venerdì 6 aprile 2012

Bahrain - Repressione in pole position


La monarchia non pensa ad altro che al big event, il GP di Formula Uno tra due settimane. Nel frattempo la repressione delle proteste popolari continua e rischia di morire in carcere l'attivista dei diritti umani Abdelhadi al Khawaja.
 
di Michele Giorgio

I tabelloni pubblicitari elettronici nelle strade di Manama fanno il conto alla rovescia. «Meno 18 giorni… meno 17 giorni». Si riferiscono al big event, il Gran Premio di Formula Uno di fine aprile, fiore all’occhiello della monarchia assoluta (sunnita) di Hamad bin Isa al Khalifa.
Gran parte della popolazione fa un altro conto alla rovescia, ben più drammatico, e sgomenta si domanda quanti giorni di vita ha ancora Abdelhadi al Khawaja, il fondatore del Gulf Centre for Human Rights, condannato all’ergastolo «per aver complottato contro la monarchia», giunto al 58esimo giorno di sciopero della fame. Le sue condizioni sono critiche eppure è intenzionato a continuare la sua battaglia anche, fa sapere, a costo della vita.

Nessuna intenzione di liberarlo
«Il suo avvocato mi ha detto che è molto debole – riferisce Reem Khalifa, opinionista del quotidiano indipendente al Wasat e attivista dei diritti umani – il lungo digiuno rischia di danneggiare irreparabilmente alcuni organi vitali». Le autorità, consapevoli che al Khawaja potrebbe entrare in coma, lo hanno trasferito nella clinica del ministero dell’interno. Ma continuano a tacere e, più di tutto, non mostrano alcuna intenzione di liberare il prigioniero di coscienza. «Mio padre vuole la libertà, non ha commesso alcun crimine, ha solo denunciato la negazione di diritti fondamentali. Ci ripete che è meglio la morte che rimanere vivo in carcere», spiega da parte sua Maryam al Khawaja, la figlia dell’attivista bahranita.

Gli appelli lanciati dai centri per i diritti umani, incluso Amnesty, e diretti anche al governo di Copenaghen (al-Khawaja ha la doppia cittadinanza, bahranita e danese), continuano a cadere nel vuoto nonostante il caso sia da diversi giorni anche su twitter e facebook. «Sono stati allertati i diplomatici danesi in Arabia saudita (la Danimarca non ha un’ambascata a Manana) che hanno fatto qualche passo ma è ancora troppo poco per salvare al Khawaja dalla morte», spiega Reem Khalifa. La sorte dell’attivista dei diritti umani non riscuote alcun interesse in Occidente dove gli occhi sono puntati solo sulla grave crisi siriana. A cominciare da quelli degli Stati Uniti che in Bahrain hanno la base della V Flotta, strategica per tenere sotto tiro il «nemico» iraniano. E se Washington finge di non vedere la protesta contro l’alleato re Hamad, i paesi del Golfo manovrano dietro le quinte per nascondere la repressione in atto in Bahrain. A cominciare dall’Arabia saudita, intervenuta un anno fa, con soldati e mezzi blindati, in aiuto delle forze di polizia bahranite per spazzare via l’accampamento di tende degli attivisti in Piazza della Perla a Manama. Il re saudita Abdallah (o meglio il principe ereditario Nayef che di fatto già governa il regno), assieme agli altri petromonarchi del Golfo, hanno imposto che il recente summit della Lega araba a Baghdad non prendesse in esame la protesta popolare in Bahrain. «In Iraq i leader arabi (i pochi presenti, ndr) hanno parlato solo di Siria, dimenticandoci del tutto. Siamo vittime degli interessi regionali e del disinteresse internazionale», nota con amarezza Reem Khalifa.

Decine di oppositori uccisi
Dall’inizio delle manifestazioni, pacifiche, il 14 febbraio 2011 in Piazza della Perla, sono stati uccisi decine di bahraniti, non pochi dei quali sarebbero stati soffocati dai gas lacrimogeni che le forze di polizia lanciano in luoghi chiusi e anche nelle abitazioni. Un bilancio ufficiale riferisce di 35 morti ma gli attivisti bahraniti dicono che sono almeno 85. Alcuni, dicono sarebbero stati uccisi da uomini armati vicini al regime. L’ultimo è Ahmad Ismail, un citizen journalist colpito qualche sera fa da sconosciuti che gli hanno sparato da un’automobile in corsa. Agenti delle forze di sicurezza o vigilantes sunniti, dicono gli attivisti della protesta. La monarchia infatti è riuscita a mobilitare una parte della minoranza sunnita contro la maggioranza sciita che chiede diritti e riforme, sostenendo che il «caos» nel paese sarebbe frutto di un «complotto iraniano». I servizi di sicurezza un anno fa hanno arrestato un po’ tutti i leader delle forze di opposizione, poi condannati a dure pene detentive. Su questi casi il prossimo 23 aprile si esprimerà la Corte di Cassazione ma la speranza di un annullamento delle sentenze è minima.
Protetta da Riyadh, coperta dal silenzio americano, la monarchia bahranita dorme sonni tranquilli e sogna il Gran Premio per lucidare la sua immagine opaca. «La corsa non può avere luogo mentre Abdulhadi al-Khawaja muore in prigione», ha avvertito Mary Lawlor, direttrice di Front Line Defenders a Manama.
Per Reem Khalifa la gara di Formula Uno potrebbe rivelarsi un boomerang per il regime. «Saranno concessi visti d’ingresso a tanti giornalisti stranieri – dice la giornalista – e potete essere certi che gli attivisti non mancheranno l’occasione di avvicinarli e spingerli a raccontare ciò che accade nel nostro paese».

tratto da Nena News