lunedì 9 maggio 2011

Primavera tunisina - Il crollo di un paradigma - Parte 1

Primavera tunisina
Parte 1/ Il crollo di un paradigmadi Fabio Merone
Mentre riesplodono le piazze tunisine e in attesa del seminario Euro-med che si svolgerà a Roma giovedì 12 e venerdì 13 maggio, Fabio Merone, attivista di Assopace che da otto anni vive e lavora a Tunisi, ci aiuta a comprendere la rivoluzione permanente che sta segnando il Maghreb. Un primo articolo, a cui ne seguiranno altri e a cui, progressivamente, accompagneremo interviste e cronache di quanto sta accadendo in questi giorni.
Bisogna aver vissuto una dittatura per capire la forza del pensiero unico. Il pensiero è importante, l’ideologia altrettanto. Una dittatura non è un carro armato che ti punta la sua canna davanti al muso per farti tacere. E’ la costruzione di un sistema di pensiero, prima di tutto. Non si pensi che i tiranni non agiscano in base ad una legittimità. Finché esiste un sistema autoritario esiste una società che, nella migliore delle ipotesi, ne è complice.
In Tunisia, per riuscire ad avere una mente critica, dovevi essere studente universitario (preferibilmente di filosofia o di lingua e letteratura o di scienze politiche, o diritto), o per qualche ragione incontrare i gruppuscoli della grande famiglia marxista-leninista, molti dei quali si nascondevano nelle strutture del grande sindacato (UGTT). In quel caso rischiavi però di essere fagocitato dentro un mondo extra-terrestre rispetto alla realtà sociale del tuo paese. E allora se stavi a Tunisi, nella capitale, ti capitava di passare le tue ore libere ad elaborare teorie di dipendenza dei paesi del terzo mondo dal capitale internazionale ed imperialista.
Il tunisino medio viveva di ben altro, e la sua soggettività di classe, di ceto, di sottoproletario o piccolo borghese, si alimentava di cose diverse. La piccola e media borghesia delle città costiere era imbevuta di un proprio mito che andava d’accordo con quello del potere. Potremmo dire, che un’intera classe sociale si era costruita una lettura del mondo, ed il potere, rozzo quanto si voglia, se ne faceva garante. Sfido chiunque a contestare questa interpretazione. La propaganda elabora questa banale ma geniale categoria: “il modello tunisino”.

Il modello tunisino era il titolo di un paradigma che era sullo sfondo del contratto sociale. Una crescita media del 5 per cento per più di 15 anni, una crescita dei consumi sostenuta, un miglioramento relativo delle condizioni di vita materiale, ed uno sciorinare di statistiche e dati economici che erano la delizia degli strilloni della propaganda.
Il meccanismo dell’informazione funzionava grosso modo così. Elaborazione di un piano quinquennale con titoli ad effetto (“la Tunisia del domani” “Le sfide del futuro” “consolidamento delle conquiste” ecc...), grossi slogan e riunioni di massa che fingevano di elaborare le linee programmatiche, reiterazione degli slogan di sviluppo in tutti i mezzi di comunicazione. La gente comune finiva per ripetere, coscientemente o no, gli stessi slogan fino a convincersene alimentando il discorso pubblico e le convinzioni personali. Un circuito dell’informazione che si richiudeva su se stesso ed occupava lo spazio politico, culturale, sociale, psicologico, del “cittadino-automa”. La Tunisia in questo sembrava essere particolarmente adatta a rappresentare il modello perfetto del pensiero unico. Non esisteva una stampa minimamente critica né un intellettuale di cui si sentisse la voce. E nonostante ciò, arriva un giorno, il 17 dicembre, ed un ragazzo sconosciuto di Sidi Bouzid si brucia vivo, e scoppia la rivolta. Il paradigma si auto-dissolve.
Cos’è successo, allora? Com’è possibile che un sistema cosi perfetto, con un apparato di sicurezza sofisticato, una propaganda pervasiva, ed un pensiero unico olistico, sia crollato? Magia della storia dei popoli.
In realtà le crepe c’erano ed il regime crolla quando non ha più avversari. Il potere aveva fatto fuori qualunque espressione critica, ma anche tutte le pur minime espressioni politiche di opposizione esistenti. Gli islamisti erano stati sterminati, il resto era ben poco, e si dedicava ad elaborare teorie anti-imperialiste in circoli ristrettissimi ed autoreferenziali.
Il regime crolla quando non ha più avversari, ma che affascinante paradosso! La contraddizione l’aveva alimentata in seno suo perché non si era più accorto che il paradigma del “modello tunisino” escludeva almeno la metà della popolazione. Gli emarginati, i ragazzi dei caffè e della chicha, i “candidati” all’emigrazione, i figli delle regioni emarginate dell’interno, non si identificavano più nella grande epopea nazionale del presunto sviluppo economico del paese. E non sopportavano più di non potersi esprimere. E questa frustrazione crescente, l’impossibilita di uno sbocco sociale ed economico dignitoso, insieme ad un sistema di polizia corrotto che veniva identificato come responsabile della generalizzata condizione di miseria sociale, ha dato luogo all’esplosione.
Lo sviluppo degli eventi hanno dato dimostrazione del fatto che il potere non aveva più argomenti da opporre all’evidenza di una condizione sociale al limite della sopportazione. Era un discorso pubblico che era entrato in corto circuito, e l’immolazione di questo ragazzo aveva una forza simbolico-cognitiva superiore a qualunque forma di propaganda. Entrano in scena i blogger ed i rapper, e si mette in moto una macchina di produzione cognitiva nuova che si impossessa con una forza travolgente di masse di giovani differenti per provenienza sociale e culturale. Un'enorme spallata è data al regime, il sistema crolla come un castello di carta. Un enorme apparato di potere che, privato del suo paradigma, si scopre vuoto come il guscio di una conchiglia.