lunedì 3 giugno 2013

Turchia - Lettera da Istanbul: dalla Turchia al mondo


Si protesta per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere in democrazia. La città si stringe solidale contro il governo.

di Sumandef Hakkinda*

Ai miei amici che vivono fuori dalla Turchia: scrivo per farvi sapere cosa sta succedendo a Istanbul da cinque giorni. Personalmente sento di dover scrivere perché la maggior parte della stampa è stata messa sotto silenzio dal governo e il passaparola e internet sono i soli mezzi che ci restano per raccontare e chiedere sostegno. Quattro giorni fa un gruppo di persone non appartenenti a nessuna specifica organizzazione o ideologia si sono ritrovate nel parco Gezi di Istanbul. Tra loro c'erano molti miei amici e miei studenti. Il loro obiettivo era semplice: evitare la demolizione del parco per la costruzione di un altro centro commerciale nel centro della città. Ci sono tantissimi centri commerciali a Istanbul, almeno uno in ogni quartiere. Il taglio degli alberi sarebbe dovuto cominciare giovedì mattina. La gente è andata al parco con le coperte, i libri e i bambini. Hanno messo su delle tende e passato la notte sotto gli alberi. La mattina presto quando i bulldozer hanno iniziato a radere al suolo alberi secolari, la gente si e' messa di mezzo per fermare l'operazione.

Non hanno fatto altro che restare in piedi di fronte alle macchine.Nessun giornale né emittente televisiva era lì per raccontare la protesta. Un blackout informativo totale. Ma la polizia è attivata con i cannoni d'acqua e lo spray al peperoncino. Hanno spinto la folla fuori dal parco.

Nel pomeriggio il numero di manifestanti si è moltiplicato. Così anche il numero di poliziotti, mentre il governo locale di Istanbul chiudeva tutte le vie d'accesso a piazza Taksim, dove si trova il parco Gezi. La metro è stata chiusa, i treni cancellati, le strade bloccate. Ma sempre più gente ha raggiunto a piedi il centro della città. Sono arrivati da tutta Istanbul. Sono giunti da diversi background, da diverse ideologie, da diverse religioni. Si sono ritrovati per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere dignitosamente come cittadini di questo Paese.

Hanno marciato. La polizia li ha respinti con spray al peperoncino e gas lacrimogeni e ha guidato i tank contro la folla che offriva ai poliziotti cibo. Due giovani sono stati colpiti dai tank e sono stati uccisi. Un'altra giovane donna, una mia amica, è stata colpita alla testa da uno dei candelotti lacrimogeni. La polizia li lanciava in mezzo alla folla. Dopo tre ore di operazione chirurgica, è ancora in terapia intensiva in condizioni critiche. Mentre scrivo, non so ancora se ce la farà. Questo post è per lei.

Nessun agenda nascosta
Queste persone sono miei amici. Sono i miei studenti, i miei familiari.Non hanno "un'agenda nascosta", come dice lo Stato. La loro agenda è là fuori, è chiara. L'intero Paese viene venduto alle corporazioni dal governo, per la costruzione di centri commerciali, condominii di lusso, autostrade, dighe e impianti nucleari. Il governo cerca (e quando è necessario, crea) ogni scusa per attaccare la Siria contro la volontà del suo popolo.

E, ancora più importante, il controllo del governo sulle vite personali della sua gente è diventato insopportabile. Lo Stato, dietro la sua agenda conservatrice, ha approvato molte leggi e regolamenti sull'aborto, il parto cesareo, la vendita e l'utilizzo di alcol e anche il colore del rossetto delle hostess delle compagnie aeree.

La gente che sta marciando verso il centro di Istanbul chiede il diritto a vivere liberamente e a ottenere giustizia, protezione e rispetto dallo Stato. Chiede di essere coinvolta nel processo decisionale della città in cui vive. Quello che invece ha ricevuto è violenza e un enorme numero di gas lacrimogeni lanciati dritti in faccia. Tre persone hanno perso la vista.

Eppure continuano a marciare. Centinaia di migliaia si stanno unendo. Duemila persone sono passate sul ponte del Bosforo a piedi per sostenere la gente di Taksim. Nessun giornale né tv era lì a raccontare cosa accadeva. Erano occupati con le notizie su Miss Turchia e "il gatto più strano del mondo". La polizia ha continuato con la repressione, spruzzando spray al peperoncino tanto da uccidere cani e gatti randagi.

Scuole, ospedali e anche hotel a cinque stelle intorno a piazza Taksim hanno aperto le porte ai feriti. I dottori hanno riempito le classi e le camere di albergo per dare primo soccorso. Alcuni poliziotti si sono rifiutati di spruzzare lo spray e lanciare lacrimogeni contro persone innocenti e hanno smesso di lavorare. Intorno alla piazza hanno posto dei disturbatori per impedire la connessione internet e i network 3G sono stati bloccati. I residenti e i negozi della zona hanno dato alla gente in strada accesso alle loro reti wireless, i ristoranti hanno offerto cibo e bevande gratis.

La gente di Ankara e Izmir si è ritrovata nelle strade per sostenere la resistenza di Istanbul. I media mainstream continuano a raccontare di Miss Turchia e del "gatto più strano del mondo".

*** 

Scrivo questa lettera così che possiate sapere cosa succede a Istanbul. I mass media non ve lo diranno. Almeno non nel mio Paese. Per favore postate più articoli possibile su internet e fatelo sapere al mondo.

Mentre pubblicavo articoli che spiegavano quanto sta avvenendo ad Istanbul sulla mia pagina Facebook la scorsa notte, qualcuno mi ha chiesto: "Cosa speri di ottenere lamentandoti del tuo Paese con gli stranieri?". Questa lettera è la mia risposta.

Con il cosiddetto "lamentarmi" del mio Paese, io spero di ottenere:

Libertà di parola e espressione,

Rispetto per i diritti umani,

Controllo sulle decisione che riguardano il mio corpo,

Diritto a radunarsi legalmente in qualsiasi parte della città senza essere considerato un terrorista.

Ma soprattutto dicendolo al mondo, ai miei amici che vivono nel resto del globo, spero di aprire i loro occhi, di aver sostegno e aiuto. 

*Originariamente pubblicato sul blog defnesumanblogs.com 

sabato 1 giugno 2013

Turchia - Istanbul: continua la protesta in piazza Taksim

NEWS_139419.jpgContinuano per il secondo giorno le proteste nel cuore di Istanbul  contro la distruzione del parco Gezi, in piazza Taksim.
Di nuovo la polizia ha lanciato gas lacrimogeni nel tentativo di disperdere i numerosi manifestanti. La richiesta della piazza è che il premier Recep Tayyip Erdogan fermi la costruzione di un centro commerciale e di una nuova moschea.
Molte persone sono rimaste ferite negli  scontri e secondo l'agenzia Dogan 81 ci sono stati circa 80 fermati. Amnesty international ha denunciato le violenze fatte dalla polizia.
Di fronte alla protesta il premier turco, Recep Tayyip Erdogan ha affermato che ''la polizia è già intervenuta e continuerà a intervenire perché piazza Taksim non può essere un'area in cui gli estremisti fanno come gli pare''.
In piazza giovani, intellettuali, esponenti politici dell'opposizione. La protesta infatti racchiude molti dei motivi di critica sociale alle politiche del  governo islamico: dalle scelte economiche neoliberiste alle privatizzazioni, dai tentativi di chiudere spazi alle proposte contro le libertà personali.

Di seguito l'articolo apparso oggi in Nena News.

Turchia, a migliaia in strada contro la distruzione del parco Taksim

di Sara Datturi
Diecimila persone si sono ritrovate nel parco di Taksim che il governo vuole distruggere, per gridare "Yeterli", basta, al liberismo sfrenato e a una idea distorta di progresso

Indignazione: forte, contratta.. infinita. Di quelle che ti fanno stringere lo stomaco, serrare I denti e trattenere il fiato. Istanbul, una megacity che continua il suo slancio economico verso un profitto fittizio, offuscato, malato. Le conseguenze di questo neo liberalismo sfrenato si riversano su tutta la cittadinanza: orari di lavoro interminabili, spazi verdi riconvertiti in super centri commerciali, urban gentrification, ineguaglianza.

Lo slogan principale è arricchirsi, lavorare per comprare una nuova casa, nuovi vestiti, una macchina.. ma a quale prezzo?

Cultura, identità, storia, religione.. intrecciate e ritrasformate. Un parco, quello di Taksim, diventa il simbolo di un malcontento che da troppo tempo pizzica silenzioso ma presente i cuori accoglienti di queste donne e uomini Turchi. Un parco che un governo che si definisce democratico, aperto al progresso e "attento ai problemi sociali" vuole distruggere, ritrasformare, vendere.

Tre giorni fa quando le ruspe hanno cercato di distruggere i primi alberi ecco che i primi attivisti, donne, bambini, anziani sono accorsi per dire NO, per gridare BASTA a questo tipo di politiche orientate al profitto di pochi. Troppo silenzio e accettazione passiva.. ora YETERLI! (basta).

Troppi distretti di Istanbul sono e stanno cambiando, sono assediati dai nuovi progetti di trasformazione urbana promossi dal governo, che li ha giustificati utilizzando discorsi quali il rischio di terremoti, la riduzione del crimine e della sporcizia, in nome di un nuovo benessere. Alcuni distretti come quello di Tarbalasi (zone appena vicino il centro di Taksim), un quartiere Greco, armeno e ordotosso dove negli anni 70 ed 80 si sono traferiti Turchi provenienti dal Sud-est, e negli ultimi anni migranti africani sta vivendo questo dramma.

Quest'area è stata soggetta a scontri periodici da parte degli abitanti perché definita e scelta come area da rinnovare, ritrasformare, distruggere. Distruzione non solo degli edifici, ma allontanamento forzato di una comunità con una cultura e tradizioni forti, vive, colorate.. piene di vita e di memoria storica che si intrecciano e coesistono con i valori di un progresso finto in cui tanti di loro non si riconoscono.

Come Tarbalasi , esistono tante altre aree che stanno aspettando di essere cambiare, rinnovate, annullate in nome di grandi spazi residenziali con piscine e palazzoni da 12 piani. Uno spazio urbano che cambia, una società che chiede di partecipare, di essere interpellata in questo processo. Niente di tutto questo, questo governo così bravo nelle public relations da attirare investitori locali e stranieri non accetta deroghe, cambiamenti, comunicazione con i suoi abitanti. Il padre della patria ha deciso, e non si torna più indietro.

Punto e a capo. L'altro ieri questo ingranaggio distorto e malato si è inceppato, tanti granellini di sabbia l'hanno inceppato, hanno detto NO. Tanta gente di tutte le età si è ritrovata in questo parco con i sui pioppi settantenni per gridare, ballare, riprendersi lo spazio pubblico di una città che nel giro di dieci anni è diventata la vetrina di troppe multinazionali. Sogni, progetti, vita.. musica, striscioni, slogan.. occhi di giovani e di anziani che si legano indissolubilmente alla storia di una Turchia così complessa, nostalgica e forte.

La cultura del relax in questi giorni si è trasformata in resistenza. Una guerriglia urbana è in corso nella zona del parco di Taksim, nella piazza centrale e nella strada principale Istiklal. La polizia ha avuto ordini di reprimere, sopprimere, impastare e distruggere questo granello di sabbia. La reazione della polizia è folle, criminale, completamente disumana. Stanno utilizzando gas lacrimogeni come caramelle, getti di acqua grigia e manganelli per disperdere ed impaurire la gente, per violentare ogni germe di ribellione. Colpiscono tutti: anziani, turisti, attivisti, bambini.. ogni elemento che si trovano di fronte. Sono il frutto di un lavaggio del cervello sottile e strategico. Li guardo: hanno visi giovani, occhi spenti ma convinti... mi chiedo quale siano le loro storie, quali decisioni ed esperienze li abbiamo portati a combattere per distruggere, colpire al cuore la forza della "loro "gente. Forse non hanno avuto scelta. Un lavoro prima di tutto e poi il resto non conta. Ma è davvero così? Tante domande scorrono nella mia testa.. memorie di lotte passate in Italia, Europa e Palestina. Tanti granelli.. tanti castelli di sabbia che sono nati e lottano instancabili contro le onde di questo sistema contradditorio e luccicante, che promette di "avere" e dimentica la dimensione innata umana dell' "essere".

Il 30 maggio 2013, 10,000 persone si sono ritrovate nel parco di Taskim per gridare NO. La pentola a pressione è scoppiata. La repressione violenta della polizia di queste notti nei confronti degli attivisti rimasti nel parco ha riportato e riattivato la popolazione. Il risultato è stato la guerriglia urbana di oggi, diventata tale, dopo che la polizia ha attaccato con centinaia di gas lacrimogeni, manganelli e gettate di acqua grigia ogni abitante arrivato in piazza per dimostrare indignazione, il diritto a riprendersi la città, a chiedere in modo legittimo di ripensare e cambiare questo spazio urbano sociale.

Gli scontri sono ancora in atto al momento... ieri sera era prevista un'altra manifestazione alle 7. Il sistema si è inceppato, tanta gente che era rimasta nel dormiveglia, intrappolata in questo castello di vetro del progresso sta germogliando e ascoltando il suo lato umano.. l'individualismo è stato rinchiuso in nome di una solidarietà pronta a combattere, resistere per decidere come vuole e se vuole essere cambiata. Il granello è nato, è stato lanciato... Ancora una volta questa giungla umana sta riscrivendo la sua storia. E io ho deciso di esserne parte.


Tratto da: Nena News

Germania - Blockupy Frankfurt ferma il "cuore pulsante" della finanza europea

Come la coalizione dei movimenti ha imposto dal basso lo "sciopero" della Banca Centrale Europea

di Beppe Caccia
Non era mai accaduto che gli oltre millecinquecento dipendenti della Banca Centrale Europea “scioperassero”. E soprattutto che lo facessero nello stesso giorno gli impiegati delle sedi principali della Kommerzbank e della Deutsche Bank, paralizzando così le attività d’ufficio di tutto il distretto della finanza a Francoforte. E’ successo ieri. E questa inedita forma di “sciopero sociale” nelle fabbriche di carta delle maggiori istituzioni finanziarie d’Europa è stato l’effetto delle azioni di quasi tremila attivisti raccolti nella coalizione Blockupy Frankfurt.
Un risultato straordinario, cui reti militanti e organizzazioni in lotta contro le politiche di austerity e provenienti da diverse città tedesche, ma anche da Spagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Francia e Italia hanno lavorato per un anno, e che si è concretizzato nelle prime ore del mattino di ieri.
Erano infatti le 5.30 quando in corteo non autorizzato i primi spezzoni del Blocco anticapitalista sono partiti dal campeggio autogestito di Rebstock e hanno percorso quattro chilometri  fino al centro cittadino, aggirando innumerevoli presidi di polizia, certo meno aggressiva dello scorso anno, ma onnipresente in gran numero.
Giunti alle sette sotto la Eurotower, il grattacielo sede della BCE, si sono disposti in sei differenti blocchi ad altrettanti incroci, strategici per l’accesso agli uffici. Qui l’immagine della Banca Centrale, cioè di uno dei tre vertici della Troika al comando della presente governance e dei processi di integrazione europea, era quella di un fortino assediato. Prima ancora che dai contestatori, la torre era circondata da un perimetro di transenne antisfondamento e da un robusto schieramento di poliziotti in tenuta antisommossa, arrivati da tutta la Germania.
E mentre alcune banche avevano già prudentemente concesso ai propri dipendenti un giorno di ferie supplementare, per gli sparuti impiegati di Mr. Draghi che si affacciavano nei dintorni della Neue Mainzer strasse non c’era niente da fare. Fermamente, ma cortesemente, venivano invitati a tornarsene a casa.
Inevitabile il nervosismo delle forze di polizia, nonostante numerose mobilitazioni e l’attivazione dell’opinione pubblica avessero garantito, negli ultimi mesi, la formale conquista del diritto a manifestare tutelato dalla Grundgesetz tedesca. C’è stato il provocatorio tentativo di fermare alcuni attivisti, isolandoli e strappandoli ai blocchi, così come quando i manifestanti, soprattutto dei Centri sociali italiani, si sono avvicinati agli sbarramenti premendo con forza su di essi, sono partite piccole cariche condite dall’irrorazione di micidiale spray al peperoncino. Cui, ironicamente, ha fatto da controcanto uno slogan di nuovo conio: “aglio, olio e peperoncino, contro l’austerity e per il reddito”.
Ma, nel complesso, è stata la determinazione dei partecipanti ai blocchi, sotto una pioggia battente, ad avere la meglio e a paralizzare per un giorno nei fatti - altro che “protesta simbolica” - il cuore pulsante della grande finanza europea, trasformando la “Gotham City dell’Euro” in una ghost town popolata di grattacieli vuoti, lampeggianti blu e migliaia di attivisti che sciamavano in cortei liberi e selvaggi.
Conclusa così verso mezzogiorno quella che era stata definita la “prima onda” della protesta, i blocchi si sono sciolti, riarticolati e ricomposti in tre diverse iniziative, con l’obiettivo di indicare e colpire alcuni “attori” della gestione capitalistica della crisi, che si è tradotta per usare le parole di Karin Zennig - una delle portavoce di Blockupy - in “un gigantesco processo di ristrutturazione dei rapporti di forza tra le classi, che ha ridistribuito in termini sempre più ineguali e polarizzati la ricchezza socialmente prodotta.”
Cinquecento attivisti hanno per ciò circondato in Willy-Brandt-platz la sede della Deutsche Bank, evidenziandone le responsabilità nell’attivo supporto ai processi di privatizzazione di servizi pubblici e beni comuni in Europa, alle speculazioni legate al land grabbing in Africa e, dappertutto, alla produzione e al traffico d’armi. Un combattivo presidio che si è concluso con l’incendio di un gigantesco carro armato di cartapesta, simbolo degli affari bellici della Germania nei cinque continenti.
Contemporaneamente diverse centinaia di manifestanti raggiungevano lo Zeil, la via pedonalizzata dedicata allo shopping nel centro antico di Francoforte, affollata per gli acquisti del venerdì pomeriggio: qui nel mirino erano invece i grandi centri commerciali e i più famosi marchi multinazionali dell’abbigliamento. Gli uni impegnati nel tentativo di cancellare le organizzazioni sindacali e di precarizzare sistematicamente il lavoro al proprio interno. Gli altri colpevoli di sfruttare manodopera a basso costo nel Sud del mondo. E così, in simultanea, un primo gruppo picchettava gli ingressi della catena Karlstad imponendo lo sciopero, un secondo inscenava un sit it davanti alle vetrine del grande mall “My Zeil”, un altro ancora, guidato dagli italiani della Coalizione per Blockupy, chiudeva dopo un corpo a corpo con la polizia il maxi store di Benetton: “non dimentichiamo – spiegava al megafono Luca Tornatore – i millecento operai assassinati in Bangladesh per un euro al giorno di salario e da qui avvertiamo la multinazionale di Treviso che la nostra campagna di boicottaggio diventa internazionale.”
Intanto un migliaio di attivisti, divisi in tre gruppi, riusciva a raggiungere l’Aeroporto Intercontinentale, uno dei più trafficati hub d’Europa, ma anche uno dei principali scali d’imbarco per il respingimento di richiedenti asilo e migranti. “Chiudere l’aeroporto delle deportazioni” si poteva leggere sullo striscione posto alla testa di un corteo interno che ha attraversato il Terminal 1. La polizia però si scatenava con i manifestanti rimasti all’esterno, con qualche carica rabbiosa e fermi isolati.
Una giornata intensissima, in cui “il cuore finanziario d’Europa non ha pulsato”, conclusa da incontri e assemblee nella sede del sindacato DGB e dagli ultimi preparativi per una manifestazione conclusiva che si annuncia per oggi assai partecipata.

tratto dal Manifesto

Turchia - Non si ferma la protesta in piazza partita in difesa del Parco di Gezi

E' iniziato tutto lunedì scorso quando una cinquantina di manifestanti che protestavano pacificamente contro la demolizione di un parco, una delle poche aree verdi del centro, per far spazio alla ricostruzione di una fortezza militare storica dell'epoca ottomana accompagnata da un centro commerciale, sono stati allontanati con violenza dalla polizia.
La violenza usata ha fatto sì che nei giorni seguenti aumentasse il numero dei manifestanti. Alla protesta si sono associati deputati dell'opposizione, scrittori, artisti ed intellettuali.
In migliaia hanno occupato il Parco Gezi, con tende, slogans e canti. La polizia ha attaccato l'acampada con inaudita violenza: “ci hanno attaccato con idranti e gas lacrimogeni, quando c'erano migliaia di persone nel parco” hanno dichiarato i manifestanti.
Ci sono stati più di 100 feriti, più di sessanta arrestati, tra cui giornalisti e deputati. 
I manifestanti dicono che il Parco è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso contro le decisioni del governo. C'è chi parla di "primavera turca" mentre i manifestanti continuano a tornare in piazza nonostante le cariche della polizia.
Nuovi scontri nella zona centrale della città anche oggi. La tag “resistenza per il Parco Gezi” ha iniziato a circolare in twitter e le proteste ci sono state anche in altre città del paese.
Le ragioni della protesta sono sintetizzate nelle dichiarazioni in alcuni giornali: “Mai sentita una cosa del genere: è uno scherzo. Che cosa vogliono da questo bellissimo parco? Tutto intorno a Taksim è pieno di centri commerciali. Perché vogliono privatizzare anche qui? Tutto il Paese è stato privatizzato, noi condanniamo questo governo”.
Dietro alla protesta la critica alle politiche del governo per le privatizzazioni, le devastazioni ambientali, le politiche di austerità tanto è vero che la presenza in piazza non si ferma.
Una protesta forte, moderna, europea in questo paese modificato negli ultimi anni in particolare nelle aree urbane.

venerdì 31 maggio 2013

Tunisia - Amina libera! Free Amina! liberez Amina!

Resta in carcere l'attivista tunisina - Comunicato del comitato di sostegno per l'attivista femminista Amina.  

Amina Tyler resta in carcere. La decisione è stata presa dal giudice istruttore del processo contro l'attivista tunisina, che ha avanzato contro laragazza nuove accuse di comportamento immorale e profanazione di un cimitero. Il giudice di Kairouan ha poi dichiarato che la giovane sarà interrogata il 5 giugno. Amina, arrestata a Kairouan, luogo in cui doveva esserci un congresso di salafisti integralisti, dopo aver scitto Femen su un muro era stata accusata di "possesso di una bomboletta di gas".
Oggi si è svolta l'udienza e i commentatori ensavano che il tutto si sarebbe risolto con un'ammenda, invece contro di lei sono state spiccate nuove accuse e resta ancora in carcere.

Di seguito il comunicato del Comitato nato per sostenerla e richiederne la liberta tratto dal blog "A tunisian girl"« La Tunisia è uno stato civile e le donne tunisine sono libere  » (Amina-18 maggio 2013)

Noi annunciamo la creazione del COMITE DE SOUTIEN POUR l’ACTIVISTE FEMINISTE TUNISIENNE - AMINA (Femen).
Amina è stata arrestata il 19 maggio 2013 a Kairouan città dove doveva svolgersi il Congresso d’Ansar Chariaa. Il suo processo sarà giovedì 30 maggio al tribunale di Kairouan. Da domenica 19 Maggio è in prigione.

Amina aveva considerato di essere presente a Kairouan nonostante l'annullamento del congresso non solo in quanto attivista femminista ma in anche in quanto cittadina tunisina prima di tutto, davanti all'integralismo che cresce nel paese.

Amina aveva ottenuto una borsa di studio per proseguire i suoi studi all'estero - cosa difficile per molti giovani proprio per essere attivisti. Non ha esitato a mettere in gioco il suo avvenire ed anche la sua vita decidendo di contrastare i  Salafisti di Ansar Chariaa che portano avanti azioni sempre più violente, in molti casi nell'impunità sfidando lo stato tunisino, che appare piuttosto lassista nei loro riguardi.
Fanno appello all'azione violenta, alla morte, alla lapidazione delle donne, ma ora è Amina che è in prigione.

Dopo aver scritto una tag « Femen » su un muretto, è stata scortata dalla polizia per proteggerla da alcuni uomini che urlavano insulti e minacce e volevano linciarla.
Qualche ora dopo, il governatore di Kairouan, ha spiegato alla stazione radio Shems FM che la collera della popolazione era stata dovuta al fatto che Amina si era spogliata. Una menzogna, una dichiarazione irresponsabile con un solo scopo, politico, infiammare e manipolare l'opinione pubblica contro  Amina.

Amina si è ritrovata fermata, ed ha visto trasformare la protezione che aveva accettato dei poliziotti in arresto e dopo in incarceramento a Kairouan.

Contrariamente a tutto quello dichiarato dal Ministro dell'interno Mohamed Ali Aroui, dal ministro dei "droits de l’Homme" e della giustizia Mr Dilou e dal governatore di Kairouan Abdelmajid Laghouan, Amina è stata accusata immediatamente della detenzione nella sua borsa di uno spray vaporizzatore, di protezione visto che è stata più volte minacciata.
Amina non è cero messa in sicurezza visto che un uomo che si dice religioso Mr Almi Adel ha fatto appello a lapidarla in una dichiarazione pubblica a Assabah News senza essere minimamente colpito dalla giustizia.
L'accusa contro Amina non comporta la detenzione, come ha detto il suo avvocato Mr BAHRI Souheib. Si tratta di una procedura eccezzionale.
Mentre i salafisti arrestati per le violenze commesse nello stesso giorno sono stati rilasciati.
Inoltre, il suo avvocato ha dichiarato che è stato fatto appello al testo di legge del 18 giugno 1894, che parla del divieto di avere "ordigni incendiari" e l'aver usato questo reato dimostra l'accanimento contro Amina, accusandola di aver fatto una "PROVOCAZIONE" !!

Questo comitato fa appello a tutti quelli che credono nella libertà in ogni forma e vogliono ci sia uno stato di diritto in Tunisia, per unirsi di fronte all'ingiustizia che lei subisce e sensibilizzare l'opinione pubblica per chiedere, nella data del processo, la sua liberazione immediata.

Combattiamo l'ingiustizia! Combattiamo l'integralismo!
Aiutiamo AMINA ! Aiutiamo noi stessi!

Per contattarci :
E-mail : comitedefenseamina@yahoo.fr
http://freeamina.blogspot.fr/

martedì 28 maggio 2013

Moldavia - Chișinău, il centro per migranti della frontiera orientale


Anche la capitale della Moldavia Chișinău ha un proprio centro di accoglienza per migranti, ma al momento è quasi deserto. Lo abbiamo visitato, cercando di capire da vicino la frontiera orientale delle politiche securitarie europee, mirate a respingere i migranti prima che arrivino nell'Unione

Tutto è tranquillo al Centro di accoglienza temporanea per migranti nella periferia di Chișinău. Qualcuno sta riordinando lentamente gli spazi esterni. Alcuni migranti gettano sguardi veloci fuori dal campo di pallavolo, oltre le reti e i cancelli, mentre sono impegnati in una pigra partita che coinvolge anche un paio di poliziotti.
Il Centro è il primo e l’unico di questo tipo in Moldavia. È stato inaugurato il 4 aprile 2008 grazie a un finanziamento dell’Unione europea e al sostegno dell’Organizzazione mondiale per la migrazione (International Organization for Migration, IOM). La legislazione moldava l’aveva già previsto quattro anni prima (decisione governativa n. 71 del 30.01.2004), ma il governo non aveva le risorse per costruirlo. L’intero complesso in realtà è entrato in funzione dal 2011, nel 2008 ne è stata inaugurata solo una parte. “Per applicare la legge il governo moldavo a volte usava sistemi non pertinenti, come il carcere” mette in luce Simion Terzioglo dell’Iom “per fortuna adesso c’è questo centro”. Nei tre edifici principali le targhe ricordano tra i donatori anche la cooperazione italiana, finlandese e tedesca.

Terra di transito (occasionale)

Attualmente nel Centro si trovano 14 persone, tra le quali tre donne. Uno dei tre edifici che compone la struttura è totalmente vuoto. È destinato a donne con bambini, ma questi spazi, comprensivi di giochi all’aperto circondati da reti e filo spinato, sono serviti solo una volta, quando è stata alloggiata una madre con i suoi due figli.
I migranti provengono per lo più dalla Federazione russa, dall’Ucraina e dalla Turchia e qualcuno dai paesi del Medio Oriente. “C’è stato qualche cittadino dell’UE, ma sono casi rari” spiega Olga Poalelungi, capo dell’Ufficio migrazione e asilo in Moldavia. Tra i 375 migranti passati di qua dal 2009, i cittadini UE o statunitensi sono casi isolati, legati per lo più alla Romania e a permessi di soggiorno scaduti, come nel caso di un ungherese o di due statunitensi, di cui uno nato in Unione sovietica, poi spostatosi in Moldavia dagli Stati Uniti e rimasto senza i documenti necessari. “I 6 mesi di massima permanenza possibile vengono raggiunti raramente, la media è 2-3 mesi” continua Poalelungi “al momento abbiamo anche raggiunto 14 accordi bilaterali con singoli paesi e sono in corso negoziati con altri 27, tra cui la Russia”.

Perché in Moldavia?

giovedì 9 maggio 2013

Paesi Baschi - Sulle due settimane di disobbedienza civile


Il 'muro popolare' che ha difeso i condannati della Segi a seguito di una sentenza della Corte Suprema: la mobilitazione del coordinamento Gunea Aske ("Spazio libero").

La sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato otto militanti di Segi a sei anni di carcere per appartenenza a questa organizzazione è diventata, l'8 aprile, un atto di disobbedienza civile di massa. Aske Gunea, è una mobilitazione popolare volta a "costruire un muro popolare che sia impenetrabile e protegga gli otto giovani" spiega Mikel Otamendi, una delle persone coinvolte nel coordinamento, “ che ha praticato metodi differenti di lotta dalle kale borroka, una resistenza civile che mostrato chi veramente usa la violenza ".
Beñat Apalategui, uno dei sette giovani assolti dalla stessa sentenza, inizialmente 16 persone erano state incriminate, coinvolto fin dall'inizio nel coordinamento Gunea Aske, descrive la sentenza come "una macabra lotteria"; la Corte Suprema "ha copiato anche gli errori di ortografia " del giudice nazionale e "si è basata" su dichiarazioni ottenute sotto tortura durante l' isolamento e gli elementi di prova trovati nelle loro abitazioni ", tra le quali non vi erano documenti della Segi, “erano solo camicie, sciarpe, biglietti , musica e altro ancora” quindi chiunque di loro avrebbe potuto essere condannato. Hanno denunciato "la sentenza come politica", costruendo "uno spazio per denunciare questa ingiustizia", ​​spiega, perché tranne per le persone in isolamento e torturate, gli altri hanno rifiutato di testimoniare, scontandolo nelle argomentazioni finali del procuratore, e contestando pubblicamente la sentenza quando è stata proclamata.
Fin dall'inizio hanno avuto "molto chiaro" che avrebbero risposto con la disobbedienza civile. Così è nato Gunea Aske, dove Apalategi dice, "la capacità delle persone di resistere è stata incredibile." Al grido "Noi tutti saremo arrestati, ma vi costerà", lanciato in una conferenza stampa da uno dei detenuti, Aitor Olaizaola, migliaia di persone hanno occupato il Boulevard Donostia difendere i giovani prigionieri politici.
Le due settimane di “muro popolare”
Dalla prima settimana si sono organizzati picchetti popolari che hanno scortato i giovani dalle loro case al Boulevard de Donostia, ed eventi culturali e artistici per vivacizzare le giornate. Una volta che sono stati emessi i mandati di arresto, dopo dieci giorni, il che comportava anche gli arresti domiciliari, abbiamo deciso di proteggerli 24 ore al giorno. Messa poi una tenda sul Boulevard è stato fatto un appello alle persone a rimanere per la notte.

La prima notte si sono accampate 400 persone, la seconda circa 500. Per il primo degli arresti, quello di Ibero Ekaitz, Ertzainta, polizia Basca, ha mostrato un atteggiamento molto aggressivo con raid notturni nei primi due giorni di accampada, come può essere visto nei video raccolti dal giornalista basco Argia.
Il terzo giorno di accampada, il venerdì, c'è stato l'intervento finale dell' Ertzainta che, nonostante azioni violente contro le persone presenti, tra cui giornalisti, si è contenuta rispetto alle precedenti occasioni – "forse per la presenza delle telecamere," è il parere di Apalategi-, ma ci sono volute più di due ore per arrivare ad arrestare i ragazzi condannati grazie alla resistenza pacifica. Attraverso gli altoparlanti, si avvertiva che ci sarebbero state provocazioni, e che la gente seduta e incordonata doveva essere portata via una per una.
Nonostante gli arresti, Aske Gunea è stato salutato come una vittoria. Onintza Rojas, uno dei responsabili per i social network in questi giorni, fa notare che "non c'è nessuno che non sia commosso in quelle due settimane. E 'stato tutto molto emozionante, di quei sentimenti, che volevamo comunicare. " Per Otamendi, "non sono stati condannati solo otto giovani militanti di Segi ma si sono indignate le persone al di là dei soliti circoli della sinistra militante". Aske Gunea ha segnato una pietra miliare in quella che può essere la risposta esemplare della gente, è diventata ora "una pratica per proteggere le persone contro i processi politici", spiega Otamendi.
Dalla fine della accampada, si sono raccolte testimonianze delle provocazioni della polizia basca, tra cui un folto gruppo di intimidazioni sessiste. "Ora si stanno valutando che cosa fare con le prove concrete raccolte".
tratto da Diagonal Periodico

lunedì 6 maggio 2013

Messico - In Chiapas si scatena la violenza antizapatista


di Hermann Bellinghausen

Soffiano venti allarmanti di violenza politica antizapatista nella regione tzeltal di Chilón, dove il governo ufficiale, come quello dello stato, appartiene al Partito Verde Ecologista (PVEM), nel caso questo significhi qualcosa. Nell’ejido di San Marcos Avilés, individui identificati come appartenenti ai diversi partiti politici (che da queste parti finiscono sempre di puzzare di PRI), hanno scatenato le ostilità, in atto comunque da oltre due anni, contro le famiglie zapatiste della comunità. Il tutto con minacce reiterate di morte e violenza, furti, avvelenamento dell’acqua e degli animali domestici, minacce con armi da fuoco, distruzione di appezzamenti ed il rischio di essere sgomberati violentemente, come già successo nel 2010.
E così, senza motivo apparente, il noto dirigente degli aderenti della Sesta nell’ejido di San Sebastián Bachajón, a Chilón, Juan Vázquez Guzmán, viene assassinato con cinque precisi colpi di pistola sulla porta di casa da sconosciuti fuggiti a bordo di un veicolo di colore rosso e poi persi per le strade dell’impunità chiapaneca. Questo, la notte di mercoledì 24, alle ore 23:00.
Nell’ejido di Jotolá, vicino a San Sebastián Bachajón, le famiglie aderenti alla Sesta sono minacciate di essere presto spogliate delle loro terre dal gruppo filogovernativo, con precedenti penali, della stessa comunità.
Il segnale di allarme che girava da varie settimane, è risuonato forte sabato 20 aprile quando la Giunta di Buon Governo dell’EZLN, nel caracol di Oventik, ha emesso un comunicato che dettagliava una ventina di aggressioni, alcune gravi, a San Marcos Avilés, in questo anno e nei due precedenti. Quello stesso giorno è arrivata a San Marcos una missione civile della Red por la Paz en Chiapas, composta da 10 centri per i diritti umani ed organismi indipendenti, per realizzare un’osservazione diretta di carattere umanitario.

venerdì 26 aprile 2013

Messico - Zapatisti denunciano aggressioni da parte di simpatizzanti di PRI e PVEM


da La Jornada – di Hermann Bellinghausen. 

La giunta di buon governo (JBG) degli Altos, con sede nel caracol zapatista di Oventic, ha denunciato le numerose aggressioni subite nell’ejido San Marcos Avilés (Chilón) dalle basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), in particolare in questo anno. Gli aggressori sono identificati come appartenenti a PRI e PVEM. 

Comunicato originale della JBG

Il comunicato è stato diffuso proprio quando questa domenica la missione civile della Rete per la Pace del Chiapas è stata minacciata durante la sua visita nella comunità tzeltal per documentare le costanti violazioni dei diritti delle basi zapatiste. Il Frayba, una delle 10 organizzazioni partecipanti, ha denunciato che “i partiti hanno minacciato la ‘Carovana Civile di Osservazione’ di sequestrare i veicoli”, avvertendo che se non li avessero consegnati con le buone, sarebbe corso il sangue. Le minacce non si sono concretizzate ma danno l’idea del clima che si respira a San Marcos Avilés. La carovana si è conclusa senza incidenti ed ha annunciato una relazione per i prossimi giorni.
Intanto, la JBG ricorda che ha sempre denunciato tutti gli atti vergognosi di queste persone dei partiti politici che provocano problemi tra gli indigeni della stessa comunità; sono organizzati dai governatori Juan Sabines Guerrero e, ora, da Manuel Velasco Coello. I tre livelli di governo non hanno fatto niente per fermare le ingiustizie che si commettono contro i nostri compagni. E sottolinea: La risposta alle nostre denunce sono state volgarità, scherno ed altre minacce. 
Il comunicato dettaglia più di 20 aggressioni contro le famiglie zapatiste dal luglio del 2011 fino alla settimana scorsa, quando il 17 aprile scorso, ad uno zapatista è stata sottratta una proprietà dal sindaco di Chilón, che ha mandato un trattore per demolire una casa di 32 per 25 metri quadri di proprietà di Javier Ruiz Cruz, protetto da 120 persone dei diversi partiti. Il nostro compagno non ha potuto fare niente per difendere la sua proprietà.
Il giorno seguente il trattore ha continuato a lavorare circondato dallo stesso numero di persone dei partiti e da sette camion a rimorchio per caricare la ghiaia. Prima, lo scorso 29 gennaio, Ruiz Cruz aveva informato la JBG che il terreno, sulle rive di una laguna, era stato circondato dagli aggressori che vociferavano della costruzione di un accampamento militare. 
Dal 2011 non sono cessate le minacce e le vessazioni guidate abitualmente dalla polizia municipale e dal militante del PVEM Lorenzo Ruiz Gómez. La JBG racconta di diverse aggressioni contro le famiglie autonome: sottrazione di terre, furto di coltivazioni ed animali, saccheggio di piantagioni di caffè, minacce di morte, false accuse, sospensione del servizio elettrico ed aggressioni armate e con pietre, insieme ad azioni arbitrarie di funzionari municipali di Chilón apertamente collusi con gli aggressori del PRI e del PVEM di San Marcos Avilés.
Già nel marzo del 2012 il priista Ernesto López Núñez ostentava che quelli del suo partito avevano un nuovo piano per cacciare gli zapatisti e che in un secondo tempo gli avrebbero tolto anche i loro diritti sulle terre. 
Il 3 marzo scorso gli aggressori e le autorità del PVEM si sono riuniti col principale capoccia (il menzionato Ruiz Gómez) che avrebbe detto che non c’è altra soluzione che assassinare i figli dei nostri compagni, e poi avrebbe chiesto ai suoi complici di uccidere Juan Velasco Aguilar e gli altri zapatisti; i suoi compari, secondo la JBG, si sono dichiarati pronti a farlo e con sufficienti armi a disposizione.
La JBG di Oventic accusa direttamente i citati Ruiz Gómez e López Núñez, insieme ai figli del primo, Sócrates e Ismael Ruiz Núñez. Aggiunge i priisti José Cruz Hernández, Santiago Cruz Díaz, Vicente Ruiz López, Manuel Vázquez Gómez e José Hernández Méndez, oltre ai verdi Rubén Martínez Vásquez, Manuel Díaz Ruiz, Victor Núñez Martínez, Victor Díaz Sánchez ed altre 30 persone. Questi aggressori non lasciano vivere in pace le basi zapatiste che erano già state cacciate per un breve periodo nel 2010. 

sabato 20 aprile 2013

Venezuela - Tra Maduro e Capriles è sfida aperta, la destra semina il panico.


Per gli oltre tremila osservatori internazionali Maduro ha vinto senza trucchi. Il problema non è tecnico, ma politico.




Le radio comunitarie e i medici cubani che lavorano nel paese denunciano assalti e intimidazioni. Aggressioni, violenze, intimidazioni, 7 morti, 71 feriti e 135 arresti per istigazione all'odio, ribellione civile e associazione a delinquere. La crisi è scoppiata subito dopo il voto. Il candidato della destra Henrique Capriles Radonski, battuto per poco da Nicolas Maduro, ha denunciato brogli ai danni della Mesa de la Unidad Democratica (MUD), e ha dichiarato che non riconoscerà i risultati finché i voti non saranno ricontati uno per uno. Poi ha invitato i suoi a passare all'azione.
Oltre al riconoscimento dei tremila osservatori internazionali anche l'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) ha espresso il suo appoggio al presidente Maduro che il 19 aprile assumerà l'incarico davanti all'Assemblea Nazionale. Delegazioni in rappresentanza di 15 paesi hanno salutato la sua elezione e anche la Spagna, dopo iniziali dichiarazioni che avevano provocato le proteste di Caracas, ha espresso il suo appoggio al nuovo eletto, seguita da Portogallo e Francia.
Ma la tensione resta alta. Le frange estreme della MUD hanno attaccato i militanti chavisti, bruciando le sedi del PSUV, assediato quelle del CNE. Gli scontri tra opposte fazioni, dispersi con i gas lacrimogeni dalla Guardia Nazionale, sono continui e visibili sono i segni dei proiettili sparati nella notte contro auto ed edifici. Le affermazioni su twitter di un noto giornalista, secondo il quale i medici cubani nascondono le prove dei brogli nei centri medici di quartiere, hanno scatenato un'ondata di aggressioni che non si arresta. Sono stati devastati spazi sociali e reti alimentari a basso prezzo come Mercal e Pdval. Giornalisti della rete pubblica e media comunitari denunciano aggressioni e minacce alle loro famiglie. Il governo accusa Capriles di essere il mandante delle violenze e di avere ordinato un piano destabilizzante insieme agli USA, come quello del 2002. Secondo alcune fonti, Capriles e Leopoldo Lopez, altro deputato di destra in prima fila nel golpe contro Chavez 11 anni fa, avrebbero già mandato all'estero le loro famiglie, prevedendo uno scenario da guerra civile. Il ministro degli esteri, Elias Jaua ha annunciato che presenterà una denuncia all'ONU e all'OSA per le violenze “fasciste e xenofobe” avvenute su mandato di Lopez.
Capriles, il 17 aprile, aveva chiamato i suoi a manifestare sotto il CNE ma il governo ha proibito la dimostrazione e il leader MUD ha rinunciato all'idea. Ha però invitato i suoi a portare “le prove dei brogli” in tutte le sedi del CNE. Ma né il governo né il CNE hanno chiuso la porta ai ricorsi previsti dalla legge. Il riscontro manuale del 54% dei voti (come previsto dal sistema elettorale) che indicano una tendenza irreversibile è però già stato fatto, senza che fossero state riscontrate anomalie. “Farò un governo di strada per rafforzare il socialismo,- ha dichiarato Maduro-, nei prossimi giorni convocherò un consiglio federale di governo per inviare risorse direttamente al popolo senza passare per i governatori di opposizione”; dall'Orinoco a Caracas il popolo appoggia il suo piano in cinque punti basato sul socialismo umanista, la difesa dell'ambiente, la sovranità alimentare e l'indipendenza. Intanto, però, il movimento chavista si interroga di come sia stato possibile che, nonostante tutto quello che il governo ha fatto per gli strati popolari, alcuni settori poveri della società venezuelana abbiano votato per i loro oppressori.
Fonti: il Manifesto
Atlasweb

venerdì 19 aprile 2013

Venezuela - Maduro vince e il chavismo in Venezuela vive, per ora


di Garabombo
Questa è una prima riflessione ragionata ,sul voto di domenica 14 aprile in Venezuela, che dimostra quanto preoccupante sia l'incertezza e la tensione sociale che questo risultato elettorale ha determinato, prova ne sono i violenti scontri, tra i sostenitori di Maduro e di Capriles, che in questi giorni stanno insanguinando le strade della capitale e il resto del territorio. E' sicuramente una situazione esplosiva aperta a qualsiasi opzione che continueremo a monitorare.
Almeno tre sono stati i motivi per seguire con attenzione le elezioni presidenziali di domenica 14 aprile in Venezuela.
1) Sono state le prime senza Hugo Chavez; dal 1998 al 2012 le elezioni presidenziali in Venezuela sono sempre state poco più di una formalità. Tanto era il credito di cui godeva presso l'elettorato il leader della rivoluzione bolivariana e il suo controllo sullo stato, e tanto era il discredito di cui godeva l'opposizione, che la vittoria di Chavez era scontata. Persino nell'ultima occasione, in cui il principale sfidante di un Hugo già malato era un candidato rispettato e credibile come Henrique Capriles, il divario di voti a favore del presidente è stato notevole (circa il 10%).

2) Era (ed è) in ballo la democrazia; il dibattito attorno alle dubbie credenziali democratiche di Hugo Chavez non poteva prescindere da un fatto: il leader bolivariano, dopo aver tentato e fallito un colpo di stato nel 1992, aveva vinto tutte le elezioni presidenziali in modo trasparente, come certificato di volta in volta dagli osservatori internazionali. Ora che lui non c'è più e che la vittoria del fronte chavista era meno scontata (l'esito lo ha confermato), l'eventualità di brogli elettorali o mosse illegali poteva apparire, almeno in linea teorica, meno remota. Stesso discorso per l'opposizione: dopo il tentato e fallito golpe ai danni di Chavez dell'aprile 2002, essa ha riabbracciato le procedure democratiche. Ma ora che il chavismo è privo del suo leader alcune sirene potrebbero tornare a suonare....
3) Comunque sia andata, si volta pagina; le elezioni hanno chiuso definitivamente il periodo di limbo in cui il Venezuela era caduto il 9 dicembre 2012, il giorno in cui Chavez annunciò di dovere tornare a Cuba per operarsi. Nei mesi della sua permanenza sull'isola e in queste settimane successive alla sua morte non si è verificato uno stallo totale: sono stati avviati, e poi sospesi per motivi elettorali, dei colloqui con diplomatici statunitensi per arrivare al disgelo con gli USA ed è stata svalutata del 30% la moneta nazionale nei confronti del dollaro. Segnali preoccupanti per l'economia di un paese ricco di petrolio ma certamente non risparmiato dalla crisi.

Con il voto di domenica il delfino di Chavez è diventato presidente del Venezuela con solo il 50,66% dei voti, registrando un calo rispetto a quelli ottenuti dal defunto leader nelle elezioni precedenti. La sua debole vittoria apre una serie di interrogativi sul futuro del paese. “Per ora”, parafrasando la famosa espressione che Chavez utilizzò per annunciare il fallimento del golpe del 1992, il chavismo continua senza il suo fondatore.
Capriles non ha riconosciuto la sconfitta e ha chiesto il riconteggio integrale. Maduro non si oppone alla richiesta, mentre il Consiglio elettorale nazionale (Cne) venezuelano ha già dichiarato il risultato “irreversibile”. La tranquillità del presidente eletto, che ha parlato di una vittoria “giusta, legale e costituzionale”, e il parere del Cne fanno pensare che il riconteggio, se ci sarà, non altererà il risultato finale. A quel punto bisognerà vedere come reagirà l'opposizione e come reagiranno le istituzioni (tutte saldamente in mano al blocco chavista) alla reazione dell'opposizione. Il paese si avvia verso una fase di tensione. La risicata vittoria elettorale non è insomma una vittoria politica per Maduro: è invece la dimostrazione che il chavismo senza Chavez, soprattutto se rappresentato da un candidato anonimo e privo di carisma, non è tanto più appetibile dell'alternativa rappresentata da un'opposizione credibile.
Nei suoi quattordici anni di potere, Chavez ha cambiato il paese, mettendo le classi più povere al centro della sua azione politica e conquistandosi il loro consenso. Il modello ha funzionato fino a quando i prezzi record del petrolio permettevano di non preoccuparsi della spesa pubblica. Oggi in Venezuela non sono rari i black out, c'è scarsità di generi alimentari, l'inflazione è oltre il 20% e il deficit pubblico ha assunto dimensioni preoccupanti. A corollario di una situazione non entusiasmante ( anche se Caracas è cresciuta di oltre il 5% nel 2012) ci sono due fenomeni, la corruzione e la violenza, che ultimamente hanno assunto dimensioni preoccupanti, portando il Venezuela nelle posizioni di testa delle rispettive classifiche.
Affrontare questi problemi contribuirebbe senza dubbio ad accrescere la credibilità di Maduro, che d'altronde aveva inserito la lotta alla corruzione, alla violenza e all'inflazione nel suo programma elettorale. Ma soprattutto dovrà mantenere l'unità interna; quando Chavez, dopo aver studiato le rivolte militari in Venezuela arriva alla convinzione che sia possibile prendere il potere per sconfiggere la povertà endemica che affligge il suo paese, lo fa basandosi su un'idea-forza, quella dell'unione civico-militare. Costruisce un'alleanza tra le forze armate e le organizzazioni politiche di sinistra. Un'alleanza che non ha funzionato in nessun'altra parte salvo qui. L'alleanza civico-militare è una costruzione originale che ora si tratta di mantenere e vedremo in che modo funzionerà.
Maduro sarà inoltre chiamato a scelte decisive in politica estera: continuare a sostenere la rivoluzione bolivariana nel continente, malgrado i fondi per sussidiare gli alleati scarseggino, o proseguire nella ricerca del disgelo con gli Stati Uniti, autorizzato dallo stesso Chavez negli ultimi mesi della sua vita? Considerazioni di carattere economico suggerirebbero di concentrarsi sulla politica interna, ma abbandonare la rivoluzione non sarebbe un'opzione facile per un presidente cresciuto anche ideologicamente all'ombra di Chavez e di Fidel Castro. A partire dagli accertamenti sulla regolarità del voto, il neopresidente venezuelano ha davanti a sé delle sfide immani in campo politico, economico e internazionale.
Su alcuni cambiamenti strutturali il popolo non vuole tornare indietro, questo lo sa anche l'opposizione. Quelle del socialismo bolivariano sono sfide prospettiche, però, come diceva Chavez citando Victor Hugo: “ C'è una cosa più potente di tutti gli eserciti del mondo: l'idea la cui ora è scoccata”.
Fonti: Limes
il Manifesto

lunedì 8 aprile 2013

Turchia - Potrebbe iniziare la primavera curda

di Ilaria Biancacci- Limes

Erdoğan e Öcalan cercano di instradare il conflitto tra Ankara e i curdi verso una soluzione politica. Le tensioni regionali (Siria), le prossime elezioni e i rischi di sabotaggio. Le diffidenze reciproche. In palio anche il premio Nobel per la Pace.

"Biji Serok Apo! Lunga vita al presidente Apo!" Il ritmo dello slogan per il leader del Pkk, Öcalan, scandisce la marcia di centinaia di migliaia di persone che si sono riversate all’interno del “Diyarbakir Nawroz Parki” per celebrare una delle feste più importanti della tradizione curda: il Nawroz. Un nuovo anno, una nuova primavera, che porta in grembo il seme della pace e della cooperazione.

Il 21 marzo 2013 è una data simbolica che potrebbe entrare nei libri di storia e addirittura cambiarla: dopo 30 anni di lotta le parole di Öcalan hanno aperto una nuova strada che vede una definitiva risoluzione del conflitto curdo, con il beneplacito del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, che respira già aria di Nobel. Infatti, il Nobel per la Pace per il 2013, secondo il segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjiorn Jagland, potrebbe andare al premier turco se riuscisse a trovare un’uscita politica al conflitto curdo. Se le trattative avviate tra Ankara e Öcalan dovessero concludersi con una risoluzione pacifica delle ostilità, Stoccolma potrebbe aprire le porte al leader del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp).

Bolivia - Intervista a Oscar Olivera della Fundacion Abril


Prima parte dell'intervista in spagnolo a Oscar Olivera

Seconda parte dell'intervista in spagnolo a Oscar Olivera

A seguire la trascrizione dell'intervista

Ci troviamo a Cochabamba in Bolivia con Oscar Olivera della Fundacion Abril: innanzitutto, per cominciare, uno sguardo generale sull'attuale situazione politica in Bolivia?

Direi che ora la Bolivia si trova in un clima pre-elettorale, nel quale il presidente Evo Morales, in modo del tutto illegale, si sta proponendo nuovamente per le elezioni del 2014. Questa campagna elettorale distorce la realtà economica e sociale che vive in questo momento il popolo boliviano. La realtà economica è complessa: da un lato la macroeconomia per i governanti del paese sta funzionando molto bene, c'è stabilità, la moneta non sta perdendo valore, le riserve internazionali sono immagazzinate nella banca centrale, ma dall'altro la realtà economica dei lavoratori e dei contadini è drammatica, il salario minimo nazionale non arriva ai cento euro, il paniere familiare di base, ovvero quello di cui una famiglia di cinque persone ha bisogno per sopravvivere, supera tranquillamente i 900/1000 euro; questo da un'idea del lavoro che una famiglia deve portare avanti, un lavoro collettivo a cui i figli, la moglie e il marito devono contribuire per arrivare ad una parte del paniere familiare.
Non c'è un pieno accesso alla salute, l'educazione è limitata perché i bambini devono lavorare per sopravvivere in città. In campagna non c'è nessun tipo di supporto alle attività comunitarie né appoggio tecnico alle modalità di semina e alla formazione in modo che la produzione possa aumentare, non ci sono vie di comunicazione agevoli per poter trasportare il raccolto in città e i prezzi dei prodotti non corrispondono al reale lavoro del contadino. L'80% dei lavoratori sono autonomi, praticamente si auto sfruttano, non hanno nessun tipo di assicurazione sociale o medica, nessun tipo di organizzazione sociale alle spalle che permetta loro di ottenere il riconoscimento dei diritti fondamentali.
Gli unici che stanno bene economicamente in Bolivia sono i grandi banchieri che, con questo governo, hanno guadagnato come mai prima, le grandi imprese petrolifere che stanno sfruttando il nostro territorio in modo criminale con la connivenza del governo Morales, i grandi latifondisti che sono arrivati ad un accordo con esso per ottenere grandi proprietà terriere dove introdurre le sementi transgeniche, i settori del trasporto che sono un potere politico legato al governo e le persone che si dedicano ad attività illegali come il narcotraffico e il contrabbando di prodotti di vario genere. La base sociale del governo adesso è accentrata in questi settori minoritari, insieme ai militari che sono il sostegno armato di questo governo.
Il resto della popolazione si trova al margine, per il governo non esistiamo: i settori sociali che non sono d'accordo con la politica economica di svendita delle risorse naturali alle multinazionali, con una gestione statale totalmente autoritaria, verticale e discriminatoria da parte di Morales, sono discriminati e considerati nemici del governo, del sistema, della democrazia e calunniati di essere finanziati dall'ambasciata nordamericana o da partiti di destra.  Posso concludere dicendo che gran parte dei leader dei movimenti sociali sono stati cooptati dal governo, attraverso incarichi pubblici e di costruzione di “opere” e “infrastrutture” in molti municipi o semplicemente attraverso il denaro, una pratica assolutamente nefasta che di poco si differenzia dalle pratiche della destra del passato.
Questo da un lato ha creato una specie di dispersione di quella capacità organizzativa e potenza che il movimento qui in Bolivia aveva raggiunto nel 2000 con la guerra dell'acqua, nel 2003 con quella del gas e nel 2005 con l'elezione di Morales. Dall'altro lato possiamo dire che questo è un popolo che tutti i giorni, in tutto il paese si mobilita, sebbene sia meno organizzato e non ci sia uno spazio comune come è stata la Coordinadora del Agua e del Gas negli anni passati, si tratta comunque di piccole organizzazioni che reclamano legittimi diritti e richieste tanto in città come in campagna.
Tutti i giorni c'è gente che si mobilita per richiedere la postergacion di diritti reclamati da anni che fino ad ora non sono stati riconosciuti. Oggi ad esempio stiamo assistendo ad un blocco di contadini nella zona di Copacabana, alla frontiera con il Perù, riguardo ad una richiesta che dura da sette anni, ovvero la costruzione di un ponte in questa zona. Una settimana fa migliaia di contadini sono partiti dalle loro comunità per avvicinarsi alla capitale La Paz reclamando un'agenda di cento punti che fino ad ora non è stata presa in considerazione dal governo, e così potremmo elencare una serie di movimenti che ogni giorno si generano: questo ci convince profondamente che il movimento sociale odierno, così disperso, ha comunque una forza che si va agglutinando a poco a poco e che non permetterà che le richieste postergadas durante i secoli possano continuare  ad essere tali.
Questo è un paese in permanente discussione, riflessione e movimento che anche così disperso recupererà la stessa forza per effettivamente riprendere quell'agenda che avevamo portato avanti con tanta determinazione nel 2000, 2003 e 2005.

Abbiamo parlato della politica dei potenti, delle lotte dei movimenti sociali e della guerra dell'acqua del 2000, quando la popolazione di Cochabamba è riuscita a scacciare una multinazionale dal paese: qual è stata l'eredità lasciata da quella lotta ai movimenti attuali?

martedì 19 marzo 2013

Messico - L'EZLN annuncia i festeggiamenti per i 10 anni di autogoverno e la convocazione della scuola zapatista.


Date ed altre informazioni sulla scuola zapatista 

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO
Marzo 2013

Compagne e compagni, sorelle e fratelli, della Sexta:

Su visite, carovane e progetti.
Sapete che stiamo preparando i corsi nelle diverse scuole e ci stiamo concentrando su questo affinché riescano bene e preparino buone e buoni studenti.

E noi, insieme alle autorità, pensiamo che ci sono situazione che non possiamo sostenere per non distrarci, come per esempio: rilasciare interviste, scambiare esperienze o accogliere carovane o brigate di lavoro, o discutere l’idea di un progetto. Dunque, non sprecate un viaggio a vuoto, perché né la Giunta di Buon Governo, né le autorità autonome, né le commissioni incaricate dei progetti vi potranno assistere.

Se qualcuno, gruppo o collettivo, pensa di venire con una carovana di aiuti per le comunità, chiediamo il favore di aspettare che arrivi il momento opportuno per questo, o se avesse già organizzato il viaggio, allora per favore di rivolgersi al CIDECI, dal Dottor Raymundo, a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico.

Non diciamo che questo sarà per sempre, ma per adesso NO, perché vogliamo concentrarci sulla scuola. Vogliamo avvisarvi per evitare malintesi sul perché non potremo assistervi per le situazioni sopra descritte.

Vogliamo dirvelo perché non programmiate il vostro viaggio con lo scopo di incontrare le nostre autorità, perché non potremo soddisfarvi per la semplice ragione che tutti i nostri sforzi sono ora per la nostra scuola, per voi, per il Messico e il mondo.

Dunque, nelle Giunte di Buon Governo dei 5 Caracoles non potremo assistervi. Ma i Caracoles si potranno sempre visitare.

E così per i progetti in corso nelle 5 giunte ci sono cose che non potremo fare, e potremo occuparci solo di quello che sarà alla nostra portata e che non implichi incontri o spostamenti della nostra gente. In caso contrario, ci sarà un’altra occasione.

Vogliamo che capiate che per noi non è il momento di carovane, progetti, interviste o scambio di esperienze e cose così. Per noi zapatiste e zapatisti è il momento di prepararci per la scuola. Non abbiamo tempo per altre cose, a meno che il malgoverno non voglia combinarci un casino e allora le cose cambiano.

Compagne e compagni, sorelle e fratelli, siamo sicuri di avere tutta la vostra comprensione.

Sulla scuola.
Di seguito le prime informazioni sulla scuola, affinché cominci a prepararsi chi vorrà frequentare i corsi.

1. – Alla festa dei Caracoles sono invitati tutte e tutti coloro che si sentono invitati. La festa è nei 5 Caracoles così potrete andare dove più vi piace. L’arrivo è l’8 agosto, la festa sarà nei giorni 9 e 10; l’11 la partenza. Attenzione: La festa per i 10 anni dei Caracoles non ha niente a che vedere con la scuola. Non confondetevi.

2. – Con questa festa le basi di appoggio zapatiste celebrano il decimo compleanno delle Giunte di Buon Governo, ma non solo.

3. – In quei giorni inizierà la nostra piccola scuola, molto altra, dove le/i nostr@ cap@, cioè, le basi di appoggio zapatiste, terranno le lezioni su qual’è stato il loro pensiero e la loro azione nella libertà secondo lo zapatismo, i loro successi, i loro errori, i loro problemi, le loro soluzioni, i progressi, quanto ancora in sospeso e quanto ancora da fare, perché c’è sempre qualcosa che manca fare.

4.- Il primo corso (ne faremo molti, secondo il numero dei partecipanti) di primo livello è di 7 giorni, compreso arrivo e partenza. Arrivo 11 agosto, le lezioni iniziano il 12 agosto 2013 e finiscono il 16 agosto 2013. Partenza il 17 agosto. Chiunque, una volta completato il corso, voglia restare più tempo, potrà visitare gli altri Caracoles. Il corso è lo stesso in tutti i Caracoles ma potete andare a conoscere caracoles diversi da quello dove avete frequentato il corso, ma per conto vostro.

5. – Ora vi spieghiamo come funziona l’iscrizione alla scuola della libertà secondo le zapatiste e gli zapatisti, ma vi diciamo già che è laica e gratuita. La preiscrizione avverrà tramite le Squadre di Appoggio della Commissione Sexta, nazionale e internazionale, dalla pagina web di Enlace Zapatista e via posta elettronica. L’iscrizione degli studenti avverrà presso il CIDECI, a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas. Gli inviti saranno inviati, secondo le nostre possibilità, a partire dal 18 marzo 2013.

6.- A scuola non potrà entrare chiunque, ma solo chi riceverà direttamente il nostro invito. Ai compagni che riceveranno l’invito forniremo assistenza, il vitto, un posto per dormire pulito e comodo e metteremo a disposizione il proprio guardiano o guardiana, cioè un proprio “Votán”, che si preoccupi che stiano bene e che non soffrano troppo a scuola, solo un po’, ma sempre solo un pochino.

7.- Le alunne e gli alunni dovranno studiare molto. Il primo livello comprende 4 temi: Governo Autonomo I, Governo Autonomo II, Partecipazione delle Donne nel Governo Autonomo, e Resistenza. Ogni tema ha il proprio libro di testo. I libri di testo hanno tra le 60 e 80 pagine ognuno e quello che vi ha già illustrato il SupMarcos è solo una piccola parte di ogni libro (3 o 4 pagine). Abbiamo calcolato che la realizzazione di ogni libro di testo ha un costo di 20 pesos.

8.- Il corso di primo livello dura 7 giorni e secondo il tempo a disposizione del compa e della compa, perché sappiamo che ha anche il suo lavoro, la famiglia, la lotta, i suoi impegni, cioè che ha un suo calendario e geografia.

9.- Il primo corso è solo di primo grado, ne mancano molti altri, cioè la scuola non finisce subito, ma ha una sua durata. Chi supera il primo livello potrà passare al secondo livello.

10.- Il costo: il viaggio per arrivare al CIDECI, a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, e per tornare a casa propria, è a carico del e della compa. Dal CIDECI si parte per la scuola assegnata e al termine del corso si torna al CIDECI, e da lì si va dove si vuole. Una volta a scuola, nel villaggio, non preoccupatevi perché alla vostra tavola non mancherà il vostro piatto di fagioli, tortillas e verdura. Cioè, le spese per ogni studente sono coperte dagli zapatisti. Ogni studente o studentessa vivrà con una famiglia indigena zapatista. Per tutta la frequenza ai corsi, quella sarà la famiglia dell’alunna o alunno. Con quella famiglia mangerà, lavorerà, riposerà, canterà, ballerà e sarà accompagnato nella scuola assegnata, cioè al centro di educazione. Ed il “Votán”, ovvero il guardiano o guardiana, l’accompagnerà sempre. Cioè, ci occuperemo di ogni studente o studentessa. E nel caso si ammalasse, lo cureremo o, in casi gravi, lo porteremo in ospedale. Ma su quello che gli resterà o meno in testa non possiamo fare niente, perché riguarda il compagno o compagna quello che farà di ciò che vedrà, ascolterà e imparerà. Cioè, si insegnerà la teoria e la pratica ognuno se la vedrà nei luoghi dai quali arriva.

11.- Per coprire i costi dei corsi, ci penseremo noi. Magari organizzeremo un festival musicale, o una mostra di pittura o artigianato, non preoccupatevi, troveremo il modo e, inoltre, c’è sempre gente buona che appoggia le cose buone. Per chi volesse lasciare una donazione per la scuola, metteremo una cassetta presso l’ufficio delle iscrizioni al CIDECI, dai compas dell’Università della Terra, a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas. Chi vorrà, potrà mettere lì il suo contributo senza che nessuno sappia chi e quanto ha donato, così nessuno si sentirà triste se ha donato meno di un altro. Non sarà permesso lasciare soldi o regali nelle scuole, nei caracoles o alle famiglie in cui si alloggerà. Questo per non creare disparità tra chi potrebbe riceverli e chi no. Tutto quello che si vorrà donare dovrà essere lasciato al CIDECI, ai compagni dell’Università della Terra, a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico. Lì si raccoglierà tutto e, se ci sarà qualcosa, sarà suddiviso in parti uguali tra tutt@. Se no, non importa, quello che importa siete voi.

12.- Ci saranno altri modi di frequentare i corsi della scuola zapatista. Chiediamo l’aiuto dei compagni dei media liberi, libertari, autonomi e di chi ne sa di videoconferenze. Perché sappiamo che molti non potranno venire per i propri motivi di lavoro o personali o di famiglia. Ed anche che ci sono persone che non capiscono lo spagnolo ma hanno voglia di imparare com’è che le zapatiste e gli zapatisti hanno fatto quello che hanno fatto e come hanno disfatto quello che hanno disfatto. Quindi ci sarà un corso speciale che sarà ripreso in video da trasmettere dove ci sia un gruppo di alunn@ volenteros@ e pronti con il loro libro di testo a seguire il corso, e via internet potranno fare le loro domande sulla lezione che stanno facendo le maestre e i maestri, le basi di appoggio zapatiste.
Per decidere questo, inviteremo ad una riunione particolare alcuni media alternativi per metterci d’accordo su come fare per le videoconferenze e le foto e i video dei posti in cui si svolgono i corsi, affinché tutt@ possano vedere se è vero o no quello che stanno insegnando le professoresse ed i professori.
Ed un altro modo è che faremo copia dei corsi in dvd affinché chi non può andare da nessuna parte e può studiare solo a casa sua, lo possa fare e così imparare.

13.- Per poter frequentare la scuola zapatista, si dovrà sostenere un corso di preparazione dove verrà spiegato com’è la vita nelle comunità zapatiste e le loro regole interne. Affinché non si incorra in reati. E quello che si deve portare. Per esempio, non si devono portare quelle “tende da campeggio” che, oltre a tutto, non servono a niente; perché sarete sistemati presso le famiglie indigene zapatiste.

14.- Una volta per tutte diciamo che è PROIBITO produrre, commerciare, scambiare e consumare qualunque tipo di droga e alcool. E’ proibito anche detenere ed usare qualunque tipo di arma, sia da fuoco o “bianca”. Chi chiederà di entrare nell’EZLN o qualunque cosa militare, sarà espulso. Non si sta reclutando né promuovendo la lotta armata, bensì l’organizzazione e l’autonomia per la libertà. E’ anche proibita la propaganda di qualunque tipo, politica e religiosa.

15.- Non c’è limite di età per frequentare la scuola; ma se siete minorenni, dovete essere accompagnati da un adulto che sarà responsabile del minore.

16.- All’atto dell’iscrizione, dopo essere stati invitat@, vi chiediamo di specificare se siete altr@, maschi o femmine per potervi sistemare adeguatamente, perché ogni individu@ sarà rispettat@ e assistit@. Qui non ci sono discriminazioni di genere, preferenza sessuale, razza, credo, nazionalità. Qualunque atto di discriminazione sarà punito con l’espulsione.

17.- Se qualcuno ha qualche malattia cronica, abbia cura di portare tutti i suoi medicinali e di comunicarlo al momento dell’iscrizione affinché possiamo assisterlo al meglio.

18.- Al momento dell’iscrizione, dopo essere stati invitat@, vi chiediamo di specificare la vostra età fisica e le vostre condizioni di salute per sistemarvi adeguatamente in una delle scuole dove non dobbiate soffrire più di quanto già non patirete.

19.- Se siete invitat@ e non potete partecipare nella prima data, non temete. Comunicateci solo quando potete e noi organizzeremo il corso quando potrete esserci. Se qualcuno non può concludere il corso o non può arrivare anche se già iscritto, non c’è problema, può completarlo successivamente. Anche se è bene ricordare che può assistere alle videoconferenze o ai corsi che si terranno fuori dal territorio zapatista.

20.- In altri scritti spiegherò altri dettagli e chiarirò i dubbi che potranno sorgere. Ma queste sono le cose basilari.
Per ora è tutto.
Dalle montagne del Sudest Messicano

Subcomandante Insurgente Moisés
Rettore della Escuelita Zapatista

Messico, Marzo 2013


P.S. – Ho incaricato il SupMarcos di inserire in questo testo qualche video a tema.

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!