mercoledì 29 ottobre 2008

La Dignity attracca al porto di Gaza

Free Gaza: la SS Dignity attracca al Porto di Gaza

Sono da poco passate le sette (ora locale) quando la Dignity arriva nelle acque territoriali di Gaza, formalmente sono sotto controllo israeliano. L’imbarcazione viene fermata per una decina di minuti e poi lasciata passare.

"Ieri la Marina militare israeliana aveva minacciato che avrebbe fermato la nave nelle acque territoriali israeliane e arrestato i passeggeri", dicono gli attivisti di Free Gaza movement.

Ai pescherecci palestinesi, nella violazione di tutte le risoluzioni Onu, è vietato oltrepassare le 4 miglia, il che rende impossibile le attività di pesca.

Anche l’arrivo degli aiuti umanitari viene controllato e gestito dalle autorità israeliane.

Nonostante le minacce, alle otto e dieci (ora locale), la Dignity attracca al Porto di Gaza accolta dagli applausi dei pescatori palestinesi.

La prima tappa dei passeggeri è presso l’ospedale per consegnare i medicinali caricati a bordo.


Cronaca audio

L’imbarcazione entra in porto. [ audio ]

La cronaca a poca distanza dal porto. [ audio ]

martedì 28 ottobre 2008

Attraversare il mare per rompere l'assedio



Free Gaza: è salpata Dignity

E’ partita da Larnaca nell’isola di Cipro attorno alle 15.00 (ora locale) "Dignity" la nave che raggiungerà il porto di Gaza.
L’iniziativa organizzata dal Free Gaza movement, associazione attiva da anni nei territori occupati palestinesi, vuole rompere l’assedio che il governo israeliano sta imponendo su questa striscia di terra. Una prigione a cielo aperto in cui sono rinchiuse 1milione e mezzo di persone.
L’equipaggio è composto da 26 passeggeri proventi da 12 diversi paesi, incluso Palestina e Israele. A bordo anche Mairead Maguire, Premio Nobel per la pace nel 1976, membri del Consiglio legislativo palestinese, alcuni medici provenienti dall’Europa e il Dr. Mustafa Barghouti, leader di Almubadara ed esponente della società civile palestinese.
Partecipa al viaggio anche Gideon Sprio, giornalista isrealiano e attivista che da anni si batte contro l’occupazione israeliana in Cisgiorgania.
Questo è il secondo viaggio via mare organizzato da Free Gaza movement, il primo viaggio è stato l’agosto scorso. "Stiamo tornando a Gaza" - hanno spiegato gli attivisti in un comunicato - "esattamente per le stesse ragioni per cui siamo andati nel mese di agosto: per fornire supporto medico, incontrare le organizzazioni della società civile, i volontari degli ospedali e incontrare i palestinesi che hanno chiesto la nostra presenza".

Cronaca audio
Sono passati da pochi minuti le 15.00, quando i passeggeri della Dignity vengono fatti scendere per un controllo dalla polizia locale. Ad ognuno vengono richieste le generalità e solo dopo aver verificato che nella barca oltre all’equipaggio e ai passeggeri non vi sono altre persone, viene concesso il permesso di salpare. In sottofondo il suono della sirena sullo sfondo un tramonto rosso, che annuncia un’attraversata tranquilla.

Domattina intorno alle 05.30 - 06.00 la Dignity dovrebbe arrivare in vista delle coste di Gaza.

Con Vilma Mazza la partenza. [ audio ]

Al porto l’incontro con i giornalisti e l’allestimento dell’imbarcazione. [ audio ]

Alle 14.40 la corrispondenza dal porto e la storia di Saed, un giovane palestinese. [ audio ]

Corrispondenza durante la consegna dei passaporti alle autorità cipriote. [ audio ]

lunedì 27 ottobre 2008

Soffiamo sulle vele per rompere l’assedio


Free Gaza

Attraversare il mare per rompere il muro di silenzio che accerchia e assedia, insieme all’esercito israeliano, la Striscia di Gaza. E’ l’obiettivo degli attivisti di Free Gaza Movement, associazione attiva da anni nei territori occupati palestinesi.
Martedì 28 ottobre esponenti dell’associazione e attivisti provenienti da Stati Uniti e Europa salperanno alla volta di Gaza dove l’arrivo è previsto per mercoledì 29 ottobre.
Si tratta del secondo viaggio che intende aggirare il divieto di accesso nei territori occupati militarmente dall’esercito israeliano. Lo scorso 23 agosto infatti 57 persone, tra cui medici, giornalisti, attivisti di 17 paesi diversi, una suora cattolica e un sopravvissuto all’Olocausto, sono riusciti a entrare nel Porto di Gaza, senza dover attraversare i territori israeliani (e rischiare espulsioni e detenzione) o dover chiedere permesso alle autorità israeliane.
Stiamo parlando di una conquista incredibile, difficilmente comprensibile per chi non vive da quasi un secolo sotto la morsa dell’apartheid cui sono soggiogati i cittadini palestinesi tra posti di blocco, divieti, controlli, carri armati e presidio perenne delle forze armate di Israele. Prima del 23 agosto 2008 purtroppo nessuna imbarcazione da ben 41 anni era riuscita a raggiungere il Porto di Gaza sul Mediterraneo.
Tanto meno quelle che battono bandiera palestinese dato che da 15 anni i pescatori della Striscia non possono più lavorare nelle loro acque territoriali. Pena l’apertura del fuoco israeliano contro i pescherecci. Questo in barba alle risoluzioni ONU che concedono agli abitanti della Striscia di poter navigare nelle 20 miglia di mare su cui le loro terre si affacciano.
E in queste ore Free Gaza Movement è di nuovo in azione! per portare sostegno nella Striscia di Gaza e fare pressione sul governo israeliano affinché cancelli l’assurdo divieto di navigazione e attracco a Gaza.
L’associazione ha ufficialmente comunicato al governo di Tel Aviv le proprie intenzioni d’ingresso nel Porto.
“Abbiamo informato Israele e le forze d’occupazione della Striscia di Gaza – si legge nel comunicato stampa dell’associazione – che entreremo nel Porto di Gaza il 29 ottobre. Ci aspettiamo che non ci sia alcuna interferenza dalle autorità israeliane.
Non accetteremo mai che ci sia impedito l’accesso!”.Israele in ogni caso non è rimasto a guardare in silenzio e, come informano gli organizzatori della traversata, continua a fare pressioni a quanti collaborano con Free Gaza Movement perché le due imbarcazioni recedano dal proprio obiettivo. Ad agosto, le minacce e le intimidazioni sono state pesanti ma ciononostante gli attivisti sono entrati in Porto. E in queste ore l’esercito sta cercando di opporsi alla determinazione di quanti sono su Liberty e Free Gaza.
“E’ ridicolo – commenta Greta Berlin, statunitense tra i promotori dell’iniziativa – che Israele sia così spaventato da noi. Noi che portiamo a Gaza medici, diritti, attivisti tra cui il Premio Nobel per la Pace Maiead Maguire. Con noi abbiamo pure medicinali e non esiste alcuna ragione per cui Israele debba bloccare o impedire il nostro attracco a Gaza”.

L’ Associazione Ya Basta! partecipa direttamente all'iniziativa e la sostiene:
su www.globalproject.info e www.yabasta.it continui aggiornamenti direttamente dalla Liberty e dalla Free Gaza
News
Ascolta:
26.10 Corrispondenza con Vilma Mazza, Associazione Ya Basta [ audio ] (ita)
26.10 Intervista ad Huwaida portavoce del Free Gaza Mouvement - parte 1 - parte 2 (eng)
26.10 l’intervista realizzata dall’Associazione Yabasta, in collaborazione con globalproject.info, al Dr. Mustafa Barghouti leader di Almubadara ed esponente della società civile palestinese.
Leggi:
Approfondimenti:
WebSite:
Free Gaza[ Eng ]

Free Gaza Movement

2008: Dura da quarant'anni
"Il 2008 segna il quarantesimo anniversario della Guerra dei sei giorni, durante la quale l'esercito israeliano ha preso il controllo della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Questa situazione continua sino ad oggi malgrado il fatto che Israele infrange, così facendo, le leggi internazionali sui diritti umani e trasgredisca a più di 60 risoluzioni dell'ONU." - Fine all'0ccupazione!

Il nostro progetto
Vogliamo rompere l'assedio di Gaza. Vogliamo risvegliare la coscienza mondiale sulla situazione di prigionia nella quale Gaza si trova rinchiusa, fare pressione sui governi internazionali affinché rivedano la politica di sanzioni che flagella la Palestina e mettano un termine al loro continuo sostegno all'occupazione di Israele. Noi vogliamo appoggiare il diritto dei Palestinesi ad accogliere le persone che vogliono venire in Palestina: gli attivisti per i diritti umani, i giornalisti, e chiunque.

Chi siamo?
Noi siamo esattamente queste persone, operatori umanitari, attivisti per i diritti umani, lavoratori volontari, giornalisti. Abbiamo alle spalle anni di esperienza di volontariato nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania invitati dai Palestinesi. Ma adesso l'accerchiamento di Israele, che occupa illegalmente la Palestina, si é ancora più intensificato, e molti fra di noi si vedono rifiutare da Israele il diritto di entrare in Palestina. Malgrado l'urgenza che c'è di portare il nostro aiuto, il governo israeliano non ci permette l'accesso al territorio palestinese. Apparteniamo a tutti i diversi strati della società. Nei nostri paesi, siamo insegnanti, medici, musicisti, segretarie, genitori, nonni, avvocati, studenti, attivisti, attori, scrittori, politici, cantanti, web designers, consulenti internazionali, e fra di noi c'è persino un anziano lavoratore dell'industria del cinema di Hollywood e un aviatore. Siamo Sud Africani, Australiani, Americani, Inglesi, Israeliani, Italiani, Palestinesi, e ancora di altre nazionalità.

Cosa faremo?
Abbiamo cercato di entrare in Palestina via terra. Abbiamo cercato di arrivarci per via aerea. Adesso facciamo sul serio: salpiamo le ancore, ci andremo via mare.

sabato 25 ottobre 2008

CI STANNO MASSACRANDO!!

Dal territorio indigeno della Colombia
Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC)

All’inizio della lotta del CRIC ci ammazzarono gli scagnozzi assoldati dai proprietari terrieri. Poi sono stati i gruppi paramilitari in collusione con gli organi dello Stato, e lo ha fatto anche la guerriglia. Nelle ultime mobilitazioni la forza pubblica ha provato meccanismi e strumenti per assassinarci impunemente, ogni volta sempre più usuali, anche grazie all’indolenza dell’opinione pubblica che permette e accetta che si attui al di fuori della Costituzione e della legge dall’interno dello Stato, contro la popolazione povera della Colombia.

Oggi, ci troviamo di fronte una polizia che nel nome della legittimità dello Stato, applica la forza in maniera sproporzionata, esegue la pena di morte e assassina quella popolazione che ha l’obbligo costituzionale di difendere. Con carri armati, armi convenzionali e non, con machete e colpi di fucile, aggrediscono tutti noi che ci mobilitiamo, pretendendo di cancellare la loro ingnominia e il disconoscimento degli elementi minimi di uno Stato di Diritto.

Dopo assassini, ferirmenti, disconoscimento dei diritti fondamentali, addirittura mentono affermando che sono gli stessi indigeni e i settori popolari coloro che si stanno autoeliminando o che hanno patti d’alleanza con la guerriglia e che nell’usare esplosivi ci stiamo uccidendo da soli. Con ciò non solo vogliono coprire i propri crimini ma preparare le condizioni e le giustificazioni per realizzare un massacro.

Nel frattempo alcuni settori d’opinione richiedono il dialogo, interessati alla viabilità della via Panamericana, nonostante sembrino già abituati alla morte come argomento di difesa dello Stato, e non mostrano preoccupazione per le violazioni dei Diritti umani messe in atto dalla forza pubblica nella cittadina de la María. Tuttavia settori popolari e democratici manifestano pubblicamente per la difesa della vita e della Costituzione, e sanno che questa è una lotta di tutti per salvare quel poco che ci rimane di Stato di Diritto.

La Defensoria del popolo ha richiamato al rispetto dei diritti umani e al dialogo e ciò è parte delle sue funzioni; esigiamo pertanto che questo organismo, istituito con la Costituzione del 1991, svolga il suo ruolo e sia garante del rispetto dello Stato sui diritti umani; la defensoria del popolo deve essere presente nella zona e accertarsi delle modalità con cui sta svolgenzo l'azione della forza pubblica, che armi non convenzionali e convenzionali sta utilizzando, la presenza di persone civili armate protette dalla polizia, la violazione delle case; la defensoria deve chiarire davanti alla comunità nazionale e internazionale chi sono coloro che non lasciano passare le ambulanze poiché l’esercito e i mezzi di comunicazione che diffondono i suoi comunicati dicono che siamo noi, e noi sosteniamo e sappiamo che è la forza pubblica che lo impedisce. Ci rivolgiamo al Difensore del Popolo Nazionale perché comprenda che qua non vige la Costituzione colombiana e che è dovere della Defensoria provvedere perché non accada tutto questo.

Nello stesso modo, ci rivolgiamo al sistema delle Nazioni Unite, alla tavola umanitaria del Cauca e alla comunità internazionale, perché possano vedere e possano comunicare al mondo intero ciò che sta succedendo nella cittadina di la María. Se si definiscono verità e giustizia come basi fondamentali della pace e della convivenza, queste non solo bisogna cercarle dopo che i fatti verrano chiariti ma anche adesso, nel presente di questa guerra che si materializza contro la popolazione.

Più di sessanta feriti, un morto, un altro corpo abbandonato e preso a machetate al quale la Polizia non permette arrivare, l’uso di armi non convenzionali e convenzionali e procedimenti non autorizzati né legalmente né eticamente, il rimbombo della bugia come verità dello Stato, i carri armati che avanzano per le vie secondarie, gli elicotteri che circondano l’area indigena, il territorio de la María trasformato in un campo di guerra, tutto questo merita e esige che le istituzioni nazionali e internazionali dei diritti umani, e tutti i democratici del mondo fermino questo massacro.

Nella misura in cui questo territorio indigeno è stato trasformato in un campo di morte e guerra, si sentono voci circa il fatto che attori armati della guerriglia pretendono di pescare nel fiume in piena, poiché come per lo Stato anche a loro solo interessa l’intensificazione del conflitto. Rifiutiamo qualsiasi azione di questi attori, e richiediamo il rispetto alla mobilitazione e autonomia del movimento sociale e il rispetto dei diritti umani.

Leggi l’articolo originale in castigliano

giovedì 23 ottobre 2008

Globalizemos a luta! Globalizemos a esperança!

V° CONFERENZA INTERNAZIONALE DI VIA CAMPESINA - DICHIARAZIONE DI MAPUTO - 23 OTTOBRE 2008

SOVRANITA’ ALIMENTARE SUBITO! CON LA LOTTA E L’UNITA’ DEI POPOLI
Siamo genti della terra, uomini e donne che producono gli alimenti per il mondo. Abbiamo il diritto di continuare ad essere contadini e contadine e la responsabilità di continuare a nutrire i nostri popoli. Ci occupiamo dei semi che sono la vita e, per noi, l’atto di produrre il cibo è un atto di amore. L’umanità ha bisogno di noi e noi ci rifiutiamo di scomparire. Noi, la Via Campesina, un movimento mondiale di organizzazioni di donne lavoratrici rurali, contadini e contadine, piccoli agricoltori, lavoratori e lavoratrici delle campagne, popoli indigeni, afrodiscendenti e gioventù rurale di Asia, Europa, America e Africa ci siamo riuniti a Maputo, inMozambico dal 19 al 22 ottobre del 2008 nella nostra V Conferenza Internazionale. Siamo stati ricevuti in modo caloroso, fraterno e combattivo dai nostri anfitrioni, l’Unione Nazionale dei Contadini (UNAC) del Mozambico. Ci siamo riuniti per riaffermare la nostra determinazione nel difendere l’agricoltura contadina, le nostre culture e il nostro diritto di continuare a esistere come popoli con una propria identità. Siamo più di 550 persone, tra le quali 325 delegati e delegate di 57 paesi che rappresentano centinaia di milioni di famiglie contadine. Noi donne rappresentiamo più della metà delle persone che producono alimenti nel mondo e qui abbiamo realizzato, con energia e determinazione, la nostra Terza Assemblea Mondiale delle Donne. Noi giovani abbiamo realizzato la nostra Seconda Assemblea dei Giovani della Via Campesina, poichè la partecipazione decisiva della Gioventù garantisce tanto il presente come il futuro delle campagne. In questa V Conferenza abbiamo anche riconosciuto 41 organizzazioni come nuovi membri di Via Campesina e abbiamo potuto contare sulla partecipazione di molte organizzazioni e movimenti alleati di tutto il mondo nella nostra Prima Assemblea degli Alleati di Via Campesina.

Quattro anni di lotte e vittorie.
Nella V Conferenza Internazionale abbiamo riesaminato le nostre principali lotte, azioni e attività a partire dalla IV Conferenza Internazionale realizzata ad Itaici, Brasile, nel giugno del 2004. Tra le azioni svolte, particolarmente significative sono state le mobilitazioni di massa contro il WTO, contro i Trattati di Libero Commercio (TLCs) in diverse parti del mondo e contro il G8 a Rostock e Hokkaido. Nel 2005 La Via Campesina ha realizzato una presenza significativa nella giornata di lotta di fronte alla sede della Conferenza del WTO a Hong Kong, partecipando anche alla più recente delle ripetute azioni con le quali i movimenti sociali hanno bloccato i negoziati nelle conferenze del WTO a partire da Seattle nel 1999. Abbiamo avuto un ruolo centrale anche in altre mobilitazioni contro il WTO da Ginevra all’India. Nel 2007 abbiamo organizzato, con i nostri principali alleati, il Forum Internazionale sulla Sovranità Alimentare, a Nyéleni, Mali. Si è trattato di un momento cruciale nella costruzione di un grande movimento globale per la Sovranità Alimentare. Hanno partecipato circa 500 delegati e delegate dei più importanti movimenti sociali dell’intero mondo ed è stata definita un’agenda strategica e di azioni per i prossimi anni. Sia prima che dopo Nyéleni, abbiamo organizzato molte riunioni nazionali e regionali sulla Sovranità Alimentare. Negli ultimi anni abbiamo ottenuto che vari paesi e tra questi l’Equador, la Bolivia, il Nepal, il Mali, il Nicaragua e il Venezuela, introducessero il concetto di Sovranità Alimentare nelle loro Costituzioni e/o leggi nazionali. Attraverso la nostra Campagna Globale per la Riforma Agraria, espressione delle nostre lotte per la terra e in difesa del territorio, abbiamo co-organizzato il Forum Sociale Mondiale della Riforma Agraria a Valência, Spagna nel 2004, e, nel 2006, abbiamo organizzato la Riunione Internazionaledei Senza Terra a Porto Alegre, Brasile, prima della Conferenza Internazionale sulla Riforma Agraria e lo Sviluppo Rurale (CIRADR) della FAO. Abbiamo anche partecipato alle mobilitazioni per l’8 marzo delle donne del Brasile contro il deserto verde provocato dagli Eucaliptos della transnazionale Aracruz e al Forum parallelo, ottenendo importanti passi avanti nella posizione dei governi. Nel 2007 abbiamo organizzato, in Nepal, la Conferenza Internazionale sulla Sovranità Alimentare, la Riforma Agraria e i Diritti Contadini. Nel 2004 abbiamo organizzato una festa globale di scambio di semi all’interno della nostra IV Conferenza. Nel 2005 abbiamo organizzato il Seminario Internazionale sui Semi: “Liberare la Diversità”, come parte della nostra lotta globale a favore dei semi contadini e contro i transgenici e la tecnologia terminator. La Via Campesina Brasile ha organizzato importanti mobilitazioni durante la Conferenza della Convenzione della Diversità Biologica (COP-8) nel marzo del 2006 a Curitiba, Brasile. Sugli stessi temi abbiamo svolto significative attività a Mysore, Índia in quello stesso anno e, nel 2008, a Bonn, in Germania e in Francia, dove uno sciopero della fame è stato molto importante per ottenere la proibizione del mais transgenico della Monsanto. In Brasile nel 2007, Keno, un grande lottatore, è stato assassinato da un pistolero assoldato dalla Syngenta, ma un anno dopo abbiamo ottenuto che la Syngenta restituisse al governo la sua area illegale di sperimentazione dei transgenici. La Via Campesina insieme con altri movimenti sociali ha dato vita al “villaggio della solidarietà” parallelamente alla Conferenza sui Cambiamenti Climatici organizzata dall’ONU, a Bali, in Indonesia (2007). Qui abbiamo illustrato il concetto che l’agricoltura contadina raffredda il pianeta. Nel 2008 abbiamo organizzato a Giacarta, in Indonesia, una conferenza internazionale centrata sulla nostra proposta di una Dichiarazione internazionale dei Diritti del Contadini e delle Contadine. Prima della conferenza internazionale è stata organizzata l’Assemblea delle Donne sui Diritti dei Contadini e delle Contadine. L’impegno solidale della Via Campesina è stato messo in evidenza, nel 2004, dal nostro sforzo globale per canalizzare aiuti alternativi alle vittime dello Tsunami; nel 2007 con tre delegazioni presenti alle riunioni con gli Zapatisti in Messico; e, tutti gli anni, con azioni importanti di solidarietà con i lottatori/lottatrici vittime della criminalizzazione delle proteste sociali in tutti i continenti. Lo spostamento dei popoli rurali come conseguenza dei modelli neoliberisti sta provocando il movimento massiccio di persone, diventando un tema critico per VC. Dal 2004 abbiamo elaborato le nostre strategie e azioni su questi argomenti nella nostra nuova Commissione di Lavoro su “Migrazione e Lavoratori e Lavoratrici Rurali”. Abbiamo realizzato diverse azioni controil muro della vergogna che costruiscono gli USA. Di popolo in popolo, di paese in paese, abbiamo realizzato lotte di V.C. Il nostro movimento è presente in quasi tutte le parti del mondo dove il neoliberismo viene imposto ai contadini e alle contadine e ai popoli rurali. La lotta della VC ispira, stimola e genera la resistenza dei movimenti sociali contro le politiche neoliberiste. Aumenta il numero dei paesi nei quali governi progressisti assumono il potere come risultato di anni di mobilitazione. E anche un buon numero di governi locali e nazionali hanno accentuato la loro resistenza e il loro interesse per il progetto della Sovranità Alimentare come risultato della mobilitazione popolare e come risposta alla crisi globale del prezzo degli alimenti.

L’offensiva del capitale nei confronti delle campagne, le molteplici crisi e l’espulsione dei popoli contadini e indigeni.
Nel contesto globale attuale stiamo affrontando la convergenza tra una crisi degli alimenti, una crisi climatica, una crisi energetica e una crisi finanziaria. Queste crisi hanno origini comuni nel sistema capitalista, e più recentemente nella deregolamentazione sfrenata dei vari ambiti dell’attività economica, come parte del modello neoliberista che mette al primo posto il commercio e il profitto. Nelle zone rurali del mondo, vediamo un’offensiva feroce del capitale e delle imprese transnazionali nei confronti dell’agricoltura e dei beni naturali (acqua, foreste, miniere, biodiversità, terra, ecc.) che si traduce in una guerra di espulsione nei confronti dei popoli contadini e indigeni, usando falsi pretesti. Un esempio di ciò sono gli argomenti erronei che sostengono gli agrocombustibili come una soluzione per le crisi climatiche e energetiche quando in realtà avviene proprio il contrario. Quando i popoli esercitano i loro diritti e resistono alle espulsioni generalizzate, o quando sono obbligati a entrare nei flussi migratori, la risposta è stata più criminalizzazione, più repressione, più prigionieri politici, più omicidi, più muri della vergogna e più basi militari.

Dichiarazione dei Diritti dei Contadini e delle Contadine.
Vediamo la futura Dichiarazione dei Diritti dei Contadini e delle Contadine dell’ONU come uno strumento strategico nel sistema legale internazionale per rafforzare la nostra posizione e i nostri diritti come contadini e contadine, per questo stiamo lanciando anche la Campagna Mondiale per una Dichiarazione dei Diritti dei Contadini e delle Contadine

Sovranità alimentare: la soluzione delle crisi e la vita dei popoli.
Intanto, la situazione attuale di crisi è anch’essa una opportunità, perché la Sovranità Alimentare fornisce l’unica alternativa reale tanto per la vita dei popoli come per contrastare le crisi. La Sovranità Alimentare risponde alla crisi degli alimenti con la produzione contadina locale; alle crisi climatica e energetica, attaccando due delle principali fonti di emissione di gas che provocano l’effetto serra, il trasporto di alimenti sulle lunghe distanze e l’agricoltura industrializzata e infine impedisce la speculazione sui prodotti alimentari riducendo la crisi finanziaria. Il modello dominante significa crisi e morte e la Sovranità Alimentare è la vita e la speranza per i popoli rurali e anche per i consumatori. La S.A. richiede la protezione e la ri-nazionalizzazione dei mercati nazionali di alimenti, la promozione di cicli locali di produzione e consumo, la lotta per la terra, la difesa dei territori dei popoli indigeni e la Riforma Agraria integrale. Si basa anche sul cambiamento del modello produttivo verso una produzione agroecologica e sostenibile, senza pesticidi e senza transgenici e sulle conoscenze contadine e indigene. Come principio generale la S.A. si costruisce basandoci sulle nostre esperienze concrete a livello locale, ossia, dal locale al nazionale.
La crisi causa una sofferenza inenarrabile tra i nostri popoli e corrode la legittimità del modello neoliberista del “libero commercio”. E alcuni governi locali, statali e nazionali più progressisti hanno cominciato a cercare soluzioni alternative. Nella V.C. dobbiamo essere capaci di approfittare di queste opportunità. Dobbiamo sviluppare una metodologia di lavoro che includa il dialogo critico e costruttivo per ottenere risultati nella costruzione della Sovranità Alimentare con questi governi. Dobbiamo anche approfittare di spazi internazionali di “integrazione alternativa” come l’ALBA e Petrocaribe per andare avanti su questo terreno. Ma non possiamo soltanto puntare sui governi. Dobbiamo costruire la Sovranità Alimentare dal basso verso l’alto, nei territori e negli altri spazi controllati dai movimenti popolari, dai popoli indigeni ecc. E’ l’ora della sovranità alimentare. Dobbiamo assumere l’iniziativa per andare avanti su questo terreno in tutti i paesi. Noi, i contadini e le contadine del mondo possiamo e vogliamo alimentare il mondo, le nostre famiglie, i nostri popoli, con alimenti sani e accessibili.

Le imprese multinazionali e il libero commercio.
La nostra riflessione ci ha mostrato chiaramente che le imprese multinazionali e finanziarie sono uno dei nostri nemici comuni più importanti e che dobbiamo lottare sempre più direttamente contro di loro. Sono sempre loro che stanno dietro altri nemici di contadini e contadine, come la Banca Mondiale, il FMI, il WTO, i TLCs e gli EPAs, i governi neoliberisti e l’espansionismo economico aggressivo, l’imperialismo e il militarismo. Questo è anche il momento per moltiplicare la nostra lotta contro i TLCs e gli EPAs e contro il WTO, ma, a questo punto, con una maggiore chiarezza rispetto al ruolo centrale delle multinazionali.

Le conquiste delle donne sono conquiste di Via Campesina.
Un tema ha assunto un posto molto importante nella nostra V Conferenza di V.C. : che tutte le forme di violenza con cui le donne si scontrano nelle nostre società ­ tra queste la violenza fisica, economica, sociale, maschilista, delle differenze di potere e culturale ­ sono presenti anche nelle comunità rurali e perfino nelle nostre organizzazioni. E questo, oltre ad essere un’ immensa fonte di ingiustizia, limita anche l’incisività delle nostre lotte. Riconosciamo la relazione intima tra il capitalismo, il patriarcato, il maschilismo e il neoliberismo con i suoi pregiudizi contro i contadini del mondo. Noi, tutti e tutte, donne e uomini della V.C. ci impegniamo in forma responsabile a costruire nuove e migliori relazioni umane tra di noi come elemento necessario della costruzione di quelle nuove società a cui aspiriamo. Per questo, nella V Conferenza, abbiamo preso la decisione di rompere il silenzio e di lanciare la Campagna di Via Campesina “PER LA FINE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE” .

Ci impegniamo, ancora una volta e con più forza a raggiungere l’obiettivo di una complessa ma necessaria parità di genere, reale, in tutti gli spazi e istanze di partecipazione, analisi, dibattiti e decisioni in V.C. e rafforzeremo gli scambi, il coordinamento e la solidarietà tra donne delle nostre regioni. Riconosciamo il ruolo centrale della donna nell’agricoltura di autosufficienza alimentare, e la relazione speciale delle donne con la terra, con la vita e con i semi. Oltre a questo, le donne sono e sempre saranno parte determinante nella costruzione della Via Campesina, dal suo inizio. Se non sconfiggeremo la violenza contro le donne all’interno dei nostri movimenti, non avanzeremo nelle nostre lotte e se non costruiremo nuove relazioni di genere non potremo costruire una nuova società.

Non siamo soli: la costruzione delle alleanze.
Noi, contadini e contadine, non possiamo vincere da soli le nostre lotte per la dignità, per un sistema alimentare e agrario più giusto e quindi per un altro mondo migliore che è possibile. Dobbiamo costruire e rafforzare alleanze organiche e strategiche con i movimenti sociali e le organizzazioni che condividono la nostra visione e questo è un impegno speciale della V Conferenza.

La gioventù ci dà la speranza di un mondo migliore.
Il modello dominante nelle campagne non offre possibilità ai giovani e questa è una ragione molto importante per cambiarlo. I giovani e le giovani sono la nostra base sia per il presente che per il futuro, purché noi ci impegniamo nel loro pieno inserimento e partecipazione creativa a tutti i livelli delle nostre lotte

La formazione per il rafforzamento delle nostre lotte.
Per avere successo e ottenere vittorie nelle nostre lotte, dobbiamo dedicarci al rafforzamento interno dei nostri movimenti, attraverso la formazione politica, per accrescere la nostra capacità collettiva di analizzare e trasformare le nostre realtà, la formazione professionale e il miglioramento della comunicazione e organizzazione tra noi e i nostri alleati.

Diversità e unità nella difesa dell’agricoltura contadina.
Come movimento sociale internazionale possiamo dire che uno dei nostri maggiori punti di forza è che siamo capaci di unire diverse culture e modi di pensare in funzione di una stessa lotta. La Via Campesina rappresenta un impegno comune per resistere e lottare per la vita e per l’agricoltura contadina
Tutti noi partecipanti della V Conferenza di Via Campesina ci impegniamo a sostenere gli alimenti e l’agricoltura contadina, la Sovranità Alimentare, la dignità e la vita.

Noi contadini e contadine del mondo siamo qui e ci rifiutiamo di scomparire.

Globalizemos a luta! Globalizemos a esperança!

GIOVEDI' 23 OTTOBRE
PRESSO
*LABORATORIO OCCUPATO SKA*
'LA LUCHA SIGUE!'

In Chiapas, Mexico sud orientale, la resistenza e la lotta delle comunità indigene zapatiste e dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale continua e si rinforza ogni giorno, nonostante la forte repressione del governo mexicano, schiavo degli u.s.a, attraverso la militarizzazione delle zone libere e ribelli da parte dell'esercito e dei gruppi paramilitari

*
AGGIORNAMENTO SULLA REALTA' ZAPATISTA

Con un medico di Base di ritorno dal Chiapas e l'intervento telefonico di un rappresentante dell'EZLN
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CONVOCAZIONE AL PRIMO FESTIVAL MONDIALE DELLA RABBIA DEGNA

Con motivo del 25 anniversario della nascita dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, dei 15 anni dell'inizio della guerra contro l'oblio, il quinto anno delle 'juntas' di buon governo e il terzo anno della 'otra campaña' e la 'zezta internacional'

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Intervengono partecipanti alla Carovana Nazionale e Internazionale di Osservazione e Solidarietà con le comunità zapatiste del Chiapas

VIDEO – APERITIVO PRECARIO – MUSICA

Carovana “In movimento”

Dicembre 2008 – Gennaio 2009 Messico Chiapas

In tutto il mondo, sullo sfondo della crisi della globalizzazione, movimenti sociali, reti, comunità costruiscono nei conflitti una strada diversa: quella della propria indipendenza, libertà per costruire una dimensione “ comune”.Lotte per la difesa dei beni comuni, per la conquista di spazi di libertà, per rompere lo sfruttamento e la repressione, per nuovi diritti, per l’affermazione delle differenze … un insieme di esperienze,sperimentazioni, passioni che, anche senza conoscersi, parlano lo stesso un linguaggio.
Quello di chi non accetta il presente, sogna l’utopia, costruisce un futuro diverso.
Dai nostri fratelli e sorelle zapatiste arriva un invito che guarda a tutto questo.

L’invito al Primo Festival Mondiale della Rabbia Degna da svolgersi in Messico - Chiapas dal 26 dicembre 2008 al 4 gennaio 2009.

Un occasione di incontro, uno spazio per tanti, che noi vogliamo attraversare per raccontare, insieme a molti altri, quello che accade nei nostri territori.

Ripartiamo per il Messico nel mese di dicembre per partecipare al Primo Festival Mondiale della Rabbia Degna

Alla conclusione resteremo nelle comunità zapatiste per continuare il sostegno ed i progetti con le Giunte del Buongoverno zapatiste.

In particolare :

Nella Zona Selva - Caracol de La Realidad
* Per seguire i Progetti di potabilizzazione dell'acqua e salvaguardia ambientale Progetto Lluva es vida, curato a Associaione Ya Basta Trento e Progetto Agua es vida a cura Associazione Ya Basta Monfalcone
* Per la Brigata Sanitaria a sostegno del Sistema di Salute Autonomo
La presenza è coordinata da Associazione Ya Basta NordEst
Info yabasta@sherwood.it

Nella Zona Los Altos - Caracol di Oventic
Brigata di Raccolta del caffè a sostegno delle cooperative zapatiste
La presenza è coordinata da Associazione Ya Basta Milano
Info yabastaonlus@gmail.com

Coordinamento Generale Carovana "In movimento":
Associazione Ya Basta! Nord Est yabasta@sherwood.it
Associazione Ya Basta! Moltitudia Roma moltitudia_yabasta@yahoo.it
Associazione Ya Basta! Milano yabastaonlus@gmail.com
Associazione Ya Basta! Napoli yabastanapoli@yahoo.it
Associazione Ya Basta! Marche yabastamarche@libero.it

In collaborazione con
Coordinamento Toscano di sostegno alla lotta zapatista
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mercoledì 22 ottobre 2008

Proteste in tutta Europa

Dopo che si è saputo che Abdullah Öcalan è stato attaccato fisicamente sull’isola prigione e minacciato di morte non si interrompono le proteste. Con dimostrazioni, occupazioni, scontri di piazze, incendi i Kurdi vogliono far sentire la loro voce in Europa e nel Medio-Oriente. Ogni attacco ad Abdullah Öcalan è visto come un attacco a loro stessi. Il governo dell’ AKP deve rendere conto di tutto questo.

Nel Kurdistan decine e decine di migliaia di persone sono scese in piazza. La manifestazione più grande si è tenuta ad Amed. Alla fine della manifestazione, dopo che il locale presidente del DTP aveva valutato i maltrattamenti nei confronti di Öcalan lesivi della dignità umana e inaccettabili e criticato l’atteggiamento del governo, i manifestanti sono stati attaccati con i gas lacrimogeni. I manifestanti hanno reagito con lanci di pietre. Gli scontri ad Amed e in altre città si sono protratti per tutta la notte. Ci sono stati diversi fermi. E’ stato appiccato il fuoco nelle metropoli turche a diverse autoveicoli.

Ad Amed e in altre città i negozi sono rimasti chiusi, e diverse strade sono state occupate. Vi sono stati diversi feriti e morti. A Dogubeyazit nel corso di una manifestazione un uomo è morto, colpito da colpi d’arma da fuoco e molti altri sono rimasti feriti. A Yüksekova la polizia ha fatto uso di armi da fuoco. Un 28enne ha riportato gravi feriti al capo e altre persone sono rimaste ferite colpite duramente dai manganelli della polizia.

Le forze di difesa dell’HPG hanno annunciato qualora non vi fosse una dichiarazione di scuse ad Ocalan e al popolo kurdo attacchi ai membri del governo e alla “elite burocratica”.

Anche in Europa si è levata la voce della protesta. Vi sono state dimostrazioni a Colonia, Amburgo, Mannheim, Dortmund, Strasburgo, Bordeaux, Parigi, Zurigo, Vienna, Graz, L’Aja, Londra, Bruxelles e Liegi.

In diverse città sono scoppiati incendi presso istituzioni nazionali turche, presso i consolati, agenzie di viaggio e vi è stata una momentanea occupazione di strade, dell’ingresso dell’edificio dove ha sede l’ONU a Vienna e dove hanno sede reti televisive a Modena, Parma e Liegi.

Il Consiglio per la pace in Turchia ha chiesto al governo di rilasciare una dichiarazione a riguardo. Ogni giorno vi sono perdite di vite umane e il governo non fa nessun passo per una soluzione democratica della questione kurda. Anche l’IHD ha chiesto un’immediata dichiarazione del governo sui fatti di Imrali. E’ chiaro che non si tratta di un fatto isolato ed individuale ad opera di qualche funzionario del carcere.

Il ministro della giustizia Mehmet Ali Sahin ha annunciato di fronte al presidente del DTP che si è occupato della faccenda e poi ha dichiarato alla stampa che le sue ricerche hanno constatato che non si è trattato di nessun maltrattamento nei confronti di Ocalan.

domenica 19 ottobre 2008

Chiapas - Aggressione dell’OPDDIC a un bambino zapatista

Articolo di Hermann Bellinghausen da La Jornada

Los tres agresores ya tenían órdenes de aprehensión sin ejecutar, asegura la CDHFBC.
Niño zapatista fue herido con un machete por integrantes de la Opddic, denuncian

Además de atentar contra su vida, el ataque fue con premeditación, alevosía y ventaja, afirma Hermann Bellinghausen

El Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de las Casas (CDHFBC) reveló que el 10 de octubre tuvo conocimiento de la agresión contra Carmelino Navarro Jiménez, de 9 años de edad, herido con machete por tres integrantes de la Organización para la Defensa de los Derechos Indígenas y Campesinos (Opddic), en el poblado tzeltal Bayulubmax, Chiapas, donde el año pasado las mismas personas perpetraran una agresión armada contra bases de apoyo zapatistas.

En el acta de denuncia del municipio autónomo Olga Isabel consta el testimonio del menor, de familia zapatista: “Salió de su casa y cargaba pozol batido en un vaso de refresco de dos litros; se dirigía adonde estaba trabajando su papá, en el cafetal en compañía de su cuñada Manuela, y en el camino se encontraron con Juan Navarro Aguilar, quien portaba machete, y José Navarro Deara y José Manuel Navarro Gómez, con armas de fuego”. Los tres, por cierto, dirigentes de la Opddic en la comunidad con órdenes de aprehensión no ejecutadas.

Cuando pasaron cerca, salieron a perseguir al niño y su cuñada. “El niño cayó porque traía cargado su morralito y allí lo ‘apuñalaron’ con el machete”. Navarro Deara y Navarro Gómez corrieron tras la mujer. “Quien apuñaló a Carmelino es Juan Navarro Aguilar”.

Manuela Morales Gómez alcanzó a pedir auxilio en los cafetales donde trabajaban su esposo, sus cuñados y su suegro. Estos encontraron al niño “tirado en el camino, sangrando de un costado y casi sin sentido”.

Reporte médico

El reporte del promotor de salud de la clínica municipal autónoma da cuenta de las lesiones: “Herida punzocortante con entrada de cuatro centímetros y salida de tres centímetros, con una trayectoria de arriba hacia abajo que tiene 17 centímetros y profundidad de tres centímetros, afectando la piel, tejido adiposo y músculo dorsal”.

El CDHFBC destacó que la herida mereció una sutura de 15 puntos. “Además de atentar contra la vida del menor, fue producida con premeditación, alevosía y ventaja”. Los agresores ya contaban con órdenes de aprehensión (averiguación previa 112/2007) por hechos ocurridos el 10 de agosto de 2007, cuando intentaron asesinar y lesionaron gravemente a balazos y machetazos a Leonardo Navarro Jiménez y Juan Navarro Jiménez, padre y hermano de Carmelino”.

La autoridad judicial sólo cumplió con cuatro aprehensiones y dejó libres a nueve atacantes más, entre ellos Navarro Aguilar, Navarro Deara y Navarro Gómez. El padre y el hermano de Carmelino resultaron heridos el año pasado con armas de fuego por estas mismas personas. A Leonardo “la bala le cruzó la mandíbula, dejándole una lesión permanente que le afecta el habla y le dificulta la masticada de alimentos, mientras a Juan el proyectil le quedó en el hombro y recibió un machetazo en la cabeza, a la altura de la frente, que le dejó una cicatriz permanente”, añade el reporte del municipio zapatista. No fueron asesinados gracias a la intervención de otros pobladores de su comunidad.’

Deficiente averiguación previa

De acuerdo con el CDHFBC, las órdenes de aprehensión en contra de los agresores de la Opddic no fueron ejecutadas a tiempo por los agentes ministeriales adscritos al Ministerio de Justicia de Chiapas, por “deficiente integración de la averiguación previa e insuficiente fundamentación y motivación del juez local en la emisión de las órdenes de aprehensión”.

El abogado y asesor jurídico de la Opddic, David Gómez, quien anteriormente fue destituido como subprocurador de Justicia Indígena del estado por su responsabilidad –“que hasta ahora se le encontró”– en la masacre de Acteal, interpuso una demanda de amparo y la Federación otorgó protección a los agresores.

Attacco a Öcalan nel carcere di Imrali

Secondo le dichiarazioni dell'avvocato Asrin Hukuk Burosu dell'ufficio di difesa del leader kurdo Abdullah Öcalan, da nove anni è in stato di detenzione in isolamento sull'isola prigione di Imrali, il leader kurdo viene colpito fisicamente dal personale di guardia. L'ufficio di difesa ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Il nostro assistito è da nove anni in isolamento, in qualità di unico prigioniero sull'isola prigione di Imrali e vive terribili condizioni di detenzione. Negli ultimi cinque anni molto spesso è stato spedito nella cella bunker. Si tratta di una cella nella cella. Oltre a questi trattamenti disumani e contrari ad ogni norma di legge la scorsa settimana è stato oggetto di attacco fisico e di maltrattementi.

E ancora:

La sua cella, con il pretesto di una perquisizione è stata letteralmente fatta a pezzi. Di fronte alle sue rimostranze la risposta è stata: " Stai zitto, non devi parlare, tu non hai il diritto di parlare." E' stato afferrato da due funzionari e condotto in un'altra cella. Uno degli impiegati colpendolo alla schiena lo ha fatto cadere. Il nostro assistito ha risposto che è meglio la morte che i maltrattamenti. A quel punto le minacce si sono fatte più insistenti e uno dei funzionari gli ha detto: "non ti preoccupare la morte verrà, verrà".

Come nell'82 nella prigione di Diyarbakir

Nella dichiarazione del difensore di Abdullah Ocalan si legge: "E' senza dubbio questo accadimento, che succede per la prima volta in nove anni di detenzione, da ritenere un trattamento disumano. Riteniamo che l'attacco fisico contro il nostro assistito non sia un caso, anzi è da mettere in relazione con l'escalation che sta avvenendo in Turchia. Non è un caso che recentemente il personale di guardia del carcere di Imrali sia stato sostituito. Siamo convinti che quello che sta succedendo non è una iniziativa del personale di guardia del carcere, ma che gli ordini vengono da fuori.

Lo status giuridico del carcere di Imrali come pure tutte le norme amministrative che lo regolano non dipendono dal Ministero della Giustizia bensì dalla cosiddetta "unità di crisi", che a sua volta dipende dallo Stato Maggiore del Consiglio di Sicurezza Nazionale e dunque dall'Ufficio della Presidenza del Consiglio. Quello che sta accadendo, lo si deve dunque al Presidente del Consiglio. Somiglia ai fatti avvenuti nella prigione di Diyarbakir nel 1982. I responsabili devono essere individuati. Inoltre il nostro assistito ha dichiarato che egli di fronte a queste provocazioni farà appello alla sua ragione.

"E' chiaro che si tratta di provocazioni. Non accetterò queste provocazioni per il senso di responsabilità che mi obbliga e mi lega al mio popolo. E' evidente e tutti devono venirne a conoscenza che lo Stato è responsabilie di questi accadimenti."

Inoltre vogliamo precisare che questi accadimenti non avvengono senza la luce verde ossia senza l'autorizzazione dello Stato Maggiore del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Ne consegue che lo Stato è senza dubbio il responsabile di tutto questo. Chiediamo allo Stato di assumere una chiara posizione e di far luce sui responsabili.

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martedì 14 ottobre 2008

Brasile: “Viviamo in una fase dell’avanzamento dell’imperialismo ecologico”

Un dirigente dell’ MST , Charles Trocate (MST Parà) presenta, in un’intervista al Jornal Sem Terra, un quadro della questione agraria, della lotta contro la compagnia Vale do Rio Doce e dell’avanzamento dell’agrobusiness nell’Amazzonia.

(...) Esistono tre grandi visioni e pratiche politiche e sociali in disputa. La prima è quella dello sfruttamento del capitale che è predominante nello stato brasiliano, negli stati federativi della regione amazzonica e nelle istituzioni. In questa prospettiva, l’Amazzonia deve adempiere a una funzione importante nell’attuale tappa del capitalismo che è fornire materia prima, attraverso un’alleanza profonda con le imprese imperialiste e l’imprenditoria locale.La seconda visione è quella dell’Amazzonia come un santuario ecologico, che è intoccabile e nel quale non rientra nessuna dimensione economica. In pratica, c’è alla base, una forte idea dello sviluppo autosostenibile all’interno della quale spetta ai poveri avere pratiche politiche e economiche di ecologia sostenibile, ma allo stesso tempo, il “capitale” ha tutte le possibilità di avanzare con i suoi megaprogetti.Infine, c’è la visione dei movimenti sociali in cui l’Amazzonia deve essere uno spazio dove la società deve esercitare la sovranità popolare, definendo come usare il territorio e il sottosuolo nella stessa misura in cui si contrappone all’attuale livello di sfruttamento da parte del capitale.(...) Il momento di scontro avviene nel momento in cui si cerca di far avere un altro ruolo all’Amazzonia; la nostra idea è che abbia sempre partecipato a tutti i cicli importanti del capitalismo come sorgente di materie prime, l’attuale fase è la più pericolosa perché deve distruggere qualunque ricchezza che ancora resiste.

JST- Quali sono i settori economici che minacciano l’Amazzonia?
Lo sfruttamento ha quattro grandi fronti: legno, pastorizia, soia e miniere. (...) Questi settori vogliono trasformare l’Amazzonia perché generi una nuova fonte di ricchezza. I contadini vogliono che la biodiversità continui compiendo la funzione di armonia tra uomo e natura nella misura in cui lo sviluppo economico possa generare il benessere per la società e i contadini.

JST- Ci sono progetti e misure che facilitano il disboscamento dell’Amazzonia?
Il progetto di legge 6.424/05 chiamato progetto “Floresta Zero” in Brasile e la Misura provvisoria 422/08, conosciuta come “PAG-Plano de aceleraçao da grilagem” rappresentano il potere politico economico dominante nella regione che cerca di dare fondamento giuridico allo sfruttamento a cui l’Amazzonia è sottoposta. (...) Lo Stato vuole istituire il latifondo, specialmente in quest’ultimo periodo, poichè si stima che ci siano circa 8 milioni di ettari di terre “griladas” che possano essere trasformate in terre legalizzate. Questa legalizzazione avanza sulle terre dei popoli originali, i popoli indigeni (...)

JST- Perchè la Vale do Rio Doce è nemica della Riforma Agraria e dei lavoratori rurali?
La Vale rappresenta l’ideale del modello dominante in queste regioni. (...) In tutte le regioni dove è installata l’impresa, le comunità hanno un livello di vita peggiore e si trovano in una situazione di enorme povertà. La Vale in queste zone fa in modo che non venga creato nessun progetto di insediamento e interviene per sgomberare i contadini che risiedono in quelli già creati.Un’impresa della portata della Vale, che paga ai suoi operai il salario più basso del Brasile, da cui attinge la maggior parte delle sue ricchezze è un’enorme contraddizione. Lo Stato ha investigato e la Vale ha ricevuto una multa di 109 milioni di reais per danni morali agli operai di oltre 100 imprese a lei affiliate che lavorano nel campo minierario.Come movimento stiamo cercando di lavorare per articolare gli operai perché possano essere coscienti dei loro diritti, per questo ci siamo uniti al Movimento dos Trabalhadores e Garimpeiros na mineraçao (MTM) e ad alcuni sindaci della regione per cercare di fare in modo che il grande capitale possa almeno – se non possiamo distruggerlo – compiere un’altra funzione: che la ricchezza della regione possa costruire una nuova speranza di vita.

Traduzione e adattamento a cura dell’Associazione Ya Basta! Reggio Emilia

Intervista con João Pedro Stédile (*)

Chi ha paura di Stedile?

Jornal dos Economistas. Conselho Regional de Economia do Rio de Janeiro

Stedile parla della persecuzione contro il MST nel Rio Grande do Sul e delle scelte del governo Lula su politica agricola, riforma agraria, WTO, etanolo, offrendo una interessante panoramica sulle dinamiche economiche attuali legate all’agrobusiness anche a livello internazionale.

D: Per favore ci spieghi la natura dell’azione del Pubblico Ministero del Rio Grande Sul contro il MST.

João Pedro Stedile: dopo l’elezione del governo conservatore di Yeda Crusius, un gruppo di procuratori di destra dell'ufficio del Pubblico Ministero dello Stato, legati ideologicamente alle forze più reazionarie, ha cominciato a riunirsi per organizzare diverse azioni giudiziarie che tendevano a criminalizzare i movimenti sociali nelle campagne, soprattutto il MST e gli altri movimenti di via campesina.
Sono arrivati a stendere un verbale di una di queste riunioni dove stabilivano che la forma migliore per distruggere il MST era aprire processi che impedissero la continuità degli accampamenti perché essi sarebbero la nostra forza organizzata e mobilitabile, impedire che si realizzino marce per le strade e il modo sarebbe stato evitare che le famiglie portassero con sé i bambini perché così sarebbe stata più facile la repressione della polizia; tentare di chiudere le tre scuole di formazione tecnica che il MST gestisce e che funzionano in collaborazione con scuole pubbliche che danno titoli legali; registrare tutte le famiglie insediate per misurare il loro grado di produttività; avviare processi contro i principali dirigenti. La riunione è stata fatta, neanche a farlo apposta, il 10 dicembre 2007, nella giornata dei Diritti Umani e durante tutto il 2008 sono state messe in atto varie azioni giudiziarie su richiesta di questi procuratori contro il MST, che sono sfociate in sgomberi illegali di accampamenti e persecuzioni. E, addirittura, durante uno degli sgomberi, realizzato nel marzo del 2007, c’è stata un'ampia pratica della tortura contro le donne accampate, da parte della Brigata Militare. I fatti sono stati denunciati da una procuratrice che ha istruito un processo contro i comandanti della Brigata.
Il processo è stato però archiviato e la procuratrice, di fronte alle minacce di morte ricevute via telefono, ha dovuto passare tutto l’anno, fino a pochi giorni fa a "studiare" in Spagna, su consiglio dei suoi superiori. Noi, all’inizio non ci spiegavamo i motivi di una persecuzione così ostinata, con tanti procedimenti penali. Ora abbiamo capito le vere motivazioni. Questo progetto era così sporco che avevano deciso che il documento doveva restare segreto. Ma uno di loro, per errore, lo ha incluso tra gli atti di uno dei procedimenti penali con i quali hanno tentato di incriminare i nostri dirigenti. In questo modo il caso è diventato pubblico e il segreto è stato svelato. Il procuratore generale del Pubblico Ministero dello stato ha dovuto dichiarare che quel documento non rispecchiava la posizione ufficiale del Pubblico Ministero statale e che si trattava soltanto di una iniziativa di alcuni procuratori. E per compensare in qualche modo il MST hanno promosso addirittura una visita pubblica di alcuni procuratori e parlamentari ad un insediamento e ad un accampamento del MST.
Inoltre questa presa di posizione dei procuratori ha stimolato la Brigata Militare ad aumentare la repressione; il tutto si collegava con la nomina del colonnello Mendes a comandante generale. Mendes è un uomo che chiaramente si identifica con idee fasciste, che sta politicizzando l'azione del suo corpo. E ha trasformato la polizia militare in un cane da guardia degli interessi delle imprese transnazionali nel Rio Grande del Sud. Qualsiasi manifestazione pubblica, qualsiasi occupazione di terra, sciopero o marcia di studenti o professori è "esemplarmente" repressa con una violenza non comune, che ha già portato parecchi compagni all’UTI (Unità di terapia intensiva) e in Prigione.

D: Come valuta questa azione? Che interessi ci sono dietro questo sforzo del Pubblico Ministero del Rio Grande do Sul?

JPS: La nostra valutazione è che si sta realizzando un cambiamento del potere politico nel Rio Grande do Sul. Negli anni della dittatura il potere politico della vecchia Arena-PP si basava sulla piccola agricoltura e sulla Chiesa Cattolica conservatrice. Poi, con la ridemocratizzazione, il PMDB ha avuto la sua base sociale nei piccoli imprenditori e nell'agricoltura moderna. Più tardi, il PT ha acquisito forza facendo riferimento ai lavoratori della città e delle campagne. Negli ultimi anni, l'economia dello stato è dominata da pochi grandi gruppi economici, legati al capitale internazionale. Nell'industria c'è stato il fallimento di piccole e medie aziende rivolte al consumo di massa, come quelle che producevano scarpe, vestiti, materiali per lo sport e mobili. E hanno predominato la grande industria siderurgica, che è monopolio di Gerdau e le fabbriche di macchine agricole, tutte legate al capitale straniero, oltre alla General Motors con la sua fabbrica. Nell’area dei fertilizzanti, che aveva una certa tradizione nello stato, tutto è stato denazionalizzato e oggi tre imprese transnazionali controllano tutto il settore. E in agricoltura, la Monsanto, la Nestlé e le industrie della carta Stora Enso, Votorantim e Aracruz, hanno preso il sopravvento. Il governo Yeda Crusius rappresenta questi interessi economici delle imprese transnazionali. Ma non ha né un partito né una base sociale. Quindi, per essere eletta, si è appoggiata su schemi di corruzione che hanno coinvolto il Detran (dipartimento della circolazione), il Banrisul (la banca di stato del Rio Grande del Sud) e le imprese, per ottenere milioni e riuscire a vincere le elezioni come è stato documentato da una Commissione Parlamentare d’Inchiesta e da un’indagine della Polizia Federale. E conserva il potere grazie al monopolio dei media rappresentato dal gruppo RBS/Rede Globo.
Di fronte a questo scenario, i gruppi sociali che si sono mobilitati portando avanti le loro lotte sono stati la Federazione dei Metalmeccanici, i professori e i movimenti di via campesina. Quindi il governo Yeda ha rivolto la sua organizzazione formata dai procuratori di destra del Pubblico Ministero e dalla Brigata Militare alla repressione di questi movimenti per sconfiggerli. Per fortuna l’opinione pubblica dello stato sta ricevendo informazioni attraverso le radio comunitarie e altri mezzi e si è resa conto di questa porcheria che è il governo di Yeda Crusius.
Ma visto che siamo in una fase di crisi dei movimenti di massa, in generale, e con i partiti della sinistra elettorale come il PT e il PSOL che si preoccupano soprattutto delle elezioni municipali, non è stato possibile realizzare un grande movimento di massa che ottenesse il necessario impeachment della governatrice.

D: Che provvedimenti ha preso o prenderà il MST per contrapporsi a questa azione?

JPS: Bene, noi stiamo agendo su vari fronti. La priorità numero uno è denunciare la repressione della Brigata Militare e impedire questo processo permanente di criminalizzazione dei movimenti sociali dello stato. In relazione al Pubblico Ministero dello Stato, siamo riusciti a fermare l'azione di quel piccolo gruppo di non più di cinque persone che si è organizzato per motivi ideologici. Basta dire che uno di loro, parlando alla stampa, ha detto che il MST, oltre ad essere collegato alle FARC, dovrebbe chiedere aiuto al suo massimo dirigente, che sarebbe il presidente Lula.
La cosa più faticosa, quella che consuma più energie, è il fatto che sono ancora in corso diversi processi, ai quali i nostri avvocati devono lavorare, anche se abbiamo avuto la solidarietà di moltissime organizzazioni e dell¹opinione pubblica nazionale. Perché i lettori abbiano un’idea della solidarietà che abbiamo ottenuto, il Pubblico Ministero ha ricevuto 911 messaggi di critica da parte di organizzazioni brasiliane e di paesi esteri. Ora, la cosa più grave è il processo che un'altra procuratrice pubblica federale si è ritenuta autorizzata ad avviare, nel distretto federale del comune di Carazinho, contro otto compagni militanti del MST, inquadrandoli nella Legge di Sicurezza Nazionale. E’ una cosa assurda cercare di impedire la lotta per la riforma agraria rifacendosi a una legge famigerata della dittatura militare. E il processo sta andando avanti nel segreto della giustizia, secondo i modelli dell'epoca della dittatura. I nostri compagni sono già stati sentiti. Noi abbiamo presentatao 80 testimoni per dimostrare che la lotta per la riforma agraria è un diritto. Perfino il Presidente della Repubblica e molte autorità, perché dicano al giudice quello che pensano. E possiamo contare sulla solidarietà del grande giurista Nilo Batista, di Rio de Janeiro, che ci sta difendendo come avvocato in questo processo.

D: Come valuta la politica agraria di questi cinque anni e mezzo di governo Lula. Dove ci sono stati passi avanti o indietro? Com’è il bilancio di questo governo rispetto a quelli precedenti?

JPS: il Governo lLula ha fatto una chiara opzione per l’agrobusiness. Questo è stato evidente quando ha nominato Roberto Rodriguez come ministro dell’agricoltura, anche se lui aveva fatto la campagna elettorale per José Serra. Doveva diventare il ministro dell’agricoltura di Serra. E ora ha nominato Stephanes, vecchio militante di Arena. Il governo è caduto nell’illusione che aumentare le esportazioni agricole dell’agrobusiness sarebbe stato benefico per il paese. Ora il nostro paese ha vissuto 400 anni con il modello agro-esportatore e questo modello ha prodotto soltanto povertà e disuguaglianza sociale. L'esportazione di materie prime non ha mai sviluppato nessun paese del mondo. Al contrario è proprio il meccanismo che il grande capitale internazionale utilizza per spogliarci delle nostre ricchezze naturali. Basta ricordare un solo dato: la Embraer, la nostra industria di punta, esporta circa 5 miliardi di dollari all’anno. Si tratta di un valore superiore a tutte le esportazioni annuali di carne bovina e derivati, risultanti dallo sfruttamento di 240 milioni di ettari e da 250 milioni di capi di bestiame!
Pertanto, il bilancio è negativo per i lavoratori rurali perché quel che è andato avanti è stato un nuovo modello di produzione agricola che è l’agrobusiness. L’agrobusiness è l’alleanza tra i grandi fazendeiros capitalisti brasiliani e le imprese transnazionali che si occupano di agricoltura e controllano insumos agricoli il mercato e i prezzi. E ai brasiliani resta il passivo ambientale, il super-sfruttamento della nostra manodopera e una parte del plusvalore generato in agricoltura. Ma il volume maggiore va alle imprese transnazionali.

D: Quali importanti cambiamenti ci sono stati in questo periodo che vadano nella direzione di un nuovo modello agrario e agricolo?

JPS: Come ho detto, non ci sono stati mutamenti strutturali. Al contrario, il modello dell’agrobusiness si è rafforzato. Per i contadini e i poveri delle campagne il governo ha agito con misure di compensazione sociale. Queste misure sono state fondamentalmente portare la luce elettrica a tutti nelle campagne, la borsa famiglia per i più poveri e l’aumento del volume delle risorse per il credito del Pronaf, per i contadini che sono già integrati nel mercato, che sono soltanto il 25% del totale di quattro milioni di famiglie. Sono stati positivi anche altri due programmi del governo, anche se limitati. Il Pronera che ha aumentato la possibilità per i figli dei contadini di entrare all'università e il programma di acquisto di alimenti da parte della Conab, anche se scarsamente finanziato.
Ma, ripeto, nessuno di questi programmi, anche se positivi, incide sulla struttura della proprietà della terra e della produzione. Invece proprietà della terra e controllo della produzione continuano ad essere sempre più concentrati nelle mani delle imprese transnazionali.

D: Ci sono spazi e condizioni perché il grande agrobusiness e l’agricoltura familiare prosperino simultaneamente in Brasile?

JPS: Prima di tutto bisogna capire che l’agrobusiness è un modello di organizzazione della produzione agricola che rappresenta l’alleanza tra i fazendeiros e le imprese transnazionali. E, quindi, come modello di produzione è incompatibile con la riforma agraria e con l'agricoltura familiare. Noi potremmo avere una politica agricola e agraria che metta al primo posto la riforma agraria e l’organizzazione della produzione di alimenti basata sull’agricoltura familiare e avere allo stesso tempo medie e grandi proprietà che producano per il mercato interno. Ma avere medie e grandi proprietà non significa adottare l’attuale modello di agrobusiness che mette al primo posto la monocultura, l’associazione con imprese straniere e le esportazioni.

D: Il governo Lula ha lavorato intensamente perché ci fosse l’accordo a Doha. Nel caso fosse stato approvato, quali sarebbero stati gli impatti in agricoltura e rispetto a un progetto nazionale di sviluppo?

JPS: Per fortuna il Brasile è stato sconfitto perché la proposta brasiliana consisteva nell’aprire ancora di più il mercato brasiliano alle industrie europee. E in cambio avremmo potuto aumentare le esportazioni di materie prime agricole verso l’Europa. Ossia, la proposta era la ricolonizzazione della nostra economia. Non so come la nostra borghesia industriale sia tanto stupida da non reagire. In realtà è perché essa è già totalmente associata al capitale straniero. E, purtroppo, la politica estera del governo Lula ne è uscita danneggiata, perché si sa che i governi dell’India, della Cina, dell’Africa del Sud, dell’Argentina e di tutto il terzo mondo sono rimasti irritati dalla nostra politica. Ossia Celso Amorim ha perduto male. Ne è uscito isolato, avendo favorito gli interessi del nord. Questo ci dicono i nostri patner dei movimenti di via campesina internazionale che hanno seguito i negoziati

D: Il Presidente Lula si è impegnato nello sviluppo della produzione di etanolo e si dà da fare per aprire mercati per questo prodotto all'estero. Questo sforzo è positivo per il Brasile? Come valuta gli investimenti di gruppi internazionali nella produzione di etanolo in Brasile?

JPS: Via campesina è favorevole alla produzione di agro-combustibili, come modo per alleviare i problemi dell'inquinamento derivante dal petrolio e il suo alto prezzo. Tuttavia sosteniamo la politica della sovranità energetica. Ossia riteniamo corretto che gli agro-combustibili siano prodotti soltanto nel 10% dell'area di cui ogni agricoltore dispone, che si debba evitare la monocultura, non sostituire gli alimenti e installare piccole e medie imprese energetiche in tutti le comunità e i comuni del paese. Così, ogni municipio potrà essere sovrano riguardo all'energia, non dipendere più dal petrolio e avremo energie alternative. Possiamo combinare questa fonte con piccole e medie aziende idroelettriche, con l'energia solare ed eolica. Ma tutto questo dipende da un nuovo progetto di sviluppo del paese che l’attuale governo neanche si sogna di discutere. Quanto ai danni provocati dall’inquinamento da petrolio, si rivolveranno soltanto quando sostituiremo l’attuale modello di trasporto individuale nelle grandi città con il trasporto pubblico di qualità, basato su metro, treni, e autobus elettrici e anche sullo stimolo e il sostegno all'uso della bicicletta. Produrre etanolo per l'esportazione, con monoculture di canna, sotto il controllo del capitale straniero, come sta succedendo, è una stupidaggine dal punto di vista economico e un crimine contro l'ambiente. In questo modo si distrugge la biodiversità, si riesce a produrre canna solo con un forte uso di pesticidi, il che a medio termine incide sul clima, sul riscaldamento globale e sull’ambiente in genere.

D: La Costituzione del 1988 ha 20 anni. In che modo la sua effettiva attuazione contribuirebbe all'avanzamento della riforma agraria in Brasile?

JPS: La Costituzione Brasiliana del 1988 è stata una conquista del popolo brasiliano e il risultato di un rapporto di forze sociali che era favorevole ai lavoratori e per questo siamo riusciti ad avanzare tanto. Per tutti i lavoratori della città e del campo ci sono state molte conquiste. Poi, il governo Cardoso ha passato il proprio tempo a tentare di smontarle ed è riuscito ad eliminare molti diritti.
Rispetto alla riforma agraria, è stata inserita la trappola della proibizione di espropriare terre produttive, il che ha fatto sì che ogni azienda espropriata ricorresse ai tribunali. Ma questo non è stato il più grave problema. Il problema maggiore è che, da una parte siamo in una fase di crisi del movimento di massa che non riesce quindi ad avere la forza per mettere in pratica nemmeno la Costituzione e dall’altra non c’è un programma significativo di riforma agraria da parte del governo. Quindi, i movimenti sociali delle campagne sono restati soli. E quel che il governo sta facendo sono misure di compensazione sociale, un insediamento qui e uno là e sostituisce le famiglie che hanno abbandonato antichi insediamenti. Ma la concentrazione della proprietà della terra continua a crescere più che ai tempi della dittatura e adesso con una aggravante: molte imprese transnazionali stanno comprando terre. Come è stato denunciato dalla Folha de São Paulo, più di 20 milioni di ettari sarebbero già stati denazionalizzati. Soltanto la testa di ferro di Dantas ha comprato 600.000 ettari nel Pará. Nel Rio Grande do Sul, tre imprese che si occupano di carta hanno comprato, in tre anni, quasi un milione di ettari mentre l’Incra ne ha espropriati soltanto 130.000 in 25 anni di riforma agraria.

D: Secondo lei, c'è stata qualche iniziativa negli ultimi anni che vada in direzione di una diminuzione della dipendenza dall¹estero e del controllo del capitale finanziario?

JPS: E’ successo il contrario. Gli economisti di tutte le correnti di pensiero riconoscono che la politica economica del governo Lula è la stessa del programma neoliberista applicato da Cardoso, con piccolissime differenze. In sostanza, il polo centrale di accumulazione di capitale dell'economia brasiliana continua ad essere il capitale finanziario, che si appropria della maggior parte del plusvalore prodotto, attraverso alti tassi di interesse e l’acquisto di azioni delle imprese più lucrative. Le due maggiori imprese brasiliane, la Petrobras e la Vale hanno il loro capitale sociale controllato da azionisti privati e stranieri e, sappiamo tutti che per la maggior parte si tratta di capitale finanziario investito nelle borse. E gli interessi che il governo paga del debito pubblico interno, sempre superiori a 200 miliardi di reais all¹anno, sono un potente meccanismo di trasferimento del reddito di tutta la popolazione brasiliana che raccoglie le sue tasse per il bilancio federale e da lì vanno alle banche. Ed è anche un potente meccanismo di sostentamento del capitale finanziario.
Lo stesso Marcio Pochmann, presidente dell’IPEA, ha rivelato che la distribuzione del reddito sta avvenendo soltanto tra i redditi dei lavoratori. Ossia tra coloro che vivono di salario, il reddito è molto meglio distribuito, soprattutto perché i più poveri hanno migliorato le loro condizioni grazie alla borsa famiglia e all'aumento del salario minimo, che è positivo. Ma la distribuzione del reddito nella società si misura attraverso il rapporto tra il reddito del capitale e quello del lavoro. E il capitale sta controllando più del 60% di tutto il reddito. Non era mai successo prima nella storia economica dal tempo della colonia. Se guardiamo alle maggiori imprese che controllano la produzione e il commercio in Brasile, la nostra economia è sempre più controllata da imprese transnazionali. Le 200 maggiori imprese controllano la maggior parte della nostra economia . In agricoltura le 50 maggiori imprese controllano più del 60% del PIL agricolo. E la maggior parte di queste sono straiere. L'economia brasiliana è in fase di ricolonizzazione, ora sotto l'egida del capitale finanziario e delle imprese transnazionali.

(*) Joao Pedro Stedile é economista, laureato alla PUC-RS, specializzato alla UNAM- Messico, membro del coordinamento nazionale del MST e di Via Campesina Brasil

Traduzione di Serena Romagnoli (comitatomst)

lunedì 13 ottobre 2008

L'invito del sub comandante Marcos

La lettera con cui il sub comandante insurgente Marcos invita Ya Basta a partecipare al Festival Mondiale della Rabbia Degna da parte dell'EZLN









domenica 12 ottobre 2008

La Bolivia secondo Oscar Olivera

"Ciò che non è riuscito a fare la destra , lo fa Evo"

Oscar Olivera è stato uno dei principali referenti delle lotte boliviane degli ultimi anni, ha sostenuto la candidatura di Evo Morales, però considera che la situazione attuale dei movimenti sociali è una delle più difficili che ha visto " perché il governo ha escluso, ignorato e anche disprezzato coloro che vogliono avere una voce autonoma". La sua analisi sulla polarizzazione che sconta il governo con la destra, e i segnali degli embrioni che cominciano a notarsi nella società.

Qui un approfondimento ( in spagnolo):

LaVaca http://lavaca.org/seccion/actualidad/1/1746.shtml

venerdì 10 ottobre 2008

Messico - Comunità massacrata in Chiapas

fonte: annalisamelandri. it

Ormai il diritto su quelle rovine lo hanno pagato con il sangue e quindi non se ne andranno. Così affermano dopo la mattanza di venerdì scorso, gli abitanti del ejido (una sorta di fondo collettivo) di Miguel Hidalgo, Chiapas, che dal 7 settembre avevano occupato le rovine del sito archeologico di Chincultik in quanto lasciate in grave stato di abbandono e di degrado dall’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia. L’occupazione della zona archeologica è costata la vita infatti a 6 contadini, barbaramente uccisi da membri della polizia intervenuti sul luogo per cacciarli via. Una decina i feriti e circa trenta le persone in stato di arresto.Gli abitanti della zona, una comunità composta da circa settemila persone, stavano realizzando una autogestione del sito archeologico con l’obiettivo di rivalutare una risorsa turistica importantissima del loro territorio, tenuta in pessime condizioni fino a quel momento. Le trattative con le autorità e con l’Istituto di Antropologia e di Storia erano in corso e si stavano svolgendo apparentemente in modo tranquillo fino all’operativo di venerdì, quando circa 300 uomini della Polizia Federale hanno circondato la zona e il paese, lanciando gas lacrimogeni anche in una scuola e arrestando diversi membri della comunità mentre altri uomini a cavallo presidiavano la zona.Sono nati scontri con la popolazione, e alcuni contadini hanno neutralizzato e disarmato 77 poliziotti chiudendoli nella casa comunale. Questo ha scatenato poco più tardi la reazione violenta della polizia che ha iniziato a sparare contro la gente disarmata e a “picchiare indistintamente bambini, donne e anziani”.Ci sono state almeno tre esecuzioni extragiudiziali di persone ferite che stavano per essere trasportate in ospedale. L’uomo che era alla guida del mezzo è stato fatto scendere ed è stato ucciso dopo essere stato torturato. Cinque agenti degli 11 accusati a vario grado di concorso in omicidio, sono stati arrestati, due di essi hanno già confessato, mentre sono in corso indagini su tutta l’operazione svoltasi il 3 ottobre.