sabato 15 dicembre 2018

Messico - Loro si preparano, noi…

Anche in un bunker c’è chi potrebbe vivere con qualche comodità. Immagine tratta da 1748.es
di Raúl Zibechi

Settimane fa, lo scrittore e professore di cultura virtuale Douglas Rushkoff, ha pubblicato un articolo intitolato “La sopravvivenza dei più ricchi e come tramano per abbandonare la nave”. Ritengo necessario rifletterci su, perché racconta dell’incontro tra uno dei principali teorici del cyberpunk e un piccolo gruppo di imprenditori miliardari, i quali rivelano che stanno pensando a come riuscire a cavarsela nel mondo che ci aspetta.

Di fronte a cinque maschi ricchissimi, “delle alte sfere del mondo degli hedge funds”, Rushkoff ha potuto scoprire pronostici e proposte di queste persone a cui non abbiamo abitualmente accesso. Lo hanno tempestato di domande.

“Quale regione sarebbe meno colpita dalla crisi provocata dal cambiamento climatico? La Nuova Zelanda o l’Alaska? È vero che Google sta costruendo a Ray Kurzweil una dimora per ospitare la sua mente? Riuscirà la sua coscienza a sopravvivere alla transizione o, al contrario, perirà e ne rinascerà una completamente nuova?”

Il direttore generale di un’agenzia di brokeraggio, che sta costruendo un bunker, gli ha rivolto una domanda tanto intelligente quanto angosciata: “Come riuscirò a imporre la mia autorità alla mia guardia di sicurezza dopo l’evento?”

Lo scrittore spiega: “L’evento. Questo era l’eufemismo che adoperavano per il collasso ambientale, l’agitazione sociale, l’esplosione nucleare, la diffusione inarrestabile di un virus o il momento in cui l’hacker di Mr. Robot pone fine a tutto”.

Rushkoff spiega che i super-ricchi sono coscienti che avranno bisogno di guardie armate “per proteggere le loro strutture dalle masse incollerite”. Ma non hanno chiaro come le pagheranno “quando il denaro non avrà più valore”. Né come proteggeranno le loro scorte di cibo. 

Insomma, stanno cercando di proteggersi davanti al “cambiamento climatico, all’aumento dei livelli del mare, ai grandi flussi migratori, alle pandemie globali, al panico nazionalista o all’esaurimento delle risorse”.
Sotto terra, ma con una certa eleganza.
Fin qui i punti centrali dell’articolo, che chiunque può analizzare per poi giungere, in ogni caso, a conclusioni diverse. È vero che si può concludere che questi [uomini] molto ricchi soffrono di una certa dose di paranoia e di allucinazioni sul futuro. Tuttavia, se sono giunti a questo punto è perché sanno qualcosa del mondo che noi non dobbiamo ignorare. Ritengo ci siano due temi di fondo.

giovedì 13 dicembre 2018

Messico - "Il desiderio di cambiare milioni di messicani dovrà confrontarsi con la rete di interessi concordata da López Obrador"


Per comprendere cosa significhi l'arrivo di Andrés Manuel López Obrador alla presidenza del Messico e le sfide del governo e del paese in questi nuovi prossimi sei anni, Horizontal ha diffuso questo questionario tra intellettuali e analisti. 
Riportiamo le risposte di Luis Hernández Navarro, coordinatore della redazione “Opinión” de La Jornada ed uno dei più attenti osservatori della politica messicana. 
Crediamo che sia una delle analisi più lucide lette negli ultimi tempi dove, spesso a sproposito, si è voluto leggere nella elezione di AMLO una ripresa del cammino di quella "sinistra" latino americana che invece ha mostrato tutti i suoi limiti negli ultimi anni.

1. Cosa dobbiamo intendere come quarta trasformazione?

Ripetutamente AMLO ha dichiarato che intende essere alla testa della quarta trasformazione nella storia del Messico. Non è solo un'altra proposta, ma uno degli assi centrali del suo progetto. Si tratta, né più né meno, di rifondare lo Stato messicano.

López Obrador sa di cosa sta parlando. Ha studiato, ricercato e scritto sulla storia del Messico. La sua visione della politica è basata ad una riflessione vera e originale su quello che è successo nel Paese.

Tuttavia, nonostante ciò, il candidato non ha specificato o dettagliato la sua iniziativa di "Quarta Trasformazione".  La ha illustrata man mano durante tutta la campagna elettorale, negli incontri e dibattiti, o nelle dichiarazioni come presidente eletto, enunciando in generale le sue caratteristiche. Si tratta - ha detto - di un cambiamento profondo, pacifico e radicale che sradicherà il regime corrotto, l'ingiustizia e i privilegi; di una metamorfosi del corpo politico in cui la sovranità tornerà al popolo.

Come ha spiegato Enrique Semo, le rivoluzioni di Indipendenza, Riforma e Rivoluzione avevano obiettivi precisi associati alla struttura del capitalismo e della nazione. Ma ora, a differenza di quelle, non è stato spiegato quale sia il punto di arrivo di questa quarta trasformazione, né le sue forze trainanti ed i suoi dirigenti, né il suo programma.

Le rivoluzioni di Indipendenza, Riforma e Rivoluzione diedero vita a nuove costituzioni. López Obrador ha rifiutato l'ipotesi di convocare una nuova costituente. Inoltre, ha annunciato che non promuoverà cambiamenti della Magna Carta durante i primi tre anni del suo governo.

Come si può rifondare una nazione e stabilire legalmente un nuovo patto sociale senza una nuova Costituzione? Lottando contro la corruzione? Ovviamente è molto importante moralizzare la vita pubblica del paese. Ma, sebbene la lotta alla corruzione sia una condizione necessaria per inaugurare una nuova fase nella vita pubblica del paese, non è sufficiente.

Per il presidente eletto, la corruzione è il problema principale del paese. Secondo lui, la disuguaglianza è legata alla corruzione della “mafia” che governa e non allo sfruttamento del padrone sul lavoratore. Dal suo punto di vista, quelli che parlano di sfruttamento sono in errore perché "in Messico queste leggi non si applicano".

Nel nostro paese, dice Enrique Semo, l'era delle rivoluzioni borghesi si è chiusa nel 1940. Nessun grande movimento sociale di trasformazione può avere come segno lo sviluppo del capitalismo o la costituzione della nazione. Ciò significa che una quarta trasformazione come quella annunciata da López Obrador richiederebbe una rottura con il modello di sviluppo attuale. Ma non ci sono segnali che qualcosa di simile succederà.

In diversi momenti, López Obrador ha dichiarato che intende smantellare il potere dell'oligarchia per stabilire il potere della Repubblica; separare il potere pubblico dal potere privato, il potere economico del potere politico.

Una concezione di questa natura presuppone una visione bonapartista della politica: ergersi al di sopra delle classi sociali per governare al di fuori di esse. La Repubblica non esiste a margine delle classi sociali.

2. Quale Messico trova il nuovo governo? In quale tappa storica viviamo?

Come succede nei primi momenti che seguono dopo un improvviso incidente stradale su una superstrada in cui sono coinvolte molte macchine, è difficile sapere con precisione dove si sta dirigendo il Messico in questo momento. Molti eventi di segno opposto stanno accadendo contemporaneamente. Situazioni di segno opposto si scontrano tra loro. Nello stesso tempo, López Obrador sta definendo un suo margine di autonomia con il potere economico egemone, favorendo nuovi gruppi di imprese attraverso le grandi opere, lottando contro la corruzione e promuovendo megaprogetti e riforme simili a quelle che i governi del PRI e il PAN hanno cercato di fare ma senza successo.

AMLO riceve un paese devastato dal punto di vista economico, ambientale e sociale, con una grave crisi dei diritti umani e un'ondata di violenza inarrestabile. Un paese con istituzioni sequestrate dal narcotraffico.

Viviamo in un momento di scontro, all'interno del nuovo governo, nel quale si contrapporranno i desideri e la volontà di cambio di milioni di cittadini che hanno votato per Lopez Obrador con la rete di interessi che il candidato ha accettato prima e durante la campagna per vincere.

Uno scontro tra la pretesa del capitale transnazionale di arrivare, attraverso una amministrazione progressista, a progetti e politiche che non è stato possibile fare con i governi del PAN e del PRI, e la resistenza di settori subalterni che saranno colpiti da questi progetti.

3. Che tipo di sinistra rappresenta il governo di Andrés Manuel López Obrador?
Alfonso Romo, futuro capo dell'Ufficio di presidenza di AMLO e coordinatore del suo piano di governo, ha dichiarato alla giornalista Martha Anaya: "Il paese ci sta dando un mandato di centro. È un piano di governo di centro che tiene conto di chi è stato dimenticato. L'importante è far uscire il Messico dalla povertà ".

Questo piano di governo di centro di cui parla l'uomo d'affari può modificare alcuni pezzi dell'attuale modello economico, ma non cammina nella direzione della rifondazione della Repubblica da sinistra. Secondo lo stesso Romo, si tratta di trasformare il Messico in un paradiso per gli investimenti privati, e il sud-est del paese in una grande Zona Economica E-speciale (ZEE).

Con il nuovo governo non è in gioco il cambiamento del modello economico; non è all’ordine del giorno la fine del modello neoliberale in Messico. L'opzione di spostarsi verso una strada diversa dal Consenso di Washington non è alle porte.

Non lo è, per due diversi motivi. Primo, perché, nonostante la retorica, López Obrador non tiene in conto la necessità di percorrere una via post-neoliberista. Il suo programma governativo non propone questa alternativa. Secondo, perché dal 1994-1996 è stata approvata una serie di paletti legali che proteggono giuridicamente il percorso tecnocratico.

Il Progetto alternativo di paese, coordinato da Alfonso Romo, sostiene che lo Stato deve essere recuperato democraticamente e trasformato nel promotore dello sviluppo politico, economico e sociale del paese. Afferma che le persone saranno consultate sul mantenere o cancellare le riforme strutturali. Annuncia che il bilancio sarà veramente pubblico e verrà data la preferenza ai poveri.

Insiste sulla centralità della lotta alla corruzione Ma non parla esplicitamente - come ha fatto in passato - di limare le spine più aguzze del riccio neoliberista.

Tuttavia, sebbene non vi sia una rottura fondamentale con il modello di sviluppo seguito finora, ciò non significa che il suo progetto sia semplicemente in continuità con quello attuale. Certamente ci sono dei cambiamenti. Dove sono? Nella revisione dei contratti per le opere pubbliche e le concessioni governative, che sono, secondo Lorenzo Meyer, il cuore della politica. Soprattutto quelli della costruzione del Nuovo Aeroporto Internazionale di Città del Messico (NAICM) e quelli delle concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

La proposta di AMLO si è concentrata sulla lotta alla corruzione. Per lui è sempre stata fondamentale. Nella sua concezione, le grandi fortune e le disuguaglianze in Messico non derivano dallo sfruttamento, ma dalla corruzione sotto la protezione del potere pubblico. E, secondo lui, nella lotta contro questo male (e nell'abolizione dei privilegi dei dipendenti pubblici), c'è la chiave per promuovere lo sviluppo. Per fare ciò, non ci sarà bisogno di aumenti delle tasse, dell'indebitamento del paese o dell’aumento dei prezzi degli idrocarburi. Un governo che non riconosce la realtà dello sfruttamento difficilmente può essere classificato come di sinistra.

Di volta in volta, Alfonso Romo ha dato garanzie agli investitori che i loro interessi non saranno danneggiati. Tuttavia, una parte di questi si scontrano frontalmente con quelli delle comunità rurali e delle popolazioni indigene. Questo è il caso, ad esempio, delle concessioni minerarie o dei progetti energetici. Anche con l'annunciato di costruire una ferrovia nell'Istmo di Tehuantepec, con il Treno Maya o con l'intenzione di promuovere le piantagioni forestali. Lo scontro tra queste due logiche è incombente e le previsioni sono sconosciute.

4. Cosa o chi è la nuova opposizione?

Il vento che ha portato López Obrador alla presidenza ha smantellato il sistema partitico come era esistito fino ad ora. Non è finita la partitocrazia (i partiti continuano ad avere il monopolio della rappresentanza politica), ma ha colpito con forza il PRI e il PAN, il PRD e il PVEM sono quasi spariti e ha cancellato dalla mappa Nuova Alleanza.

L'opposizione politica al nuovo governo non verrà, essenzialmente, dai partiti politici. Non hanno né il Senato né la Camera dei Deputati, né la forza né la consistenza per farlo. PRI e PAN sono spaccati. Lo erano già prima delle ultime elezioni, ma ora la loro spaccatura è maggiore. La lotta per vedere chi resta con loro è alla morte.

Al momento, chi controlla il tricolore è Osorio Chong, ma se lo contendono due gruppi: Luis Videgaray e Aurelio Nuño (responsabile diretto della sconfitta) ed Emilio Gamboa e Manlio Fabio Beltrones. In effetti, la rimozione di Zamora dalla CNOP (Confederación Nacional de Organizaciones Populares) fu perché il sonorense arrivavasse lì. Tuttavia, questo non è successo. D'altra parte, il governatore di Campeche, Alejandro Moreno, gioca la carta di essere lui a raggiungere la leadership del partito, scommettendo sul diventare un attore chiave nella costruzione lopezobradorista di un blocco di potere nel sud-est.

La rottura del PAN è già un dato di fatto. Felipe Calderón è fuori e scommette sulla costruzione di un nuovo partito, replicando l'esperienza di Morena. Un settore di imprenditori sembra aver già scommesso chiaramente per rafforzare la leadership di Marko Cortés.

mercoledì 5 dicembre 2018

Messico - Bastone di comando e neoindigenismo

di Luis Hernández Navarro 

L’insediamento di Andrés Manuel López Obrador come Presidente è stato, nello stesso tempo, rituale repubblicano e spettacolo. Le messe in scena sono state molte e prolungate. Ne cito alcune: giuramento in San Lázaro; conferimento del bastone di comando indigeno; occupazione cittadina de Los Pinos; pranzo con mandatari; trasferimenti con una modesta auto Jetta bianca; intrattenimento con un ciclista e spettacolo musicale.

Migliaia di persone hanno partecipato alle diverse cerimonie e feste. Con animo gioioso sono diventate attori di una data storica: l’avvio di quello che è stato battezzato come la Quarta Trasformazione. Hanno occupato strade e piazze pubbliche di Città del Messico non per protestare, ma per festeggiare.

Tra le tante cerimonie, una risalta: la consegna al nuovo Presidente da parte di dirigenti indigeni di un bastone di comando, in una cerimonia sui generis (inventata per l’occasione), con invocazioni ai quattro punti cardinali, amuleti, preghiere e copal.

Andrés Manuel López Obrador non è il primo presidente a ricevere il bastone di comando. 

Come ha ricordato Harim B. Gutiérrez, l’uso politico di questo atto è un’abitudine delle campagne elettorali della seconda metà del XX° secolo. Il candidato del PRI alla presidenza Adolfo López Mateos lo ricevette nel 1957 a Guelatao, Oaxaca. Anche alcuni presidenti in carica. A José López Portillo fu concesso a Temoaya, nel 1978. Si tratta di uno scambio di favori politici: i candidati e mandatari ottengono legittimità e le comunità la possibilità di ottenere opere e risorse. Da allora, il patto si è ripetuto con i candidati e capi dell’Esecutivo di turno.

Tuttavia, in questa occasione, la consegna del bastone ha avuto un altro scenario ed un’altra trama: lo Zócalo della capitale, a nome di una rappresentanza dei 68 popoli indigeni del Messico, coordinata dall’Istituto Nazionale dei Popoli Indigeni (INPI).

Il virus è nell’aria ed è contagioso. Così come Claudio X. González e la sua rete di ONG pretendono di parlare a nome della società civile, alcuni leader indigeni legati al nuovo governo si presentano come i rappresentanti di tutti i popoli originari.

Ovviamente chi ha dato al nuovo Presidente il bastone di comando non rappresenta l’insieme degli indigeni del Messico. Rappresentano se stessi e, in alcuni casi, le loro comunità ed organizzazioni. Non parlano per l’insieme del movimento, ma per una corrente di questo che cerca uno spazio in seno all’INPI. Senza andare troppo lontano, il Congresso Nazionale Indigeno, l’articolazione più importante del mondo indio, non ha partecipato a questa cerimonia.

L’idea stessa di un solo bastone di comando che rappresenti l’insieme dei popoli indigeni del paese è stata criticata da molti intellettuali indio ed autorità comunitarie. 

È un’invenzione. I bastoni sono simboli di autorità di ogni comunità, tribù o nazione.

Jaime Martínez Luna, uno dei più brillanti intellettuali zapotechi, insieme ad altri creatore del concetto di comunalidad, ha scritto sulla cerimonia (che ha definito una performance) di investitura dello Zócalo: "Chi lo ha consegnato al nuovo Presidente della nazione in questa occasione non rappresenta nessuno. Lui lo sa, e lo sa il Presidente. Lo sappiamo noi che guardiamo un rituale inesistente in termini reali, per una nazione inesistente".

sabato 1 dicembre 2018

Argentina - La final del mundo

Macri aveva detto che lo svolgersi pacifico della partita tra River e Boca sarebbe stata la dimostrazione del fatto che il governo è in grado di garantire nel fine settimana lo svolgimento pacifico del G20. “Non l’avesse mai detto…”, scrive da Buenon Aires Franco Berardi Bifo. Secondo Bifo “il summit è destinato a essere segnato dal fallimento totale del discorso neoliberale”, anche se non ci sarà nessuna dichiarazione di questo tipo. Non ci sarà neanche un’insurrezione dei movimenti. Trent’anni di dominio sulla società del capitalismo finanziario, come dimostra la folla scatenata per la partita di Buenos Aires, hanno provocato per lo più impoverimento, umiliazioni e demenza… Tracce di mondi diversi, tracce di umano si nascondono oggi “nei teatri numerosi e vivaci, nelle innumerevoli librerie di Buenos Aires, nelle scuole autogestite…, negli spazi in cui si organizza una resistenza di lungo periodo…”
Un laboratorio di Hip Hop con i bambini in strada a Buenos Aires, promosso durante le iniziative contro il G20 (foto di CRIA Asociación Civil)

di Franco Berardi Bifo

La final del mundo

Macri aveva detto che lo svolgersi pacifico della partita fine del mondo tra River e Boca, annunciata per il giorno 24 alle cinque del pomeriggio, sarebbe stata la dimostrazione del fatto che il ministero della Sicurezza della signora Bullrich – la Salvini argentina – è in grado di garantire uno svolgimento pacifico del vertice globale dei venti potenti.

Non l’avesse mai detto. Sabato ventiquattro è stato prima di tutto una figuraccia mondiale, e forse anche l’annuncio di un’apocalisse. Prima della partita i giocatori del Boca sono stati aggrediti nel loro pullman, due di loro feriti gravemente, poi sono state lanciate sostanze tossiche nello stadio e negli spogliatoi, poi la polizia ha chiuso gli ingressi, ha picchiato colpevoli e innocenti, ha caricato padri di famiglia col biglietto mentre migliaia di ubriachi seminavano il terrore tutt’intorno. La partita è stata sospesa e rinviata di ora in ora, finché alle sette e mezzo è arrivata la notizia che la partita era rinviata al giorno dopo. 

I padroni del calcio (amici di Macri, che fu presidente del Boca negli anni Novanta) hanno tentato in tutti i modi di costringere i calciatori a scendere nella fossa gigantesca dello stadio Monumental. Ma i giocatori hanno risposto di no, stavano negli spogliatoi vomitando, con gli occhi irritati dai fumi dei gas, terrorizzati da quel che poteva accadergli se fossero tornati in campo.

Il giorno dopo, domenica 25, gli organismi dirigenti del calcio argentino hanno deciso di rimandare nuovamente. A quando non si sa. Una nuova giornata di battaglia a pochi giorni dalla Cumbre Global del G20 non avrebbe migliorato l’immagine del governo argentino.

Nelle reti sociali circola un meme: “Angela Merkel ha telegrafato che questo G20 è meglio che lo facciamo in Skype”.

La parola fine

Sono venuto in Argentina all’inizio di novembre per presentare un libro che in questo paese è pubblicato col titolo Fenomenologia del fin, però non potevo immaginare che la parola “fine” era destinata a diventare il filo rosso del mio viaggio. L’ho scoperto poco a poco durante un mese di permanenza, mentre si stava avvicinando la data della mia partenza che avverrà più o meno in contemporanea con l’arrivo dei venti uomini (con qualche donna) più potenti del pianeta.

Però ho capito pienamente le parole di Mario Bergoglio il giorno in cui prese nome Francesco (“sono un uomo che viene dalla fine del mondo”) sabato 24 alle otto di sera quando è stato chiaro che non si poteva disputare la partita tra River e Boca, le due squadre (entrambe argentine, entrambe bonairensi) che si contendono la coppa continentale.

mercoledì 28 novembre 2018

Kurdistan - 40 anni del PKK

Comunicato per in occasione del 40° anniversario dalla fondazione del PKK

Nel 40° anniversario dalla sua fondazione, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan – PKK è tornato all’attenzione dei media per via della decisione degli USA di mettere una taglia su tre dirigenti e co-fondatori del Partito.

Assai meno attenzione ha ricevuto la sentenza della Corte di Giustizia Europea di Lussemburgo che ha stabilito che il PKK negli anni dal 2014 al 2017 è stato inserito illeggittimamente nella lista UE delle organizzazioni terroristiche.

È ora che venga riconosciuto ufficialmente che è immotivata e arbitraria la persecuzione di chi ha combattuto per la liberazione del proprio popolo, la difesa della sua cultura e della sua lingua, per la sua stessa sopravvivenza, come è avvenuto quando nel 2014 le forze della guerriglia del PKK, insieme alle unità siriane delle YPG e YPJ, a Shengal hanno sconfitto ISIS e salvato la popolazione ezida da un genocidio.
Non è ammissibile perseverare nella criminalizzazione di un’organizzazione che i veri terroristi li ha combattuti e sconfitti.
Negli ultimi 40 anni, le idee del PKK e del suo Presidente Abdullah Öcalan hanno saputo trasformare il quadro politico del Kurdistan e del Medio Oriente.
In particolare dalla storica resistenza di Kobane e di Afrin nel nord della Siria contro IS e altre bande di tagliagole islamisti, per un numero sempre maggiore di persone in tutto il mondo il progetto di democrazia di base, fondato sulla liberazione delle donne, l’ecologia e la convivenza pacifica tra i popoli nel reciproco rispetto è diventato fonte di ispirazione.

lunedì 19 novembre 2018

Messico - Invito alle celebrazioni per il 25° Anniversario

Invito alle celebrazioni del 25°Anniversario dell’Insurrezione Zapatista e ad un Incontro di Reti

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO

17 novembre 2018

Alle/agli individui, gruppi, collettivi, e organizzazioni delle Reti di Appoggio al CIG:

Alle reti di Resistenza e Ribellione o come si chiamano:

Alla Sexta nazionale e internazionale:

Considerando che:
È l’alba.

Considerando che:
Fa Freddo.

Considerando che:
In quello spazio di tempo, dove non è né giorno né notte, né dentro né fuori, né ombra né luce, ti scopri senza sogno, in quella spiacevole veglia che ti rende vulnerabile ai ricordi, alla memoria pungente di ciò che è stato fatto e ciò che non è stato fatto, al lungo resoconto delle mancanze, e a quello breve di quanto realizzato.

Considerando che:
Vi chiederete, certo non senza ragione, perché tutto questo…

Perché state ancora cercando di assimilare quel “Tutto è impossibile il giorno prima” che sentite e leggete in quello snervante nano-mini-micro cortometraggio autoproclamato “cinema da leggere”. Un film (?) rimasto per 30 anni in scatola (letteralmente: in una scatola di sardine) e presentato al cinema impossibile, firmato da uno scarafaggio altrettanto sconcertante con arie da cavaliere errante, il cui titolo (del film) (?): “La 69a legge della dialettica” non è neanche molto razionale. Un film senza immagine o suono e composto da una singola frase. Scaricando tutto il peso sull'immaginazione di chi assiste alla proiezione?

Insomma, qui tutto sembra assurdo… ma dove diavolo è qui? Ma non hai molto tempo per orientarti, perché ti mettono fretta:
Andiamo, dai” dice la bambina.

Tu pensi che ormai ci si possa aspettare qualunque cosa… ma alla fine esci dall’assurda sala di questo cinema impossibile, sempre tenendo la mano della bambina. Anche se adesso ti circonda una banda di bambini in cui, ovviamente, la maggior parte sono femmine, con le loro gonne e camicie colorate ed i loro inutili ferma capelli, in quei capelli così ribelli.

Cominciate a camminare risalendo il pendio naturale della montagna.

Sassi, un po’ di fango, nebbia, la strada, sempre la strada.

Ora intuisci che, dai piedi del muro macchiato da manifesti e graffiti logori, hai percorso una sorta di spirale. Come se il percorso tracciato ti portasse dentro una chiocciola… o fuori. 

Ogni passo una stazione. La stessa falsa felicità della felice famiglia felice, quella della simulazione del Gran Finale, della provocazione dello schermo come ponte impossibile.

E il muro onnipresente, indistruttibile, indiscutibile, che insiste che è vietato pensare. Che tutto è già fatto. Che non ti resta altro che sistemarti come puoi in qualche modo. Che l’eternità è questo, eterna. Il presente cambia, ma la sua logica frivola e superficiale resta. 

Altro è impossibile. Ma non solo, è impossibile per te pensare, immaginare, sognare che non sia impossibile altrimenti.

Camminate. E tu ricordi:
La ragazza ha chiesto se i film che nessuno guarda piangono, che non è altro che un modo di interrogarsi sui dolori e le rabbie ignorate – visto che il muro impone cecità e sordità nei confronti dell’altro. A chi verrebbe in mente di chiederlo? Sì, questo ed altre cose. Ad esempio, mettere in discussione l’esistenza del muro. Il muro. Lo guardi attentamente. Fino a dove arriva la tua vista, o la tua lunga vista. Così grande che non vale neanche la pena misurarlo, – per cosa? -. La sua solida costruzione. Il suo aspetto impeccabile… beh, non poi così tanto…

Prendendo una po’ di distanza, il muro si riempie di graffiti e di crepe. Il più delle volte senza che si possano distinguere gli uni dalle altre. Come se la solidità del muro dipendesse dalla vista corta. Perché per essere in grado di leggere quella magnifica scritta che ferisce la ruvida facciata, bisogna allontanarsi un po’.

Anche se la strada sarà lunga… andremo avanti“, dice la bambina che legge la scritta sul muro che non dice nulla, muto, rassegnato al fatto che i prossimi amministratori manderanno squadre di lavoratori contro quel graffito per cancellarlo, coprirlo, silenziarlo, sterminarlo.

Non l’avevo visto“, ti scusi.

Certo, non ancora“, risponde la bambina, ed aggiunge: “ma andremo avanti“.
“Quanta distanza ci vuole per vederlo?” Credi di averlo solo pensato, ma la bambina risponde: “Lontano“.

“Ma quanto?” Insisti.
Più di 500 anni“, dice la bambina sorridendo con malizia.

E senza volerlo, un rap ritma i passi di quella banda di bambini che l’accompagna:
Siamo venuti da così lontano
In tutti i sensi, così lontano
In silenzio portiamo una forza
Così lontano, ognuno porta il peso del proprio cammino.
Cantando la luce tra le rovine di un mondo bruciato. (*)

Questo suono viene da dentro o da fuori? È questa la colonna sonora di questo suo viaggio anacronistico, assurdo, irrimediabile?

-*-

Ora tu, un po’ per la vergogna e un bel po’ per curiosità, fai più attenzione a quei graffiti.
Uno lì, si vede che è di recente fattura, indica, con lettere compatte e frettolose:
Lezioni elementari di Economia Politica:

Uno.- Il capitale non sa leggere, non frequenta i social network, la stampa, i sondaggi, i voti, le consultazioni, i video, i programmi governativi, le buone o cattive intenzioni, le lezioni di morale, le leggi, la ragione. Il capitale sa solo sommare, sottrarre, moltiplicare, dividere, calcolare percentuali, tassi di interesse, probabilità.

Due.- Il capitale si occupa solo del profitto, il più grande e il più veloce possibile. Come i predatori, il capitale ha un buon olfatto per il sangue e la distruzione, perché significano soldi, molti soldi. La guerra è un business, il migliore.

Tre.- Il capitale ha i suoi giudici, poliziotti ed esecutori. Nel mondo del muro questi inquisitori si chiamano “mercati”.

Quattro.- I mercati sono i segugi del grande cacciatore: il capitale. Nel mondo del muro, il capitale è dio e i mercati i suoi apostoli. I suoi fedeli sono la polizia, gli eserciti, le prigioni, le fosse comuni, il limbo delle sparizioni forzate.

Cinque.- Il capitale non è domabile o educabile, non si può riformare né sottomettere. Bisogna ubbidirgli… o distruggerlo.

Sei.- Ergo, ciò di cui questo mondo ha bisogno sono eretici, streghe, maghi, stregoni. Con il pesante fardello del loro peccato originale, la ribellione, il muro sarà distrutto.

Sette.- Anche così, resterà in sospeso quanto segue: se, come successore, si innalzerà un altro muro; o se, al suo posto, si apriranno porte e finestre, che sono i ponti di cui il mondo ha bisogno e che merita”.

Continuano i graffiti, le crepe, e questa continuità sale e scende dalle colline, dalle valli, dai ruscelli. La chiocciola si ritrae verso il suo centro. Villaggi, piccoli, ancora più piccoli, qualche casa si affacciano sulla strada.

Un segnale avverte: “Sei in territorio zapatista. Qui il popolo governa e il governo obbedisce”.

E ti chiedi:
Cosa mantiene in vita queste persone se hanno avuto ed hanno tutto contro? Non sono forse gli eterni perdenti, quelli che giacciono mentre altri glorificano i propri governi, i musei, le statue, i “trionfi storici”? Non sono le vittime di tutte le catastrofi, la carne da macello di tutte le rivoluzioni fatte per “salvarli” da loro stessi? Gli stranieri nella terra che li ha visti nascere? Oggetto di scherno, disprezzo, elemosina, carità, programmi governativi, progetti “sostenibili”, linee guida, proclami e programmi rivoluzionari? Non sono gli incorreggibili analfabeti da educare, dirigere, ordinare, comandare, soggiogare, sottomettere, dominare, c-i-v-i-l-i-z-z-a-r-e?

Perché non obbediscono quando gli si dice cosa dire e come dirlo; cosa devono guardare e come; cosa dovrebbero pensare o non pensare; cosa dovrebbero essere e smettere di essere?

E perché non abbassano lo sguardo di fronte a tutte queste minacce – quelle che gli promettono l’annientamento o la salvezza, che sono la stessa cosa?

E perché sorridono?

E perché a te danno, come guida, un gruppo di bambini indigeni?

E dove ti portano adesso, dopo questo tortuoso viaggio lungo il muro? Ti portano a quello che ha reso possibile queste risate infantili, e cioè queste vite? Qualche scritta risponde: “Guarda cosa sono le cose, per essere visti, ci siamo coperti il volto; per essere nominati, ci siamo tolti il nome; abbiamo scommesso sul presente per avere un futuro; e per vivere… siamo morti”.

Cosa costruiscono qui?

Dove è l’ansia, l’angoscia, la sconfitta, l’amarezza di sapersi inferiori?

Perché questa ossessione per la terra, difenderla, curarla, preservarla?

E perché le danze, il trambusto, la musica, i colori, il via vai di sguardi, questo impegno nel campo della scienza e delle arti, questi modi o non modi?

Non vi rendete conto che avete perso?

Aspetta, perso? Chi? Non queste persone, chiaramente.

Andiamo avanti” ratifica il graffito che la realtà incide sulla parete.

– * –

Ed eccoti qui, con un piede in una realtà e l’altro in un’altra, – quella che si solleva nelle montagne del sud-est messicano con l’inquietante bandiera della libertà -.

Quella che costruiscono queste persone così piccole, così normali, così gente, come ogni altro, altra, altroa.

Così senza prezzo e così inestimabili.

“Comunità zapatiste”, si chiamano, si autodefiniscono, si conoscono.

E poi, senza nemmeno rendertene conto, sei di fronte ad una insegna che sembra vecchia, o nuova, o senza tempo:

Benvenuti a La Realidad

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Considerando quanto sopra esposto (cioè in questi ultimi 25 anni), si invitano la Sexta Nazionale e Internazionale, il Congresso Nazionale Indigeno, Il Consiglio Indigeno di Governo, chi ha appoggiato, appoggia e appoggerà il CNI e il CIG a:

Uno.- Un incontro di Reti per la Resistenza e Ribellione, di appoggio al CIG, o come si chiamano. Da tenersi al Centro “Impronte della Memoria. Subcomandante Insurgente Pedro cumplió”, (in terra recuperata nelle vicinanza della comunità di Guadalupe Tepeyac, MAREZ San Pedro de Michoacán) dal 26 al 30 dicembre di questo 2018. Con il seguente programma
  • Risultato della consulta interna nata dall’incontro del mese di agosto 2018.
  • Analisi e valutazione della situazione attuale nel mondo.
  • Cosa seguirà?
Arrivo e registrazione: 26 dicembre 2018
Tavoli di analisi e discussione: 27, 28 e 29 dicembre 2018
Chiusura: 30 dicembre 2018
L’indirizzo mail per registrarsi e partecipare è:


Due.- La celebrazione del 25°anniversario dell’inizio della guerra contro l’oblio: 31 dicembre 2018 e 1° gennaio 2019 a La Realidad zapatista, sede del caracol “Madre de los caracoles del mar de nuestro sueños”, zona Selva Fronteriza.

La mail per registrarsi come partecipante alla celebrazione del 25°anniversario dell’insurrezione zapatista è:


Vi aspettiamo perché, anche se il cammino è ancora lungo, andremo avanti.

Dalle montagne del Sud-Est Messicano

Subcomandante Insurgente Moisés           Subcomandante Insurgente Galeano

Messico, a 17 giorni dal mese di novembre dell’anno 2018

(*) Keny Arkana. “Lejos”, en L’esquisse 3.


Traduzione a cura di #20ZLN

giovedì 15 novembre 2018

Messico - Festival del Cinema “Puy Ta Cuxlejaltic” - "Caracol de nuestra vita"

Il racconto delle giornate del Festival attraverso gli album fotografici e le sinossi dei lavori presentati













Discorso del Sub. Galeano

Messico - Cinema in stile zapatista

Una maratona con ottanta film tra cortometraggi, lungometraggi, fiction, documentari, cinema sperimentale ma anche tante chiacchierate e una grande festa finale: quattromila tra donne, uomini e bambini hanno partecipato a modo loro per una settimana al primo festival promosso dalle comunità indigene zapatiste in Messico. La loro straordinaria lotta senza prendere il potere e la loro ostinata voglia di costruire ogni giorno un mondo che contenga tanti mondi hanno messo sottosopra l’idea tradizionale di cinema e quella di festival: l’arte, come dimostrano gli zapatisti, può essere un’alternativa al tempo di morte che viviamo, occasione per ripensare il mondo con uno sguardo e un pensiero critico, spazio per immaginare e creare altri mondi possibili. Cronaca di un festival necessario e impossibile


Sono passati più di trentacinque anni da quando, come si racconta, un gruppetto di sei persone fece un viaggio verso il sud est del Messico ed arrivò in Chiapas. Erano partiti con una idea, comune a tanti in quegli anni, di fare una rivoluzione. Avevano vicino ma non solo geograficamente, la Cuba di Fidel e il Nicaragua Sandinista, il Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Marti di El Salvador e la storica guerriglia guatemalteca, avevano la prospettiva immaginata dai cento fuochi di guerriglia, sparsi per l’America Latina, di Ernesto Che Guevara. Nella Selva Lacandona entrarono in contatto con le comunità indigene, con le loro pratiche e la loro cultura: gli ci vollero dieci anni per cambiare la loro idea di rivoluzione ed arrivare a lottare per non prendere il potere, pensare di costruire un mondo che contenga altri mondi, e adesso dopo quasi venticinque anni dal levantamiento del primo gennaio del 1994 per la prima volta nei Caracol è stato organizzato un festival del cinema; la cosa non era per niente scontata né tanto meno usuale e rimanda alla modernità di un pensiero che ha le sue radici profonde nell’incontro con gli indigeni di tantissimi anni fa:
“Abbiamo realmente subito un processo di rieducazione, o di rinnovamento. Come se ci avessero disarmato. Come se avessero smantellato tutto ciò di cui noi eravamo fatti – marxismo, leninismo, socialismo, cultura urbana, poesia, letteratura – tutto ciò che era parte di noi e cose che non sapevamo neppure di avere. Ci hanno disarmato e riarmato, ma in modo diverso”.

La cronaca di questi otto giorni ci racconta di un festival del cinema senza red carpet, né party esclusivi e “paparazzi” a caccia di star e divi; più che glamour ci sono state emozioni che si sono concentrate davanti agli schermi all’interno del grande auditorio con il tetto di lamiera, dedicato alla Comandanta Ramona, e costruito apposta per questo festival chiamato Puy Ta Cuxlejaltic (Caracol della nostra vita, tradotto dallo tzotzil).

Fin dal giorno dell’inaugurazione più che un festival questo evento culturale nel Caracol di Oventic – Zona Altos de Chiapas – è parso una maratona con i film e i documentari proposti senza soluzione di continuità, alternati a presentazioni, chiacchierate o ringraziamenti ai registi.

Il noto, anche qui in Italia, regista Alfonso Cuarón, fresco vincitore del Leone di Venezia con il film Roma e sicuro aspirante agli Oscar, insieme alla sua equipe ha messo a disposizione, per una prima assoluta nazionale (il film non è ancora nelle sale messicane) del suo lavoro, parte delle attrezzature super professionali necessarie alle proiezioni, mentre le “poltrone”, dove si sono accomodati in questi giorni oltre quattromila zapatisti di tutte le età, erano di duro legno – anche abbastanza scomode – ma che non hanno impedito momenti di commozione, di sonore risate davanti a qualche scena divertente e lacrime senza finzione durante i passaggi più tristi delle proiezioni, come successo per due ragazze prese da un pianto ininterrotto durante una scena di “Roma”.




Ma gli uomini, donne e bambini con passamontagna e paliacates rossi riempiono anche la Multisala Emiliano Zapata – pavimento di terra battuta, capace di accogliere altre due mila persone – e chiamato anche, solennemente, Cine 3D per il fatto che dentro ci sono tre schermi.

Ma non solo sale al chiuso, nel Caracol di Oventic dove le giornate di sole cocente si alternano a giorni di fitta nebbia, non poteva mancare un cinema all’aperto, un drive-in senza auto, il Pie-Cinema Maya, accanto al campo di basket.

venerdì 9 novembre 2018

Messico - Mare Advertencia Lirika, zapoteca, femminista, sovversiva e rapper


Non commettere errori, non sono un caso isolato,
non è un'esagerazione, non è una bugia quello che ti dico.
Ti dico solo le verità scomode,
di una società, che con noi, è ipocrita.


La rapper femminista Mare Advertencia Lirika  di origine zapoteca, nata a Oaxaca, in Messico, è nota per essere stata una pioniera nel suo genere in Messico per aver scritto canzoni con testi sovversivi sulla disuguaglianza sociale e la violenza contro le donne.



Il suo primo approccio al rap fu attraverso la poesia, che era uno strumento di protesta usato dal movimento degli insegnanti di Oaxaca. Nel 2003, a dispetto del contesto culturale della sua città natale, decise di registrare il suo primo album hip hop. "Vengo da un luogo in cui la musica, o la tradizione, è elitaria perché solo alcune icone folcloristiche si consolidano", dice Mare.

Quando parliamo di hip hop parliamo di un'intera cultura, che riguarda non solo la musica, ma anche la conoscenza della nostra storia. L'industria musicale ha tolto alla cultura hip pop la parte politica, dove fin dall’inizio c'erano le donne, dove c'erano storie di resistenza fin dall'inizio, dove c'erano cose dissenzienti che venivano ascoltate ma l'industria ha preso il sopravvento ed ha convertito tutto in prodotti.

Mare è conosciuta a livello internazionale per i suoi testi sovversivi e l’impegno femminista. "Impegnarti nell'arte, impegnarti con una posizione politica facendo arte, diventa anche scomodo", afferma Mare.

“Vengo da un contesto in cui il movimento sociale ha una storia intera in cui si riconosce la resistenza dei popoli e il recupero dell'identità e tutto quello che si sta facendo contro le transnazionali, però questi temi non vengono trattati”.

Nel 2014 Mare si dichiarò femminista, ammette che non è stato un processo facile, però di fronte ai casi di femminicidio, sequestro di persona, stupro, le leggi contro l'aborto e gli altri fatti di violenza verso le donne, ha cominciato a domandarsi su cosa stava accadendo nell'ambito personale, trovando una relazione diretta con il sociale, decise allora di usare la parola come strumento per denunciare tutti questi fatti. Racconta che attraverso la musica ha potuto decostruirsi come persona, recuperare la parola e, quindi, scrivere la storia da un'altra prospettiva.


Afferma che il femminismo è un privilegio per alcune donne, tuttavia, per altre è diventato una necessità, quindi, "lo chiediamo come un diritto". Una domanda che viene posta costantemente a Mare è: perché il rap?  Se è una scena misogina che parla e perpetua comportamenti machisti? A cui Mare risponde: "Mi piace sempre mettere in discussione, e quale parte della cultura non lo è?"

Mare Advertencia Lirika fa parte della rete di donne che, attraverso le loro pratiche culturali, denunciano vari problemi sociali, politici e culturali. Ha collaborato con Krudas Cubensi, Alika, Cihuatl Ce, Guerrilla Queens, La Torita, Lucia Vargas, Karen Pastrana, Mujeres del Viento Florido, Hechi MC, Dynamite, tra gli altri.

“Non stiamo inventando qualcosa di nuovo, ma stiamo solo reinventando e costruendo ciò che già esisteva, ma stiamo anche cercando la maniera per appropriarsi, ricostruire e trovare nuovi spazi, a partire da quelli che già esistono, per la nostra stessa esistenza. Quindi penso che questo sia il punto in cui si combina, o tiene significato, dichiararsi femminista e fare rap”.

di: Karen Navarrete - tratto da Somoselmedio 
Traduzione Cooperazione Rebelde Napoli
originale https://www.somoselmedio.com/2018/11/06/mare-advertencia-lirika-mujer-zapoteca-feminista-subversiva-y-rapera/