lunedì 2 marzo 2009

Rete Internazionale Ebraica Antisionista


Il documento di costituzione della Rete Internazionale Ebraica Antisionista.


Siamo una rete internazionale di Ebrei che si dedica senza riserve alle lotte di emancipazione degli esseri umani, di cui la liberazione del popolo Palestinese e della sua terra è una parte indispensabile. Il nostro obiettivo è la distruzione dell’apartheid israeliano, il ritorno dei rifugiati Palestinesi e la fine della colonizzazione israeliana della Palestina storica. Dalla Polonia all’Iraq, dall’Argentina al Sud Africa, da Brooklyn al Mississippi, molti Ebrei hanno fatto propria questa richiesta di giustizia e il desiderio di un mondo più giusto, unendosi ad altri in lotte collettive.

Gli Ebrei hanno partecipato in maniera determinante alla lotta dei lavoratori durante il periodo della depressione, al movimento per i diritti civili, alla lotta contro l’apartheid in Sud Africa, alla lotta contro il fascismo in Europa e a molti altri movimenti di cambiamento sociale e politico. La storica e costante pulizia etnica portata avanti dallo Stato di Israele nei confronti del popolo Palestinese per cacciarlo dalle proprie terre contraddice e tradisce questa lunga storia della partecipazione ebraica alle varie lotte di liberazione.

Il Sionismo – la moderna ideologia fondante che si è incarnata nello Stato di Israele – affonda le sue radici nel periodo del colonialismo europeo e si è diffuso immediatamente dopo il genocidio nazista. Il Sionismo si è nutrito dei più violenti ed oppressivi avvenimenti del diciannovesimo secolo, a spese dei molti sforzi e dell’impegno degli Ebrei per la liberazione. Per rivendicare questi sforzi, e un posto nei vibranti movimenti popolari del nostro tempo, il Sionismo, in tutte le sue forme, deve essere fermato.

Questo è cruciale, soprattutto per via dell’impatto del Sionismo sul popolo Palestinese e sulla regione circostante. Il Sionismo disonora anche la persecuzione e il genocidio degli Ebrei d’Europa utilizzando la loro memoria per giustificare e perpetuare il razzismo e il colonialismo europei. È responsabile del massiccio allontanamento e alienazione degli Ebrei Mizrahi (Ebrei di discendenza africana e asiatica) dalle loro diverse origini, lingue, tradizioni e culture. Gli Ebrei Mizrahi sono presenti in questa regione da più di duemila anni. Quando il Sionismo ha preso piede, le storie di questi Ebrei sono state sviate dal loro corso e messe al servizio della segregazione degli Ebrei imposta dallo Stato di Israele.

In quanto tale, il Sionismo ci coinvolge nell’oppressione del popolo Palestinese e nello svilimento delle nostre stesse eredità, lotte per la giustizia e alleanze con gli esseri umani nostri fratelli.


Ci impegniamo a: Opporci al Sionismo e allo Stato di Israele.

Il Sionismo è razzista. Si prefigge il dominio politico, giuridico ed economico degli Ebrei e dei popoli e delle culture europei sui popoli e le culture indigene. Il Sionismo non è solo razzista, è anche antisemita. Appoggia l’immaginario europeo sessista e antisemita dell’effeminato e debole “Ebreo della diaspora” e contrappone ad essa un “nuovo Ebreo” violento e militarista, perpetratore piuttosto che vittima di violenza razziale.

Il Sionismo quindi cerca di rendere bianchi gli Ebrei con l’adozione del razzismo bianco nei confronti del popolo Palestinese. Nonostante il bisogno di Israele di integrare i Mizrahi per poter mantenere una maggioranza ebraica, questo razzismo si traduce anche nell’emarginazione e nello sfruttamento economico della popolazione Mizrahi socialmente indigente. Questa violenza razziale comprende anche lo sfruttamento dei lavoratori immigrati. I Sionisti propagano il mito che Israele è una democrazia. In realtà, Israele ha istituito e sostiene politiche e prassi interne che discriminano gli Ebrei di origine Mizrahi ed esclude e ghettizza il popolo Palestinese. Inoltre Israele, sostenuta dagli Stati Uniti, mina alla base qualsiasi movimento arabo che lotta per la sua liberazione e un cambiamento a livello sociale. Il Sionismo perpetua il senso di eccezionalità degli Ebrei. Per difendere i propri crimini, il Sionismo racconta una versione della storia ebraica totalmente separata dalla storia e dalle esperienze di altri popoli. Diffonde l’idea che l’olocausto nazista sia un’eccezione nella storia dell’umanità – nonostante sia uno dei tanti olocausti, da quelli dei nativi del Nord e del Sud America a quelli in Armenia e Rwanda. Separa gli Ebrei dalle vittime e dai sopravvissuti di altri genocidi invece di accomunarci ad essi.Attraverso una condivisa islamofobia e desiderio di controllo del Medio Oriente e dell’Asia occidentale, Israele fa fronte comune con i fondamentalisti cristiani ed altri che chiedono la distruzione degli Ebrei. Insieme chiedono la persecuzione dei Musulmani. Questa promozione comune dell’Islamofobia serve a demonizzare la resistenza al dominio economico e militare dell’Occidente. Porta avanti una lunga storia di collusione sionista con regimi repressivi e violenti, dalla Germania nazista al Sud Africa dell’apartheid alle dittature reazionarie in tutta l’America Latina.Il Sionismo afferma che la sicurezza degli Ebrei dipende da uno stato ebraico militarizzato. Ma Israele non garantisce la sicurezza degli Ebrei. La sua violenza porta instabilità e paura per coloro che rientrano nella sua sfera di influenza e mette a rischio la sicurezza di tutti i popoli, incluso quello ebraico, ben oltre i suoi confini. Il Sionismo ha contribuito volutamente a creare le condizioni che hanno portato alla violenza contro gli Ebrei nelle nazioni arabe. L’odio nei confronti degli Ebrei che vivono in Israele e altrove, provocato dalla violenza e dal dominio militare di Israele, viene usato per giustificare ulteriore violenza da parte sionista.


Ci impegniamo a: Respingere il retaggio coloniale e la continua espansione coloniale

Il momento in cui il movimento sionista ha deciso di fondare uno Stato Ebraico in Palestina, è diventato un movimento di conquista. Alla stregua della conquista imperiale e delle ideologie genocide nelle Americhe e in Africa, il Sionismo si basa sulla segregazione dei popoli e sulla confisca della terra che produce pulizia etnica e dipende da un’implacabile violenza militare.I Sionisti hanno lavorato a stretto contatto con l’amministrazione coloniale Britannica contro le popolazioni autoctone della regione e le loro legittime speranze di libertà e autodeterminazione. L’immaginario Sionista di una Palestina “vuota” e desolata ha giustificato la distruzione della vita dei Palestinesi così come lo stesso tipo di razzismo ha giustificato lo sterminio dei Nativi Americani, la tratta atlantica degli schiavi e molte altre atrocità.

Dagli insediamenti in continua espansione al Muro dell’Apartheid, l’impegno di Israele al dominio coloniale lascia il suo segno danneggiando l’ambiente e distruggendo la morfologia fisica della Palestina. Il fallimento delle politiche per porre fine alla resistenza Palestinese spinge Israele verso una violenza sempre crescente e politiche che, se portate al loro estremo, terminano nel genocidio. A Gaza, lo stato israeliano rifiuta l’accesso a cibo, acqua, elettricità, aiuti umanitari e forniture mediche come arma per minare le fondamenta della vita umana.Israele, un tempo complice dell’assalto britannico e francese all’unità e all’indipendenza arabe, è ora un socio subalterno nella strategia delle forze alleate statunitensi per il controllo militare, economico e politico del mondo, in particolare nel dominio della strategica regione del MedioOriente e del Sud Ovest asiatico. Il pericolo di una guerra nucleare causata da un attacco israelo-statunitense dell’Iran ci ricorda che Israele è una bomba atomica che deve essere urgentemente smantellata per salvare le vite di tutte le sue vittime attuali e potenziali.


Ci impegniamo a: Contrastare le organizzazioni sioniste

Oltre ad aver ideato la creazione di Israele, il Sionismo ne ha determinato le politiche internazionali di dominio militare e antagonismo verso i suoi vicini e ha istituito una complessa rete globale di organizzazioni, gruppi di pressione politica, società di pubbliche relazioni, circoli nelle università e nelle scuole per sostenere e promuovere le idee sioniste nelle comunità ebraiche e nella società in generale.Miliardi di dollari USA vengono versati annualmente ad Israele per sostenere l’occupazione e il sofisticato e brutale esercito israeliano. La macchina da guerra che finanziano è una dei leader nell’industria globale delle armi, che prosciuga risorse indispensabili ad un mondo che ha un disperato bisogno di acqua, cibo, cure mediche, alloggi ed istruzione. Nel frattempo, l’Europa, il Canada e le Nazioni Unite sostengono l’infrastruttura dell’occupazione mascherandola da aiuti umanitari al popolo Palestinese. Insieme, gli USA e i loro alleati collaborano all’allargamento del dominio della regione e alla eliminazione dei movimenti popolari. Una rete internazionale di istituzioni e organizzazioni sioniste sostiene l’esercito israeliano e gli insediamenti ebraici militanti con finanziamenti diretti. Questa rete fornisce anche il sostegno politico necessario a legittimare e promuovere politiche e invii di aiuti. Nei singoli paesi, questa rete censura le critiche a Israele e prende di mira singoli individui e organizzazioni tramite schedature, violenza, reclusioni, deportazioni, disoccupazione e altri ricatti economici.La rete sionista favorisce la diffusione dell’islamofobia. Suona i suoi tamburi di guerra all’estero e spinge per una legislazione repressiva in casa. Negli USA e in Canada, le organizzazioni sioniste hanno sostenuto l’approvazione della legislazione “antiterrorismo” che prevede che chi si organizza per promuovere il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele e sostenere organizzazioni palestinesi, iraniane, irachene, libanesi e musulmane debba essere messo sotto processo in quanto sostenitore del terrorismo e colpevole di tradimento. Sia in Europa che negli USA, fantomatiche organizzazioni “ebraiche” sono attualmente in prima linea nel chiedere una guerra contro l‘Iran. Stanno comparendo crepe sia nelle fondamenta del sionismo che nello stesso dominio mondiale statunitense. Nella regione, continua una straordinaria resistenza della Palestina e del sud del Libano all’aggressione e occupazione israeliana e statunitense nonostante le risorse limitate e i molti tradimenti. Nel mondo, il movimento di solidarietà con il popolo Palestinese e contro la politica statunitense e israeliana sta acquistando slancio. In Israele, questo slancio si può vedere nel crescente dissenso che permette di reclamare due eredità degli anni ’60: Matzpen, una organizzazione israelo-palestinese ed ebraica antisionista, e il Partito Mizrahi delle Pantere Nere. In Israele c’è anche un crescente rifiuto dei giovani ad accettare la leva obbligatoria nell’esercito.In seno ai governi e all’opinione pubblica negli USA e in Europa, i costi del sostegno incondizionato a Israele vengono sempre più messi in discussione. Israele e gli USA cercano nel sud globale nuovi alleati che si uniscano alle loro conquiste economiche e militari. Il crescente rapporto tra Israele e India è un tipico esempio di questo. Condividendo l’interesse al controllo politico e al guadagno dei pochi a spese dei molti, l’élite Indiana e di altri paesi del Medio Oriente e dell’Asia occidentale collude con i piani economici e militari dell’occidente nella regione.La propaganda della Guerra Globale al Terrore da parte dell’Occidente risuona dell'islamofobia che è richiesta e promossa dall’élite indiana e ha fornito la scusa per una dura repressione del dissenso da parte di vari regimi del Medio Oriente e del sud-ovest asiatico. Nonostante questo, stanno nascendo movimenti popolari che hanno alle spalle una ricca storia di lotte anticoloniali che sfidano e finiranno per sconfiggere questa alleanza. Insieme ai nostri alleati, vogliamo contribuire ad allargare quelle crepe, finché il muro non cada e Israele non resti isolata come era isolato il Sud Africa dell’apartheid. Ci impegniamo a portare avanti la battaglia contro quelle organizzazioni che pretendono di parlare per noi, e a sconfiggerle.


Ci impegniamo a: Dare la nostra solidarietà e a lavorare per la giustizia

Mettiamo i nostri cuori, menti e impegno politico a sostegno del variegato e dinamico movimento di resistenza del popolo Palestinese e della lotta alle ingiustizie di cui le nazioni in cui viviamo sono responsabili.

Sosteniamo senza riserve il Diritto al Ritorno dei Palestinesi.

Chiediamo l’abrogazione della razzista legge israeliana sul ritorno che privilegia i diritti di qualsiasi persona che venga ritenuta Ebrea dallo Stato di Israele a stabilirsi in Palestina escludendo così i Palestinesi e trasformandoli in rifugiati.Rispondiamo con tutto il cuore all’appello dei Palestinesi a sostenere il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele.

Sosteniamo la richiesta di rilascio dei prigionieri politici palestinesi e di porre fine alla reclusione di leader politici palestinesi, donne, bambini e uomini, come metodo di controllo e terrore.

Non sta a noi decidere quale strada debba prendere il popolo Palestinese nella costruzione del proprio futuro. Non pretendiamo di sostituire la nostra voce alla sua. Le nostre strategie e azioni deriveranno dal nostro attivo contatto con coloro che sono impegnati nelle varie lotte di liberazione in Palestina e nella regione circostante. Sosterremo la loro lotta per la sopravvivenza, per difendere le proprie posizioni e per far progredire il loro movimento come meglio possono, secondo le loro modalità.Siamo a fianco dei vibranti movimenti di resistenza popolari del nostro tempo che difendono e hanno a cuore le vite di qualsiasi persona e dello stesso pianeta. Siamo a fianco dei movimenti guidati da coloro che più risentono delle conquiste, occupazioni, razzismo imperiali e del controllo e sfruttamento globale di popoli e risorse. Difendiamo la protezione del mondo della natura. Difendiamo i diritti delle popolazioni locali alla loro terra e sovranità. Difendiamo i diritti dei migranti e dei rifugiati a varcare liberamente e in tutta sicurezza i vari confini. Difendiamo i diritti dei lavoratori – inclusi i lavoratori immigrati fatti arrivare in Israele per sostituire sia la mano d’opera palestinese che quella Mizrahi – alla giustizia economica e all’autodeterminazione. Difendiamo i diritti di eguaglianza razziale e di identità culturale. Difendiamo i diritti di donne e bambini e di tutti i gruppi discriminati ad essere liberi dal giogo. E ci battiamo per il diritto universale di avere acqua, cibo, alloggio, istruzione, assistenza sanitaria e libertà dalla violenza -- le uniche basi sulle quali la società umana può sopravvivere e prosperare.Ci impegniamo a sostenere la giustizia in modo che le ferite si possano iniziare a cicatrizzare. C’è molto da sanare: le ferite inflitte dall’imposizione e dalla gestione del regime coloniale in Palestina e nella regione confinante; i traumi dell’oppressione europea degli Ebrei sfruttata dal progetto sionista; le paure e le privazioni sofferte in anni di spargimenti di sangue; le manipolazioni dellacultura e delle risorse utilizzate per sfruttare gli Ebrei Mizrahi e separarli dai Palestinesi; e i continui massacri, stupri e spoliazioni del popolo Palestinese.

La giustizia che vogliamo ottenere deve essere costruita da coloro che in tutta la Palestina, incluso Israele, e i rifugiati Palestinesi, la cui lotta per l’autodeterminazione può portare eguaglianza e libertà a quanti ci vivono e nelle terre circostanti.


Vi chiediamo di unirvi a noi.

Questi obiettivi richiedono la costruzione di un compatto movimento ebraico internazionale che sfidi il Sionismo e le sue pretese di parlare a nome di tutti gli Ebrei. Di fronte ad un avversario internazionale non basta lavorare a livello locale o nazionale. Dobbiamo trovare modi di lavorare insieme scavalcando confini, distanze, settori e lingue. C’è spazio per molte iniziative e organizzazioni, già esistenti e future, che lavorino in maniera indipendente e congiunta, collaborando e appoggiandosi l’un l’altra.

Siete contro il razzismo in tutte le sue forme? Allora vi chiediamo di unirvi a noi per mettere fine all’apartheid israeliano.

Riconoscete la sovranità e i diritti sul territorio delle popolazioni locali? Allora vi chiediamo di unirvi a noi per difendere la sovranità e i diritti sul territorio dei Palestinesi.

Ritenete che tutte le nostre vite dipendano dalla sostenibilità economica e ambientale?

Siete furiosi per il furto e la distruzione delle risorse mondiali? Allora vi chiediamo di unirvi a noi per fermare la distruzione dell’agricoltura e della terra palestinese da parte di Israele, il furto di terra e acqua e la distruzione di villaggi e coltivazioni.

Auspicate la fine delle interminabili guerre per il petrolio e il dominio militare degli USA e dei loro alleati?

Volete porre fine alle culture militarizzate, all’arruolamento dei nostri giovani e al saccheggio delle risorse che finanziano eserciti invece delle necessità della vita?

Allora vi chiediamo di unirvi a noi per smantellare un fattore critico della macchina da guerra globale.

Vi volete dissociare dalla pulizia etnica perpetrata da Israele in Palestina e dalla distruzione di storia, cultura e autogoverno?

Ritenete che non c’è pace senza giustizia?

Vi sentite furiosi e amareggiati per il fatto che l’olocausto contro gli Ebrei venga usato per perpetrare altre atrocità?

Allora vi chiediamo di unirvi a noi per porre fine al colonialismo sionista.

Per far sì che le persone di questo pianeta possano vivere in un mondo sicuro, giusto e in pace, bisogna mettere fine al progetto coloniale israeliano. Ci assumiamo con gioia questo dovere collettivo di minare un sistema di conquista e saccheggio che tormenta il nostro mondo da troppo tempo.

http://www.ijsn.net/atranslation/236/

domenica 1 marzo 2009

IL PROGETTO DEL CAPITALE PER LE CAMPAGNE


di Joao Pedro Stedile
pronunciato il 22 gennaio 2009, durante il XIII INCONTRO DEL MST

Più che celebrare i 25 anni è necessario che riflettiamo sulle nuove condizioni della lotta di classe molto diverse da quelle dei primi anni del MST.
E questo ci richiede un grado di conoscenza sempre maggiore, un grado di attenzione sempre più accurata nei confronti di tutte le azioni che il capitale sta facendo per controllare la natura e la produzione agricola. Ora non è più solo in disputa la terra come bene di lavoro.
Agli inizi della nostra storia c’era un documento della CNBB che parlava della terra come bene di lavoro come bene della natura, di Dio che non poteva essere una merce e dovevamo affrontare il padrone della terra, il latifondista, quello che aveva accaparrato questo bene della natura. Ora sono in disputa tutti i beni della natura: l’acqua, l’aria, l’ambiente, la produzione di input che si usano per produrre gli alimenti.
Ora la lotta è molto più complessa e il nostro compito qui stamattina è questo: cercare di elencare alcuni elementi che permettano ai compagni di approfondire il dibattito, studiando. Nella logica delladiscussione di questo incontro, ieri e stamattina noi abbiamo riflettuto sul “loro” progetto per poter cominciare ora a parlare del nostro progetto, su quali possono essere le alternative. Vorrei elencare, riassumere alcunielementi già apporsi ieri e oggi nelle parole del professor Umbelino per costruire una interpretazione teorica collettiva.
Dal momento in cui si è installato il capitalismo, questo è passato per varie fasi nel suo modo di produrre In ognuna di queste fasi ha avuto una grande influenza sulla produzione agricola. E questo è successo anche qui in Brasile.
1. Nel primo periodo del capitalismo commerciale, l’obiettivo era produrre materie prime. Ci hanno imposto la colonia per controllare il territorio e la forma del capitalismo commerciale che dominava la nostraagricoltura è stata la fazenda di piantagione, la grande fazenda del periodo coloniale, che combinava lavoro schiavo ed esportazione.
2. Durante il XX secolo il capitalismo divenne industriale. Alla produzione agricola fu imposto il modello tecnologico che obbligava l’agricoltura a dipendere dall’industria. I capitalisti guadagnavano più soldi nell’industria e quindi l’agricoltura aveva un ruolo subordinato nel produrre materia prime per l’agroindustria e fornire manodopera a buon mercato e allo stesso tempo tutti gli input erano prodotti dall’industria(fertilizzanti chimici, pesticidi, macchine ecc). In questo modello c’era una logica che permetteva l’esistenza e la riproduzione del contadino, ossia il contadino poteva avere la sua terra, lavorarla a suo modo, produrre isuoi beni di sussistenza e allo stesso tempo era integrato nell’industria, fornendo materie prime e la metà dei suoi figli che diventavano operai.Questo capitalismo ebbe interesse in alcuni paesi a realizzare la riforma agraria, ossia nella maggioranza dei paesi industrializzati del mondo è stata la borghesia industriale ad assumere l’iniziativa di dividere la terra del latifondo e darla al contadino perché il contadino si subordinasse all’industria, perché era molto più produttivo del latifondo arretrato. In certo modo, si è trattato di riforme agrarie pratiche che si produsseroall’interno di una alleanza non esplicita tra borghesia industriale e contadini.
3. Ora siamo in una nuova fase del capitalismo. Il capitalismo industriale classico è entrato in crisi, negli anni 70/90. Negli ultimi anni chi controlla l’economia è il capitale finanziario, che agisce sulla produzioneattraverso imprese che noi chiamiamo transnazionali o monopoliste. Questo mutamento della forma del capitale ha avuto conseguenze gravissime nella forma di organizzare la produzione agricola. Quali sono stati i movimenti che questo capitale finanziario mondializzato ha prodotto nell’agricoltura?
a) il primo movimento è che le banche, il capitale finanziario è venuto da fuori dell’agricoltura, portato dalle imprese e ha comprato azioni, ha gonfiato le imprese che agivano in campo agricolo e in questo modo è passato a controllare l’agricoltura e le grandi imprese transnazionali, la Monsanto e la Bunge per esempio che sono le più grandi. La Monsanto è nata negli USA cento anni fa, era una piccola impresa, nessuno ne aveva sentito parlare negli anni 70 o 80. Sono pochi anni che la conosciamo. La Bunge, la Cargill, perché sono apparse ora, da pochi anni a questa parte? Perché le banche hanno investito denaro in queste imprese e loro da un’ora all’altra si sono trasformate in mostri che hanno comprato altre imprese e hanno monopolizzato il controllo della produzione Quindi l’origine del capitale della Monsanto, della Cargill, della Bunge, della Syngenta ecc non è stata frutto di una accumulazione nella attività agricola ma ha origine nelle banche. Il capitale finanziario ha quindi permesso l’azione di grandi imprese perché passassero a controllare le merci prodotte in agricoltura
b) Il secondo movimento è legato al fatto che il capitalismo si è internazionalizzato, hanno dollarizzato l’economia del mondo. Tutti i prezzi delle merci agricole sono stati internazionalizzati. All’inizio del movimento, il prezzo del mais in cruzeiro era diverso nei vari luoghi. C’era un prezzo a Sarandi, uno a Chapecò, uno in Goias ecc.. Perché in quell’epoca del capitalismo industriale il prezzo del mais era determinato dal costo di produzione. Ora qual è il prezzo del mais? E’ lo stesso a Tokio, in Messico,in Turchia, Norvegia, perché chi fa i prezzi sono le borse delle merci controllate dalle imprese. Quindi abbiamo un prezzo unico per il mais in tutto il mondo, che permette loro di accumulare un enorme tasso di profitto in dappertutto. Prima del capitale finanziario gli stati nazionali potevano influire sull’agricoltura attraverso le politiche pubbliche agricole. Ora gli stati nazionali sono stati allontanati dalle politiche pubblicheagricole. E chi determina la politica per l’agricoltura sono i grandi organismi internazionali: FMI, BC, WTO ecc.. Di modo che eleggere o non eleggere presidenti della repubblica nei paesi periferici, poco muta perchéin realtà altri controllano la nostra agricoltura.
c) Terzo movimento. Questa agricoltura totalmente dipendente dagli input industriali e dalle imprese che controllano la produzione e il commercio è diventata totalmente dipendente dal credito bancario. Le banche pubbliche e private del Brasile prestano all’agrobusiness, ogni anno, 60 miliardi di reais perché producano da 80 a 100 miliardi. In realtà le banche non danno i soldi ai fazendeiros ma direttamente alle imprese multinazionali che forniscono concimi, pesticidi, semi e macchine. La differenza tra 60 e 80/100 si divide tra salari, tasse e rendita del fazendeiro. Anche il fazendeiro ignorante che si è alleato con le imprese capitaliste non si rende contro che la maggior parte del capitale prodotto va alle imprese transnazionali. Se si interrompe il credito bancario oggi, finisce l’agrobusiness perché il fazendeiro non ha capitale sufficiente per produrre e questo è stato il risultato del movimento del capitale finanziario.
Bene, quali sono i nuovi settori di espansione del capitale in area agricola? Le priorità del capitale da qui in avanti andranno in direzione essenzialmente di cinque aree.
§ Prima di tutto controlleranno le SEMENTI, perché il controllo delle sementi transgeniche è il modo di monopolizzare e controllare che cosa produrre. E visto che c’è una legge sui brevetti che permette di riscuotere royalties, la Monsanto, nel Rio Grande del Sud, raccoglie 80 milioni di dollari all’anno di royalties, senza produrre un pacco di semi. Nessun produttore compra la soia dalla Monsanto, ma questa soia transgenica quando arriva nei porti paga royalties alla Monsanto. Perché loro, ottenendo il brevetto, hanno dichiarato che tutta la soia transgenica è loro, non importa chi la produca. Lula ha liberalizzato il mais, il cotone. Chi ha visto il film sulla Monsanto ieri sera si è reso conto del potere della Monsanto.
§ Il secondo elemento è l’ACQUA. Vi siete resi conto che questo elemento è più caro di qualsiasi altro liquido? Era l’ultimo bene che non era merce. Molte grandi multinazionali stanno facendo investimenti perché vogliono controllare le acque, controllare le fonti, i laghi, i fiumi e il consumo. Per esempio la deviazione del Rio San Francisco non ha niente a che vedere con la sete del sertao. Ma l’acqua che è pubblica verrà privatizzata e pagata sia per il consumo famigliare che per quello agricolo. Viene fattaun’opera pubblica per privatizzare.
§ La terza area in cui il capitale sta avanzando è quella del controllo della BIODIVERSITA’. Che cos’è la biodiversità? Sono le migliaia di forme differenti di vita vegetale e animale che esistono in natura. Perchévogliono controllarla? Ogni essere vivente ha una mappa del DNA diversa. In queste mappe di ogni essere vivente si possono trovare risposte per lo sviluppo dell’agrobiologia, per sviluppare nuove forme di produzione di sementi più produttive. Tutte le grandi imprese vanno in Amazzonia, verso regioni ricche di biodiversità, verso il Pantanal, verso il Cerrado, per controllare differenti forme di vita, ricercarle e trasformarle in merce.All’epoca del capitalismo industriale la ricerca era controllata dallo stato, oggi dalle transnazionali. Se c’è un bravo scienziato all’Embrapa, la Monsanto lo compra. Ma la cosa peggiore sono gli accordi formali, cioè ilfatto che i laboratori pubblici vengono messi a servizio delle transnazionali e, comunque, siccome la genetica richiede molto denaro, i laboratori migliori non appartengono più agli stati.
§ Quarto obiettivo degli investimenti è il settore degli AGROCOMBUSTIBILI. Sapete che le fonti di energia fossile (carbone, petrolio, gas) hanno stoques limitati. Il capitalismo sta cercando di trasformare l’agricoltura in una fonte di energia. Al fondo tutta l’energia ha origine dal sole. Quando noi mangiamo, i nostri alimenti di origine vegetale o animale non sono altro che una mutazione dell’energia solare. Tutti noi esseri viventi ci muoviamo grazie all’ energia solare. Giustamente i popoli indigeni guardavano al sole come al vero Dio, ed è vero perché senza sole questo pianeta scompare. Cosa è quindi l’agrocombustibile? E la capacità dialcune piante (soia, canna ecc) di captare l’energia solare e trasformarla in zucchero o olio. Il capitale vuol trasformare l’agricoltura in una fonte di alimenti per le automobili.
§ L’ultimo fronte del capitale è la CELLULOSA.
Quindi questo è il piano del capitale. Quali sono le contraddizioni di questo modello del capitale nei confronti dell’agricoltura? Esistono contraddizioni. Cosa sono le contraddizioni? Sono forze contrarie, generate dallo stesso progetto, che possono portarlo alla distruzione, se noi abbiamo la capacità di sfruttare queste contraddizioni. Il ruolo dei movimenti sociali come il nostro è comprendere le contraddizioni per organizzare il popolo a superare questo modello.
PRIMA CONTRADDIZIONE. Un modello di produzione industriale in agricoltura che ha bisogno di 60 miliardi di reais ogni anno per essere finanziato, la cosiddetta agricoltura industriale (tutti gli input sono prodotti fuori) ha delle contraddizioni perché la maggior parte di questi input hanno come materia prima il petrolio o fonti minerarie esauribili di fertilizzanti. Pertanto, a medio termine, non c’è futuro perché il petrolio diminuirà e ne aumenterà il prezzo, il fosfato lo stesso ecc. Come può crescere un agricoltura che dipende da un input esauribile e sempre più scarso? Non è possibile, questa è la loro grande contraddizione.
SECONDA CONTRADDIZIONE. La grande fazenda chiamata agrobusiness, per avere un buon profitto, deve produrre con il sistema delle monoculture. Ma la monocultura distrugge tutte le altre forme di biodiversità presenti nella natura e per fare questo usa veleni di origine chimica (che provengono in parte dal petrolio). Questa agricoltura industriale funziona solo usando veleni e il veleno che non è biodegradabile distrugge i microorganismi del suolo, uccide l’acqua. Questo tipo di agricoltura si sostiene quindi producendo alimenti contaminati, e quindi a medio termine non può che far aumentare i problemi della salute pubblica e man mano le persone se ne rendono conto. E’ chiaro che nel medio periodo questo tipo di agricoltura non è sostenibile basandosi sulla produzione di alimenti contaminati.
TERZA CONTRADDIZIONE. La produzione di polli ecc. su larga scala si sostiene solo sulla base diuso di medicinali e di molti ormoni e chi consuma questi prodotti assume le sostanze che sono state utilizzate e questo sta producendo mutazioni negli esseri umani (per esempio ci sono bambine che hanno il mestruo prima) ecc.
QUARTA CONTRADDIZIONE. I prezzi dei prodotti agricoli non si basano più sulla teoria del valore,ossia sui costi di produzione, il prezzo delle commodities (tutti quei prodotti agricoli che possono essere uniformati in tutto il mondo) è deciso in borsa dai monopoli o dalla speculazione e questo a medio termine porta a delle serie conseguenze. Se il prezzo è svincolato dalla produzione e anche dagli stoques e aumenta molto e la gente non può più comprare, questo porta a un aumento della fame. Al tempo della rivoluzione verde, negli anni 60/70, quando aumentò molto la produttività in agricoltura a causa dei fertilizzanti chimici e dei pesticidi, 60 milioni di persone avevano fame; e la promessa allora del governo Kennedy e della rivoluzione verde era che l’agricoltura industriale avrebbe eliminato la fame. 40 anni dopo, con questo nuovo modello, le persone che hanno fame sono 880 milioni. Questo è un dato FAO dell’anno scorso (l’anno precedente erano 800 milioni, quindi in un solo anno, di speculazione in borsa con la crescita del prezzo della soia e del mais, 80 milioni di persone sono entrate nell’ambito del gruppo che soffre la fame). La maggioranza dei paesi più poveri ha perso la sovranità sulla produzione di alimenti, a causa delle transnazionali. Oggi ci sono 75 paesi nel mondo che non riescono a produrre ciò che serve al loro popolo.Non è per ragioni climatiche. Il nostro amato Venezuela, che è un paese ricco di petrolio, il paese più ricco dell’America Latina, importa il 75% di quel che mangia. Per colpa di chi? Della Monsanto, della Bunge, dellemultinazionali. Quando Chavez è andato al potere importava il 95%. Chavez è disperato e ha chiesto il nostro aiuto, ma fino ad ora è riuscito ad abbassare le importazioni solo al 75%. Il Paraguay, che ha le terre più fertili del mondo, che è in mezzo a due grandi fiumi, importa il 60% di ciò che mangia.
QUINTA CONTRADDIZIONE. La monocultura non ha bisogno di manodopera nelle campagne, la espellequindi è contro l’occupazione. E’ una contraddizione, dobbiamo approfittare dell’aumento della disoccupazione per denunciare l’agrobusiness come una delle cause della disoccupazione. Come dice Via Campesina, l’agricoltura industriale è in realtà una agricoltura senza agricoltori. Non ha bisogno di agricoltori, l’agrobusiness è una delle cause della disoccupazione.
SESTA CONTRADDIZIONE. Il modello industriale dell’agricoltura produce squilibri nell’ambiente. La monocultura distrugge le altre forme di vita, cioè la biodiversità. Perché l’equilibrio deriva dalla convivenza per milioni di anni di varie specie animali e vegetali che sono collegate tra loro. Quando si impone la monocultura si altera il clima. Il riscaldamento globale non è uno scherzo.Dalle grandi fazende in cui c’è solo bestiame, si possono rilevare le emissioni di butanolo dai satelliti, che viene dagli escrementi delle vacche. Gli stessi problemi sono causati dalla produzione intensiva disuini. Anche lì c’è emissione di gas che inquina l’ambiente. L’agricoltura industriale non ha la possibilità di convivere con l’ambiente e genera sempre più contraddizioni sulle quali noi dobbiamo lavorare.
SETTIMA CONTRADDIZIONE. Le imprese transnazionali controllano le sementi transgeniche. All’iniziodicevano che c’era una riduzione di costi perché invece di applicare tre tipi di erbicidi se ne poteva applicare solo uno, il loro, il Rondoup. La maggioranza degli agricoltori ci ha creduto, perché era così. Ma avremmopotuto sostituire i veleni con la policoltura. Cosa sta succedendo oggi con i semi transgenici? Che stanno nascendo parassiti resistenti. Compaiono piaghe che i veleni non uccidono più. Quindi non servono più i semi transgenici e questa è una contraddizione che noi dobbiamo utilizzare. Molti agricoltori del Mato Grosso e del Goias hanno già abbandonato i semi transgenici. Nel Paranà ci sono molti studi (per esempio della Ibrapa) che hanno dimostrato che non c’è più differenza di produttività tra sementi transgeniche e sementi convenzionali. E negli Stati Uniti è stato dimostrato che la produttività media della soia transgenica diminuisce di anno in anno.
OTTAVA CONTRADDIZIONE. L’altra contraddizione che questa forma di agricoltura sta producendo è chein alcune aree dedicate all’etanolo, agli agrocombustibili, e alla cellulosa le imprese , per garantire il loro investimento che è alto, stanno comprando terre. Secondo una ricerca realizzata dalla Folha di Sao Paulo, che è portavoce della borghesia brasiliana, negli ultimi 5 anni più di 20 milioni di ettari sono stati comprati dal capitale straniero e questa è una contraddizione sulla quale il MST/Via Campesina si può trovare vicino asettori lontani ideologicamente da noi ma che difendono interessi nazionalisti. Possiamo provocare questi settori. Volete aiutarci a difendere il Brasile o no? Quindi è una contraddizione importante della quale noi dobbiamo approfittare. Qui nel Rio Grande del Sud, per esempio, con le grandi imprese produttrici di cellulosa che utilizzano 300.000 ettari dello stato.


IL DISCORSO DI JOAO PEDRO STEDILE DEL GIORNO 24 GENNAIO, GIORNATA CONCLUSIVA DELLE CELEBRAZIONI, ALLA PRESENZA DI POLITICI, SINDACALISTI, INTELLETTUALI BRASILIANI E STRANIERI ALLA PAGINA http://www.mst.org.br/mst/pagina.php?cd=6310

giovedì 26 febbraio 2009

Ferma posizione dei Popoli Indigeni centroamericani contro le industrie estrattive ed elettriche.

Mapuexpress
In Guatemala, a Iximulew, nei giorni 18, 19 e 20 di febbraio 2009, rappresentanti di organizzazioni Indigene Centroamericane (México, Panamá, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua) si sono riunite per discutere e analizzare la situazione dei territori indigeni rispetto le imprese estrattive e mega dighe.
Come pure sui metodi unilaterali e le politiche nazionali che i governi hanno adottato e sostenuto indiscriminatamente, con il conferimento di licenze per l’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse naturali e delle risorse del sottosuolo nelle loro terre e territori, mettendo in serio pericolo la vita, la continuità e l’esistenza della stessa madre natura, dei popoli indigeni e delle comunità locali.
Di seguito la dichiarazione finale.

Declaración de IXIMULEW

Los Pueblos Indígenas frente a las Empresas Extractivas y Mega-represas
Los pueblos indígenas y comunidades locales de Mesoamérica representados a través de sus organizaciones, abajo firmantes, reunidos en Iximulew (Guatemala) los días 18, 19 y 20 de febrero de 2009, para discutir y analizar la situación de los territorios indígenas frente a las empresas extractivas y mega-represas, así como las formas unilaterales y las políticas nacionales que los gobiernos de la región, han adoptado e implementado indiscriminadamente, con el otorgamiento de licencias para la exploración y explotación de los recursos naturales y los recursos del subsuelo en nuestras tierras y territorios, afectando seriamente la vida, la continuidad y la existencia misma de la madre naturaleza, de los pueblos indígenas y las comunidades locales.
Ante el riesgo inminente de destrucción de nuestro patrimonio natural y cultural, manifestamos a la opinión pública nacional e internacional, y a las autoridades gubernamentales de la región mesoamericana, lo siguiente:

•Primero, rechazamos las políticas sobre exploración y explotación de los recursos naturales y del subsuelo, principalmente por las aceleradas y arbitrarias medidas adoptadas por las autoridades nacionales, que violan los procesos de consulta y el consentimiento previo, libre e informado de los pueblos indígenas, frente a sus prioridades de desarrollo y han puesto en riesgo la vida, los bienes naturales, los recursos hídricos, la biodiversidad y los derechos sobre las tierras, territorios y recursos de los pueblos indígenas y comunidades locales.

•Segundo, exigimos de manera urgente a las autoridades nacionales, la aprobación de la moratoria y suspensión de licencias y operaciones mineras, hidroeléctricas, petroleras y otras empresas extractivas que se están ejecutando en aquellos sitios o territorios indígenas o comunidades locales, hasta que se cuente con nuevas leyes nacionales y políticas más coherentes con la protección del medio ambiente y los recursos naturales, así como con la vigencia y el respeto a los derechos de los pueblos indígenas y ¡a seguridad jurídica de sus territorios.

•Tercero, garantizar la participación plena y efectiva de los pueblos indígenas y de las comunidades locales en la revisión y reforma a las legislaciones nacionales y políticas sobre exploración y extracción, que contemple entre otros, los siguientes elementos:
Procesos participativos de reforma a las leyes y políticas nacionales sobre industrias extractivas y mega-represas: minería, petroleras e hidroeléctricas, entre otras, incluyendo el proceso de descentralización administrativa, que permita a los gobiernos locales y comunidades indígenas, tomar sus propias decisiones.
Realización de una Evaluación Ambiental Estratégica Independiente, que defina las zonas en las cuales no deberá desarrollarse la industria extractiva y mega-represas, incluyendo las cuencas hidrográficas y zonas de recarga hídrica, y principalmente las tierras y los territorios indígenas.
En aquellos casos en los cuales existen proyectos de exploración y extracción en ejecución, deberán realizarse evaluaciones periódicas que verificando los daños, se proponga la suspensión inmediata de estos proyectos; asegurando procesos de reparación y restitución.
Definición de mecanismos que garanticen la consulta y la participación plena y efectiva de los pueblos indígenas y las comunidades locales en la toma de decisiones, así como alcanzar su consentimiento previo, libre e informado ante proyectos que se desarrollen en sus territorios.

• Cuarto, exigimos a las autoridades nacionales y organismos regionales intergubernamentales parte del Sistema de la Integración Centroamericana SICA y los organismos financieros internacionales, la adopción de políticas y estrategias a nivel de la región Mesoamericana de programas e iniciativas que beneficien y respeten los derechos de los pueblos indígenas y las comunidades locales, sin afectar su buen vivir y sus propias formas de gestión, desarrollo e identidad.

Finalmente, nosotros los pueblos indígenas de Mesoamérica, instamos a la opinión pública a apoyar las demandas y luchas, a fin de determinar y hacer visible los grandes daños y costos ambientales, económicos, sociales y culturales, que las empresas extractivas y mega-represas realizan en nuestros territorios y que han generado más desigualdad y extrema pobreza, así como división entre nuestros pueblos, de igual manera a visibilizar los escasos beneficios que están dejando y dejarán a los países en las actuales condiciones legales y contractuales.

Quelli che si vogliono mangiare il mondo. Rapporto 2008 sulle multinazionali.


Silvia Ribeiro - rebelion.org
Immersi in un’enorme crisi del capitalismo, madre di molte crisi convergenti, si riscatta con denaro pubblico le più grandi imprese private del pianeta, mentre continua ad aumentare la povertà ed il caos climatico.
Secondo l’economista messicano Andrés Barreda, ci troviamo all’interno di una brutale crisi di sovraccumulazione capitalista: gigantesco vomito di chi ha creduto di potersi inghiottire il mondo, ma non ha potuto digerirlo.
Le crisi attuali hanno un contesto di concentrazione crescente del potere corporativo, appropriazione di risorse naturali e deregolamentazione o leggi che beneficiano le imprese e gli speculatori finanziari.
Nel 2003, il valore globale delle fusioni e delle acquisizioni è stato di 1,3 miliardi di dollari. Nel 2007, è arrivato a 4,48 miliardi. Nell’industria alimentaria, il valore delle fusioni e degli acquisti tra imprese si è raddoppiato tra il 2005 ed il 2007 e la debacle finanziaria ha fatto fallire alcune imprese, favorendo oligopoli ancora più chiusi.
Che cosa significa questo per la gente comune? La relazione del Gruppo ETC “Di chi è la natura?” offre un’analisi nel contesto storico della concentrazione corporativa di settori chiave nelle ultime tre decadi.
Ha seguito le manovre di mercato delle cosiddette “industrie della vita” (biotecnologia in agricoltura, alimentazione e farmaceutica), aggiungendo ora le imprese che fanno convergere la biotecnologia con la nanotecnologia e la biologia sintetica, promuovendo nuove generazioni di agrocombustibili e cercando di generare un’economia post industria petrolifera, basata sull’uso di carboidrati e la vita artificiale.
Il settore agroalimentare continua ad essere uno degli esempi più devastanti, in quanto nessuno può vivere senza mangiare. È inoltre il maggior “mercato” al mondo e per queste due ragioni le multinazionali si sono lanciate con aggressività per cercare di controllarlo.
Nelle ultime 3-4 decadi, è passato da una situazione di quasi totale controllo da parte di piccoli agricoltori e mercati locali e nazionali, ad essere uno dei settori industriali globali con maggiore concentrazione corporativa. È quindi stato necessario un cambiamento radicale nelle forme di produzione e commercio di alimenti. Grazie ai trattati di “libero” commercio, l’agricoltura e gli alimenti si sono trasformati sempre più in merci da esportazione, in un mercato globale controllato da una ventina di multinazionali. Secondo una relazione della Fao sui mercati dei prodotti alimentari primari, agli inizi degli anni 60 i paesi del Sud globale avevano un’eccedenza commerciale agricola di circa 7 miliardi di dollari all’anno.
Alla fine degli anni 80 quest’eccedenza era scomparsa. Oggi tutti i paesi del Sud importano alimenti.
Durante gli anni 60, quasi la totalità delle sementi erano in mano agli agricoltori od alle istituzioni pubbliche. Oggi, l’82 per cento del mercato commerciale delle sementi dipende dalle proprietà intellettuali e dieci imprese controllano il 67 per cento di questo settore.
Queste stesse imprese (Monsanto, Syngenta, DuPont, Bayer, etc.) sono per la maggior parte produttrici di pesticidi, settore questo in cui le dieci maggiori imprese controllano l’89 per cento del mercato globale e sono anche tra le dieci più grandi imprese di farmaceutica veterinaria, controllando il 63 per cento di questo mercato.
Le dieci maggiori imprese di alimenti processati (Nestlé, PepsiCo, Kraft Foods, Coca-Cola, Unilever, Tyson Foods, Cargill, Mars, ADM, Danone), controllano il 26 per cento del mercato e cento catene di vendite al dettaglio controllano il 40 per cento del mercato globale.
Nel 2002, le vendite globali di sementi e pesticidi sono state di 29 miliardi dollari, quelle di alimenti processati di 259 miliardi e quelle delle catene di vendite al dettaglio di 501 miliardi.
Nel 2007, questi tre settori hanno aumentato le vendite a 49 miliardi, 339 e 720 miliardi di dollari rispettivamente.
L’impresa WalMart continua ad essere l’impresa più grande del mondo, essendo la 26 delle 100 più grandi economie del pianeta, di gran lunga superiore al Pil di interi paesi come la Danimarca, il Portogallo, il Venezuela o Singapore.
Dalle sementi al supermercato, le multinazionali vogliono imporre che cosa seminare, come mangiarlo e dove comprarlo. Di fronte alle crisi ci prescrivono sempre la stessa cosa: più industrializzazione, più chimici, più transgenici ed altre tecnologie ad alto rischio, più libero commercio.
Non è tanto strano, dato che hanno ottenuto grandi vantaggi dall’aumento dei prezzi e dalla fame, con un aumento del 108 per cento dei loro guadagni.
È anche cresciuta la disparità di entrate individuali a livello mondiale. La ricchezza accumulata dalle 1.125 persone più ricchi del mondo (4,4 miliardi di dollari) è quasi equivalente al Pil del Giappone, seconda potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti. Questa cifra è maggiore della somma delle entrate della metà della popolazione adulta del pianeta.
Nel 2007, 50 amministratori di fondi finanziari (hedge funds ed equity funds), i grandi speculatori che hanno provocato la “crisi”, hanno guadagnato una media di 588 milioni di dollari, circa 19 mila volte di più di un lavoratore statunitense tipo e circa 50 mila volte più di un latinoamericano. Sempre nel 2007, il direttore esecutivo della finanziaria Lehman Brothers, ora in bancarotta, ha guadagnato 17 mila dollari all’ora (dati dell’Institute for Policy Studies).
Riassumendo, un’assurda minoranza di imprese ed alcuni miliardari che possiedono le loro azioni controllano enormi percentuali delle industrie e dei mercati che sono basilari per la sopravvivenza, come quelli degli alimenti e della salute. Questo permette loro una pesante ingerenza nelle politiche nazionali ed internazionali, modellando le regole ed i modelli di produzione e consumo che si applicano nei paesi in base ai propri interessi.
È quindi urgente un cambiamento profondo del modello di agroalimentazione industriale e corporativa, includendo una forte critica a quelli che, in nome della crisi alimentaria e climatica, vogliono imporci lo stesso modello a base di transgenici e agrocombustibili.
Esistono già delle soluzioni e sono diametralmente opposte: sovranità alimentare a partire da economie agricole decentrate, differenziate e libere da brevetti, basate sulla conoscenza e sulle culture contadine.
Nota:
articolo originale
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=78510
Inserito in Nicarahuac n. 103 di Ass. Italia-Nicaragua
© (Traduzione Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua
http://%20www.itanica.org/

mercoledì 25 febbraio 2009

La solidarietà internazionale nella Striscia mentre l’emergenza umanitaria continua

Gaza - Intervista a Vittorio Arrigoni, ISM

Dal sito del Free Gaza movement la denuncia di nuovi attacchi nei confronti della popolazione palestinese e degli stessi civili internazionali. "Dalla fine dell’Operazione Piombo Fuso l’esercito israeliano ha dichiarato "zona militare inaccessibile" la terra che si trova a un kilometro dal confine. In alcune parti la Striscia di Gaza è larga solo tre kilometri, ciò significa che un terzo della terra palestinese non dovrebbe essere accessibile ai palestinesi che tentano di vivere o sopravvivere con l’agricoltura a rischio della propria vita. Sono già due i contadini uccisi dall’esercito e diversi i ferimenti fra i pescatori di Gaza City e di Rafah. Se i pescherecci si spostano di un miglio e mezzo dalla costa vengono intercettati e trivellati di colpi." Con gli accompagnatori internazionali, gli agricoltori palestinesi sono più sicuri che se andassero da soli nei campi" sottolinea Vittorio Arrigoni dell’ISM (International Solidarity Movement). Proprio questo fine settimana l’esercito ha aperto il fuoco ferendo ad una gamba un agricoltore. Domani si preplica, ma la situazione in tutta la Striscia rimane drammatica. "Siamo ancora in piena emergenza umanitaria", continua Vittorio " i valichi continuano ad essere tenuti chiusi o aperti con il contagocce".
[ audio ]

Vedi anche:Attivisti Internazionali per i diritti umani accompagnano agricoltori a Khoza’

Facce nere in sciopero per 18 mesi - II parte


IL PADRONE
German Larrea, il colosso del sottosuolo col governo alle spalle.
Il Grupo Mexico non è un'impresa qualsiasi. Anzi, si potrebbe dire che la sua affermazione nel campo minerario a livello internazionale (è il terzo produttore al mondo di rame, il secondo di molibdeno, il quarto di argento e l'ottavo di zinco) è una di quelle classiche storie di arricchimento vertiginoso costruito con influenze e violazione impunita dei diritti dei lavoratori e delle leggi. La forza economica e politica dell'impresa le permette di espandersi per tutto il continente americano, dove acquisisce, per esempio, quella che oggi si conosce come la Southern Coper Corp., la importantissima impresa mineraria peruviana. I minatori che oggi protestano parlano di disinteresse e cinismo da parte del Grupo Mexico. Ed effettivamente i molteplici appelli da parte del sindacato sono rimasti tutti inascoltati. La storia del sindacato dei minatori in Messico mostra almeno due tappe. La prima, in cui l'impresa dimostra una certa tolleranza verso l'organizzazione dei lavoratori. Un periodo felice, in cui il sindacato gode di riconoscibilità e di benefici. Poi arriva la crisi economica del 2000 e l'impresa cambia rotta: ridurre i costi, a qualsiasi prezzo. La presenza del sindacato evidentemente innalza i costi di produzione. Comincia così la guerra tra German Larrea Mota-Velasco, il proprietario del Grupo Mexico e oggi azionista di maggioranza del maggior gruppo televisivo messicano, Televisa, e i lavoratori. E siccome tutto mondo è paese, l'imprenditore non ci pensa su due volte e cerca appoggio presso il governo «imprenditoriale» di Vicente Fox, allora presidente messicano. L'alleanza tra le due parti non tarda a manifestarsi. Nel 2006, subito dopo la tragedia di Pasta de Conchos, Vicente Fox, attraverso il procuratore generale delle repubblica che aveva nominato e che controllava, accusa di furto Napoleon Gomez Urrutia, il segretario nazionale del sindacato. «Napito» (come è chiamato per distinguerlo dal padre Napoleon Gomez Sada, a sua volta capo del sindacato minatori per quarant'anni) secondo l'accusa avrebbe rubato 55 milioni di dollari in azioni che il Grupo Mexico aveva ceduto al sindacato nel quadro dell'acquisto del sistema minerario proprietà dello Stato. «Un'accusa costruita ad arte da parte del governo federale», denunciano i minatori. Vera o falsa (probabilmente vera, ma per cifre molto diverse) l'accusa effettivamente non è stata mai ancora provata. Ma tanto è bastato perché le autorità federali scatenassero tutta la loro forza contro il sindacato. Assieme all'accusa, infatti, il governo riuscì a imporre una votazione straordinaria all'interno dell'organizzazione sindacale imponendo un proprio uomo, Elías Morales Hernández. È il golpe all'interno del sindacato. Pochi mesi dopo, nel maggio 2006, Gomez Urrutia scappava in Canada e chiedeva asilo politico. In Messico rimangono i minatori a lui fedeli - la maggioranza - che non riconoscono il nuovo segretario e continuano nella loro lotta. La nuova amministrazione federale, capitanata dal fraudolento Felipe Calderon, ha ripreso la battaglia contro il sindacato. Calderon non risparmia forze, non solo facendo pressioni sui lavoratori in sciopero con l'invio di centinaia di agenti della temibile polizia federale ma anche riprendendo la via legale: accuse e denunce contro i quadri intermedi del grande e potente sindacato nazionale, e alcuni arresti eccellenti come quelli contro il numero due e tre dell'organizzazione, lo scorso mese di dicembre. Una battaglia, spiegano i minatori, che si combatte su più fronti e che trova, nonostante la storica dispersione e divisione all'interno del sindacalismo messicano, la solidarietà di sostanzialmente tutte le sigle sindacali nazionali. La lotta dei minatori si configura oggi come una battaglia che deve essere vinta innanzitutto dal sindacalismo messicano. Le ragioni sono semplici. Innanzitutto c'è il rischio che con se dovesse vincere l'impresa alleata al governo, si affermerebbe un pericoloso precedente per tutti gli altri sindacati, vista la forza e la capacità organizzativa e disciplinare del sindacato dei minatori. «Se vincono contro i minatori ci investono tutti», è la frase che tutti pronunciano per cercare di spiegare il pericolo imminente. Un pericolo reale, proprio ora che il governo federale, grazie alla crisi economica che qui impone previsioni di crescita economica attorno al meno 1%, vorrebbe varare l'annunciata riforma della legge del lavoro, stessa che si prevede introdurrebbe i contratti-prova, legalizzerebbe la contrattazione temporale e il lavoro interinale. E poi vi è il problema della violazione alla libertà sindacale. Il caso dei minatori non è l'unico, al contrario. Ma negli ultimi anni è diventato il caso paradigmatico delle ingerenze che un'impresa alleata o meno al governo può esercitare all'interno della vita sindacale. Il governo se ne lava le mani, forte di una legge che gli permette riconoscere o meno un segretario sindacale con la cosiddetta toma de nota, di memoria fascista. La stessa Federazione internazionale dei sindacati metalmeccanici (Fism) ha recentemente inviato una denuncia all'Organizzazione internazionale del lavoro in cui segnala «la mancanza di libertà sindacale in Messico», citando giustamente il caso dei minatori.
Matteo Dean

FACCE NERE IN SCIOPERO PER 18 MESI - I parte

di Matteo Dean
Da un anno e mezzo il sindacato dei minatori blocca gli storici giacimenti di Taxco, Sombrerete e Cananea, dove nacque (con una strage del 1906) il movimento sindacale messicano. Il padrone è il super-ricco numero tre del paese, miracolato dalle privatizzazioni. E il leader del sindacato è costretto a fuggire in Canada inseguito dai mandati di cattura. Il 30 gennaio scorso, i minatori del «Sindacato nazionale dei lavoratori minatori e metalmeccanici della Repubblica messicana» (Sntmmrm) hanno compiuto 18 mesi di sciopero presso le tre miniere di Taxco, Sombrerete e Cananea, senza che si intraveda all'orizzonte una soluzione al lungo conflitto che oppone i minatori ad una delle imprese più potenti del paese, il Grupo Mexico. Iniziato per cause legate alla revisione salariale del contratto collettivo nazionale e per questioni di sicurezza sul posto di lavoro, la protesta dei minatori è diventata una questione politica che coinvolge ormai non solo le due parti, ma lo stesso governo messicano. Questo infatti, ancor prima che scoppiasse la dura protesta del sindacato, ha preso parte al conflitto schierandosi apertamente dalla parte dell'impresa di German Larrea Mota-Velasco, il potente imprenditore del nord del paese che ad inizio anni 90, grazie alle privatizzazioni, si è impossessato della maggior parte delle ricchezze del sottosuolo messicano ed oggi è il super-ricco messicano numero tre, e 127 del mondo secondo Forbes. Sono miniere storiche. A Cananea nacque il movimento sindacale in Messico, quando nel 1906 il governatore chiamò i Rangers dall'Arizona per reprimere uno sciopero nella miniera di rame contro la Anaconda copper company: 23 morti. Cento anni dopo le pessime condizioni lavorative, il deterioro dei parametri di sicurezza sul lavoro e l'obsolescenza delle strutture al limite del collasso strutturale, oltre alla negazione da parte dell'impresa della richiesta di revisione salariale, sono tra le cause della protesta. Poco meno di dieci euro al giorno per un turno di otto ore a novecento metri sottoterra sono precisamente le condizioni che i minatori pongono al centro della protesta. E inoltre la mancanza di caschi, guanti e vestiario adatto. Le malattie professionali non si contato, a cominciare dalla silicosi che, dice il sindacato, colpisce praticamente ogni minatore. L'impresa, secondo i lavoratori, non presta attenzione a queste situazioni. Se per contratto un minatore dovrebbe lavorare un massimo di 13 anni dentro la miniera, l'impresa vanta lavoratori con un'anzianità di oltre trent'anni. E quando li manda in pensione, spiegano i sindacalisti, «fa di tutto per negare o ridurre l'indennità per malattia». A questa situazione si aggiunge l'arrivo presso le miniere di un numero ancora impreciso di lavoratori esterni. Contrattati il più delle volte attraverso imprese fantasma, i lavoratori esterni smettono di essere precari, e diventano veri e propri schiavi: 3 euro al giorno, turni da 12 a 14 ore continue per attività che vengono definite «speciali»: esplorazione, apertura di nuove gallerie, utilizzo di esplosivi. Non godono di alcun tipo di protezione sociale, come per esempio la ripartizione dei guadagni dell'impresa (garantita per legge a tutti i lavoratori), non godono di vacanze pagate e nella maggior parte dei casi hanno contratti della durata massima di un mese. Racconta un dirigente del sindacato: «Una volta, un esterno s'è infortunato. L'impresa si rifiutò di chiamare l'ambulanza perché diceva che non era un suo lavoratore. Dovemmo portarlo noi in ospedale e fare colletta per pagargli le cure».Se fosse poco, il sindacato denuncia la precarietà delle strutture: macchinari vecchi, strutture fatiscenti, mancanza di filtri per le emissioni che inquinano aria e fiumi nei territori circostanti. Un esempio su tutti: l'8 agosto 2007, solo pochi giorni dopo l'occupazione da parte dei lavoratori della miniera di Taxco, a duecento chilometri a sud della capitale del paese, un'enorme frana si staccava e cadeva per centinaia di metri nel fosso principale della miniera. «Se fossimo stati lì, ci sarebbero stati almeno un'ottantina di morti», denuncia il segretario locale del sindacato, Roberto Hernández Mojica. E aggiunge: «Pasta de Conchos non ha insegnato nulla». Il riferimento è obbligato: all'alba del 19 febbraio 2006, un anno prima che i minatori cominciassero a protestare, un'esplosione di grisù bloccò e poi seppellì 65 minatori del carbone. Sino ad oggi nessun corpo è stato ancora recuperato. Vivere 18 mesi di sciopero non è una cosa facile. L'impresa ha pagato un'imponente campagna mediatica con l'unico scopo di screditare la dirigenza sindacale. Ed anche se è vero che nel sindacato non sono tutti santi, i dirigenti delle miniere in sciopero pagano le conseguenze come gli altri. «Si vive senza salario e grazie all'aiuto dell'organizzazione nazionale», spiega Roberto Hernández Mojica, segretario locale presso la miniera di Taxco. Sua moglie ammette le privazioni ma non senza un certo orgoglio: «Ci sono conseguenze materiali, chiaro. Non andiamo più fuori a cena, non possiamo comprare molti vestiti nuovi. Ma resistiamo, perché mio marito e i suoi colleghi hanno ragione». Il figlio appena maggiorenne racconta: «Prima, con il salario di mio padre appena si sopravviveva, ma ora è peggio». Mancano le scarpe nuove, mancano i soldi per portare fuori la ragazza. Ciononostante, il giovane dice che quando si può, cerca di aiutare lo sforzo dei genitori. «A volte vado in miniera con mio padre per appoggiare il presidio».

Il piccolo Ahmad si risveglia cieco dopo dodici giorni di coma


Gaza – Infopal. Come sono stati difficili i giorni che il piccolo Ahmad ha passato nel reparto di cure intensive all’ospedale al-Shifa! I medici che lo hanno curato per 12 giorni lo davano per cerebralmente morto, ma si è risvegliato, senza che i suoi occhi, spenti dalle pallottole israeliane durante il massacro di Gaza, tornassero a vedere.
Una pallottola. Ahmad non immaginava che alla sua età non avrebbe potuto più giocare con i suoi amici. Il padre del bambino racconta: “A mio figlio piaceva uscire a giocare. Durante l’aggressione di Gaza doveva restare in casa. Dopo tante suppliche gli ho dato il permesso di uscire, chiedendogli di non far tardi. Era il giorno del ritiro israeliano dopo il massacro. Non potevo sapere che quelle poche ore di svago sarebbero costate così tanto. Mio figlio è stato colpito alla testa da una pallottola sparata dai soldati israeliani, e si è accasciato a terra, sanguinante. Subito, gli altri bambini avevano pensato che fosse stato colpito da un sasso”.
Il padre rimane qualche istante in silenzio per poi continuare il suo racconto: “L’ho portato prima dal medico, ma appena saputo che non si trattava di un sasso ma di una pallottola, l’ho subito accompagnato all’ospedale al-Shifa. Era in coma e vi è rimasto per dodici giorni, in cui è stato sottoposto a terapia intensiva. I medici non sono riusciti a estrarre la pallottola dalla sua testa”. Pareva ormai che non ci fossero più speranze per la guarigione del piccolo Ahmad.
Il padre continua a raccontare: “Dopo 12 giorni di morte clinica, i medici hanno detto di non poter fare più nulla per lui e che avrebbero sospeso l’anestesia. E qui è successo il miracolo: si è svegliato dal coma senza danni al cervello né al corpo, ma aveva perso totalmente la vista”.
Il piccolo Ahmad ora riconosce le persone intorno a lui dalla voce; qualche volta è nervoso e non vuole avere a che fare con nessuno. Faceva la prima elementare e amava molto la scuola e i suoi amici. Diverse volte aveva detto a suo padre: “Papà, sono stufo della guerra, voglio tornare a scuola e giocare con gli amici, basta guerra!”.

martedì 24 febbraio 2009

Grecia, esplode la crisi


di Christian Elia, PeaceReporter

Maggioranza e opposizione tentano un accordo nazionale per contenere gli effetti della crisi economica e della tensione sociale. Con il fantasma del terrorismo

Resteranno chiusi in una stanza fino a quando non troveranno un accordo. Il premier greco Costas Karamanlis, dopo aver passato mesi a ridimensionare la rabbia sociale che attraversa il Paese, ha oggi invitato l’opposizione guidata dai socialisti del Pasok per trovare un accordo istituzionale che permetta alla Grecia di tornare a respirare.

Vertice istituzionale. Giorgio Papacostantinou, portavoce del Pasok, ha commentato positivamente l’apertura del premier, garantendo la partecipazione del Pasok al tavolo di emergenza, ma mantenendo ’’molte e grandi riserve’’ sulla politica economica del governo. L’annuncio di Karamanlis, infatti, arriva due giorni dopo l’annuncio dell’Ue di imminenti procedure disciplinari nei confronti dei paesi che stanno sfondando il 3 percento del deficit di bilancio. Una procedura che toglie uno dei pochi strumenti per tentare di sostenere l’economia. Tra loro anche la Grecia. La crisi economica, che non è solo nel Paese ellenico, colpisce in particolare le economie più deboli e, a differenza che altrove, in Grecia sta comportando un’ondata di rabbia popolare senza precedenti. I sondaggi, da qualche mese, danno in vantaggio il Pasok che chiede da tempo elezioni anticipate. Nei giorni scorsi i toni erano diventati roventi. ’’Atene, ormai, è come Kabul o Baghdad’’, ha dichiarato venerdì scorso Michalis Chrysochoidis, ex ministro socialista degli Interni. Magari un’esagerazione a fini elettorali, ma la realtà degli ultimi mesi in Grecia è davvero pesante. Il Pasok, però, si è reso conto che non può approfittare oltre misura delle difficoltà del governo, perché l’elettorato medio comincia a essere impaurito e partecipare al tavolo di emergenza nazionale é un sintomo di maturità. Ma che succede tutt’attorno ai palazzi del potere?

Crisi di sistema. Lo sciopero dei camionisti, che da due giorni paralizzano i principali porti greci, è solo l’ultimo di una serie di grandi scioperi nazionali. Gli autotrasportatori chiedono una politica efficace dell’esecutivo nei confronti dell’immigrazione illegale, che ha nella Grecia una delle porte privilegiate d’ingresso in Europa, e delle merci contraffatte. Negli ultimi mesi si sono astenuti dal lavoro, nell’ordine, i medici, gli insegnanti, i pescatori, i portuali e i contadini. A questo si sono aggiunti gli studenti, rabbiosi dopo l’assassinio da parte della polizia di un uno di loro ad Atene, Alexis Grigoropulos, e i detenuti che protestavano per le disastrose condizioni dei penitenziari. Tutti gli scioperi si sono caratterizzati per un elevato livello di scontro con le forze dell’ordine e contro il governo. Il timore più grande, però, è che questa rabbia non trovi più i tradizionali canali di controllo, come partiti e sindacati. Solo la settimana scorsa ci sono stati altri due attentati ad Atene. Bombe contro un’emittente televisiva e contro una banca. La matrice degli attacchi, secondo gli inquirenti, è di stampo anarchico. Il gruppo indiziato, che non ha però rivendicato le azioni, è la Setta dei Rivoluzionari, che ha recentemente minacciato i giornalisti in quanto ’’omogenei al sistema’’. Secondo la polizia, esiste un legame tra questo gruppo e Lotta Rivoluzionaria, erede dell’organizzazione marxista 17 Novembre, attiva negli anni Settanta. Un periodo oscuro per la Grecia e non solo, che si nutriva della crisi di quegli anni. La riunione tra maggioranza e opposizione non sarà la soluzione di tutti i mali, ma è il segnale che in Grecia si manifestano prima che altrove i segni della crisi economica che sta mettendo in crisi il modello di gestione neoliberista nel mondo.

Gli effetti della crisi in Russia colpiscono gli estremi della scala sociale


Intervista ad Astrit Dakli

D: Parliamo molto in questo periodo degli effetti di quella che viene definita "crisi globale", una crisi che naturalmente colpisce anche la stessa Russia. Quali sono gli effetti di questa crisi?

R: La Russia sta vivendo molto male questa crisi globale, molto male perchè è un risveglio particolarmente brusco e sgradevole. Fino a pochi mesi fa i cittadini russi e lo stesso governo erano convinti di vivere in una situazione di grande forza, di progresso e di crescita molto rapida. Il paese era considerato ed era, una delle economie a più rapido sviluppo accompagnata poi al fatto di essere una tradizionale potenza militare e di avere una grande ricchezza di risorse. Insomma tutto faceva della Russia un paese molto potente e in grande crescita. Ora la crisi è venuta a colpire in maniera drammatica questa crescita e a far precipitare di colpo invece, in una situazione, non di povertà perché non è così, ma di grave freno su tutto quanto per vari motivi.In primo luogo perché con la crisi è crollato il prezzo del petrolio. Essendo in crisi l’economia mondiale le previsioni sul consumo di carburanti sono diminuite moltissimo ed è crollata la principale fonte di entrate del commercio estero di questo paese: carburanti, combustibili e gas. Contemporaneamente una delle voci maggiori di sviluppo interno era data dall’edilizia ed anche qui con la crisi finanziaria, la crisi delle banche, la difficoltà di credito che sono globali, nei posti in cui c’è uno sviluppo edilizio particolarmente intenso questo effetto è stato molto più grave perché questo sviluppo viene bruscamente fermato dalla mancanza di credito. Il risultato è che quasi tutti i cantieri, ed erano tanti i cantieri in un paese come la Russia, si sono fermati. Solo a Mosca c’erano migliaia di grandi cantieri. Questo stop improvviso al settore immobiliare e al settore petrolifero sono stati un shock fortissimo. Per ora questa crisi viene pagata soprattutto ai due estremi della scala sociale. I miliardari che avevano fortissimi investimenti di tipo finanziario si sono visti tagliare il proprio patrimonio in maniera impressionante. Ci sono dei dati che drammatici, personaggi che avevano patrimoni stimati in 20/30 miliardi di dollari se li sono visti ridurre a 5 o 6, perdite quasi inconcepibili nella loro dimensione. All’altro estremo della scala sociale i più colpiti sono stati i milioni di immigrati che arrivano in Russia e vivono in maniera semi-clandestina in condizioni tremende e lavorano proprio nell’edilizia nella stragrande maggioranza. Si sono trovati di colpo senza lavoro, senza nessun tipo di prospettiva, senza nessuna legalità di vita.


D: Da questa immagine dei due estremi della scala sociale che sono i primi ad essere toccati dalla gravità della crisi viene fuori anche un’immagine di una società che, come tutte le società a livello globale, si confronterà con temi come quello del protezionismo. Anche in Russia si sta assistendo a queste forme di neo-protezionismo che immagino sia soprattutto nei confronti degli immigrati?

R: Certo gli immigrati sono i primi a pagare in quanto sono una presenza semi-legale o del tutto illegale anche se ben accettata in quanto manodopera sotto pagata. Scontato più di tutti perché perdono sostanzialmente tutto ciò che hanno e non possono nemmeno tornare in patria perché nei loro paesi di origine, che sono soprattutto l’Asia centrale, il Caucaso, la situazione è ancora peggiore quindi non ci sarebbe posto per riaccoglierli. Ma al di là di questa stretta sul lavoro che viene dall’esterno è in corso una drammatica stretta protezionista sul commercio.Il governo ha deciso di imporre molte tasse aggiuntive, dei dazi in pratica, sulle importazioni. La cosa che ha fatto più discutere, che ha provocato anche un’ondata di proteste perfino di manifestazioni di piazza, addirittura violente, è stata la tassa sulle importazioni di auto dall’estero, per cercare di proteggere l’industria dell’auto nazionale. Ma il governo non ha tenuto conto che in alcune parti di questo immenso paese, soprattutto nell’estremo oriente, è molto più conveniente acquistare un’auto, anche usata, all’estero, soprattutto dal Giappone o dalla Corea, piuttosto che far venire un’auto di produzione nazionale.Il risultato è che c’era un’intera economia locale in queste aree dell’estremo oriente che si basava proprio sul commercio, la vendita, la manutenzione, i ricambi, legate a queste auto straniere di importazione. Con queste nuove tasse questo settore è andato in crisi di colpo e ha provocato una vera e propria crisi sociale, con migliaia e migliaia di disoccupati. Quindi invece di proteggere l’occupazione nazionale, alla fine queste misure hanno finito per danneggiarla. Questo naturalmente è solo un esempio, la tendenza spontanea del governo russo in questo periodo è decisamente protezionistica però si scontra con moltissimi problemi nella sua attuazione concreta.


D: In assoluto c’è qualcosa che, anche in maniera sotterranea, allude, come qui in Italia, a questo slogan “La crisi è vostra non la paghiano noi” o dal punto di vista sociale la cosa è molto compressa?

R: Certo che la "compressione" dal punto di vista dell’autorità, quindi repressione, presenza di polizia, difficoltà di fare materialmente queste proteste c’è, ma è del tutto evidente che anche le proteste ci sono. Ormai tutti i weekend da un mese a questa parte centinaia di città russe sono percorse da manifestazioni, certo non oceaniche, si tratta di poche centinaia di persone, però sono manifestazioni che vengono indette, si svolgono, tutti le vedono. Insomma la protesta c’è eccome e gli attori principali sono una parte dei sindacati e per altro verso molto spesso comitati spontanei di cittadini che si formano per protestare magari su una questione molto particolare come quella dell’auto e poi estendono la loro azione anche ad altre cose.Ci sono state proteste molto forti contro l’aumento delle tariffe pubbliche nei trasporti. Piano piano le proteste crescono, sono molto visibili e preoccupano sicuramente il governo.

La tigre celtica non ruggisce più


In 120mila in piazza a Dublino contro le misure economiche del governo
Intervista alla giornalista Orsola Casagrande

Crisi economica e grandi mobilitazioni in Irlanda, paese che ha vissuto uno straordinario sviluppo economico negli anni ’90 grazie soprattutto ai cospicui contributi economici dell’Unione Europea, ad una politica di deregolamentazione del mercato del lavoro e a una politica fiscale che ha incoraggiato gli investimenti esteri tanto che l’Irlanda è stata definita la "tigra celtica". Sabato 22 febbraio una manifestazione oceanica contro le misure anticrisi prese dal governo ha paralizzato Dublino. La giornalista Orsola Casagrande ci offre in questa intervista un quadro della situazione irlandese dentro la crisi globale.

Sabato scorso c’è stata questa enorme manifestazione convocata dai sindacati a Dublino e la partecipazione è stata bel al di là delle aspettative degli stessi sindacati (di 100/120mila persone parlava addirittura la polizia). Una folla mai vista da anni in Irlanda per una manifestazione sindacale che riporta in primo piano tutta la questione dell’economia irlandese, questa "tigre celtica" che da anni non ruggisce più e che forse in realtà, come cominciano a dire anche alcuni commentatori, non ha mai ruggito così tanto come si voleva far credere. Il boom economico degli anni ’90 in Irlanda è stato sicuramente accompagnato da un aumento dei prezzi spaventoso, soprattutto nel mercato immobiliare, ma non solo. A questo boom però non è coincisa una migliore qualità della vita per i tanti lavoratori irlandesi. Le ultime analisi confermano che il boom economico fosse da attribuire soprattutto a quella sorta di "paradiso fiscale" per chi andava a investire nell’isola di smeraldo, soprattutto investitori americani e di alcuni paesi europei. Ben presto però gli investitori americani se ne sono andati per spostarsi verso altri lidi, come l’India o altri paesi dell’Est europeo, portando con sé anche la manodopera con una ricaduta occupazionale sulla popolazione irlandese che non è stata al livello di quello che erano state le aspettative. Oggi si vorrebbe che a pagare la crisi fossero proprio i lavoratori ed é questo che è stato contestato in maniera massiccia dalla manifestazione di sabato scorso a Dublino. Peraltro c’è da ricordare che in Irlanda come in Inghilterra la legislazione in materia sindacale è molto più rigida rispetto a quella italiana ed è molto più complicato sia proclamare uno sciopero che essere presente come sindacato all’interno delle aziende, quindi è stato un doppio successo per il movimento sindacale. I sindacati tramite l’Irish Congress hanno presentato una piattaforma al governo per affrontare i nodi della crisi in maniera “negoziata” e, forti del successo di sabato, hanno scaldato i motori convocando già per giovedì prossimo una manifestazione del pubblico impiego. Sul piede di guerra anche il sindacato dei trasporti e quello del settore privato. In questa situazione potrebbero ritrovare un’unità che non hanno da anni, i lavoratori del settore privato e quelli del settore pubblico che in Irlanda sono sempre stati molto divisi.

Una tigre, dicevamo, che non ruggisce più da tempo e non solo a causa degli effetti di crisi strutturale che sta colpendo tutti. Qual’è la situazione economica dell’Irlanda?
I meccanismi per cui molte delle imprese che hanno poi investito in Irlanda in questi anni, gli americani soprattutto, si sono portati dal proprio paese i lavoratori e la manodopera specializzata hanno prodotto il fatto che i lavori rimasti agli "irlandesi" erano i quelli meno pagati e più precari. Anche qui come in Inghilterra grande flessibilità, grandi spostamenti e cambiamenti di lavoro e pochissima sicurezza anche dal punto di vista sociale e materiale. Tutto questo a fronte di una popolazione che vive per oltre due terzi a Dublino (l’Irlanda ha 3.5 milioni di abitanti e quasi 2 milioni vivono nella capitale) con aeree e interi quartieri molto poveri e aree rurali non floride. A questo si aggiunge un aumento dei prezzi veramente spaventoso e l’arrivo massiccio di immigrati che da un lato hanno iniziato a svolgere dei lavori sottopagati e dall’altro hanno portato ad una serie di situazioni di forte disagio in aeree in cui il disagio era già forte. Anche il governo irlandese, come molti altri a livello europeo, ha una legislazione sull’immigrazione molto rigida che ha creato notevoli problemi per gli immigrati che arrivano su quest’isola.

venerdì 20 febbraio 2009

Arundhati Roy: "Giustizia o guerra civile: la mia India a un bivio"

"Gli attivisti non si stancano, e io sono stanca"

«Il romanzo e il saggio sono come la sinistra e la destra del miocorpo. E io sto provando a essere ambidestra». Quasi un tormento per Arundhati Roy che ha messo il rapporto tra potere e impotenza al centro di ogni forma di scrittura. Il dio delle piccole cose, bestseller internazionale e Booker Prize nel 1997 da lei definito «un romanzo politico», è rimasto la sua prima e unica opera di narrativa. Da allora la scrittrice indiana è diventata la voce dei senza voce. Cortei, sit-in, scioperi della fame e tanti saggi.
Ha così incanalato la sua energia creativa in impegno militante, denunciando soprusi e ingiustizie: dalle grandi dighe sul fiume Narmada, che hanno lasciato senza terra milioni di contadini, alle persecuzioni dei musulmani per la «deriva fascista» dei fondamentalisti indù. Per anni è stata una scelta: «Nel mio caso la narrativa scaturisce senza sforzo. Il saggio invece nasce con fatica dal mondo dolente e spezzato in cui mi sveglio ogni mattina» scriveva nel 2002 in Settembre alle porte. Oggi però le cose sono cambiate: «Sto cercando di scrivere il mio secondo romanzo, ma non è facile», ammette dalla sua casa di New Delhi. Una frase che rivela la fatica che sta facendo a indossare di nuovo i panni della narratrice. Già due anni fa aveva confessato al Guardian: «Ho detto tutto quello che potevo sulla globalizzazione, come scrittrice devo andare in un posto diverso». Ma il «trasloco» non è ancora riuscito. Da qualche tempo va ripetendo: «Non sono un’attivista. Gli attivisti non si stancano mai, mentre io sono esausta».
Eppure fino alla scorsa settimana, per San Valentino, era in prima linea al fianco di studenti e docenti universitari a una manifestazione contro le ronde moralizzatrici dei fondamentalisti indù che a gennaio hanno aggredito alcune ragazze in un discopub di Mangalore, accusandole di «comportamenti osceni», atti contro le tradizioni indiane, segnali indecenti della contaminazione occidentale. «Una guerra di classe combattuta sul corpo delle donne» l’ha definita Roy. La scrittrice, un’infanzia di esclusione sociale alle spalle (è cresciuta nel Kerala con la madre divorziata), ha preso la parola leggendo un brano del Dio delle piccole cose, saga familiare che la passione di una donna per un intoccabile trasforma in tragedia. «Sono fuggita da casa a 16 anni perché era intollerabile l’idea di crescere in un piccolo villaggio — ha ricordato alla folla con il microfono in mano, il corpo minuto e aggraziato che sprigiona carisma, qualche filo grigio ad accennare ai suoi 47 anni portati da ragazzina —. Sono fuggita per essere felice, libera, loro vogliono toglierci l’aria e impedirci di respirare. Dobbiamo reclamare l’aria, dobbiamo farlo ogni giorno».
E lei continua a farlo. «Scrivere saggi è soltanto un altro modo di capire la società in cui viviamo. Più diretto, pressante, a volte molto importante, soprattutto se vivi in una parte del mondo che sta sbandando verso il fascismo sotto i tuoi occhi». Ma Roy non considera la lotta per i diritti umani una prerogativa degli intellettuali. «Non prescriverei mai un ruolo prefissato agli scrittori: come gli idraulici o i meccanici, non sono un gruppo omogeneo con un unico orientamento culturale. Alcuni lavorano stando dalla parte dei governanti, altri dalla parte dei governati. Così pure per attori, giornalisti, sportivi, musicisti e tutti gli altri». Poi sembra distinguere tra sostenitori di una causa e testimonial: «Non credo che intervenire in una situazione politica come scrittore equivalga a sfruttare la propria fama per sostenere qualche particolare tipo di rivoluzione. Non si tratta di usare la propria celebrità ma di fare il proprio lavoro: guardarsi intorno. Vedere. Pensare. Scrivere». Ma lei stessa ammette che non tutti gli sguardi sono innocenti. Per esempio Maximum City dell’indiano Suketu Metha contiene un passo in cui lo scrittore osserva le torture della polizia. «Mi ha disturbato la facilità con cui l’autore è andato in una stanza per le torture con un poliziotto amico e ha descritto quello che accadeva. Guardare la tortura non è un atto neutrale. Non si può essere spettatori, si diventa complici».
Apprezza invece La tigre bianca di Aravind Adiga, Booker Prize l’anno scorso, che racconta il lato meno scintillante della rivoluzione indiana: «Il romanzo è stato accolto in India con molta rabbia. La cosa buona è che fa sentire a disagio chi deve essere messo a disagio». Giudizio più sfumato per The Millionaire dello scozzese Danny Boyle, tra i favoriti agli Oscar: «Ho visto il film, mi è sembrato girato in modo splendido, ha un grande impatto. Per il resto è stato come percorrere una strada accidentata. C’erano enormi buche culturali in cui il film continuamente inciampava. I dialoghi erano imbarazzanti, cosa che mi ha sorpreso perché invece ho apprezzato The Full Monty», dello stesso sceneggiatore, Simon Beaufoy. Poi racconta una di queste buche: «Il giovane protagonista, il "cane dello slum" di Mumbai (lo "Slumdog" del titolo inglese, il pezzente, è un neologismo coniato, pare, dallo stesso Beaufoy, ndr), è chiaramente britannico. E la sua sicurezza culturale intimidiva il poliziotto, chiaramente indiano, che lo stava torturando. La pelle scura che li accomuna è troppo sottile per nascondere la forma di quello che li separa. Era come guardare i bambini neri di uno slum di Chicago parlare con l’accento di Yale». Roy ha provato sentimenti ambivalenti: «Felice che il film sgonfi il mito dell’"India scintillante", delusa che non lo faccia con il brio e la coscienza politica che il regista e lo sceneggiatore hanno mostrato in altri lavori. Ma ovviamente l’audience internazionale trangugia il film come melassa...».
Diventare milionari vincendo a un quiz non è una forma di riscatto esemplare. Ma lei stessa ha riconosciuto che pure il tipo di protesta non violenta a cui ha aderito per oltre un decennio è fallita. E ora non se la sente più di condannare del tutto le persone che imbracciano le armi per far valere i propri diritti. La battaglia resta da combattere; come, non è chiaro. «C’è un grande dibattito in India su questo, la strada è ancora da trovare». Una cosa è certa: la sua India è a un bivio: «Da una parte la freccia indica Giustizia, dall’altra Guerra civile». Speranze per le prossime elezioni, ad aprile? «Le elezioni qui sono come un festival — dice —. Vanno e vengono senza portare molti cambiamenti. L’unico modo per evitare che la nostra società scivoli nel caos è che il governo garantisca un livello minimo di trasparenza. Oggi certe persone sanno che possono permettersi tutto: stupri, omicidi di massa, frodi pesanti, espropriazioni, la distruzione di foreste e fiumi».
E pure le cause dell’attentato di Mumbai sono soprattutto indiane, ribadisce. Anche dopo l’ammissione del Pakistan che l’attacco è stato in parte pianificato sul suo territorio con l’appoggio di una rete globale. «Non mi stupisco. Identificare la provenienza di un attentato terroristico è come identificare la provenienza del capitale. Del resto, la stessa polizia di Mumbai ha ammesso che gli attentatori hanno avuto un appoggio logistico in India. Gli attacchi sono nati da una particolare storia e sono stati gli ultimi di una serie, di cui molti, secondo i servizi segreti, pianificati ed eseguiti qui in India. Presentarli come una sorta di attacco al Paese buono da parte del Paese cattivo è banale». Lei, che definisce il terrorismo come «la privatizzazione della guerra», e ha chiamato George Bush e la sua risposta al Terrore come «l’incarnazione di un incubo mondiale», ora spera in Obama. «Il suo compito non è diverso da quello del pilota che pochi giorni fa ha dovuto fare un atterraggio di emergenza nell’Hudson a New York — dice —. Anche l’impero americano ha bisogno di un atterraggio d’emergenza morbido. La sua politica estera dovrà cambiare e molti dei suoi cambiamenti saranno dettati dalla sua economia debole. Obama sembra avere il garbo e l’intelligenza per fare un buon lavoro. Però sono stata delusa perché non ha avuto il coraggio di condannare la recente violenza di Israele a Gaza».
Alessandra Muglia
Articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 20.02.09

Donne e bambini picchiati da poliziotti mascherati


Donne e bambini hanno ricevuto percosse e minacce da poliziotti a volto coperto, durante incursioni nelle case avvenute il 15 febbraio ad Hakkari, a seguito di numerose manifestazioni di protesta per il 10° anniversario della cattura del leader del PKK, Abdullah Öcalan. Si presume che il capo della polizia locale, Metin Seyfi Sazak, abbia minacciato delle persone la cui casa era stata presa di mira nelle incursioni. Scopo delle minacce è impedire alle persone colpite di informare i media dell’accaduto. Durante l’incursione 4 persone sono state ferite. Le manifestazioni sono state numerose in Turchia; alcune si sono svolte senza conseguenze negative, mentre in altre i dimostranti sono stati attaccati dale forze di sicurezza e vi sono stati numerosi arresti e ferimenti. L’intervento più brutale ha avuto luogo ad Hakkari, dove il dipartimento di polizia locale ha inviato poliziotti dal volto coperto a compiere operazioni speciali, colpendo e minacciando persino donne e bambini. Metin Seyfi Sazak ha poi minacciato quelli che avevano visto la propria porta di casa abbattuta o bruciata durante le incursioni, affinché non informassero i media. Se taceranno potranno anche ottenere il risarcimento dei danni materiali subiti, altrimenti le cose andranno diversamente. Le strade di Hakkari erano piene di giovani allorché erano in atto manifestazioni di protesta contro la prigionia di Abdullah Öcalan. La polizia ha tuttavia pesantemente attaccato i dimostranti circondando vari quartieri e abbattendo le porte delle abitazioni scagliando bombe a gas sia nelle strade che nelle case. A seguito del lancio di ordigni quattro abitazioni hanno addirittura preso fuoco. Persino un bambino di sei mesi è stato ferito e l’abitazione del vicesindaco, Cemil Akış, è stata presa di mira; egli ha poi dichiarato che da anni la polizia intimidisce la popolazione di Hakkari e che intende presentare una denuncia dell’accaduto presso l’IHD. Persino in alcuni Paesi meno sviluppati non si vedono fatti simili a quelli che avvengono in Turchia. Non cesseranno di certo gli spargimenti di sangue finché il governo turco porterà avanti condizioni di vita così brutali e crudeli per la popolazione locale. Yıldız Demir ha spiegato: “La porta della nostra abitazione è stata rotta e all’improvviso sono entrati dei poliziotti mentre ero con il mio bambino più piccolo. Hanno cominciato a prenderci a calci. E ho cercato di proteggere il bambino dai calci e dal gas delle bombe; perciò ho segni di bruciature su tutto il corpo. Uno dei poliziotti nell’azione concitata ha perduto il suo telefonino e ha cominciato a dire che se non glielo avessimo restituito ci avrebbe ucciso. Ayşe Demir, ferita durante l’incursione, dichiara: “Accadeva di tutto durante l’incursione. I poliziotti a volto coperto gettavano alla rinfusa bombe che producevano gas. Abbattevano le porte e attaccavano senza motivo chi si trovava nelle case, compresi i bambini. Il Primo Ministro si dimostra sensibile quando parla dei bambini palestinesi, ma cosa dice ora di quel che accade ai nostri bambini? I nostri bambini non meritano, forse, di essere protetti dal terrore?” “I poliziotti sembrano molto rabbiosi e desiderosi di infierire poiché non sono in grado di fermare le manifestazioni di protesta dei giovani; perciò insultano noi nelle nostre case e ci rompono porte e finestre”, ha dichiarato Sürme Demir. Vi erano anche nelle case malati che non erano in grado di scappare e le loro condizioni sono ora aggravate dal lancio di bombe a gas. Abdulhamit Demir, uno di loro, sostiene che l’AKP non ha possibilità di vincere le elezioni municipali finché continuerà a infierire sulla popolazione locale. A suo avviso i kurdi non sono considerati cittadini, nemmeno di seconda classe. Un dirigente di polizia, Taner Koç, al quale sono stati mostrati bambini feriti durante le incursioni, ha dichiarato che si è trattato di un atto disumano e di vera brutalità. Tuttavia un altro dirigente, Metin Seyfi Sazak, ha persino minacciato le persone colpite negli attacchi, affinché non informassero i media di quel che era avvenuto.

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!