (che dovrebbe collegare Hong Kong con Macao e Shenzhen), e dove la metropoli di Guangzhou sta scavando in simultanea ben 8 linee di metropolitana in vista dei giochi Asiatici del 2010. Nell`arcipelago Cinese delle zone speciali composte da Hong Kong, Shenzhen, Macao e Guangzhog, una parola si sente ripetere spesso: Europa. Dobbiamo fare come in Europa. L`idea infatti è quella di sperimentare un dispositivo di controllo e di gestione in questa regione sul modello di quello europeo in modo tale da controllare al meglio la mobilità e i flussi della forza lavoro.
Ma di Europa in Cina se ne sente parlare anche altrove. Poco tempo fa migliaia di residenti si sono ritrovati sotto i palazzi del Partito a Canton in segno di protesta contro la costruzione di nuovi moderni inceneritori previsti a meno di un chilometro dal centro abitato della città. Di fronte a migliaia di persone che hanno sfidato le autorità con i loro corpi, i rappresentanti locali hanno cercato di rassicurare i manifestanti affermando che questo inceneritore è super sicuro, pensate un po’: interamente realizzato con tecnologie europee. Un vero e proprio pezzo di Europa in Cina, chiamato inceneritore.
Queste proteste (che richiamano davvero l`Europa, quella di Chiaiano o delle recenti azioni fatte in tuta bianca a Padova) e il coraggio di tanti che mettono in gioco la propria vita contro l`ennesimo disastro ambientale annunciato, sembrano aver ottenuto dal governo il posticipo di un anno della costruzione di questi moderni inceneritori, ovvero, dopo la chiusura dei prossimi giochi asiatici. In un paese come la Cina, il cui ritmo é scandito da incessanti conti alla rovescia, dalle olimpiadi di Pechino 2008 all’expo di Shanghai di maggio 2010 fino ai giochi Asiatici di Guangzhog, c`è forse ancora un attimo per tirare un respiro. Inquinamento permettendo.

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!