lunedì 23 luglio 2018

Foreste occupate - Vivere e resistere sugli alberi


Dal Nord America all'Europa: lotte di resistenza contro la deforestazione e per la difesa della Terra

di Liza Candidi

“Vivo sugli alberi da cinque mesi. È l’unico modo che ho per proteggere la vita che la foresta ci ha dato. L’unico modo per chiamarmi fuori da questo abominevole sfruttamento”
Gipsy Eyes, 23 anni, attivista californiana

Centinaia di corpi nudi avvinghiati ad alberi tanto alti che non se ne vede la cima. Così alcuni attivisti difendono le sequoie giganti dall’arrivo di bulldozer pronti ad abbatterle. È solo una delle recenti proteste dei forest defenders della California settentrionale, che da trent’anni tutelano uno fra i patrimoni naturalistici più spettacolari del Nordamerica: alberi colossali di duemila anni che sfiorano i cento metri d’altezza, annoverati fra gli esseri viventi più antichi del pianeta.

Questa foresta, che prima dell’era industriale si estendeva fino a 9000 kmq, è ora ridotta ad appena il 5%, di cui oltre tre quarti in mano privata.

A salvaguardia di ciò che rimane vi sono associazioni e movimenti ecologisti, come la radicale Earth First!, ma anche comitati locali e semplici cittadini, che organizzano proteste, sabotaggi di macchinari e tree-sits: occupazioni di alberi a decine di metri di altezza che costringono i boscaioli a rinunciare all’abbattimento. In questo modo gli occupanti presidiano le foreste primordiali destinate al legname, vivendo giorno e notte su tronchi oscillanti o piattaforme aeree, sprezzanti del vento freddo che soffia dall’oceano.




















È dagli anni Ottanta che questa regione della California è teatro di scontri permanenti fra ambientalisti e boscaioli redneck. In passato non sono mancate nemmeno sanguinose repressioni da parte delle forze dell’ordine, che hanno coinvolto anche l’FBI e impianti accusatori poi rivelatisi infondati.

Disobbedienza civile e occupazioni pacifiche – come quella famosa di Julia Butterfly Hill, l’attivista ventitreenne che per due anni di fila visse su una sequoia millenaria – hanno portato alla salvaguardia di alcune aree boschive, facendo approvare leggi statali a tutela degli heritage trees più antichi. Ma non è abbastanza. Nonostante la siccità stia desertificando ampie zone della costa occidentale statunitense, grosse multinazionali protette dall'ambigua etichetta di ‘forestazione sostenibile’ progettano disboscamenti e costruzioni di strade in foreste vergini.

Ricorrono a pesticidi e a scellerate tecniche di avvelenamento degli alberi, come l’economica Hack and squirt, erbicidi iniettati nel tronco per distruggerne lentamente la linfa, che finiscono per contaminare l’ecosistema ad ampio raggio.

L’ultimo fronte di lotta ambientale in California si trova nella Mattole Watershed Forest, un’antica foresta di conifere, che la Humboldt Redwood Company (HRC) ha intenzione di soppiantare con specie a rapida crescita, molto più lucrative per l’industria del legname.
Un gruppo di attivisti dell’Humboldt County è finora riuscito a evitare il disboscamento occupando il punto d’accesso alla foresta, una zona remota che si raggiunge solo in sette ore di cammino dal paese più vicino.

Qui, fra imponenti abeti di Douglas, hanno costruito una barricata con ingegnosi tripodi in legno che sostengono, tramite funi, una piattaforma aerea in cui vivono gli occupanti. Se i dipendenti della HRC dovessero rimuovere il blocco, si macchierebbero immancabilmente di omicidio colposo.
Da ormai un anno, a ogni temperatura, gli attivisti si danno il cambio su quella che chiamano “il guscio del cielo”, sospeso a venti metri da terra, leggendo e suonando, sostentandosi con le generose provviste fornite dai simpatizzanti. Resistono alle incursioni delle guardie ed eludono il controllo di elicotteri e droni inviati per sorvegliare l’area.
Mentre gli attivisti nella foresta tengono lontani i bulldozer, comitati in città organizzano corsi per insegnare ad arrampicarsi sugli alberi con corde e moschettoni, raccolgono fondi per la difesa di militanti arrestati per aver valicato proprietà privata (vale a dire la foresta vergine, che pur dovrebbe essere bene pubblico), fanno campagne per sensibilizzare anche i lavoratori stagionali, spesso messicani impiegati nell’industria del legno per pochi dollari all’ora.
Lo sforzo congiunto ha permesso di raggiungere un primo importante traguardo: lo scorso 24 aprile l’HRC ha rinunciato definitivamente al progetto di costruire una strada all’interno di questa preziosa foresta.


Anche in Europa sono in corso ostinate battaglie condotte ad altezze vertiginose. In uno dei distretti industriali in Renania c’è un bosco in stato d’occupazione dal 2012. Si tratta dell’Hambacher Forst, una foresta di 12mila anni che ospita 140 specie protette e che negli scorsi decenni è stata quasi integralmente distrutta dall’industria estrattiva del carbone.
Ora al suo posto si estende un’area desertica, la più grande miniera di lignite d’Europa, nonché il distretto del continente che più produce CO2, responsabile da solo dell’emissione di un terzo di anidride carbonica dell’intera Germania.
Nonostante l’inquinamento e le scarse prospettive dell’energia fossile, il colosso energetico RWE prosegue l’estrazione del carbone deforestando e spostandosi nelle zone adiacenti, una volta esaurito il filone estrattivo. Il potere economico e contrattuale dell’azienda è tale che fa perfino dislocare interi paesi per ampliare il raggio d’estrazione.

In ciò che rimane della foresta, appena un decimo dell’estensione originale, vivono oltre 100 occupanti – in altri periodi della protesta erano 2000 – provenienti dalla Germania ma non solo.

Vivono in una sorta di villaggio aereo, costituito da una trentina di case sull’albero e ponti sospesi che le collegano. Le capanne, isolate con la paglia contro i rigidi inverni, hanno energia autonoma proveniente da pannelli solari e piccole pale eoliche.

La copertura internet permette agli occupanti di portare avanti attività politiche legate alla giustizia ambientale e sociale, ma anche di lavorare o studiare nel bosco. Qui vigono specifiche regole antigerarchiche e antipatriarcali, in cui è abolita la proprietà privata a favore dei beni collettivi. Il villaggio aereo rende vani anche gli sgomberi della polizia, a cui gli occupanti resistono incatenandosi agli alberi a decine di metri di altezza.

Frequenti sono anche le barricate all’interno della cava d’estrazione, come quella dello scorso novembre, in cui centinaia di attivisti da tutto il mondo si sono distesi sugli enormi escavatori di carbone, bloccandone l’attività. Lo scopo non è solo proteggere l’ultimo polmone verde del distretto, ma chiedere un cambiamento sistemico radicale e la dismissione immediata dell’energia fossile.
“Ci accusano di voler mettere a rischio migliaia di posti di lavoro, bloccando l’estrazione di lignite, ma su questo piano non c’è proprio confronto. Noi qui parliamo della vita di milioni di persone. I gas serra prodotti in quest’area distruggono l’ambiente, la salute, il diritto ad esistere. Milioni di profughi climatici vengono dal Sud del mondo, sono loro a pagarne per primi le conseguenze e non i paesi che causano il riscaldamento globale”, spiega una giovane militante che abita in un’equipaggiata casa sull’albero.
All’entrata del villaggio, in cui si organizzano anche workshop e incontri con i media, campeggia uno slogan rivolto alla RWE tanto semplice quanto determinato: Respect existence or expect resistance.

Durante i cinque anni di occupazione permanente non è mai venuto meno l’appoggio di numerose associazioni e movimenti internazionali. Anche qui, la sinergia della mobilitazione ha fatto sì che tribunali amministrativi locali abbiano decretato un primo stop alle attività estrattive. Nel frattempo, gli attivisti continuano a vivere sugli alberi, altri ancora restano in carcere. 


Un migliaio di chilometri più a est, fra la Polonia e la Bielorussia, si è appena conclusa un’altra grande battaglia a difesa dell’ultimo lembo della foresta primordiale che un tempo copriva l’Europa, quella di Białowieża, patrimonio Unesco dell’umanità dal 1992, nonché Riserva della biosfera.

La decisione del governo polacco nel 2016 di alzare di tre volte la soglia limite consentita per il taglio boschivo aveva mobilitato attivisti internazionali e varie ONG, fra cui ClientEarth, una no-profit di avvocati ecologisti.

Dopo varie proteste, a cui sono seguite centinaia di arresti, lo scorso 18 aprile l’alta Corte di giustizia dell’Unione europea ha decretato l’illegalità del taglio boschivo in una foresta considerata “di eccezionale valore universale”, minacciando di sanzionare il governo polacco qualora non rispetti il divieto.

La vittoria di Białowieża ha fatto esultare gli abitanti sugli alberi in ogni parte del globo. “È la prova che non siamo esaltati. Queste occupazioni non sono un capriccio, sono essenziali per guadagnare tempo” – racconta un attivista tedesco, arrampicatore delle foreste – “Quando la devastazione è troppa, è necessario agire subito. Poi, magari dopo anni, le istituzioni si svegliano e mettono sotto tutela qualcosa. Ma il primo passo tocca a ognuno di noi. Aspettare che siano gli altri a farlo è sempre fatale”.


foto e video di Liza Candidi