martedì 6 marzo 2018

Kurdistan - Movimento di Liberazione delle donne curde (KJK): Alle donne del mondo

Dalle montagne del Kurdistan, nelle terre dove la società si è sviluppata con la guida delle donne, vi salutiamo con la nostra grande libertà, passione, ambizione e lotta indissolubile. Dai quartieri del Rojava alle foreste del Sud America, dalle strade europee alle pianure dell’Africa, dalle valli del Medio Oriente alle piazze del Nord America, dalle montagne dell’Asia agli altipiani australiani; con il nostro amore che non conosce confini e con i nostri sentimenti più rivoluzionari, abbracciamo tutte le donne che rafforzano la lotta per la libertà e l’uguaglianza.

In occasione dell’8 marzo 2018, Giornata internazionale della lotta per le donne, commemoriamo tutte le donne che hanno dato la vita nella ricerca della libertà, nella resistenza contro la schiavitù, lo sfruttamento e l’occupazione. Da Rosa Luxemburg a Sakine Cansız, da Kittur Rani Chennamma a Berta Caceres, da Ella Baker a Henan da Raqqa, da Djamila Bouhired, alla palestinese Sana’a Mehaidli a Nadia Anjuman, siamo sempre grate alle immortali guerriere della lotta di liberazione delle donne. La loro luce squarcia l’oscurità che ci è stata imposta. Sul sentiero che hanno illuminato davanti a noi, marciamo verso la libertà. Insieme a loro, commemoriamo tutte le donne che sono state assassinate nel corso di un regime patriarcale di cinquemila anni, attraverso ogni sorta di violenza maschile, guerre, terrore di Stato, occupazioni coloniali, poteri mascherati religiosamente, bande di uomini, mariti e cosiddetti amanti.È il loro ricordo che spinge la nostra incrollabile determinazione a porre fine al femminicidio, la più antica guerra del mondo.

Care donne, compagne, sorelle,
siamo nel bel mezzo di un processo di trasformazione epocale. Il sistema patriarcale, coetaneo della civiltà statalista, sta attraversando una profonda crisi strutturale. Come donne, dobbiamo diagnosticare questa crisi sistemica con le sue cause e conseguenze, stabilire analisi forti e sviluppare prospettive che accelerino la nostra lotta. Perché, se la crisi strutturale del sistema costituisce una grande minaccia per le donne di tutto il mondo, offre anche opportunità per affermare la libertà delle donne. Opportunità che forse si presenta solo una volta ogni secolo.


Possiamo trasformare il 21° secolo nell’era della liberazione delle donne! E non è un sogno o un’utopia. È una realtà. Ma affinché si realizzi dobbiamo creare un programma di liberazione delle donne per il XXI secolo.

Per questo, dobbiamo prima di tutto cogliere pienamente, nella loro interezza, le contraddizioni e le caratteristiche fondamentali dell’epoca in cui viviamo. Quali possibilità e quali rischi queste contraddizioni e caratteristiche costituiscono dal punto di vista della liberazione delle donne? Che tipo di responsabilità dobbiamo assumere in questo senso, come organizzazioni e movimenti globali delle donne?

Nel XXI secolo il sistema mondiale è entrato in una profonda crisi, tanto che si parla di “nuovo ordine del mondo”.

Cercando di riorganizzarsi per uscire dalla crisi, la modernità capitalista per prima cosa tentò di applicare questo nuovo ordine in Medio Oriente sotto il nome di “Grande progetto per il Medio Oriente”. Ebbene, denominiamo il processo iniziato con gli interventi in Afghanistan e in Iraq, proseguito con la primavera araba in Nord Africa e intensificato negli ultimi anni in Siria, Iraq e Kurdistan, “terza guerra mondiale”. Mentre i regimi dello Stato-nazione in Medio Oriente, creati dagli Stati occidentali cento anni fa per riprodurre il caos e la crisi in modo permanente, cercano di proteggere lo status quo, le potenze straniere tentano di dividere nuovamente la regione.

Nominare l’attuale periodo in Medio Oriente “terza guerra mondiale” non è solo un tentativo di sottolineare il coinvolgimento delle potenze internazionali. Oltre a ciò, è chiaro che la ricostruzione della modernità capitalista in Medio Oriente avrà conseguenze su scala globale. Il sistema mondiale contemporaneo o la modernità capitalista non è un fenomeno degli ultimi 500 anni. Il suo seme ha messo radici nella forma del primo Stato risalente a 5000 anni fa in Mesopotamia e da allora ha subìto diverse trasformazioni per sostenersi fino ad oggi.

Per questo motivo, difendere la Soluzione Confederale Democratica come “terza via” contro lo status quo-ismo degli stati regionali e l’interventismo riprogettato delle potenze straniere, costituisce una responsabilità fondamentale per tutte e tutti noi, e supera i confini della Siria e del Medio Oriente. 
Il sistema di autonomia democratica che si sta attualmente costruendo con la leadership delle donne nel Rojava e nel Nord della Siria, in tali condizioni di guerra e resistenza, è l’unico modello risolutivo che ha il potenziale per porre fine alle crisi, al caos, alle contraddizioni e ai conflitti che si sono sistematicamente riprodotti nella regione durante il secolo scorso. 
Non solo gli Stati-nazione che sono stati creati insieme ai confini disegnati artificialmente dopo la prima guerra mondiale non riflettono la composizione etnica, culturale, religiosa e sociale della regione, ma hanno anche mirato a far saltare in aria la nostra millenaria cultura della vita comune. 
Oggi, nel Nord della Siria, per la prima volta viene costruito un sistema basato sulla partecipazione paritaria e libera delle donne, sul pluralismo etnico e religioso e sulla democrazia partecipativa. 
Come alternativa democratica, questo modello pone una soluzione ai problemi obsoleti del Medio Oriente, contro i regimi maschili, sessisti, monistici, nazionalisti, settari, che sono stati alimentati dal sistema globale per decenni.

Questo è il motivo per cui lo Stato turco, che ha il secondo più grande esercito nella NATO, ha lanciato con tutta la sua forza un’operazione contro il Rojava, ad Afrin, nel Nord della Siria, il 20 gennaio 2018. Questo è anche il motivo per cui potenze straniere come USA, Russia e UE non stanno ostacolando gli attacchi militari ad Afrin. Perché in Afrin si costruisce un modello di società democratica che mette al centro la liberazione delle donne. 
La resistenza di Afrin rappresenta la rivolta delle donne contro la vita capitalista della modernità. Le città e i villaggi circostanti ad Afrin resistono al fascismo, alla misoginia, allo sradicamento dei valori culturali e all’inimicizia tra i popoli. Ed è chiaro che non è solo lo Stato turco e gli alleati delle bande islamiste reclutati che si scontrano con le unità di difesa femminile e popolare di Afrin: in un piccolo pezzo di geografia come Afrin, due sistemi mondiali, due ideologie, due progetti futuri si stanno battendo. 
Mentre uno è basato sulla liberazione, l’ecologia e il pluralismo delle donne, l’altro è fatto di misoginia, potere maschile, monismo, dominio e sfruttamento. Uno brilla con tutti i colori della vita, mentre l’altro rappresenta l’oscurità. 
Pertanto, è di vitale importanza e significativo per le donne del mondo rivendicare e difendere la crescente resistenza contro il fascismo ad Afrin. 
Poiché ciò che è sotto attacco e che viene difeso, sono valori universali della libertà delle donne. In questa occasione, come KJK, salutiamo e ci congratuliamo con le/i combattenti per la libertà, che assumono la guida della resistenza ad Afrin, e con il popolo di Afrin che difende eroicamente le sue terre dagli invasori. Le donne e l’unità vinceranno. Il fascismo perderà.

Il processo rivoluzionario in Rojava e nel Nord della Siria mostra questa verità a tutte e tutti noi: le vere rivoluzioni devono essere rivoluzioni femminili. I tentativi rivoluzionari che non si basano sulla liberazione delle donne non hanno possibilità di successo. 
La ragione fondamentale dell’incapacità dei movimenti socialisti e rivoluzionari del ventesimo secolo di realizzare obiettivi desiderati nonostante i loro innumerevoli sacrifici, dedizione e programmi, è il fatto che non hanno messo la liberazione delle donne al centro delle loro lotte. 
La questione delle donne non è un problema secondario, bensì è alla base di tutte le altre questioni. Le donne sono la prima classe oppressa, asservita, sfruttata, colonizzata e dominata. Tutte le altre forme di sfruttamento iniziano dopo lo sfruttamento delle donne. 
Per questo motivo, condurre una lotta efficace contro il sistema egemonico sarà possibile solo nel quadro di una forte ideologia e programma di liberazione, in cui l’organizzazione autonoma e separata delle donne gioca un ruolo attivo. 
La nostra esperienza di lotta ideologica e pratica trentennale come Movimento per la libertà delle donne del Kurdistan ci mostra questo.

Care donne, care compagne,
il seme del sistema globale basato sulla modernità capitalista si trova in Medio Oriente, in particolare in Mesopotamia. È in questa regione che l’attuale crisi sistemica si mostra direttamente, così com’è. 

Ma poiché la crisi del sistema mondiale patriarcale-capitalista ha una qualità globale, non esiste terra risparmiata dal sentire questa crisi, nessun lago, montagna o fiume lasciato intatto, nessuna società che non sia stata influenzata dai tentativi di dominio. 
Tuttavia, quelle più colpite dalla crisi sono le donne. E ciò è direttamente connesso al carattere sessista della modernità capitalista. Il sistema sta cercando di superare la crisi sfruttando e abusando delle donne in modo ideologico e materiale ancora più forte, e così cerca di garantire la sua esistenza.

Contro le affermazioni comuni, il liberalismo, come una delle ideologie fondamentali dello Stato- nazione, non ha portato alcun contributo positivo alla liberazione e all’uguaglianza delle donne. Al contrario, è proprio in quest’epoca liberale che il sessismo è stato rafforzato e usato come elemento ideologico. È una grande bugia che il liberalismo libera le donne. La mercificazione della donna, in tutto il suo corpo, personalità e anima, costituisce la forma più pericolosa di schiavitù.

In questo contesto, la modernità capitalista costituisce il più alto stadio del sistema patriarcale. In nessun punto della storia della civilizzazione le donne sono state soggette allo sfruttamento tanto quanto lo sono state nell’era della modernità capitalista. 
Dalla prospettiva delle donne, esiste una colonizzazione che è aumentata di mille volte nella sua profondità e nei suoi scopi. Il sessismo nella società dello stato-nazione mentre assegna all’uomo il massimo potere ha trasformato la società nella colonia più inferiore attraverso la figura della donna. In questa dimensione, nella storia della civilizzazione in generale e nella modernità capitalista in particolare, la donna è nella posizione di essere la più vecchia e la più nuova nazione colonizzata. 
Dalla prospettiva del sistema egemonico una ragione per quest’insostenibile crisi è la colonizzazione delle donne.

Le donne e la liberazione delle donne costituisce il fondamentale potere che si oppone al sistema patriarcale e capitalista mondiale. 
Al cuore di tutte le forme di potere, di egemonia, di sfruttamento, di saccheggio, di schiavitù, di violenza, e di oppressione che il sistema stesso crea in sé si basa sulla dominazione della donna. La schiavitù e la proprietà imposte sulle donne passo dopo passo si diffondono complessivamente nell’intera società. 

Questo è il motivo per cui la lotta di liberazione delle donne, tra tutte le lotte anti-sistema ha la più grande forza di scuotere dalle fondamenta il sistema del maschio egemonico. E, di fatto, è questa dinamica che disvela la crisi che il sistema sperimenta. Come donne, dobbiamo vedere chiaramente la forza che possediamo e gli effetti che creiamo.

In questo senso, l’aumento massivo della violenza e degli attacchi contro le donne in tutto il mondo è direttamente connesso a questa situazione di crisi e alla relazione tra il sistema mondiale patriarcale capitalista e la liberazione delle donne. Il sistema sessista basato sullo sfruttamento attacca la donna che pone la più grande sfida e pericolo al suo potere. 
Nei fatti parliamo di una guerra di aggressione sistematica. La forma di questa guerra di aggressione può differire al livello locale ma stiamo essenzialmente di fronte ad un fenomeno universale. Dobbiamo guardare alle connessioni tra gli stupri di gruppo in Asia e la violenza di genere negli Stati Uniti. 
Con un approccio olistico dobbiamo esaminare le uccisioni delle donne in Latinoamerica, che hanno raggiunto il livello di un massacro, come i rapimenti e la resa in schiavitù di donne e ragazze da bande, mascherate come religiose, in Africa e in Medio Oriente. Dobbiamo analizzare insieme la crescita del fascismo, i regimi misogini e i loro attacchi ai diritti ottenuti dalle donne come risultato delle loro lotte. E dobbiamo essere profondamente consapevoli del fatto che questa guerra, guidata dal sistema patriarcale su scala globale, sta cercando di soffocare la ricerca e le lotte di liberazione delle donne.

Per questo, probabilmente, il sistema maschile dominante non è mai stato così tanto messo sotto pressione nella storia della civilizzazione. 
Le sue fondamenta non sono mai state scosse fino a questo punto. Analogamente, dalla prospettiva delle donne, le condizioni per assicurare la liberazione non sono mai state così mature. Le possibilità di realizzare la seconda grande rivoluzione delle donne non ha mai raggiunto questo stadio. 
Questo è il motivo per cui stiamo attraversando un periodo storico. Ci sono dunque grandi opportunità, ma anche i pericoli sono altrettanto grandi.

Se questo è il caso, cosa dobbiamo fare, se vogliamo confrontare questi pericoli e effettivamente valutare le possibilità per assicurare la liberazione delle donne e attraverso questa la liberazione di tutta la società? Come possiamo difendere noi stesse dai crescenti attacchi del sistema? In questo caso, l’autodifesa non va intesa in senso passivo. E’ necessaria un’autodifesa attiva. 
La più grande e la più efficace forma di autodifesa è creare una vita libera e stritolare le vene del sistema dominante maschile. Dobbiamo rendere la nostra vita insostenibile per il sistema, non il contrario. 
Ma perchè questo possa succedere dobbiamo portare avanti una lotta ad un livello più alto. Su scala globale, la lotta di liberazione delle donne ha creato un forte fondamento in entrambe le dimensioni teoretica e pratica. Ma ora è il momento di mettersi in marcia.

Come Movimento di Liberazione delle donne del Kurdistan siamo state impegnate in una grande lotta per più di 30 anni per approfondire l’ideologia di liberazione della donna, per rivelare la forza di autodifesa e la coscienza delle donne e per assicurare alle donne una equa e libera partecipazione nell’ambito della politica, per superare il sessismo in tutte le sfere della vita e per accelerare la libertà delle donne. 
All’interno di questo cammino abbiamo sempre compreso l’enorme importanza e senso di condividere i nostri risultati e conclusioni con tutte le donne del mondo. E ora, con grande entusiasmo, gioia e determinazione per trasformare il 21 secolo nell’era della donna liberata, per portare alla seconda grande rivoluzione delle donne, noi miriamo di essere all’altezza della missione del movimento universale di liberazione delle donne.

Care donne,
è assolutamente essenziale che ci organizziamo ad un livello universale per creare un sistema di donne globale e equo contro il sistema mondiale capitalista sessista e patriarcale. Una tattica cruciale del sistema egemonico è la divisione. La nostra forza, tuttavia, deriva dall’unità. Senza rigettare le differenze tra noi, mentre proteggiamo le nostre particolarità e i nostri colori, non c’è nulla che – se non come un mosaico, allora come un artefatto di marmo – il movimento globale di liberazione delle donne non possa raggiungere. Perché questo possa accadere, dobbiamo sviluppare alleanze democratiche tra donne. 


Dobbiamo sviluppare modi, metodi, e prospettive appropriate alle condizioni, secondo le caratteristiche e le necessità del ventunesimo secolo. Essenzialmente, dobbiamo tutte insieme sviluppare per il ventunesimo secolo il programma di liberazione delle donne.

Come movimento di liberazione delle donne del Kurdistan noi dobbiamo lo sviluppo della nostra rivoluzione come una rivoluzione di donne al nostro leader Abdullah Ocalan, che 19 anni fa è stato rapito all’interno di una cospirazione della organizzazione di bande maschile e statale chiamata NATO ed è ancora in ostaggio in Turchia in condizioni di isolamento che non hanno precedente storico.

È il sistema di analisi di Ocalan, le sue prospettive di liberazione, la sua trasformazione personale, i sui sforzi senza fine per lo sviluppo del movimento per la liberazione della donna che mettono insieme la forza che sta dietro queste dinamiche che ora ispirano persone in tutto il mondo. Il suo essere rinchiuso in una prigione in un’isola negli ultimi 19 anni e il suo completo isolamento dal mondo esterno negli ultimi quasi tre anni sono connessi all’influenza delle sue idee. 

Però i pensieri non possono essere isolati; gli spiriti liberi non possono essere tenuti in ostaggio. Il seguente estratto dalle prospettive di Ocalan, sviluppato in condizioni di isolamento carcerario, è illuminante sotto la prospettiva di una lotta universale di liberazione delle donne:
Senza dubbio, la denuncia della situazione della donna è una dimensione del problema. 
Ma quello che è più importante riguarda la questione della liberazione. In altre parole, la soluzione del problema ha un’importanza molto più grande. Si dice spesso che il livello di libertà generale della società si può misurare dalla libertà delle donne. È corretto e importante considerare come si possa riempire questa affermazione. La liberazione delle donne e l’uguaglianza non semplicemente determina la libertà ed uguaglianza della società. 
Per questo sono necessari la teoria, programmi, organizzazioni, e pianificazione di azioni. 
Più importante, mostra che non possono esserci politiche democratiche senza le donne e inoltre che, nei fatti, la politica di classe rimarrà inadeguata, e natura e pace non possono essere sviluppate e protette.”

Come movimento di liberazione delle donne curde, in occasione dell’8 marzo 2018, lanciamo un appello alle donne del mondo: mettiamoci assieme e assieme sviluppiamo la necessaria teoria, programmi, organizzazione, e piani di azione per la liberazione della donna. Con la coscienza che solo una lotta organizzata può portarci risultati, aumentiamo l’organizzazione in tutte le sfere della vita. 
Collettivizziamo le nostre coscienze, forza di analisi, esperienze di lotta, e prospettive per creare le nostre alleanze democratiche. Non lottiamo le une separate dalle altre – lottiamo assieme. 
E, lungo il percorso, trasformiamo il ventunesimo secolo nell’era della liberazione della donna! 
Perché questo è esattamente il momento giusto! 
È il momento per la rivoluzione delle donne!


Afrin è ovunque, e ovunque è resistenza!
Evviva la lotta universale di liberazione delle donne!
Jin, jiyan, azadi! Donne, vita, libertà!



8 marzo 2018
Komalên Jinên Kurdistan (KJK)


Scarica in PDF: Declarazione del KJK-8 marzo 2018

sabato 3 marzo 2018

Messico - Marichuy e l’esclusione politica

di Luis Hernández Navarro 

I promotori del voto utile possono stare tranquilli. María de Jesús Patricio non sottrarrà voti a nessuno nella corsa presidenziale. La voce dei popoli indigeni non ci sarà sulla scheda elettorale. L’unica aspirante alla Presidenza che negli ultimi mesi ha parlato chiaramente della depredazione, lo sfruttamento, l’oppressione e la discriminazione che subisce il Messico del basso non sarà candidata.

Marichuy aveva bisogno di 866 mila 593 firme per essere ammessa alla contesa elettorale. Anche se ancora manca la verifica finale, ha raccolto 281 mila 952 firme. (…).

Il livello di affidabilità delle firme consegnate dalla portavoce del Consiglio Indigeno di Governo (CIG) è del 94,48%. Il più alto tra tutti gli aspiranti alla candidatura indipendente. Gli altri hanno compiuto vere magie. La percentuale di firme convalidata di Jaime Rodríguez, El Bronco, è stata solo del 59,46%; quello di Armando Ríos Piter, 65,66%, e quello di Margarita Zavala, 67,59%. L’aspirante Édgar Portillo ha presentato solo il 2,63% di firme vere.

Le adesioni di Marichuy sono state raccolte da un esercito di volontari che non hanno ricevuto alcun compenso e senza risorse economiche per comperare gli apparecchi telefonici necessari per scannerizzare e trasmettere le sigle all’Istituto Nazionale Elettorale (INE). Mentre il resto degli aspiranti ha commissionato ad agenzie specializzate o a personale stipendiato la raccolta delle firme, la squadra di Marichuy, molti giovani studenti, ha cooperato al compito senza nessun compenso e senza altra spinta che quella di contribuire ad una giusta causa. In un paese in cui i voti si comprano e l’anagrafe elettorale si vende, il gruppo di appoggio del CIG ha dato una lezione di dignità e autentico senso civico.

Praticamente in tutto il mondo, partecipare alle elezioni richiede grandi somme di denaro. Anni fa, il film statunitense intitolato Chi più spende… più guadagna! mostrava come le campagne elettorali sono una bestia insaziabile che divora fortune. Nel film, Montgomery Brewster, un giocatore di baseball in disgrazia, avrebbe ricevuto un’eredità di 300 milioni di dollari a condizione che fosse stato in grado di spenderne 30 milioni in un mese senza comprare niente. Per superare la sfida non trovò modo migliore che candidarsi come sindaco di New York.

Come succede in Chi più spende… più guadagna!, nelle campagne elettorali in Messico circolano fiumi di denaro. Partiti e candidati spendono enormi fortune per vincere o per impedire che i loro avversari vincano. Molte di queste risorse non sono lecite, ma si usano.

Controcorrente a questo comportamento, in questi mesi Marichuy si è spostata praticamente per tutto il paese con pochissimi soldi. Ha rifiutato l’aiuto ufficiale e si è affidata essenzialmente al lavoro spontaneo e gratuito dei suoi simpatizzanti. Le comunità che ha visitato negli angoli più reconditi del paese sono state i suoi anfitrioni. Si è così dimostrato che è possibile fare un’altra politica che non giri intorno ai soldi.

Ancora prima dell’avvio della sua campagna, María de Jesús Patricio è stata vittima del razzismo e della più bassa misoginia. La sua doppia condizione di donna e indigena ha tirato fuori il peggio della società e della politica messicane. Molte belle coscienze liberali, tanto pronte a saltare sul pulpito alla prima occasione per criticare personaggi della nostra vita politica, sono stati in silenzio di fronte alle aggressioni.

Gli esempi delle assurdità circolate in rete sono numerosi. L’account @nopalmuino ha scritto: “Quella di #Marichuy è una pagliacciata, votare per lei solo perché indigena e donna… bisogna proprio essere stupidi”. Un altro che si firma Avvocato del diavolo, ha detto: “sì voterei per #Marichuy. Si vede che è esperta di pulizie in Messico”. Un altro che si fa chiamare Gonz and Roses ha twittato: “Quella #Marichuy somiglia a quella che pulisce casa mia”. L’enigmatico 0111001Or ha sparato: “Chi è #Marichuy e perché non sta facendo il pozole?”.

Tuttavia, queste non sono state le uniche espressioni contro di lei dalla politica più becera. Dalle file di una certa sinistra, alcuni personaggi l’hanno presentata non per quello che è, una donna indigena brillante e intelligente con una lunga esperienza politica, che difende una causa ignorata nella campagna elettorale, quella dei popoli indigeni e l’anticapitalismo, ma come un burattino dello zapatismo per sottrarre voti a chissà chi e perfino come uno strumento del governo o di Carlos Salinas de Gortari.

La campagna di María de Jesús Patricio ha riscosso grande successo evidenziando l’esistenza di quei rabbiosi razzisti, misogini ed escludenti nella società e nella politica messicane. In realtà, tutta questa spazzatura emersa dalla campagna elettorale mostra una delle ragioni per cui è stata necessaria questa incursione.

Le difficoltà che Marichuy ed il CIG hanno affrontato per essere presenti sulla scheda elettorale dimostrano che, benché formalmente esistano per legge le candidature civiche, ciò che prevale è un regime partitocratico in cui le carte sono a favore del monopolio della rappresentanza politica dei partiti. Possono inserirsi nella politica come candidati indipendenti, principalmente e quasi esclusivamente, i politici tradizionali.

Questo regime partitocratico, elitario ed escludente, nato dal Pacto de Barcelona del 1996 tra PRI, PAN e PRD, lascia senza rappresentanza politica un’enorme settore del paese. Lungi dal mettere in discussione la partitocrazia, la logica dei comizi del 2018 la rafforza. Basta guardare le liste dei candidati a deputati e senatori delle diverse coalizioni e le loro proposte in futuri ministeri di governo, per vedere che, essenzialmente, benché competano per sigle differenti, molti sono gli stessi di sempre. La campagna di Marichuy è diventata la prova evidente che una vera transizione democratica continua ad essere la questione in sospeso centrale dell’agenda politica nazionale. 

http://www.jornada.unam.mx/2018/02/27/opinion/019a2pol
Twitter: @lhan55
Traduzione “Maribel” – Bergamo

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!