sabato 15 dicembre 2018

Messico - Loro si preparano, noi…

Anche in un bunker c’è chi potrebbe vivere con qualche comodità. Immagine tratta da 1748.es
di Raúl Zibechi

Settimane fa, lo scrittore e professore di cultura virtuale Douglas Rushkoff, ha pubblicato un articolo intitolato “La sopravvivenza dei più ricchi e come tramano per abbandonare la nave”. Ritengo necessario rifletterci su, perché racconta dell’incontro tra uno dei principali teorici del cyberpunk e un piccolo gruppo di imprenditori miliardari, i quali rivelano che stanno pensando a come riuscire a cavarsela nel mondo che ci aspetta.

Di fronte a cinque maschi ricchissimi, “delle alte sfere del mondo degli hedge funds”, Rushkoff ha potuto scoprire pronostici e proposte di queste persone a cui non abbiamo abitualmente accesso. Lo hanno tempestato di domande.

“Quale regione sarebbe meno colpita dalla crisi provocata dal cambiamento climatico? La Nuova Zelanda o l’Alaska? È vero che Google sta costruendo a Ray Kurzweil una dimora per ospitare la sua mente? Riuscirà la sua coscienza a sopravvivere alla transizione o, al contrario, perirà e ne rinascerà una completamente nuova?”

Il direttore generale di un’agenzia di brokeraggio, che sta costruendo un bunker, gli ha rivolto una domanda tanto intelligente quanto angosciata: “Come riuscirò a imporre la mia autorità alla mia guardia di sicurezza dopo l’evento?”

Lo scrittore spiega: “L’evento. Questo era l’eufemismo che adoperavano per il collasso ambientale, l’agitazione sociale, l’esplosione nucleare, la diffusione inarrestabile di un virus o il momento in cui l’hacker di Mr. Robot pone fine a tutto”.

Rushkoff spiega che i super-ricchi sono coscienti che avranno bisogno di guardie armate “per proteggere le loro strutture dalle masse incollerite”. Ma non hanno chiaro come le pagheranno “quando il denaro non avrà più valore”. Né come proteggeranno le loro scorte di cibo. 

Insomma, stanno cercando di proteggersi davanti al “cambiamento climatico, all’aumento dei livelli del mare, ai grandi flussi migratori, alle pandemie globali, al panico nazionalista o all’esaurimento delle risorse”.
Sotto terra, ma con una certa eleganza.
Fin qui i punti centrali dell’articolo, che chiunque può analizzare per poi giungere, in ogni caso, a conclusioni diverse. È vero che si può concludere che questi [uomini] molto ricchi soffrono di una certa dose di paranoia e di allucinazioni sul futuro. Tuttavia, se sono giunti a questo punto è perché sanno qualcosa del mondo che noi non dobbiamo ignorare. Ritengo ci siano due temi di fondo.

giovedì 13 dicembre 2018

Messico - "Il desiderio di cambiare milioni di messicani dovrà confrontarsi con la rete di interessi concordata da López Obrador"


Per comprendere cosa significhi l'arrivo di Andrés Manuel López Obrador alla presidenza del Messico e le sfide del governo e del paese in questi nuovi prossimi sei anni, Horizontal ha diffuso questo questionario tra intellettuali e analisti. 
Riportiamo le risposte di Luis Hernández Navarro, coordinatore della redazione “Opinión” de La Jornada ed uno dei più attenti osservatori della politica messicana. 
Crediamo che sia una delle analisi più lucide lette negli ultimi tempi dove, spesso a sproposito, si è voluto leggere nella elezione di AMLO una ripresa del cammino di quella "sinistra" latino americana che invece ha mostrato tutti i suoi limiti negli ultimi anni.

1. Cosa dobbiamo intendere come quarta trasformazione?

Ripetutamente AMLO ha dichiarato che intende essere alla testa della quarta trasformazione nella storia del Messico. Non è solo un'altra proposta, ma uno degli assi centrali del suo progetto. Si tratta, né più né meno, di rifondare lo Stato messicano.

López Obrador sa di cosa sta parlando. Ha studiato, ricercato e scritto sulla storia del Messico. La sua visione della politica è basata ad una riflessione vera e originale su quello che è successo nel Paese.

Tuttavia, nonostante ciò, il candidato non ha specificato o dettagliato la sua iniziativa di "Quarta Trasformazione".  La ha illustrata man mano durante tutta la campagna elettorale, negli incontri e dibattiti, o nelle dichiarazioni come presidente eletto, enunciando in generale le sue caratteristiche. Si tratta - ha detto - di un cambiamento profondo, pacifico e radicale che sradicherà il regime corrotto, l'ingiustizia e i privilegi; di una metamorfosi del corpo politico in cui la sovranità tornerà al popolo.

Come ha spiegato Enrique Semo, le rivoluzioni di Indipendenza, Riforma e Rivoluzione avevano obiettivi precisi associati alla struttura del capitalismo e della nazione. Ma ora, a differenza di quelle, non è stato spiegato quale sia il punto di arrivo di questa quarta trasformazione, né le sue forze trainanti ed i suoi dirigenti, né il suo programma.

Le rivoluzioni di Indipendenza, Riforma e Rivoluzione diedero vita a nuove costituzioni. López Obrador ha rifiutato l'ipotesi di convocare una nuova costituente. Inoltre, ha annunciato che non promuoverà cambiamenti della Magna Carta durante i primi tre anni del suo governo.

Come si può rifondare una nazione e stabilire legalmente un nuovo patto sociale senza una nuova Costituzione? Lottando contro la corruzione? Ovviamente è molto importante moralizzare la vita pubblica del paese. Ma, sebbene la lotta alla corruzione sia una condizione necessaria per inaugurare una nuova fase nella vita pubblica del paese, non è sufficiente.

Per il presidente eletto, la corruzione è il problema principale del paese. Secondo lui, la disuguaglianza è legata alla corruzione della “mafia” che governa e non allo sfruttamento del padrone sul lavoratore. Dal suo punto di vista, quelli che parlano di sfruttamento sono in errore perché "in Messico queste leggi non si applicano".

Nel nostro paese, dice Enrique Semo, l'era delle rivoluzioni borghesi si è chiusa nel 1940. Nessun grande movimento sociale di trasformazione può avere come segno lo sviluppo del capitalismo o la costituzione della nazione. Ciò significa che una quarta trasformazione come quella annunciata da López Obrador richiederebbe una rottura con il modello di sviluppo attuale. Ma non ci sono segnali che qualcosa di simile succederà.

In diversi momenti, López Obrador ha dichiarato che intende smantellare il potere dell'oligarchia per stabilire il potere della Repubblica; separare il potere pubblico dal potere privato, il potere economico del potere politico.

Una concezione di questa natura presuppone una visione bonapartista della politica: ergersi al di sopra delle classi sociali per governare al di fuori di esse. La Repubblica non esiste a margine delle classi sociali.

2. Quale Messico trova il nuovo governo? In quale tappa storica viviamo?

Come succede nei primi momenti che seguono dopo un improvviso incidente stradale su una superstrada in cui sono coinvolte molte macchine, è difficile sapere con precisione dove si sta dirigendo il Messico in questo momento. Molti eventi di segno opposto stanno accadendo contemporaneamente. Situazioni di segno opposto si scontrano tra loro. Nello stesso tempo, López Obrador sta definendo un suo margine di autonomia con il potere economico egemone, favorendo nuovi gruppi di imprese attraverso le grandi opere, lottando contro la corruzione e promuovendo megaprogetti e riforme simili a quelle che i governi del PRI e il PAN hanno cercato di fare ma senza successo.

AMLO riceve un paese devastato dal punto di vista economico, ambientale e sociale, con una grave crisi dei diritti umani e un'ondata di violenza inarrestabile. Un paese con istituzioni sequestrate dal narcotraffico.

Viviamo in un momento di scontro, all'interno del nuovo governo, nel quale si contrapporranno i desideri e la volontà di cambio di milioni di cittadini che hanno votato per Lopez Obrador con la rete di interessi che il candidato ha accettato prima e durante la campagna per vincere.

Uno scontro tra la pretesa del capitale transnazionale di arrivare, attraverso una amministrazione progressista, a progetti e politiche che non è stato possibile fare con i governi del PAN e del PRI, e la resistenza di settori subalterni che saranno colpiti da questi progetti.

3. Che tipo di sinistra rappresenta il governo di Andrés Manuel López Obrador?
Alfonso Romo, futuro capo dell'Ufficio di presidenza di AMLO e coordinatore del suo piano di governo, ha dichiarato alla giornalista Martha Anaya: "Il paese ci sta dando un mandato di centro. È un piano di governo di centro che tiene conto di chi è stato dimenticato. L'importante è far uscire il Messico dalla povertà ".

Questo piano di governo di centro di cui parla l'uomo d'affari può modificare alcuni pezzi dell'attuale modello economico, ma non cammina nella direzione della rifondazione della Repubblica da sinistra. Secondo lo stesso Romo, si tratta di trasformare il Messico in un paradiso per gli investimenti privati, e il sud-est del paese in una grande Zona Economica E-speciale (ZEE).

Con il nuovo governo non è in gioco il cambiamento del modello economico; non è all’ordine del giorno la fine del modello neoliberale in Messico. L'opzione di spostarsi verso una strada diversa dal Consenso di Washington non è alle porte.

Non lo è, per due diversi motivi. Primo, perché, nonostante la retorica, López Obrador non tiene in conto la necessità di percorrere una via post-neoliberista. Il suo programma governativo non propone questa alternativa. Secondo, perché dal 1994-1996 è stata approvata una serie di paletti legali che proteggono giuridicamente il percorso tecnocratico.

Il Progetto alternativo di paese, coordinato da Alfonso Romo, sostiene che lo Stato deve essere recuperato democraticamente e trasformato nel promotore dello sviluppo politico, economico e sociale del paese. Afferma che le persone saranno consultate sul mantenere o cancellare le riforme strutturali. Annuncia che il bilancio sarà veramente pubblico e verrà data la preferenza ai poveri.

Insiste sulla centralità della lotta alla corruzione Ma non parla esplicitamente - come ha fatto in passato - di limare le spine più aguzze del riccio neoliberista.

Tuttavia, sebbene non vi sia una rottura fondamentale con il modello di sviluppo seguito finora, ciò non significa che il suo progetto sia semplicemente in continuità con quello attuale. Certamente ci sono dei cambiamenti. Dove sono? Nella revisione dei contratti per le opere pubbliche e le concessioni governative, che sono, secondo Lorenzo Meyer, il cuore della politica. Soprattutto quelli della costruzione del Nuovo Aeroporto Internazionale di Città del Messico (NAICM) e quelli delle concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

La proposta di AMLO si è concentrata sulla lotta alla corruzione. Per lui è sempre stata fondamentale. Nella sua concezione, le grandi fortune e le disuguaglianze in Messico non derivano dallo sfruttamento, ma dalla corruzione sotto la protezione del potere pubblico. E, secondo lui, nella lotta contro questo male (e nell'abolizione dei privilegi dei dipendenti pubblici), c'è la chiave per promuovere lo sviluppo. Per fare ciò, non ci sarà bisogno di aumenti delle tasse, dell'indebitamento del paese o dell’aumento dei prezzi degli idrocarburi. Un governo che non riconosce la realtà dello sfruttamento difficilmente può essere classificato come di sinistra.

Di volta in volta, Alfonso Romo ha dato garanzie agli investitori che i loro interessi non saranno danneggiati. Tuttavia, una parte di questi si scontrano frontalmente con quelli delle comunità rurali e delle popolazioni indigene. Questo è il caso, ad esempio, delle concessioni minerarie o dei progetti energetici. Anche con l'annunciato di costruire una ferrovia nell'Istmo di Tehuantepec, con il Treno Maya o con l'intenzione di promuovere le piantagioni forestali. Lo scontro tra queste due logiche è incombente e le previsioni sono sconosciute.

4. Cosa o chi è la nuova opposizione?

Il vento che ha portato López Obrador alla presidenza ha smantellato il sistema partitico come era esistito fino ad ora. Non è finita la partitocrazia (i partiti continuano ad avere il monopolio della rappresentanza politica), ma ha colpito con forza il PRI e il PAN, il PRD e il PVEM sono quasi spariti e ha cancellato dalla mappa Nuova Alleanza.

L'opposizione politica al nuovo governo non verrà, essenzialmente, dai partiti politici. Non hanno né il Senato né la Camera dei Deputati, né la forza né la consistenza per farlo. PRI e PAN sono spaccati. Lo erano già prima delle ultime elezioni, ma ora la loro spaccatura è maggiore. La lotta per vedere chi resta con loro è alla morte.

Al momento, chi controlla il tricolore è Osorio Chong, ma se lo contendono due gruppi: Luis Videgaray e Aurelio Nuño (responsabile diretto della sconfitta) ed Emilio Gamboa e Manlio Fabio Beltrones. In effetti, la rimozione di Zamora dalla CNOP (Confederación Nacional de Organizaciones Populares) fu perché il sonorense arrivavasse lì. Tuttavia, questo non è successo. D'altra parte, il governatore di Campeche, Alejandro Moreno, gioca la carta di essere lui a raggiungere la leadership del partito, scommettendo sul diventare un attore chiave nella costruzione lopezobradorista di un blocco di potere nel sud-est.

La rottura del PAN è già un dato di fatto. Felipe Calderón è fuori e scommette sulla costruzione di un nuovo partito, replicando l'esperienza di Morena. Un settore di imprenditori sembra aver già scommesso chiaramente per rafforzare la leadership di Marko Cortés.

mercoledì 5 dicembre 2018

Messico - Bastone di comando e neoindigenismo

di Luis Hernández Navarro 

L’insediamento di Andrés Manuel López Obrador come Presidente è stato, nello stesso tempo, rituale repubblicano e spettacolo. Le messe in scena sono state molte e prolungate. Ne cito alcune: giuramento in San Lázaro; conferimento del bastone di comando indigeno; occupazione cittadina de Los Pinos; pranzo con mandatari; trasferimenti con una modesta auto Jetta bianca; intrattenimento con un ciclista e spettacolo musicale.

Migliaia di persone hanno partecipato alle diverse cerimonie e feste. Con animo gioioso sono diventate attori di una data storica: l’avvio di quello che è stato battezzato come la Quarta Trasformazione. Hanno occupato strade e piazze pubbliche di Città del Messico non per protestare, ma per festeggiare.

Tra le tante cerimonie, una risalta: la consegna al nuovo Presidente da parte di dirigenti indigeni di un bastone di comando, in una cerimonia sui generis (inventata per l’occasione), con invocazioni ai quattro punti cardinali, amuleti, preghiere e copal.

Andrés Manuel López Obrador non è il primo presidente a ricevere il bastone di comando. 

Come ha ricordato Harim B. Gutiérrez, l’uso politico di questo atto è un’abitudine delle campagne elettorali della seconda metà del XX° secolo. Il candidato del PRI alla presidenza Adolfo López Mateos lo ricevette nel 1957 a Guelatao, Oaxaca. Anche alcuni presidenti in carica. A José López Portillo fu concesso a Temoaya, nel 1978. Si tratta di uno scambio di favori politici: i candidati e mandatari ottengono legittimità e le comunità la possibilità di ottenere opere e risorse. Da allora, il patto si è ripetuto con i candidati e capi dell’Esecutivo di turno.

Tuttavia, in questa occasione, la consegna del bastone ha avuto un altro scenario ed un’altra trama: lo Zócalo della capitale, a nome di una rappresentanza dei 68 popoli indigeni del Messico, coordinata dall’Istituto Nazionale dei Popoli Indigeni (INPI).

Il virus è nell’aria ed è contagioso. Così come Claudio X. González e la sua rete di ONG pretendono di parlare a nome della società civile, alcuni leader indigeni legati al nuovo governo si presentano come i rappresentanti di tutti i popoli originari.

Ovviamente chi ha dato al nuovo Presidente il bastone di comando non rappresenta l’insieme degli indigeni del Messico. Rappresentano se stessi e, in alcuni casi, le loro comunità ed organizzazioni. Non parlano per l’insieme del movimento, ma per una corrente di questo che cerca uno spazio in seno all’INPI. Senza andare troppo lontano, il Congresso Nazionale Indigeno, l’articolazione più importante del mondo indio, non ha partecipato a questa cerimonia.

L’idea stessa di un solo bastone di comando che rappresenti l’insieme dei popoli indigeni del paese è stata criticata da molti intellettuali indio ed autorità comunitarie. 

È un’invenzione. I bastoni sono simboli di autorità di ogni comunità, tribù o nazione.

Jaime Martínez Luna, uno dei più brillanti intellettuali zapotechi, insieme ad altri creatore del concetto di comunalidad, ha scritto sulla cerimonia (che ha definito una performance) di investitura dello Zócalo: "Chi lo ha consegnato al nuovo Presidente della nazione in questa occasione non rappresenta nessuno. Lui lo sa, e lo sa il Presidente. Lo sappiamo noi che guardiamo un rituale inesistente in termini reali, per una nazione inesistente".

sabato 1 dicembre 2018

Argentina - La final del mundo

Macri aveva detto che lo svolgersi pacifico della partita tra River e Boca sarebbe stata la dimostrazione del fatto che il governo è in grado di garantire nel fine settimana lo svolgimento pacifico del G20. “Non l’avesse mai detto…”, scrive da Buenon Aires Franco Berardi Bifo. Secondo Bifo “il summit è destinato a essere segnato dal fallimento totale del discorso neoliberale”, anche se non ci sarà nessuna dichiarazione di questo tipo. Non ci sarà neanche un’insurrezione dei movimenti. Trent’anni di dominio sulla società del capitalismo finanziario, come dimostra la folla scatenata per la partita di Buenos Aires, hanno provocato per lo più impoverimento, umiliazioni e demenza… Tracce di mondi diversi, tracce di umano si nascondono oggi “nei teatri numerosi e vivaci, nelle innumerevoli librerie di Buenos Aires, nelle scuole autogestite…, negli spazi in cui si organizza una resistenza di lungo periodo…”
Un laboratorio di Hip Hop con i bambini in strada a Buenos Aires, promosso durante le iniziative contro il G20 (foto di CRIA Asociación Civil)

di Franco Berardi Bifo

La final del mundo

Macri aveva detto che lo svolgersi pacifico della partita fine del mondo tra River e Boca, annunciata per il giorno 24 alle cinque del pomeriggio, sarebbe stata la dimostrazione del fatto che il ministero della Sicurezza della signora Bullrich – la Salvini argentina – è in grado di garantire uno svolgimento pacifico del vertice globale dei venti potenti.

Non l’avesse mai detto. Sabato ventiquattro è stato prima di tutto una figuraccia mondiale, e forse anche l’annuncio di un’apocalisse. Prima della partita i giocatori del Boca sono stati aggrediti nel loro pullman, due di loro feriti gravemente, poi sono state lanciate sostanze tossiche nello stadio e negli spogliatoi, poi la polizia ha chiuso gli ingressi, ha picchiato colpevoli e innocenti, ha caricato padri di famiglia col biglietto mentre migliaia di ubriachi seminavano il terrore tutt’intorno. La partita è stata sospesa e rinviata di ora in ora, finché alle sette e mezzo è arrivata la notizia che la partita era rinviata al giorno dopo. 

I padroni del calcio (amici di Macri, che fu presidente del Boca negli anni Novanta) hanno tentato in tutti i modi di costringere i calciatori a scendere nella fossa gigantesca dello stadio Monumental. Ma i giocatori hanno risposto di no, stavano negli spogliatoi vomitando, con gli occhi irritati dai fumi dei gas, terrorizzati da quel che poteva accadergli se fossero tornati in campo.

Il giorno dopo, domenica 25, gli organismi dirigenti del calcio argentino hanno deciso di rimandare nuovamente. A quando non si sa. Una nuova giornata di battaglia a pochi giorni dalla Cumbre Global del G20 non avrebbe migliorato l’immagine del governo argentino.

Nelle reti sociali circola un meme: “Angela Merkel ha telegrafato che questo G20 è meglio che lo facciamo in Skype”.

La parola fine

Sono venuto in Argentina all’inizio di novembre per presentare un libro che in questo paese è pubblicato col titolo Fenomenologia del fin, però non potevo immaginare che la parola “fine” era destinata a diventare il filo rosso del mio viaggio. L’ho scoperto poco a poco durante un mese di permanenza, mentre si stava avvicinando la data della mia partenza che avverrà più o meno in contemporanea con l’arrivo dei venti uomini (con qualche donna) più potenti del pianeta.

Però ho capito pienamente le parole di Mario Bergoglio il giorno in cui prese nome Francesco (“sono un uomo che viene dalla fine del mondo”) sabato 24 alle otto di sera quando è stato chiaro che non si poteva disputare la partita tra River e Boca, le due squadre (entrambe argentine, entrambe bonairensi) che si contendono la coppa continentale.