giovedì 26 maggio 2011

Sudan - Sud Sudan, l'ombra di una nuova guerra


SudanIl chiodo al quale sono appese le speranze di pace tra il Sudan e il Sud Sudan sembra stia per cedere. La tensione, che nelle ultime settimane era andata crescendo, si è condensata ed è esplosa laddove era più prevedibile: l'area di Abiyei, la regione petrolifera contesa da Juba e Khartoum. Tra venerdì e sabato, l'esercito sudanese ha lanciato un'operazione militare che ha visto l'impiego di elicotteri da combattimento e artiglieria pesante e ha portato all'occupazione del distretto e al ripiegamento delle forze del Sud. Era la risposta all'imboscata in cui, il 19, erano stati uccisi 22 soldati di Khartoum che un contingente Onu stava scortando fuori dai confini dell'area, ultimo atto di uno stillicidio di aggressioni, omicidi e raid che dura da mesi. Non si conosce al momento il bilancio delle vittime. Si sa solo che Abiyei è una città fantasma, che i circa 20 mila abitanti sono scappati, che l'Unmis (United Nations Mission in Sudan) sta tentando una mediazione ma che il suo personale ha ricevuto l'ordine di non uscire per nessun motivo dalla sede e di raggiungere subito i bunker in caso di allarme. Testimoni sul posto nel pomeriggio raccontavano di saccheggi e devastazioni, di una città in fiamme e di una situazione in progressivo pegioramento. Dal Palazzo di vetro, lunedì pomeriggio è arrivato un duro comunicato che ribadiva che la responsabilità del mantenimento dell'ordine è del Sudan e che, quindi, qualsiasi crimine commesso durante l'occupazione sarà addebitato a Khartoum.

A rendere la situazione ancora più incandescente sono i due decreti firmati dal presidente sudanese Omar al Bashir, con cui ha sciolto il Consiglio amministrativo, il governo locale, e ha licenziato il capo, il suo vice e i cinque direttori dei dipartimenti. La mossa rischia di avere pesanti ripercussioni soprattutto sul piano internazionale. Immediata è arrivata reazione degli Stati Uniti, che hanno definito la mossa di Khartoum "sproporzionata e irresponsabile". Anche le Nazioni Unite che, proprio nelle ore del blitz, avevano una rappresentanza del Consiglio di Sicurezza in procinto di entrare ad Abiyei, hanno condannato l'azione e chiesto un immediato ritiro dell'esercito sudanese e il ripristino della smilitarizzazione dell'area, già prevista da quell'Abiyei Protocol del 2004 che conferiva uno status speciale al territorio. Inviti alla mediazione e alla ragionevolezza che Khartoum ha respinto, rendendo esplicito il suo intento di mantenere il controllo dell'area. Ora che l'incendio è scoppiato, tutti guardano alla delicata scadenza alle porte, quella del 9 luglio, giorno in cui l'indipendenza del Sud Sudan dal nord, decisa dal referendum dello scorso gennaio, diventerà effettiva. L'ambasciatore russo al Consiglio di Sicurezza, Vitaly Churkin, con un po' di scaramanzia ha detto che quest'ultima crisi non avrà conseguenze: "Qualsiasi cosa accada, il 9 luglio il Sud Sudan diventerà indipendente".
Ma al di là di questo ottimismo un po' forzato, restano tutte le paure e le fosche profezie di molti analisti, secondo i quali ad Abiyei si sarebbe riaccesa la guerra civile tra il nord e il sud, che tra il 1983 e il 2005 ha fatto oltre due milioni di morti. Nemmeno quel Comprehensive Political Agreement che aveva posto termine al conflitto, nel gennaio 2005, era riuscito a trovare una soluzione alla questione spinosa. Le due parti sono irremovibili. La posta in gioco, d'altronde, è molto alta. Per Khartoum, che con la secessione del sud ha perso circa il 75 per cento delle risorse petrolifere del Paese, cedere anche Abiyei è impensabile. Ma cosa vogliano gli abitanti della città e dei villaggi limitrofi è chiaro da molto tempo, almeno dagli anni Settanta, quando chiesero che l'area venisse inserita nella grande regione meridionale. A queste istanze, Khartoum ha risposto schierando la 31esima Brigata dell'esercito e armando una serie di milizie, sul modello dei Janjaweed impiegati in Darfur, come le Forze popolari di Difesa e i Missereya, pastori nomadi, arabi e musulmani, che da anni si spostano periodicamente verso sud, nelle terre dei Dinka Ngok, neri e cristiani, in fuga dall'aridità che affligge le loro terre, mangiate dai piani di razionalizzazione agricola e di irrobustimento delle infrastrutture petrolifere del governo sudanese. Il nord li spalleggia. Da anni prova ad usarli come un cavallo di Troia, pretendendo che sia riconosciuto loro il diritto di voto nel referendum con cui gli abitanti di Abiyei decideranno se aderire al sud o al nord del Sudan. Per Khartoum, alterare le percentuali etniche della popolazione è l'unico modo per evitare una sconfitta sicura. Juba però si è sempre opposta. E il risultato è uno stallo che ha impedito che il referendum si svolgesse e che ha portato ad una progressiva e inarrestabile militarizzazione dell'area. Una tensione che si è riversata in altri due stati di confine, Blue Nile e Kordofan meridionale, rimasti a Khartoum dove le due parti negoziano una maggiore autonomia delle arre abitate dai Dinka. A differenza di quello che accade nel resto del Sud Sudan, dove le forze armate del presidente Salva Kiir affrontano formazioni armate locali con evidenti legami con il nord, ad Abiyei non c'è una guerra per procura: nord e sud hanno imbracciato le armi direttamente l'uno contro l'altro e questo scontro è un ritorno indietro ai 20 anni di morti e atrocità. Il senatore americano John Kerry lo sa e lo dice: "Il Sudan si trova sull'orlo di una nuova guerra civile".

Tratto da PeaceReporter