mercoledì 4 maggio 2011

Osama ucciso dal patto Usa-Pakistan sul futuro di Kabul

È probabile che l'operazione che ha portato all'eliminazione di bin Laden sia il frutto di un accordo tra Washington e Islamabad riguardo al futuro dell'Afghanistan. Osama vivo avrebbe messo in difficoltà i suoi ex-amici.
Il raid delle forze speciali americane che ha condotto all’uccisione di Osama bin Laden a una sessantina di chilometri da Islamabad ha richiesto sicuramente l’autorizzazione e la cooperazione delle autorità pakistane. Non è quindi inutile porsi il problema delle condizioni sulla base delle quali il Pakistan ha accettato di consegnare al proprio destino il leader storico di al Qaida, permettendo tra l’altro all’opinione pubblica mondiale di farsi un’idea più precisa di quanto limitata fosse la collaborazione di quel paese alla campagna contro il terrorismo internazionale scatenata dagli Usa dopo l’11 settembre.
Il prezzo chiesto per tradire Osama non deve essere stato basso e sicuramente non è stato di natura economica. Non esclusivamente, per lo meno. Bin Laden era troppo importante perché la sua morte possa essere remunerata da un compenso economico, per quanto grande.
Con tutta probabilità, per ottenere il trionfo che rende ora più agevole al presidente Obama percorrere la via di una sostanziale riduzione delle forze militari statunitensi schierate in Asia Centrale, Washington deve aver messo sul piatto una ben più pesante contropartita, che tra l’altro soddisferebbe anche alcuni obiettivi importanti dell’amministrazione Obama. Tutto induce a ritenere che sia stata raggiunta un’intesa sul futuro politico dell’Afghanistan, prevedendo probabilmente il riconoscimento a Islamabad del diritto a ristabilirvi la propria influenza predominante, magari assumendosi, da sola o in associazione con la Cina, il compito di garantire che da Kabul e dintorni non possano più scaturire in futuro nuove minacce alla sicurezza internazionale.

Vale la pena di ricordare come negli ultimi due anni, se non di più, il Pakistan sia stato già coinvolto in una serie di esercizi pre-negoziali finalizzati allo stabilimento di contatti tra le parti e all’esplorazione dei margini di trattativa disponibili per trovare una soluzione che ponga fine al conflitto in corso in Afghanistan. Ed è altresì noto il fatto che a Islamabad abbiano iniziato da qualche tempo a guardare con occhi nuovi anche i membri più autorevoli della Commissione creata dal governo di Kabul per aprire un tavolo di confronto con i maggiori tronconi della guerriglia che infesta buona parte del territorio afghano.
Ma è nell’ultimo mese che si sono prodotti gli eventi più significativi. Il 15 aprile la capitale afghana è stata raggiunta da una missione pakistana composta dal premier Gilani, dal capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Parvez Kayani, e dal direttore dell’Isi, Shuja Pasha. Nella circostanza la trojka avrebbe raccomandato al presidente Hamid Karzai di iniziare a prendere le distanze da Washington e a considerare, tra le altre cose, l’ipotesi di cercare una tutela alternativa presso Pechino.
Risale invece a tredici giorni più tardi l’annuncio della sostituzione a settembre dei due massimi interpreti del surge afghano voluto da Washington: il segretario alla Difesa, il repubblicano Robert Gates, e il generale David Petraeus, noti entrambi per la loro contrarietà ad operare riduzioni significative delle forze americane dislocate in Afghanistan.
La morte di Osama s’inserisce perfettamente in questo mosaico, perché è il successo del quale gli Stati Uniti avevano bisogno per iniziare a immaginare un’uscita onorevole dal pantano afghano. La reazione del pubblico americano, sceso nella notte a festeggiare il successo ottenuto ad Abbottabad con modalità che ricordano da vicino le esaltazioni generate dalle grandi vittorie militari del passato, la dice lunga sul valore simbolico dell’eliminazione di bin Laden. Sappiamo che allo sceicco del terrore non è stata lasciata via di scampo e che la missione dei Navy Seals non prevedeva la sua cattura in vita: anche questo deve essere stato un riguardo nei confronti del Pakistan, posto che Osama avrebbe potuto, affrontando un processo pubblico, creare molti imbarazzi ai suoi protettori degli ultimi dieci anni.
Rimane da chiarire in che modo gli americani intendano adesso tutelarsi rispetto al rischio che i pakistani, una volta impadronitisi del potere a Kabul con i loro proxy - magari in un quadro costituzionale che contempli inizialmente la sopravvivenza politica di Karzai - disattendano successivamente gli accordi.
È però difficile che su questo specifico punto possano giungere risposte in tempi ragionevolmente rapidi. Una possibilità, comunque, è che gli Stati Uniti abbiano in ogni caso previsto di mantenere in Afghanistan una presenza militare minima e non invasiva, ma all’occorrenza facilmente espandibile. L’amministrazione Obama continua a escluderla, ma sarebbe una misura del tutto ragionevole. In alternativa, rimarrebbe sempre percorribile il perseguimento di un nuovo equilibrio regionale di potenza, assecondando le naturali inclinazioni di India, Iran e Russia a contrastare la supremazia di Islamabad a Kabul, e magari imponendo anche una ristrutturazione su basi federali dello Stato afghano.
Per quanto riguarda le prospettive del jihadismo internazionale, la fine di Bin Laden non aggiunge molto all’evidente crisi in cui è caduto il movimento, a corto di idee e capacità di eseguirle, ora minacciato anche dagli effetti del grande sommovimento che sta sconvolgendo il mondo arabo. Potranno esserci senz’altro dei colpi di coda; ma il mito di un’idra capace di scatenare una rivoluzione integralista per disarcionare la monarchia saudita e restaurare il califfato sembra definitivamente tramontato.