mercoledì 2 novembre 2016

Messico - E' ora di immaginare e di agire. Una riflessione di Gustavo Esteva


mujeres-zapatistas-8Il comunicato congiunto del Congresso nazionale indigeno (Cni) e dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) ha suscitato un grandissimo interesse e un esteso disorientamento. Ci sono stati rilanci ed entusiasmi. Sono state scosse inerzie e disperazioni. E c’è stata anche  confusione e legittima perplessità.
Non è facile uscire dagli schemi convenzionali. La mentalità dominante e il pregiudizio predominano nell’analisi di avvenimenti e proposte. Di fronte a questa nuova dimostrazione di immaginazione politica e di talento strategico, radicalmente innovatrice, si è costituito rapidamente uno strano cocktail di giovani anarchici, giornalisti prezzolati, dotti analisti e disorientati portavoce delle classi politiche che hanno avviato una campagna di disinformazione per screditare l’iniziativa. È un’impresa in cui la miopia si mescola con le menzogne e la malafede. È necessario lottare per contrastarla.

di Gustavo Esteva

Siamo in mezzo alla bufera di una crisi economica, morale, intellettuale, politica e sociale“, ha ricordato Pablo Gonzáles Casanova alcuni giorni or sono. È una guerra che colpisce tutte e tutti, specialmente le donne e le popolazioni indigene, e minaccia le acque e le terre, le modalità di vita e la vita stessa. Demolisce ogni giorno quello che resta del paese.

C’è chi prende semplicemente la via dell’esilio o chiude gli occhi di fronte a tutto ciò. Molti cercano di difendersi. Quelli che lo fanno prendendo le armi hanno un qualche successo quando possono contare su tessuti sociali forti e un’ampia esperienza di lotta; le armi funzionano come strumenti di dissuasione. Ma sarebbe insensato e illusorio portare questa risposta al livello necessario, perché la guerra coinvolge sfere sempre più ampie della realtà ed è sempre più violenta. Ci stiamo avvicinando al peggior tipo di guerra civile, una guerra in cui non si sa chi lotta contro chi, alimentata anche da moltitudini che sono  stanche della corruzione in ambito giudiziario e si fanno giustizia da sé.

Abbiamo bisogno di agire. Senza dubbio. Ma dobbiamo trovare modalità nuove per farlo. La via della pura protesta o dell’interminabile ricorso alla giustizia è causa di una crescente frustrazione. E non è il caso nemmeno di entrare nella lotta elettorale per conquistare quello che resta degli apparati statali. La campagna elettorale che si sta conducendo attualmente negli Stati Uniti, ad esempio, provoca orrore e sconcerto fra molti statunitensi; non credono ai loro occhi di fronte a quello che sta succedendo, costretti a scegliere fra un pagliaccio furfante e misogino e un falco di Wall Street. Scoprono quello che sospettavano ma non si azzardavano a dire a voce alta: possono fare poco per eleggere liberamente i loro governanti… e meno ancora per ottenere che questi si pongano realmente al loro servizio.

In Messico lo sappiamo bene, per una lunga esperienza, e negli ultimi anni si è persa anche la scarsa credibilità che ancora avevano alcuni funzionari. La scandalosa disputa che è già iniziata per le elezioni del 2018 non offre nessuna speranza; partiti e candidati cercheranno di nascondere sotto il tappeto quello che succede, e si daranno da fare per frammentare ancora di più la lotta di coloro che difendono ciò che sono e ciò che possiedono.

Riflettendo su tutto questo, i delegati del Congresso Nazionale Indigeno e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale hanno preso in considerazione la gravità delle aggressioni che stanno subendo e i limiti del loro cammino attuale. Constatando che non esistono alternative, hanno deciso di costruirne una facendo appello alla loro immaginazione politica e alla loro esperienza. Sanno che cos’è l’autentica democrazia, il governo della gente; l’hanno praticato per secoli nell’ambito di comunità, municipi e anche intere regioni. Si sono proposti di proiettare su un’altra scala questa modalità del ‘comandare obbedendo’ e di includere gruppi non indigeni.

Al termine di una discussione intensa, si è arrivati alla proposta sorprendente. Il Cni e l’Ezln si sono dichiarati in assemblea permanente per consultare le proprie comunità e i popoli al fine di “nominare un consiglio indigeno la cui parola sia materializzata da una donna indigena delegata dal Cni come candidata indipendente che competa a nome del Congresso nazionale indigeno e dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale nel processo elettorale del 2018 per la presidenza della Repubblica“. Il  Cni e l’Ezln hanno precisato propositi e intenzioni. Cercano di “smontare dal basso il potere che ci impongono dall’alto e che ci offre un panorama di morte, violenza, spoliazione e distruzione”. Non cercano il potere; provano a organizzarsi per fermare la distruzione e rafforzarsi nelle resistenze e nelle ribellioni, vale a dire, “nella difesa della vita di ogni persona, in ogni famiglia, collettivo, comunità o quartiere”. Cercano, insomma, di “costruire la pace e la giustizia ricucendoci dal basso, da dove siamo quello che siamo”.

Sorge così un’opportunità inaspettata di organizzazione, che utilizza lo spazio politico dei processi elettorali per fare un lavoro politico che li mette in discussione: rivela la loro natura autoritaria e corrotta e indica un’altra opzione. Non è un nuovo partito. Al contrario. Costruendo un’alternativa, si fa vedere che la carenza di vita democratica interna di tutti i partiti è un’anticipazione di quello che farebbero a partire dagli apparati che vogliono conquistare.

Occorre nutrire la speranza che il prossimo primo di gennaio comunità e popoli del CNI abbiano approvato la proposta e concordino i passi successivi, che potranno portarci a contare su un consiglio di governo in cui tutte e tutti possiamo vedere in che cosa consiste l’integrità morale, la ‘rabbia degna’, la capacità disinteressata di servire. Di fronte alla crescente frammentazione del paese e delle organizzazioni, potrebbe infine crearsi un dispositivo efficace e affidabile di articolazione, per affrontare in maniera concertata la violenza e la rapina che ci devastano. Si tratterà di metterci al lavoro, in modo organizzato, per prenderci cura della vita e proteggere quello che ancora possediamo dall’azione dei vandali corrotti che distruggono tutto al loro passaggio, senza preoccuparsi di quello che resta del paese, della Madre Terra e della vita di tutte e di tutti.

tratto da: comune-info