mercoledì 6 maggio 2009

Progetto Pascua Lama: un enorme bottino a danno dell’umanità


Dopo lo stop determinato dalle lotte del 2006, si rianima il progetto minerario dell’impresa canadese Barrick Gold.
Firmato l’accordo fiscale fra l’impresa Barrick Gold e i governi di Argentina e Cile per uno dei più grandi progetti di estrazione d’oro del mondo che potrebbe iniziare con la costruzione della miniera già dal mese di settembre.
Se il metallo verrà estratto attraverso l’Argentina, l’impresa non avrà l’obbligo di versare tributi al paese e inoltre usufruirà di tutta una serie di scandalose esenzioni con ribassi d’imposta e facilitazioni doganali.
I vertici della Barrick si sono affrettati a darne comunicazione e la presidente argentina ha lodato il progetto Pascua-Lama, esempio nel mondo sia per il suo carattere bi-nazionale che per le nuove tecniche che verranno utilizzate, nonchè per l’apporto di nuova occupazione e ricchezza al paese.


Il progetto Pascua Lama
Pascua Lama è un progetto minerario trasnazionale tra Cile e Argentina, situato nella Cordigliera andina della regione di Atacama, all’interno della Valle del Huasco a più di 5.000 metri di altitudine. Il progetto dell’impresa leader nella produzione aurifera BARRICK GOLD, approvato in Cile nel febbraio 2006 e nel dicembre dello stesso anno in Argentina, intende installare una miniera a cielo aperto per l’estrazione di circa 500 tonnellate di oro e una delle più grandi riserve di argento, nonchè rame e altri minerali che si trovano in parte sotto i ghiacciai millenari Toro I, Toro II e Esperanza.
Il progetto, che prevede lo “spostamento” dei tre ghiacciai, rischia di mettere in pericolo l’ecosistema dell’intera valle del Huasco, andando a toccare le fonti d’acqua primarie di una regione semidesertica. Lo spostamento dei ghiacciai, che più correttamente dovrebbe essere chiamato distruzione degli stessi, andrebbe a stravolgere le falde acquifere e il corso dei fiumi che dai ghiacciai nascono, mentre l’attività mineraria, che fa uso di cianuro e di metalli pesanti, rischia di contaminare ciò che resterebbe delle risorse idriche. A ciò si aggiunge poi l’enorme consumo di acqua da parte della futura miniera (360 lt/s), in una regione per l’appunto già caratterizzata dalla scarsità d’acqua.
Il progetto è pensato in una zona che corrisponde al territorio ancestrale delle comunità indigene Diaguita, che, come la maggior parte dei 70.000 abitanti della regione, vivono per lo più di agricoltura. Derubati della loro terra e con le falde acquifere contaminate, la cultura diaguita è condannata a scomparire insieme al luogo che ospita una ricchezza storica e archeologica unica.

I movimenti di protesta
Le comunità, organizzazioni e le ’asambleas de vecinos’ rifiutano il progetto.Le varie organizzazioni ambientaliste sono state molto dure nell’incontro organizzato la settimana scorsa a San Juan dalla ’Unión de Asambleas Ciudadanas’, durante la quale hanno confermato la necessità di proteggere i ghiacciai proibendo qualsiasi tipo di attività mineraria a cielo aperto in questa zona che peraltro è sismica.
All’incontro hanno partecipato, fra gli altri, Al encuentro asistieron Adolfo Pérez Esquivel, Marta Maffei, Fernando "Pino" Solanas e l’ambientalista Javier Rodríguez Pardo.
Secondo la rappresentante del Movimento Cittadino anti Pascua Lama, Carolina Sandoval, il progetto ha finora già danneggiato i ghiacciai Toro I, Toro II e Esperanza per un 50-70% . “Stiamo parlando di ghiacciai che forniscono acqua a una zona in cui piove una volta ogni dieci anni”, ha precisato Sandoval, “e questo progetto metterà a secco l’intera vallata del Huasco, che vive fondamentalmente di agricoltura, com’è già successo a Copiapò”.
Infine, il Tribunale del Popolo istituto nel 2006 al II Foro Sociale cileno a Santiago del Cile riconosce la multinazionale Barrick Gold Corporation responsabile di gravi attentati ambientali, sociali, culturali e economici, causati dalla sua politica, programmi e azioni nei territori e contro i popoli di Argentina, Cile e Perù.
Le accuse contro la Barrick Gold si ripetono però in diverse parti del mondo: secondo l’articolo “Behind the Numbers” dei giornalisti Keith Harmon Snow e David Barouski, la Barrick Gold è implicata nel conflitto in corso in Congo e l’associazione canadese Mining Watch riferisce nel suo sito web di gravi accuse contro la Barrick Gold in Papua Nuova Guinea e, più recentemente, della lotta degli aborigeni australiani Wiradjuri, minacciati anch’essi dall’attività mineraria della Barrick Gold.
Video:
L’acqua di Pascua Lama

Documentario con Intervista agli abitanti indigeni sull’importanza dell’acqua.

No a Pascua Lama parte 1
No a Pascua Lama parte 2
Relazione sul notiziario di Teletrece sui danni provocati dallo studio di fattibilità del progetto Pascua Lama fatto dall'impresa Barrick Gold

Colores de Pascua Lama
Visita ai siti del progetto.

Marcha Carnaval No a Pascua Lama
Atto di protesta in Cile durante il carnevale.


Documenti:
Studio di impatto ambientale
Relazione sull’impatto ambientale eseguito su richiesta delle Associazioni ambientaliste.

Link di riferimento:
Asamblea de vicinos autoconvocada por el NO A LA MINA (Argentina)
No a Pascua Lama
Barrick Gold Corporation - Projecto Pascua-Lama

Epidemia del lucro

Silvia Ribeiro - Gruppo ETC (traduzione G.Trucchi)
La nuova epidemia di influenza suina che sta minacciando di espandersi in varie regioni del mondo non è un fenomeno isolato. È parte della crisi generalizzata e affonda le sue radici nel sistema di allevamento industriale di animali, dominato dalle grandi imprese multinazionali.. In Méssico, le grandi imprese avicole e di allevamento suino sono proliferate grazie al Nafta. Un esempio è Granjas Carroll, a Veracruz, proprietà di Smithfield Foods, la maggior impresa di allevamento suino e produzione di salumi nel mondo, con filiali in America del Nord, Europa e Cina.
Nella sua sede di Perote è iniziata da alcune settimane una violenta epidemia di malattie respiratorie che ha colpito il 60 per cento della popolazione di La Gloria, fatto reso pubblico da La Jornada in varie occasioni, a partire dalle denunce degli abitanti del posto. Da alcuni anni portano avanti una dura lotta contro l’inquinamento dell’impresa ed addirittura sono stati repressi dalla polizia a causa delle loro denunce. Granjas Carroll ha dichiarato di non aver nulla a che fare con l’origine dell’attuale epidemia, dicendo che la popolazione soffriva di un’influenza comune. Comunque, non sono mai state fatte analisi per verificare di che tipo di virus si trattasse. Le conclusioni del seminario Pew Commission on Industrial Farm Animal Production (Comisión Pew sulla produzione animale industriale) del 2008 affermano che le condizioni di allevamento e confinazione della produzione industriale, soprattutto di maiali, creano un ambiente perfetto per la ricombinazione di virus di ceppi differenti. Si menziona anche il pericolo di ricombinazione dell’influenza avicola con quella suina e di come possa generare un virus che colpisca l’essere umano. Un esempio da cui dobbiamo trarre insegnamento é l’influenza avicola. Vedere per esempio la relazione di GRAIN che illustra come si creò questa influenza (www.grain.org).
Le risposte ufficiali di fronte all’attuale crisi, oltre ad essere state tardive (hanno aspettato che gli Stati Uniti annunciassero per primi la scoperta del nuovo virus, perdendo giornate importanti per combattere l’epidemia), sembrano ignorare le cause reali e più contundenti. Più che inviare ceppi del virus a scienziati come Craig Venter, che si è arricchito con la privatizzazione della ricerca e dei suoi risultati, quello di cui c’è bisogno è capire che il fenomeno si continuerà a ripetere se continuano a replicarsi le condizioni che originano queste malattie.
All’interno delle epidemie sono le multinazionali quelle che ci lucrano sopra: le imprese biotecnologiche e farmaceutiche che monopolizzano i vaccini e gli antivirali. Il governo ha annunciato di avere circa un milione di dosi di antigeni per attaccare il nuovo ceppo de influenza suina, ma non ha mai informato a che costo. Gli unici antivirali che sono effettivi contro questo nuovo virus sono brevettati in quasi tutto il mondo e sono di proprietà di due grandi imprese farmaceutiche: Zanamivir, con nome commerciale Relenza, commercializzato da GlaxoSmithKline e Oseltamivir, la cui marca commeciale è Tamiflu, brevettato da Gilead Sciences, con licenza esclusiva per Roche.
Glaxo e Roche sono la seconda e quarta imprese farmaceutiche su scala mondiale e le epidemie sono la loro maggiore opportunità per fare affari. Con l’influenza avicola, tutte queste imprese hanno ottenuto centinaia o migliaia di milioni di dollari di guadagno. Con l’annuncio della nuova epidemia in Messico le azioni di Gilead sono aumentate del 3 per cento, quelle di Roche del 4 e quelle di Glaxo del 6 per cento, e questo è solo l’inizio. Un’altra impresa che cerca di entrare in questo succoso affare è Baxter, la quale ha sollecitato campioni del nuovo virus ed ha annunciato di poter avere un vaccino in 13 settimane. Baxter, altra impresa farmaceutica globale (numero 22), ha avuto un incidente per il quale non ha voluto dare dettagli per non dare dettagli di processi sottoposti a brevetto nella sua fabbrica in Austria in febbraio di quest’anno: ha inviato un prodotto contro l’influenza in Germania, Slovenia e Repubblica Ceca, contaminato con virus di influenza avicola.
Non abbiamo solo bisogno di affrontare l’epidemia dell’influenza, ma anche quella del lucro!

Paranoia in Messico. Una storia di maiali e di bufale

di Valerio Evangelisti*
Puerto Escondido, Oaxaca, Messico. Scrivo da un paese che sembra sprofondato nella follia. La località in cui mi trovo, nell’estremo sud, è stata finora risparmiata dalla “imperversante” influenza suina, che tanto clamore ha suscitato nel mondo e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato con un grado di pericolosità 5, in una scala da 1 a 6. Malgrado la tranquillità che mi circonda, a ogni ora del giorno vedo in tv gente che circola con mascherine azzurre, medici che danno consigli alla popolazione, politici che dicono la loro (quale che sia il loro grado di competenza) supermercati presi d’assalto da turbe di compratori che vogliono fare scorta di alimenti in vista di un’improbabile carestia.
In tutto il paese sono chiusi da tre giorni i siti archeologici, i musei, i cinema e i teatri, le scuole e le università, molti uffici pubblici, molti complessi industriali. A Città del Messico un sindaco ambizioso, Marcelo Ebrard, in perenne competizione con il presidente del distretto e con il governatore dello stato, ha voluto mostrarsi più papista del papa: così ha ordinato la chiusura completa di bar, ristoranti, discoteche e locali notturni, visti quali potenziali luoghi di assembramento e di propagazione dell’influenza suina. Peccato che si sia scordato di chiudere anche la metropolitana, dove ogni giorno si ammassano cinque milioni di viaggiatori e che è certamente più affollata di un ristorante. Locali chiusi anche ad Acapulco e in altre città in cui l’influenza non si è manifestata per nulla. Il presidente della repubblica è apparso in tv a raccomandare alla gente di rimanere in casa propria, in tutto il paese. Perché tanto allarme? Vediamo le cifre ufficiali di un’epidemia così spaventosa da paralizzare l’intero Messico e da fare rischiare il collasso a un’economia già malridotta. Il 30 aprile i contagiati da influenza suina erano valutati in 99, con un totale di 7 (SETTE!) deceduti per complicazioni respiratorie – cioè per la degenerazione dell’influenza in broncopolmonite. Il Messico ha 100 milioni di abitanti, la capitale (dove si è verificata la metà dei casi) ne ha 20 milioni. Considerate le proporzioni, si direbbe che sia più probabile annegare nella propria vasca da bagno che morire di influenza suina. Inoltre, va tenuto presente che un’influenza “ordinaria”, in Messico, comporta in media 1600 decessi per complicazioni respiratorie , e addirittura 26.000 negli Stati Uniti. Non iniziate a intuire la patacca? Oggi 1° maggio, mentre scrivo, il consueto briefing mattutino delle autorità sanitarie messicane (perennemente scortate da membri della OMS) si è aperto con un annuncio rassicurante: i contagiati sono SCESI a 121, i morti sono SCESI a 12 (DODICI). Pare che nessuno ricordi ciò che era stato detto il giorno prima. E la mancanza di memoria non riguarda solo politici e sanitari. Dopo Cuba e Argentina, anche Israele ha annunciato la sospensione di tutti i voli verso il Messico – senza ricordare che non esiste alcun volo diretto Israele-Messico. Insomma, un delirio totale. Che ne è dei 3000 contagiati e dei 159 morti annunciati il 23 aprile, quando tutta la faccenda è cominciata? Semplicemente si è scoperto che per lo più si trattava di casi di influenza normale e del doloroso, ma inevitabile, seguito di decessi di soggetti a rischio. L’importante è mettere la mascherina, distribuita in milioni di esemplari, alla popolazione, per quanto sia troppo porosa per fermare il virus (tanto quello ordinario quanto quello suino), e quest’ultimo sopravviva nell’aria solo pochi secondi. Interrogate in merito, le autorità hanno ammesso l’inutilità del bavaglio (di cui la tv raccomanda ossessivamente l’uso), e detto che si tratta di un metodo per “rassicurare la popolazione”. Ma perché un’influenza così sporadica (i casi, in tutto il mondo, sarebbero al momento 331) suscita tanto allarme? Perché si è verificata in aprile e non in inverno, è la prima risposta delle autorità. In realtà è una risposta dubbia: tra marzo e aprile, un’epidemia di influenza si è verificata anche in Italia (come può testimoniare un autorevole collaboratore di Carmilla), dovuta probabilmente all’alternanza di giorni caldi e giorni freddi, senza che nessuno andasse a scomodare i suini. Seconda risposta: si tratta di un virus di tipo “nuovo”, sconosciuto in precedenza (adesso battezzato A H1 N1). Ma se è nuovo, perché definirlo “suino”, quando nessun maiale messicano risulta malato di influenza e in grado di trasmetterla all’uomo? Perché ricorda un caso di influenza effettivamente suina accaduto mesi fa... negli Stati Uniti! E qui forse ci avviciniamo alla radice del problema. Negli Usa i casi di influenza suina sono 121, di cui uno o forse due fatali (chi dice uno allude a un bambino messicano morto in California; ma dimentica un adulto statunitense deceduto in marzo). Malgrado questo, la OMS non sconsiglia i viaggi in California o a New York (altra sede del contagio), né prescrive le misure rigorose suggerite al Messico. Un motivo ci può essere. Nel 2005, sotto la presidenza messicana di Fox, furono effettuate “manovre congiunte” tra Ministero della Salute messicano e i suoi partner nel TLC (Trattato del libero commercio), Usa e Canada. Si simulò un’epidemia di influenza suina in Messico, e il CDC (Center for Disease Control) fornì istruzioni su come comportarsi in un caso del genere (tutto questo l’ho appreso da un documentario andato in onda ieri sera nell’ambito del programma Los Reporteros, di Televisa, a notte tarda). Quando un’influenza anomala si è manifestata in Messico, le autorità sanitarie locali non si sono rivolte ai quattordici laboratori messicani in grado di analizzare il virus eventuale, bensì direttamente al CDC e all’OMS, che hanno immediatamente decretato la pandemia e suggerito l’applicazione delle misure raccomandate al Messico tre anni prima. Così, a fronte di 7-12 morti e a 130 infettati (veri o presunti) 100 milioni di messicani devono girare con l’inutile mascherina “rassicurante” e starsene a casa, mentre la loro industria turistica va a pezzi. Invece i bar californiani sono regolarmente aperti e i turisti circolano liberamente. Dopo la mezza bufala dell’influenza aviaria, CDC e OMS (anche questa egemonizzata dagli Stati Uniti) colpiscono ancora. Solo che questa volta non è una bufala: è una porcata.
Articolo pubblicato su Carmilla il 4 maggio 2009.

martedì 5 maggio 2009


In Georgia l’opposizione è in piazza da un mese. E insiste

E’ dal 9 aprile che l’opposizione georgiana occupa le principali piazze della capitale Tbilisi chiedendo le dimissioni del presidente Mikheil Saakashvili: e la protesta non accenna a rientrare, anzi sembra sul punto di imboccare una marcia più alta. Oggi è stato annunciato l’avvio di nuovi picchetti nelle strade principali e in particolare intorno al municipio di Tbilisi, dove verranno installate altre gabbie di legno con degli attivisti chiusi all’interno - la forma di protesta emblematica che gli oppositori di Saakashvili hanno fin dall’inizio scelto per rappresentare il progressivo degrado del paese verso lo stato di polizia, anzi, la dittatura pura e semplice. Una serie di gabbie con dei “prigionieri” già da diverse settimane sono sistemate lungo il corso principale della città e nei pressi del Parlamento e della residenza presidenziale.
Nelle ultime ore due ultimatum contrapposti sono stati lanciati a Tbilisi. Da una parte, le autorità hanno dato ai dimostranti in piazza tempo fino al 16 maggio per sgomberare e lasciare completamente libere le strade - avvisando che in caso contrario sarà la polizia a operare lo sgombero con la forza; dall’altra il cartello di partiti e movimenti che anima unitariamente le manifestazioni ha dato 72 ore di tempo a Saakashvili per annunciare le dimissioni e concordare le modalità per le elezioni anticipate. Per le autorità, la deadline per lo sgombero delle strade è motivata con le celebrazioni del 26 maggio, “giorno dell’indipendenza”, che vedono tradizionalmente una parata militare per le vie del centro. Sul fronte opposto, oggi c’è stata l’iniziativa dei militanti di un gruppo giovanile, che hanno lasciato impronte di mani e piedi color rosso-sangue sui muri del Ministero dell’Interno e lungo le strade che vi danno accesso, per simboleggiare la violenza usata in queste settimane contro i manifestanti.
a cura di Astrit Dakli

Proseguono le demolizioni di abitazioni.

Ieri, le autorità di occupazione israeliane hanno consegnato nuovi ordini per le demolizioni di case palestinesi in diversi quartieri di Gerusalemme.
Secondo fonti locali, gruppi di dipendenti nel comune di Gerusalemme hanno invaso diversi quartieri e hanno censito le case in costruzione e fotografato le case da demolire, in particolare a al-Ashqariyah, Beit Hanina, Shu'afat e Sheikh Jarrah.
Tra gli edifici soggetti alla demolizione, con il pretesto di costruzione illegale, è inclusa una palazzina abitata, composta da sei piani, sita nella zona di Beit Hanina.
L’amministrazione di Gerusalemme, nei due giorni passati, ha consegnato molte ordinanze di demolizione, soprattutto nel quartiere di Wadi al-Joz, Ras al-Amud.
L'ufficio del consigliere per gli affari di Gerusalemme del primo ministro palestinese, Hatem Abdel Qader, ha chiarito l’intenzione di presentare ricorsi per congelare questi ordini.
tratto da Infopal

Prosegue la conquista sionista delle terre palestinesi.

Fonti palestinesi hanno riferito che, con la prosecuzione della costruzione del Muro dell'Apartheid, "le forze di occupazione israeliane confischeranno grandi porzioni di terreno appartenente alla cittadina di Beit Hanina, dichiarandole zona militare chiusa". Secondo un rapporto stilato dall’Unità di supporto al negoziatore, organo dell’Olp, le autorità di occupazione israeliane hanno così sigillato la città di Gerusalemme anche dai lati nord, est e sud.
Il rapporto ha chiarito che "il Muro di separazione sottrarrà 230 km di terreno cisgiordano e circonderà 420 mila cittadini palestinesi, tagliandoli fuori dalla città di Gerusalemme e dal resto della Cisgiordania, che sarà così divisa tra sud e nord". Viene quindi sottolineato che "Israele ha costruito 12 dei 44 km di muro di annessione con il solo obiettivo di confiscare 58 chilometri quadrati di terra e chiudere l'‘anello’ intorno a Gerusalemme".
Nella Città Santa, invece, l’amministrazione municipale dell’occupazione israeliana ha stabilito la demolizione di 10 case arabe nel quartiere di al-Mukabber, al fine di permettere la costruzione di un ponte all'interno del grande progetto del cordone stradale, che separerà i quartieri arabi vicini e collegherà i focolai coloniali di Gerusalemme Est con l’ebraica Gerusalemme Ovest.
A conferma di ciò, Eli Yishai, ministro degli Interni israeliano, ha accolto le raccomandazioni del comitato speciale del ministero, annunciando da una parte la prossima annessione alla colonia di Maale Adumim dell'insediamento sionista di Kedar e dei 1200 ettari di terra vicini, e dall’altra la confisca di diversi appezzamenti palestinesi, che serviranno a costruire 6000 nuove unità abitative.
Yishai aveva chiarito la settimana scorsa che la decisione sarebbe dipesa dalla commissione interna al ministero e sarebbe quindi stata a favore degli israeliani, senza alcuna considerazione delle reazioni internazionali.
L'obiettivo dei progetti del governo israeliano è insomma quello d’intensificare il colonialismo, tagliare le comunicazioni tra il nord e il sud della Cisgiordania e isolare Gerusalemme Est dal resto delle province della regione, all'interno di un ampio quadro che mira a trasformare la città e i Territori attualmente sotto il governo di Ramallah nella "Grande Gerusalemme".
La stessa confisca dei 1200 ettari a favore di Maale Adumim era stata definita ormai da una settimana, così come già da diversi giorni era emersa la decisione di modificare il percorso del Muro, in modo tale da includere al suo interno tutte le aree sopracitate. Questi piani erano stati svelati soltanto negli ultimi mesi.
tratto da Infopal

Presenz/Attiva Compartir autonomia Chiapas, Messico

Estate 2009, dal 15 luglio al 31 agosto
Per sostenere le comunità zapatiste
Per conoscere il Messico dal basso che si organizza nell’Otra Campana

L’Associazione Ya Basta e il Coordinamento Toscano di sostegno alla lotta zapatista, saranno in Chiapas e Messico a partire dal 15 luglio e per tutto il mese d’agosto 2009 per:
visitare, conoscere e appoggiare direttamente l’autonomia zapatista;
partecipare ai progetti “Agua para todos” Zona Selva e ai progetti di sostegno all’educazione autonoma Zona Oventic;
dar vita alle Brigate Sanitarie con il Sistema di Salute Autonomo Zapatista.
In Chiapas si configura uno scenario di indurimento dell’offensiva contro le comunità indigene zapatiste. Una situazione che si inquadra dentro la generale militarizzazione del Messico, cosa che si è vista anche nelle misure del Governo per affrontare l’emergenza sanitaria dell’influenza "suina". In tutto il paese dietro quella che viene presentata come la guerra al narcotraffico, che è in realtà uno scontro tra apparati e corporazioni di potere, cresce la tendenza, denunciata anche dalle organizzazioni dei diritti umani, a porre in una sorte di stato d’assedio l’intero paese. Una tendenza che per certi versi è stata allargata dalle misure prese dal governo messicano durante l’emergenza sanitaria: basta pensare al dispiegamento di soldati nella stessa capitale. Esercito per le strade, impunità degli apparati polizieschi si accompagnano al tentativo di repressione di movimenti ed istanze sociali come succede da Atenco, a Oaxaca, nel Guerrero. Nel Messico della crisi generalizzata, acuita dall’emergenza sanitaria, della mancanza di prospettive per migliaia di persone, dal calo delle rimesse dagli USA, quello che viene messo in campo sembra una misura preventiva contro la protesta sociale. Una sorta di repressione preventiva contro la rivolta destinata a crescere in un paese dove la disuguaglianza sociale, nel tempo della crisi globale, tende ad crescere in misura drammatica. In questa situazione l’esperienza dell’EZLN accompagnata dalle realtà sociali che compongono l’Otra Campana rappresenta un alternativa scomoda per tutto il sistema istituzionale complice dell’attuale situazione sociale.
Sostenere le comunità zapatiste nella costruzione quotidiana che le Giunte del Buongoverno e i Municipi Autonomi portano avanti dell’autonomia resa realtà, dell’indipendenza praticata come alternativa concreta è un contributo alla ricerca collettiva nel mondo di costruire oggi “un nuovo mondo possibile”.
Torniamo in Chiapas per condividere l’esperienza zapatista ed essere insieme alle donne e gli uomini che dall’altra parte dell’oceano, come tutti noi, sognano un futuro diverso e costruiscono un presente di ribellione.
Programma:
Fin dalla metà di luglio e per tutto agosto sarà possibile visitare le comunità zapatiste per ascoltare direttamente le denunce delle provocazioni che vengono compiute contro l’autonomia indigena.
Dal 15 luglio
Visita Zona Los Altos e altre comunità.
Dal 2 agosto visita ai Caracol zapatisti nei giorni dell’anniversario della nascita delle Giunte del Buongoverno
Dal 10 al 23 agosto Prima Brigata sanitaria e dal 24 al 31 agosto Seconda Brigata nella zona Selva. La presenza delle brigate sanitarie è aperta anche a non specialisti per collaborare al Progetto Agua para Todos e visitare le comunità. Si può scegliere il periodo di permanenza a seconda delle proprie disponibilità.
Coordinamento della presenz/attiva a cura di:
Ass.Ya Basta Nord-est

http://www.yabasta.it/
mail yabasta@sherwood.it

Ass.Ya Basta Roma
moltitudia-yabasta.blogspot.com
mail moltitudia_yabasta@yahoo.it

Ass. Ya Basta Napoli
http://www.yabastanapoli.blogspot.com/
mail yabastanapoli@yahoo.it

Coordinamento Toscano di sostegno alla lotta zapastista
http://dignidad-rebelde.blogspot.com/
mail coordinamento-toscano-zapatista@inventati.org



L’accusatore e l’accusato. Ci accusano di molte cose, è vero. E probabilmente siamo colpevoli di alcune, ma ora voglio soffermarmi su una: Non abbiamo sparato all’orologio del tempo quel primo gennaio, né lo abbiamo trasformato in una festa nostalgica di sconfitta, come hanno fatto col 68 alcun@ di quella generazione in tutto il mondo, come hanno fatto in Messico con l’88 ed ora perfino col 2006. Su questo culto malaticcio per i calendari truccati tornerò poi. Neppure abbiamo modificato la storia per rinominarla dicendo che siamo o fummo gli unici o i migliori, o entrambe le cose (che è ciò che fa quest’isteria di gruppo che è il movimento lopezobradorista, ma tornerò poi su questo). C’è stato e c’è chi ci critica per non aver fatto il salto "nella realpolitik" quando i nostri buoni politici, cioè il nostro rating mediatico, offriva un buon prezzo per la nostra dignità sul mercato delle opzioni elettorali (non politiche). Ci accusano, in concreto, di non aver ceduto alla seduzione del potere, ciò che è riuscita ad ottenere che gente molto brillante di sinistra dica e faccia cose che sarebbero una vergogna per chiunque. Ci hanno anche accusato di "delirio" o "radicalismo" perché nella VI Dichiarazione denunciamo il sistema capitalista come la causa dei principali mali che angosciano l’umanità. Oggi non insistono più su questo, perché lo dicono perfino i portavoce del capitale finanziario di Wall Street. Di sicuro, ora che tutto il mondo dice e ridice sulla crisi globale, bisognerebbe ricordare che già 13 anni fa, nel 1996, fu segnalata da uno scarabeo degno e rabbioso. Don Durito de La Lacandona, nella relazione più breve che ho ascoltato nella mia breve età, disse "il problema con la globalizzazione è che poi i globi esplodono". Ci accusano di non rintanarci nella sopravvivenza che, con sacrifici e l’appoggio di quelli in basso negli angoli del pianeta, abbiamo costruito in queste terre indie, e di non rinchiuderci in quello che le menti lucide (così si dicono) chiamano "il laboratorio zapatista" o "la comune della Lacandona". Ci accusano di venire fuori, sempre, per affrontare il Potere e cercare altre, altri, voi, che lo affrontate senza false consolazioni né conformismi. Ci accusano di essere sopravvissuti. E non si riferiscono alla resistenza che 15 anni dopo ci permette di dire che continuiamo a lottare, non solo a vivere. Quello che li disturba è che siamo sopravvissuti come altro riferimento della lotta, della riflessione critica, dell’etica politica. Ci accusano, chi l’avrebbe detto, di non esserci arresi, di non esserci venduti, di non aver tentennato. Ci accusano, insomma, di essere zapatisti dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Oggi, 515 anni dopo, 200 anni dopo, 100 anni dopo, 25 anni dopo, 15 anni dopo, 5 anni dopo, 3 anni dopo, dichiariamo: siamo colpevoli. E, dato che è il modo neozapatista, non solo lo confessiamo, ma lo celebriamo. Non immaginavamo che questo avrebbe disturbato qualcuno che là in alto finge progressismo o si veste di una sinistra giallo scolorito o senza nemmeno colore, ma bisogna dirlo: L’EZLN vive. Evviva l’EZLN!
Dai discorsi del Subcomandante Marcos durante il Primo Festival della Rabbia Degna

Milano e Napoli come Gaza

Affidata agli israeliani la sicurezza di metro e ferrovie


Tranquilli. La sicurezza targata Mossad sbarca in Italia.Viaggiare sulle ferrovie della Nord Milano o sulla metropolitana di Napoli e non solo, da oggi, diventa un affare sicuro:quasi più di Gaza. A patto, però, che non ricordiate nemmeno lontanamente un arabo o che i vostri zaini e le vostre borsette non insospettiscano i meticolosi addetti alla security sfornati da Tel Aviv e più precisamente dalla società di contractors israeliana G.Team SecurityLtd (http://www.gteamsecurity.com/), a cui le aziende di trasporto locale hanno appaltato i servizi di sicurezza. Mica poco se si pensa che l'attuale General Manager di GTeam, nella sua precedente esperienza professionale, è stato il direttore della "Security Division" delle ferrovie Israeliane che - rassicura la società(http://www.formazioneseaf.it/GTeam_Security_Profilo.php)-"in questa veste ha sviluppato i principi della "security", i piani di sviluppo e quelli operativi, la filosofia della protezione delle infrastrutture, ha definito le risorse da dedicare alla sicurezza, le loro procedure ed i loro programmi formativi in funzione delle esigenze". In altre parole, ad ispirare metodi e procedure della sicurezza a Napoli e Milano è la stessa "filosofia" messa in campo in Israele. Insomma, possiamo stare tranquilli.

lunedì 4 maggio 2009

Genocidio a Gaza, Unicef: i bimbi palestinesi vittime del conflitto israeliano contro la Striscia.

L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) ha dichiarato che la vita dei bambini nella Striscia di Gaza non è ancora tornata alla normalità, nonostante siano passati 100 giorni dalla fine dell’ultimo assalto militare israeliano.
Patricia Mack Phillips, rappresentante speciale dell'Unicef nei Territori palestinesi occupati, ha affermato che “i bambini della Striscia di Gaza soffrono ancora fisicamente e psicologicamente, per cui è necessario che venga consentito l'ingresso nella regione delle risorse necessarie per la riabilitazione e il recupero”.
Nel suo comunicato stampa, la Phillips ha aggiunto: “A tutt’oggi, l’energia elettrica continua a non raggiungere il 10% della popolazione, mentre al 9% non arriva l’acqua. (…) A sud della Striscia, le cliniche dell’agenzia delle Nazione Unite Unrwa hanno registrato l’aumento dei casi di malattie legate alle risorse idriche e ai servizi igienico-sanitari, come la diarrea, la cui diffusione è cresciuta rispetto all’anno precedente; tante famiglie soffrono inoltre per la mancanza di cibo, benzina e denaro”.
La rappresentante Unicef ha poi rivelato un tragico dato: dopo la fine del conflitto, cinque bimbi sono morti a causa di ordigni esplosivi, mentre altri 14 sono stati feriti in atti di violenza di diverso genere.
I combattimenti hanno influenzato pesantemente anche la salute mentale dei minori, come ha affermato una recente ricerca condotta dalle Nazioni Unite, secondo la quale l’ansia e la tensione sono i principali problemi sanitari di Gaza.
L'Unicef sta quindi lavorando con i propri partner per fornire sostegno psicosociale ai bambini e ai giovani, diffondere informazione tra gli studenti e gli abitanti riguardo ai rischi di mine, sostenere l’educazione sanitaria e organizzare campagne di vaccinazione.
Per migliorare la salute delle madri e dei loro figli, l'organo dell’Onu si concentra inoltre sul miglioramento delle competenze del personale ospedaliero che fornisce assistenza - in particolare per quanto riguarda il trattamento dei casi di grave malnutrizione, l'allattamento al seno e la diagnosi precoce delle malattie infantili.
Tuttavia, le difficoltà di accesso a Gaza continuano ad ostacolare gli sforzi di recupero e di soccorso, a causa dell'assedio imposto sulla regione da 22 mesi. Basti pensare che la media giornaliera di camion che hanno ottenuto l’autorizzazione a entrare nella città è stata di circa 132 nello scorso mese di marzo, rispetto ai 475 del maggio del 2007 (un mese prima della presa del potere da parte di Hamas).
L’assedio pesa naturalmente anche sulla vita dei bambini, come spiega la Phillips: “Dopo la guerra, le case, le scuole e le strutture sanitarie bombardate non sono state né ricostruite né riparate, e questo grazie all'embargo israeliano sulle forniture di cemento. Manca inoltre il materiale necessario per sistemare la rete idrica e i servizi igienico-sanitari nella Striscia”.
Ha poi aggiunto che l’embargo “non ha consentito nemmeno la distribuzione del materiale didattico spedito dall’Unicef, che includeva strumenti per la formazione degli insegnanti, lo sviluppo della prima infanzia e l’intrattenimento (come gli strumenti musicali)”.
I piccoli abitanti di Gaza sono anche vittima del mancato arrivo di cure d'emergenza nella città. I rapporti dell'Oms (Organizzazione mondiale della sanità) riferiscono che almeno tre pazienti sono recentemente morti in attesa di ottenere il permesso di trasferirsi all’estero per ricevere le cure mediche necessarie alla loro guarigione. A questo proposito, la Phillips dichiara: “I bambini sono le vittime innocenti di questa crisi, e dobbiamo fare in modo che tutte le parti in conflitto garantiscano in primo luogo i loro interessi”.
da Infopal

Cina. Amnesty, sopravvissuti a sisma intimiditi se protestano

I sopravvissuti al terribile terremoto che un anno fa ha devastato la Cina ora rischiano di finire in carcere o di subire intimidazioni se protestano per il crollo delle scuole, per la corruzione o si lamentano per altri problemi, secondo quanto riferito da Amnesty International. Mentre Pechino sta spendendo miliardi di dollari nella ricostruzione delle città nella provincia del Sichuan rase al suolo dal sisma dello scorso 12 maggio, il governo ha lanciato anche una campagna, meno pubblicizzata, contro quei cittadini che si lamentano più del dovuto per il crollo di molte scuole in cui sono morti migliaia di bambini, secondo quanto riferito dal gruppo che tutela i diritti umani. “Bloccando i genitori dei bambini morti (nei crolli), il governo sta creando più miseria per la gente che in alcuni casi ha detto di aver perso tutto nel terremoto del Sichuan”, ha detto Roseann Rife di Amnesty in una nota diffusa via e-mail assieme al rapporto, oggi. La settimana prima dell’anniversario del sisma, che ha provocato la morte di circa 80 mila persone, la disputa tra le autorità locali e i sopravvissuti, descritta da Amnesty, potrebbe intensificarsi. Nel weekend, diversi genitori delle vittime del sisma a Juyuan, dove è crollata una scuola, hanno detto a Reuters che le cerimonie che avevano in programma per ricordare i loro bambini sono state bloccate dalla polizia.“La polizia e i funzionari della città ci hanno detto che non dovevamo fare tutte queste storie”, ha detto un genitore, Yang Rengui, il cui bambino è morto nel crollo. Alla vigilia dell’anniversario, i media ufficiali stanno elogiando gli sforzi per la ricostruzione mentre il rapporto di Amnesty mette in evidenza le tensioni lasciate dal sisma.

DTP - Sciopero della fame

Il nostro impegno è per il dialogo, non per la violenza.
Il sindaco di Diyarbakir, Osman Baydemir, nella sua dichiarazione rilasciata alla stampa in occasione dello sciopero della fame di due giorni che il DTP sta svolgendo da ieri, ha detto che "Il nostro impegno è per il dialogo, non per la violenza". Anche i detenuti, arrestati nell'ambito della grande operazione contro il DTP di due settimane fa, sono in sciopero della fame per dimostrare la loro vicinanza ai sostenitori del DTP che numerosi si sono avviati dalle altre città verso Diyarbakir. I politici del DTP considerano questa azione come una maniera potente per dimostrare al paese la propria sincerità nei confronti della pace. Nella sua dichiarazione Baydemir ha enfatizzato gli sforzi in atto, affinché le armi restino in silenzio e si mantenga la possibilità di una soluzione politica nell'agenda. Attualmente l'opportunità per il dialogo è buona e dovrebbe essere usata per dei buoni propositi, come la pace e il cessate il fuoco, prima che sia troppo tardi.

domenica 3 maggio 2009

Dieci pensieri dalla città difettosa

I. Son passati ormai diversi giorni dall’annuncio dell’emergenza sanitaria in Messico. Giornate strane, straordinarie, che stanno già lasciando alcune conseguenze. La percezione collettiva del male, del pericolo, in questi giorni ha dimostrato, per l’ennesima volta, la potenza biopolitica che può avere il messaggio del potere. Che sia stato fatto apposta o meno, il dato è che è stato sufficiente lanciare un allarme alle undici di sera di un giovedì, in catena nazionale, e poi costruire una campagna mediatica di estese proporzioni per far tremare le ginocchia ad un paese intero. E, soprattutto, per far dimenticare, anche se per pochi giorni, tutto il resto. Una realtà quotidiana travolta e stravolta da un messaggio univoco che suggeriva chiaramente: “State attenti, potete morire tutti”.La strana normalità di un paese che in un anno - 2008 - ha contato oltre 6.000 morti per la “guerra al narco”, che in due mesi ha perso mezzo milione di posti di lavoro formali, che vanta 60 milioni di poveri, che espelle un milione di migranti all’anno, che detiene nelle sue carceri decine e decine di prigionieri politici, che mantiene al margine della società milioni e milioni di indigeni messicani (ed anzi, fa loro la guerra), il cui governo, proprio nel climax dell’epidemia domestica, è stato messo sotto processo per il feminicidio dalla Corte Interamericana per i Diritti Umani; questa normalità è stata travolta e sostituita dall’eccezionalità dell’esistenza di un nuovo virus influenzale; dalla chiusura delle attività scolastiche a tutti i livelli; dalle numerose, o percepite tali, morti e contagi; dall’esigenza di auto imporsi nuove norme relazionali e comportamentali; dalla sospensione delle attività lavorative in questi opportuni giorni di festa nazionale; dall’eccesso informativo che ha bombardato tutti e a ogni ora, su ogni canale televisivo e radiofonico, senza riuscire mai a offrire notizie certe; dai toni allarmistici di funzionari di governo che, nonostante tutto il male che accade nel paese da molto tempo, ci avevano abituato ai loro sempre ottimistici toni da conferenza stampa; dalla proibizione a frequentare luoghi affollati e dall’irruzione improvvisa dell’emergenza nella socialità spiccata dei messicani.L’effetto: tutti agli ordini del governo, almeno per qualche giorno.
II. Eppure la normalità e l’eccezionalità teletrasmesse sono concetti troppo fragili, eterei e parziali per essere il parametro di queste giornate messicane. Ed allora non ci resta che volgere lo sguardo e cercare quel che non è giusto e non lo è mai stato. Le cose che accadono e che creano conseguenze. La presenza dell’esercito nelle strade messicane, per esempio. Quella che era diventata la normalità, ovvero 60.000 soldati in tutto il paese eccetto a Città del Messico, oggi è una realtà anche per la capitale. Quanti sono, pochi lo sanno. Sono qui per aiutare la popolazione durante l’emergenza. Per quanto tempo? E perché, come testimoniano decine e decine di fotografie, sono armati con fucili d’assalto? Quel che il governo locale aveva evitato per 28 mesi e mezzo, un microscopico virus lo ha ottenuto in meno di 48 ore. Un virus al servizio del governo?Assieme all’esercito, è giunta anche la normatività - nelle vesti di un decreto con data 25 aprile che si può leggere nella Gazzetta Ufficiale - che autorizza il governo - il Ministero della Salute specificamente - a entrare nelle case messicane, a somministrare medicine, a isolare malati/appestati, a scogliere le riunioni pubbliche, ad acquistare medicine e quanto necessario per la contingenza. Il tutto sino a fine emergenza. Ma quando finirà l’emergenza sanitaria? Finirà? O si trasformerà in emergenza sociale?

III. Nonostante le decine e decine di teorie, alcune verosimili, altre francamente cospiro-paranoiche, difficili da provare ma facili da credere, non ci rimane altro che attenerci al buon senso. Se così facciamo, non è difficile ammettere che qualcuno da tutta questa storia ci sta guadagnando e ci guadagnerà molti soldi. A cominciare dall’industria farmaceutica multinazionale. Che forse non è la colpevole cosciente di una guerra batteriologica studiata a tavolino, ma sicuramente è colpevole di non aver reso accessibile nel passato e in queste ore i medicinali e le cure necessarie per affrontare questa crisi sanitaria. È necessario pagare, dicono. Ed in effetti, il decreto menzionato sopra, darà facoltà al governo di spendere i 205 milioni di dollari che la Banca Mondiale ha prestato al Messico, così come i 600 milioni stanziati dal governo stesso o gli ormai innumerevoli crediti ricevuti, senza che nessuno approvi o meno le spese e senza che potenzialmente nessuno ne sappia niente. E come non notare la strana coincidenza del contratto firmato solo il 9 marzo scorso dall’impresa francese Sanofi-Aventis (con un investimento di 100 milioni di euro) per la produzione di vaccini? Il progetto messico-francese prevede la produzione di vaccini a partire dal 2010, ma il tempismo dell’accordo commerciale è sorprendente, se non inquietante.

IV. E se le case farmaceutiche e i laboratori di ricerca fanno affari e rischiano di farne di più, è cominciata ufficialmente la gara per premiare - economicamente - chi troverà la formula magica che compreremo prossimamente sotto forma di vaccino. La notizia, che anche il governo di Città del Messico stia partecipando nelle ricerche (grazie all’aiuto degli efficienti laboratori dell’Istituto Politecnico Nazionale e della Università Nazionale) per “evitare che il vaccino assuma i costi di mercato imposti dalle grandi case farmaceutiche”, è appena una piccola consolazione. Perché un’altra cosa che questa crisi sta drammaticamente evidenziando è la precarietà del sistema sanitario pubblico messicano. 27 anni di neoliberismo - sostenuto anche dall’attuale amministrazione della capitale - hanno prodotto questo: un sistema sanitario incapace di rispondere efficacemente ad un’epidemia e che proprio per questa inefficienza è tra le cause di tanti contagi; un sistema pubblico di ricerca scientifica abbandonato dalla spesa pubblica e che ha dovuto subire l’onta dell’arrivo dall’estero (dagli USA) degli strumenti capaci d’intercettare il nuovo virus; la presenza di decine di medici fuoriusciti dalle centinaia di università private, che proprio nei giorni più acuti della crisi, non solo hanno dimostrato incapacità, ma hanno, in molti casi, abbandonato letteralmente il posto per “paura di contagio”. Il tutto a scapito degli ottimi medici che il sistema educativo pubblico sforna ogni anno.

V. Chi altro ci guadagna in tutta questa storia? Difficile capirlo ancora, ma gli indizi sono molti. Le denunce che una certa parte del panorama istituzionale pronuncia contro “chi vuole capitalizzare elettoralmente l’attuale congiuntura”, seppur strumentali loro stesse, hanno un fondo di verità. Ed anche se la politica elettorale e la rappresentanza politica formale non ci appartiene (e non ci interessa), non possiamo negare che proprio questo sistema, conquistato dopo decenni di lotte politiche clandestine e represse dal partito-stato, rappresenta oggi uno dei metri per misurare la fragile democrazia messicana. E quindi non sono solo i soldati in strada, le leggi emergenziali che impongono lo stato d’eccezione, ma anche l’intervento sempre più pressante che proprio in questa fase, il governo sta esercitando sugli altri poteri dello Stato. Prima, il silenzio assoluto da parte della magistratura (e del potere giudiziario nella sua totalità) rispetto alle leggi eccezionali che stanno passando, un giorno sì e l’altro pure. Poi, l’intervento esplicito dell’esecutivo nell’attuale processo elettorale che dovrebbe culminare il prossimo 5 luglio con l’elezione di metà del Congresso federale. L’uso del condizionale è d’obbligo, visto che si sta già discutendo la sospensione della data elettorale. E mentre questo si decide, il Ministero della Sanità - con il Presidente alle spalle - interviene nella campagna elettorale, infrangendo, ancora una volta, le regole stabilite. Non è dunque l’autorità competente, l’Istituto Federale Elettorale, ma il Ministero che detta le regole “sanitarie” della campagna elettorale che comincia i 4 maggio: i comizi non dovranno essere troppo partecipati; non si realizzeranno in luoghi chiusi; si potranno organizzare solo tra le ore 10 e le ore 15; circa il 10% degli spazi elettorali in televisione e radio saranno ceduti al governo perché trasmetta le indicazioni sanitarie alla popolazione.

VI. Al di là delle reazioni sociali che straripano spesso e volentieri nella paranoia e psicosi generalizzata o in episodi diffusi e in crescita di discriminazione nei confronti degli abitanti di Città del Messico (qui nel paese) e dei messicani in generale (all’estero), nelle ultime ore, per fortuna, si sono registrate anche alcune proteste, isolate se si vuole, ma che sono lì a dimostrare che la dignità della cittadinanza non si fa ingannare dalle minacce di morte per contagio rilasciate dal governo. Sono episodi dei giorni scorsi che hanno visto i medici di due grandi ospedali della capitale protestare per la mancanza di misure di sicurezza adeguate. Ma è soprattutto la protesta apparentemente spontanea di duemila persone (quasi tutte donne) che si son scontrate con la polizia antisommossa della capitale fuori da uno dei più grandi carceri maschili di Città del Messico. Hanno protestato, perché da una settimana non gli permettono di vedere i propri cari. Visite proibite. Ma anche i detenuti, da dentro, hanno protestato per la mancanza di condizioni igieniche: 8.500 detenuti in un carcere per 3.000 persone, mancanza di cibo decente, assenza di saponi e medicine, ecc. Le donne fuori han lanciato pietre per due ore alla polizia. Hanno bruciato una pattuglia. Alla fine, il governo ha ceduto: visite ristabilite, seppur limitate. Ma è da risaltare anche la disobbedienza praticata da migliaia di lavoratori che, nonostante i divieti, il primo maggio han manifestato in tutto il paese e a Città del Messico.

VII. Qualche giorno fa, c’è stata un’altra protesta, ma fuori Città del Messico. Precisamente a Las Glorias, nello stato di Veracruz, a dieci chilometri dall’istallazione dell’impresa Granjas Carroll, proprietà al 50% dell’americana Smithfield Food Inc.. L’impresa, produttrice di quasi un milione di maiali all’anno, è al centro della polemica in questi giorni, proprio perché si sospetta che lì, in quel territorio altamente inquinato proprio dalla produzione suina, si sia generata la mutazione virale che oggi rischia di contagiare il mondo intero. I manifestanti hanno chiesto di indagare l’impresa e le autorità che l’hanno protetta sinora ed eventualmente chiuderla. Un buon segno, ma ancora insufficiente. Evidentemente, come sostiene nel suo ottimo articolo l’americano Mike Davis, è oggi urgente - come lo è stato all’epoca della febbre aviaria - rivedere l’intero sistema di produzione alimentaria (ed anche di consumo alimentario) dell’epoca neoliberista che da tempo ha superato ogni limite.

VIII. A proposito di proteste, dovremmo aspettarci nei prossimi giorni anche le proteste del settore produttivo. E non degli industriali e dei commercianti, che stanno già ricevendo le garanzie (economiche) del caso, ma dei lavoratori, vittime predestinate a pagare il prezzo della chiusura imposta dal governo di alcune attività produttive. Lo hanno già detto i padroni: gli stipendi si pagheranno, ma le ore perse dovranno essere recuperate con altrettante ore di straordinario, non pagate ovviamente. Orari da 24 ore al giorno di lavoro? Forse, o senno il licenziamento. E già, perché questa crisi sta offrendo agli industriali la possibilità di eliminare quei posti di lavoro che già prima erano di troppo, ma che si tolleravano in nome della pace sociale e delle statistiche economiche, tanto care alla classe politica messicana. I sindacati messicani non stanno a guardare e già avvertono che non permetteranno queste pratiche. Ma sarà sufficiente il sindacalismo onesto e democratico messicano a frenare queste intenzioni neanche tanto oscure degli industriali? Lo vedremo presto. Per ora vale ricordare che solo il 18% dei lavoratori in Messico è sindacalizzato e, di questi, solo il 10% appartiene a un sindacato vero, ovvero non controllato dai padroni.

IX. Dopo quanto detto, forse risulta più facile rispondere alla domanda che tutti continuano ancora a fare: perché il virus uccide solo in Messico? La risposta precisa nessuno l’ha data, anche se in una conferenza stampa, un distratto ministro della salute, se l’è fatta scappare: “Abbiamo reagito con ritardo”. È vero. Il primo caso di contagio da virus suino che si è concluso con una morte, la prima, risale al mese di marzo. E già i primi di aprile, il governo intuiva quel che sarebbe potuto accadere. Ma sperava forse di riuscire a contenere la possibile epidemia. Non ce l’ha fatta.Oggi, altre risposte alla domanda da un milione di dollari sono facili da dare: il sistema sanitario pubblico assolutamente deficiente; l’esistenza di almeno 60 milioni di poveri nel paese che non hanno praticamente alcun accesso ai servizi medici; la mancanza nel paese di medicine adeguate; l’assenza di informazioni precise non solo sul numero reale di deceduti e contagiati (chi? dove? quando? età? origini? ecc.), ma soprattutto sui reali rischi di questo virus.

X. Infine, un pensiero dedicato a questi venti milioni di esseri umani che vivono in questa valle. È difficile in queste ore non cedere alla tentazione di posizioni diffidenti nei confronti del prossimo. Il sospetto minaccia costantemente le relazioni personali. Ma vi è anche il consolidarsi di relazioni tra conoscenti che s’informano della salute altrui con grande generosità. Si stabiliscono ponti e nuove amicizie. Il tutto sulla base d’un empatia comune attorno alla sopravvivenza, anche solo psicologica, in queste ore di enormi pressioni informative. Inoltre, va aggiunto che nonostante tutto, la reazione della cittadinanza è stata di grande dignità. La mascherina azzurra o verde, seppur quasi inutile ad evitare il contagio, è diventata oggi il simbolo di una resistenza che, se in un primo momento era assolutamente individualista, oggi assume un segno collettivo di notevole importanza. Il messaggio, che molti mezzi di comunicazione trasmettono - anche in Italia, ahimè - nel senso del cittadino messicano travolto dal virus vuoi per ignoranza, per povero, per poco igienico, per egoista o per credenze mistiche estranee alla civiltà, non solo denuncia la solita visione egocentrica e decisamente razzista di certa stampa e di certi commentatori, ma aiuta ancor di più il discorso governativo (anche messicano) che vorrebbe una cittadinanza incapace di aiutare se stessa e bisognosa dell’aiuto del fratello maggiore, lo Stato.

Continuano le mobilitazioni Mapuche nella Provincia di Neuquén


Mapuexpress - Comunicaciones Radio AM800 Wajzugun
A seguito della sospensione delle riunioni previste per questa settimana con i ministri del governatore Jorge Sapag, le comunità del territorio wijice sono tornati a manifestare interrompendo il transito sulla strada ’ruta 234’, all’ingresso del corridoio dei laghi nel sud Neuquino. Assieme alla Coordinadora dei settori sociali della località di Junín de Los Andes, le comunità hanno tenuto l’occupazione del ponte sul fiume Chimehuin per 4 ore.

Al incumplimiento de acuerdos del gobierno de Jorge Sapag las comunidades Mapuce responden movilizándose, esta ves interrumpiendo el transito en el acceso a Junín de los Andes.
Tras permanecer por 4 horas sobre la ruta 234 las comunidades mapuce junto a la Coordinadora de sectores sociales se retiraron hasta el próximo miércoles 6 de Mayo día en que se producirá la reunión con los funcionarios de la provincia de Neuquén, según lo manifestado por el Ministro Jorge Tobares al Werken Fidel Colipan.
La Confederación Mapuce Neuquina reclama la firma del convenio que pondría en marcha el denominado Programa de Relevamiento Territorial de Tierras Indígenas”, ley nacional 26.160.
Esta ves el pueblo mapuce se movilizo junto a la Coordinadora de sectores sociales que la integran entre otras organizaciones gremiales y populares de Junín, los vecinos sin tierra que reclaman ser escuchados por el gobierno, para que se le de solución a la demanda de políticas de viviendas en esta ciudad; Dándole solución habitacional a 1400 familias.
El sub. Secretario Alex Tarifeño y el Diputado Provincial Carlos González se habían comprometido con las comunidades de la zonal wijice a continuar el dialogo iniciado el pasado viernes 24 de Abril, luego de 5 días de corte de ruta por parte del pueblo mapuce.
El Jefe de la Policía Provincial el comisario Lepen, fue quien puso en comunicación telefónica al Werken de la CMN, Fidel Colipan con el mismísimo Tobares quien nuevamente se comprometió a reunirse con los mapuce el próximo Miércoles.
La medida que permitió el paso de vehículos cada 20 minutos mientras se volanteaba, finalizo pasado el medio día con la advertencia del pueblo mapuce y los sectores sociales de concretar una medida de fuerza mas prolongada si no se concreta la mesa de dialogo prevista la para semana proxima.
Comunicado.
IDENTIDAD TERRITORIAL WIJICE (CMN)
Seguimos en lucha por nuestros legítimos derechos
“Neuquén Tierra Nueva”: …para quienes???
Ante el incumplimiento del gobierno provincial de asistir a diálogo con las autoridades del Pueblo Mapuce para dar respuesta a la exigencia de pronta ejecución del Programa de Relevamiento Territorial de las Comunidades Mapuce, dilatando una vez más los tiempos y su responsabilidad política, nos ponemos en alerta y lucha para exigir por nuestros legítimos derechos.
A la evasiva del gobierno provincial respondemos en la ruta, no para coartar el libre tránsito de la población que circula por ella, sino en total repudio a la actitud de este gobierno que tantas veces intentó convencer a la sociedad que era distinto del asesino Jorge Sobisch.
A este gobierno provincial decimos:
Que el Pueblo Mapuche va seguir exigiendo el cumplimiento de la Ley Nacional 26160, hasta que su ejecución sea un hecho. Su aplicación pondrá fin a los distintos casos conflictivos existentes.
Que no permitiremos más dilataciones que solo benefician a los amigos del “poder” político provincial que históricamente han venido usurpando territorio mapuce.
Denunciaremos en las instancias que sean necesarias esta manipulación del Derecho Territorial mapuce.
El pueblo mapuce denuncia al gobierno de la provincia por esta nueva negación al Reconocimiento del derecho como pueblo.
Lo único que hemos logrado con nuestra paciencia y comprensión con las autoridades provinciales, es cargar con una serie de cargos y procesamientos que suman a la fecha 48 causas civiles y penales en los juzgados provinciales y federales. Nuestras autoridades originarias desfilan ante los juzgados como verdaderos delincuentes cuando lo único que hacen es cumplir con su deber de defender sus derechos históricamente pisoteados.
En el dia de la Fecha las comunidades organizadas en la identidad territorial wijice junto a la coordinadora de sectores sociales en Junín de los Andes nos manifestamos sobre el acceso a la ciudad sobre el puente del rió Chimehuin.
Por Autodeterminación, Justicia y Libertad.
Marci Weu!!!!
Lofce Zonal Wijice. Linares, Atreiko, Painefilu, Namunkura, Quintriqueo, Paichil Antriao, Quintupuray, Lafkenche, Rakitue, Payla Menuko, Cayun.

Influenza Suina - Un morto negli USA, OMS verso l’allerta 5

di Matteo Dean*

E’ un bambino messicano di 23 mesi la prima vittima della febbre suina negli Stati Uniti. Il piccolo, malato da due settimane, è morto ieri in Texas, dove era arrivato insieme ai genitori per trovare alcuni parenti. Fino a ieri sono stati accertati 91 casi di colpiti dal virus A/H1N1 in dieci stati Usa, ma crescono i casi sospetti. Il presidente Barack Obama, non ha escluso la possibilità di chiudere le scuole del paese dove siano stati registrati casi di contagio e ha chiesto 1,5 miliardi di dollari per fondi di emergenza. L’accelerarsi della propagazione e il mutare delle sue modalità (persone colpite senza essere mai state in Messico) hanno spinto ieri l’Oms ad avvertire che è sempre più prossima ad alzare il livello di allerta da 4 a 5, su una scala di 6. La situazione più grave resta quella messicana. Quasi una settimana è passata dell’inizio di questa crisi sanitaria, che si va a sommare alla ben più strutturale crisi economica e alla grave violenza diffusa nel paese. Le autorità messicane dichiarano che ormai il virus ha prodotto effetti che vanno oltre la triste soglia dei deceduti, che secondo le autorità sarebbero 159. Gli specialisti affermano che l’% del Pil sarebbe già stato compromesso dall’epidemia. Le misure d’emergenza ed il clima di panico diffuso non aiutano il peso messicano che ha ripreso a svalutarsi rispetto al dollaro. Solo a Città del Messico gli industriali e i commercianti denunciano le prime perdite e reclamano il sostegno del governo. Mezzo milione di dollari al giorno le perdite complessive del settore produttivo. Il governo locale ha annunciato la creazione di un fondo di quasi 15 milioni di dollari per sostenere almeno le famiglie dei malati e dei ricoverati. Secondo i commercianti, sarebbe stato colpito il 25% delle attività economiche. Alle reazioni del mondo economico, fanno eco le reazioni della società. Un dato curioso delle ultime ore: il Ministero della Pubblica Sicurezza ha reso noto che le denunce di crimini sarebbero diminuite del 50% nell’ultima settimana. Curiosità a parte, la società sta reagendo in modi diversi. Vi sono coloro che credono ciecamente a quanto dice il governo. E quindi i morti per il virus sarebbero ormai 160, anche se solo 7 sono stati accertati finora, come le autorità hanno dovuto ammettere dopo le dichiarazioni dell’Oms; le mascherine sarebbero lo strumento privilegiato e più immediato per ridurre il contagio di un virus che non circola liberamente nell’aria; il governo sta reagendo adeguatamente e il presidente, fino alla settimana scorsa molto contestato, è oggi il paradigma dell’eroica azione governativa. Nella sinistra politica invece tutti criticano i ritardi e le negligenze governative e si mettono in dubbio le misure restrittive adottate. Ma da qui si dipartono due modi diversi di vedere la situazione. Vi sono quelli che credono che la crisi sia più grave di quanto in realtà si dice e che il governo stia nascondendo troppe informazioni. Ma ci sono anche quelli i quali pensano che sia tutta una montatura, un’esagerazione. Gli elementi per sostenere entrambe le tesi sono gli stessi: mancanza d’informazione precisa, assenza delle liste dei deceduti, misure troppo radicali (come il decreto che dà mano libera alle autorità sanitarie). Insomma, non si riesce davvero a capire quali sono le dimensioni del problema. La prima morte all’estero, il bimbo di 23 mesi in Texas, conferma però che la crisi esiste e può essere letale. Ma ora lo sguardo di molti si volge alla ricerca dei colpevoli e dei responsabili. Perché se è vero che il governo ha risposto in ritardo, è anche vero che il governo è doppiamente colpevole perché i segnali dell’ epidemia c’erano tutti. E da diversi mesi. Ormai non è più un segreto e si conoscono anche i particolari dei casi di influenza (sospetti A/H1N1) che risalgono a diversi mesi fa. A dicembre, per esempio, ma anche ad ottobre, da quando cioè è cominciata la "stagione" influenzale. I casi erano isolati ma oggi la comunità di Las Glorias, nel valle del Perote, stato di Veracruz, è sotto i riflettori. Per mesi aveva denunciato l’impresa Granjas Carrol, filiale della multinazionale americana Smithfield Foods, accusata di essere un focolaio di malattie per quel suo stabilimento dove si alleverebbero circa un milione di maiali. Da lì sembra sia cominciato tutto ma fino al 2 aprile scorso governo e ministero della sanità hanno negato ogni responsabilità. Sul banco degli imputati è oggi anche l’Iner, l’Istituto nazionale per le malattie respiratorie, centro nevralgico dell’epidemia. Presso quest’ospedale all’avanguardia sono ricoverati quasi tutti i «contagiati» degli ultimi giorni. Alla protesta dei lavoratori, lunedì scorso, che chiedevano più strumenti di protezione (mascherine, guanti, scarpe e camici), fanno eco le prime denunce informali dei familiari dei ricoverati. Molti di questi infatti, avvertono che i propri cari sono entrati lì con semplici mal di gola e ne sono usciti in una bara: polmonia atipica, dicono i referti. E non c’è da sospettare dell’onestà di chi scrive le diagnosi finali, perché solo ieri, mercoledì, sono giunti in Messico gli strumenti di rilevazione del temuto virus suino. Ciononostante ora non è tempo di condanne, ma solo d’emergenza e il richiamo all’unità nazionale prevale. Intanto l’attività politica prosegue a spron battuto. In Parlamento, tra mascherine e tempi accorciati (gli orari dei servizi pubblici, in particolare degli organi legislativi, sono stati ridotti notevolmente a causa dell’epidemia), diverse leggi vengono approvate in pochi minuti, le stesse che in altri momenti avrebbero richiesto settimane di discussione. Tra queste, l’approvazione delle modifiche al codice penale. Da oggi si potranno portare fino a 5 grammi di marijuana in tasca senza per questo finire dentro. E così per le altre sostanze: un grammo di eroina, mezzo di cocaina, fino 25 grammi di metanfetamine.
* giornalista freelance. Vive e lavora a Città del Messico

Messico - In Guerrero protestano per essere curati

Contadini irrompono nel Congresso ed esigono attenzione per 30 di loro con sintomi di influenza

Con slogan e sointoni i militanti del Frente de Defensa Popular (FDP), che avevano dato vita ad un Presidio davanti al Congresso dall’inizio della settimana, hanno fatto irruzione negli uffici del Segretario di Salute, Luis Rodrigo Barrera Ríos, per esigere attenzione medica per 30 di loro che manifestavano i primi sintomi dell’influenza.
Poco prima che iniziasse la riunione del Congresso locale i militanti del FDP hanno circondato l’edificio denunciando che già il giorno prima avevano cercato di avere assistenza medica senza riuscirvi.
Di fronte alle proteste i manifestanti venivano ricevutei da alcuni lavoratori della Comision de Salud in attesa di essere ricoverati, ma dopo due ore di attesa, dopo le rassicurazioni di alcuni deputati, visto che non succedeva niente un gruppo di manifestanti faceva irruzione dentro l’edificio. La protesta è continuata per 5 ore fino ad ottenere che le persone potessero essere seguiti dal punto di vista sanitario.

"EL RESPETO A NUESTROS DERECHOS, SERÁ JUSTICIA"
"SOLO EL PUEBLO APOYA Y DEFIENDE AL PUEBLO"
EQUIPO DE COMUNICACION COMUNITARIA
COORDINADORA REGIONAL DE AUTORIDADES COMUNITARIAS

venerdì 1 maggio 2009

1° maggio proteste in tutta Europa – scontri a Berlino e Instanbul

Si è aperta all’insegna delle proteste la giornata del 1° maggio. In tutta Europa cortei contro la crisi, scontri a Berlino e Instanbul. Circa mezzo milione di persone sono scese in piazza in Germania per esprimere il loro malcontento in un paese in preda alla peggiore recessione dal dopoguerra. Nelle prime ore della mattinata a Berlino tafferugli si sono scatenati a margine di un raduno nel quartiere orientale di Friedrichshain. Slogan anti-capitalismo, bottiglie e pietre sono stati lanciati contro la polizia: il bilancio è stato di 29 agenti feriti e 12 persone fermate. Il numero è destinato a salire. Anche ad Amburgo si sono registrati scontri con la polizia. A Dortmund il corteo sindacale è stato attaccato da circa 200 militanti di estrema destra: quasi 150 le persone fermate.
Migliaia di manifestanti hanno sfilato a Madrid e in altre città spagnole per un primo maggio segnato dalla crisi ed un’ economia del paese in pieno marasma.
Scontri anche a Instanbul tra polizia e manifestanti mentre si dirigevano nella piazza principale della città, piazza Taskim. Dalle 5.30 del mattino la città è stata completamente bloccata e il comprensorio di Taksim transennato. I poliziotti antisommossa hanno fatto tre cariche usando anche idranti contro gruppi di centinaia di manifestanti che lanciavano pietre, nel quartiere di Sisli. Un numero imprecisato di persone sono state fermate. Gli scontri durante la festa del primo maggio a Instanbul sono ricorrenti, infatti dopo la morte di 36 persone nel 1977 il governo ha sempre proibito lo svolgimento di questa manifestazione a piazza Taskim.
In Grecia Atene è da questa mattina paralizzata per gli scioperi dei trasporti aereo e marittimo indetti in occasione della Festa dei lavoratori.
In Francia nuova giornata di sciopero promossa da tutte le organizzazioni sindacali. Oltre il 71% dei francesi si è detto disponibile ad una nuova giornata di mobilitazione contro la crisi e le politiche portate avanti da Sarkozy. Infatti oggi oltre 1.2 milioni di manifestanti sono scesi in piazza. Una partecipazione che ha superato di gran lunga quella dello scorso 19 marzo.
Link: Guarda il video degli scontri a Berlino

1° maggio in Turchia

Una folla di oltre 5000 persone si è radunata in Piazza Taksim per ricordare i morti del 1° maggio 1977. I rappresentanti del Disk e Kesk (confederazioni sindacali), l'Unione delle Camere degli Ingegneri e Architetti (TMMOB) e la Medical Association (TTB), le organizzazioni internazionali del lavoro, gruppi femministi e socialisti si sono riuniti in piazza, insieme ai parlamentari del Partito popolare repubblicano (CHP) e il Partito della società democratica (DTP). Per la prima volta dopo anni, il 1 ° maggio è stato celebrato in piazza Taksim. Le 36 persone uccise in Piazza Taksim nel 1977, sono state ricordate con un minuto di silenzio. Cariche della polizia e attacchi delle forze di sicurezza si sono susseguiti per tutta la mattinata. Durante i comizi, la polizia ha impedito alle persone provenienti da strade laterali di unirsi alla folla respingendole con gas lacrimogeni e manganelli. Verso l'13.40 un gruppo di circa 300 agenti di polizia antisommossa hanno cominciato a disperdere la gente da Taksim facendo uso di idranti.

I maiali più pericolosi sono quelli in doppiopetto

La febbre suina e il mostruoso potere dell’industria della carne

di Mike Davis *

Le orde di springbreakers sono tornate quest’anno da Cancún con un souvenir invisibile però sinistro.

La febbre suina messicana, una chimera genetica probabilmente concepita nelle cloache di qualche porcile industriale, all’improvviso minaccia di attaccare la febbre al mondo intero. Le prime manifestazioni in tutto il Nordamerica rivelano un’infezione che già si propaga con una velocità maggiore della più recente pandemia ufficiale, l’influenza di Honk Kong del 1968.
Rubando i riflettori al nostro ultimo assassino ufficialmente designato, il H5N1 – che muta con velocità – questo virus suino è una minaccia di potenza sconosciuta. Senza dubbio sembra più letale della SARS del 2003, però essendo un’influenza può risultare più duraturo e meno incline a ritornare nella sua tana segreta.
Dato che le influenze stagionali domestiche del tipo A causano la morte di fino a un milione di persone ogni anno, basta un modesto incremento della virulenza, specialmente se combinata con un’alta incidenza, per produrre una carneficina simile a una guerra su vasta scala.
Nel frattempo, una delle prime vittime è stata la confortante fede, predicata per molto tempo dai pulpiti dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), nel fatto che le pandemie possano essere contenute dalla rapida risposta delle burocrazie mediche, indipendentemente dalla qualità della salute pubblica locale.
Dalle prime morti causate dal H5N1 a Hong Kong nel 1997, l’OMS, con l’appoggio della maggioranza dei servizi nazionali di salute, ha promosso una strategia incentrata sull’identificazione e l’isolamento di un ceppo pandemico nel quadro locale, seguite da una somministrazione di massa di antivirali e vaccini (se disponibili).
Un esercito di scettici ha posto in questione, e a ragione, questa tattica di controinsurrezione virale, sostenendo che oggi i microbi possono viaggiare per il mondo (letteralmente, nel caso della influenza aviaria) in maniera più veloce di quanto i funzionari dell’OMS o quelli locali possano reagire all’insorgenza iniziale della malattia. Inoltre gli scettici puntano il dito sulla primitiva e spesso inesistente sorveglianza della connessione tra infermità umana e animale. Però il mito di un intervento audace, preventivo (e a basso costo) contro l’influenza aviaria è risultato di grande importanza per la causa dei paesi ricchi, come Usa e Gran Bretagna che preferiscono investire nelle proprie linee Maginot biologiche che incrementare consistentemente l’aiuto ai fronti epidemici fuori dal loro territorio, così come per le transnazionali farmaceutiche, che si sono opposte alle richieste del terzo mondo di produrre in forma pubblica e generica antivirali critici, come il Tamiflu della Roche. In ogni caso è probabile che la febbre suina mostri che la versione OMS/CDC del modo di affrontare una pandemia – senza un nuovo ed ampio investimento in vigilanza, infrastrutture scientifiche, salute pubblica di base e accesso globale ai farmaci vitali – appartiene alla stessa classe di gestione del rischio piramidale dei derivati di AIG o dei titoli di Madoff.

Non è solo che il sistema di allerta in caso di pandemia ha fallito, ma che realmente non esiste, né negli USA né in Europa.
Forse non sorprende che il Messico non abbia la capacità e la volontà politica di affrontare le infermità degli allevamenti e l’impatto che hanno sulla salute pubblica; però la situazione non cambia molto al nord della frontiera, dove la vigilanza è smembrata tra le differenti giurisdizioni statali, e le transnazionali dell’allevamento mostrano lo stesso disprezzo per la salute che normalmente mostrano per i lavoratori e gli animali.
Nella stessa maniera, un decennio di allarmi del mondo scientifico su questi temi non ha portato ad assicurare il trasferimento di tecnologia avanzata per l’analisi virale ai paesi che sono sulla traiettoria di una probabile pandemia. Il Messico ha esperti di fama mondiale in materia di malattie infettive, ma ha dovuto mandare le prove ad un laboratorio a Winnipeg (che ha meno del 3 % della popolazione di Città del Messico) per identificare il genoma del ceppo. Per questo si è perso quasi una settimana.
Però nessuno era meno allertato dei leggendari controllori di malattie di Atlanta. Secondo il Washington Post, i CDC [sigla del Centro di controllo e prevenzione delle malattie di Atlanta] si sono accorti del contagio sei giorni dopo che il governo messicano aveva cominciato a varare misure di emergenza. Di fatto, “i funzionari di salute pubblica USA ancora sono in gran parte all’oscuro di quello che succedendo in Messico, a due settimane dal contagio”.
Non ci dovrebbero essere scuse. Non è stato un evento improvviso. Il paradosso centrale di questo panico per la febbre suina è che, per quanto inaspettata, era già stata prevista con precisione.
Sei anni fa, Science dedicò un articolo importante (dell’ammirabile Bernice Wuethrich) per provare che, dopo anni di stabilità, il virus della febbre suina nordamericana ha compiuto un salto evolutivo vertiginoso.
Da quando fu identificata, all’inizio della Grande Depressione, la febbre suina H1N1 si era solo leggermente allontanata dal suo genoma originale. E tuttavia, nel 1998 si sono aperte le porte dell’inferno. Un ceppo altamente patogeno ha cominciato a decimare la popolazione di un allevamento di maiali in Carolina del Nord, e delle versioni nuove e più virulente hanno iniziato ad apparire quasi ogni anno, tra di loro una strana variante del H1N1 che conteneva i geni interni del H3N2 (l’altra influenza tipo A che circola tra umani).
Ricercatori intervistati da Wuethrich si preoccupavano che uno di questi ibridi si potessero convertire in influenza umana (si crede che le pandemie del 1957 e 1968 siano state originate da un misto di virus aviario e umano nel maiale) e insistevano sulla necessità di creare un sistema di vigilanza ufficiale sulla febbre suina; un ammonimento che, naturalmente, è rimasto inascoltato in una Washington preparata per bruciare migliaia di milioni di dollari in fantasie di bioterrorismo mentre non si faceva caso ai pericoli più ovvi.
Ma cosa ha causato l’accelerazione dell’evoluzione della febbre suina? Probabilmente la stessa dinamica che ha favorito la riproduzione della influenza aviaria.
Da molto tempo i virologi credono che il sistema di agricoltura intensiva del sud della Cina sia il motore principale della mutazione dell’influenza, sia stanziale che episodica. (Più raro è che si dia un passaggio diretto dagli uccelli ai maiali e/o agli esseri umani, come successe con la H5N1 nel 1997.)
Ma l’industrializzazione transnazionale della produzione di bestiame ha superato il monopolio naturale della Cina sull’evoluzione dell’influenza. Come molti scrittori hanno sottolineato, l’allevamento di animali è stato trasformato nei decenni recenti in qualcosa che assomiglia più all’industria petrolchimica che alla famiglia felice di allevatori che sono presentati nei libri per bambini.
Per esempio nel 1965 negli USA c’erano 55 milioni di maiali in più di un milione di allevamenti; oggi esistono 65 milioni concentrati in 65 mila installazioni, la metà delle quali contiene più di 5 mila animali: in sostanza si tratta di una transizione dalle vecchie porcilaie ai mastodontici inferni di escrementi, nei quali decine, centinaia di migliaia di animali con sistemi immunitari deboli soffocano tra il calore e lo sterco e si scambiano patogeni a velocità vertiginosa con i loro compagni e la loro patetica prole.
Chi ha viaggiato nella zona di Tar Heel, in Carolina del Sud, o a Milford, in Utha – in cui le sussidiarie della Smithfield Foods producono ogni anno più di un milione di maiali ognuna, così come creano centinaia di pozze piene di merda tossica – potrà capire fino a che punto le agroindustrie hanno interferito con le leggi della natura.
L’anno scorso una commissione convocata dal Centro di Investigazione Pew ha emesso un rapporto sulla produzione animale negli allevamenti industriali, nel quale si sottolineava il pericolo acuto che “la continua circolazione di virus … in grandi strutture incrementerà le opportunità di generazione di virus nuovi, mediante mutazione o eventi ricombinanti, che potranno propiziare una trasmissione più efficace da umano a umano”.
La Commissione avvertiva anche che l’uso promiscuo di antibiotici nelle fabbriche di maiali (alternativa più economica che il sistema di drenaggio o ambienti più umani) favorisce l’aumento di infezioni da stafilococchi resistenti agli antibiotici e che l’insieme dei reflui producono un incubo di E. coli e Pfisteria (il protozoo del giorno del giudizio, che ha ucciso più di mille milioni di specie nell’estuario della Carolina e contagiato dozzine di pescatori).
Senza dubbio qualsiasi tentativo di migliorare questa nuova ecologia patogena dovrà scontrarsi con il mostruoso potere esercitato dalle lobby del conglomerato degli allevatori come Smithfield Foods (maiali e manzi) e Tyson (polli). I Commissari del Centro Pew, capeggiati da John Carlin, ex governatore del Kansas, hanno denunciato gli ostacoli frapposti alla loro indagine da parte delle corporation, compreso la minaccia di bloccare i finanziamenti a ricerche di questo tipo.
Inoltre si tratta di un industria altamente globalizzata con un equivalente peso politico. Così come il gigante dei polli Charoen Pokphand, con sede a Bangkok, è riuscito a sopprimere delle indagini sul suo ruolo nella propagazione della influenza aviaria in tutta l’Asia, è probabile che l’epidemiologia forensedel focolaio della febbre suina sbatta contro le barriere corporative dell’industria del maiale. Questo non significa che non si troverà la pistola fumante. Ci sono già versioni sulla stampa messicana che riguardano la gigantesca sussidiaria della Smithfield Foods nello Stato di Veracruz.
Però quello che più importa (in particolare considerando la minaccia costante del H5N1) è la configurazione generale del fenomeno: il fallimento dell’OMS contro le pandemie, l’ulteriore declino della salute pubblica mondiale, il ferreo controllo delle grandi case farmaceutiche sulle medicine vitali e la catastrofe planetaria di una produzione d’allevamento industrializzata e ecologicamente disordinata.

* Autore di libri sulla minaccia della febbre aviaria: Il mostro alle nostre porte e Città di Quarzo.

Testo orginale tratto da: The Guardian
La versione in spagnolo su La Jornada

Turchia - Bambini trattati come terroristi

In Turchia a seguito delle modifiche alla legge anti-terrorismo del 2006, i bambini di età compresa tra i 15 e 18 anni possono essere trattati come gli adulti. Questo ha portato centinaia di bambini nelle diverse provincie del sud est della Turchia ad essere processati per "adesione ad organizzazione terrorista". Quest'anno più di 100 bambini sono stati presi in custodia dalla polizia per aver partecipato alle manifestazioni del 15 febbraio a sostegno della liberazione di Abdullah Ocalan. Il ministro della giustizia turco Mehmet Ali Sahin ha riferito che 1.572 bambini sono stati arrestati dal 2006 al 2007 per "crimini di terrorismo". 174 sono stati condannati, 92 solo a Diyarbakir.
ndr: in Turchia non esistono carceri minorili!

giovedì 30 aprile 2009

Punizione collettiva a Gaza: l'assedio ha impoverito l'80% della popolazione

La crisi di Gaza

L’85% della popolazione della Striscia di Gaza dipende dagli aiuti umanitari forniti dall’UNRWA, dal Programma mondiale per l’Alimentazione e da altre organizzazioni. Lo rivela un rapporto di Mahirat at-Tabba, direttore delle pubbliche relazioni alla Camera di Commercio di Gaza City.
Il dato trova spiegazioni nelle statistiche dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, secondo cui il tasso di disoccupazione nell’area ha raggiunto il 44,8% nel 2008, per un numero effettivo di 200.000 lavoratori senza impiego. L'assedio ha impoverito l’80% della popolazione gazawi.
Secondo at-Tabba, il settore industriale occupa attualmente la misera cifra di 1.400 operai, contro i 35.000 del periodo precedente al giugno 2007, mese d’inizio dell’assedio. Il 96% dei 3.900 stabilimenti industriali di Gaza avrebbero chiuso per assenza di materie prime. Gli altri sarebbero impianti per la produzione di generi alimentari, che nel migliore dei casi impiegano il 15% della manodopera che potrebbero assumere.
Dal giugno di due anni fa, le esportazioni sono cessate e le importazioni di materie prime hanno conosciuto un blocco pressoché totale. In aggiunta, le tre settimane di offensiva militare israeliana su Gaza a cavallo tra dicembre e gennaio ha provocato la distruzione di numerose fabbriche e officine.

Messico - Governo immobile, e ormai è psicosi

di Matteo Dean*
Se volessimo fare dietrologia, potremmo dire che il terremoto di lunedì scorso a Città del Messico è stato provocato da coloro che oggi in Messico vogliono far tremare ancor di più le coscienze dei messicani. Già travolta da più di due anni di violenza generalizzata causata dalla imprudente guerra al narcotraffico lanciata dall’attuale amministrazione, e ulteriormente spaventata da un virus influenzale che sembra essere addirittura più violento, proprio per la trasversalità della sua azione mortifera, la cittadinanza della capitale messicana è stata ancora una volta messa alla prova da una scossa di terremoto di 6 gradi della scala Richter. Ma la dietrologia serve a poco in queste ore e il terremoto che c’è stato, seppur abbia generato un certo panico, con le strade del centro storico che si riempivano sotto gli alti edifici che si svuotavano e 33 casi di crisi nervosa (immediatamente accolti nelle già affollate strutture sanitarie) non ha distolto l’attenzione dal tema principale di questi giorni: il virus suino. Una condanna collettiva? Un castigo divino? Un’operazione nascosta della solita famelica industria farmaceutica? Non si sa. Troppe son le versioni che nelle ultime ore si diffondono grazie a radio bemba. Quel che è vero, e senza dover ricorrere a giochi della fantasia, è la risposta ritardata ed imprecisa del governo messicano. Nel 2006, l’allora Ministero della Salute, nel quadro della formulazione dell’Associazione per la sicurezza e la prosperità dell’America del nord (Aspan), una sorta di Trattato di libero commercio plus, ma con l’importante capitolo della sicurezza continentale, scriveva un documento di 81 pagine con il laborioso titolo di «Piano nazionale di prevenzione e risposta di fronte all’epidemia influenzale». Il documento riconosceva, d’accordo con le autorità americane, l’assoluta certezza che prima o poi un’epidemia influenzale si sarebbe diffusa nel continente. Si legge nel documento: «L’orologio dell’epidemia corre, ma non si sa che ora stia segnando». Il piano segnala che, secondo dati statistici, all’ora di esplodere l’epidemia, ci sarebbero «200.000 morti in sei mesi, mezzo milione di ricoverati». Il problema del documento è che in nessun momento contempla la mutazione virale e si concentra solo sull’influenza aviaria. E quindi oggi non è difficile immaginare i magazzini del ministero della sanità strapieni di medicinali anti aviari, ma svuotati di quel che oggi sarebbe utile.Ma quel che soprattutto risulta colpevole è il ritardo della denuncia pubblica e delle contromisure. Nell’epoca dell’informazione le notizie corrono ed oggi si sa che i primi casi risalgono ormai a quasi sei mesi fa. E allora che hanno fatto le autorità? Nulla. Hanno solo cercato di contenere il problema. E, soprattutto, atteso fino ad inizio aprile per inviare le provette negli Usa (perché qui in Messico i laboratori ancora non sono attrezzati) e scoprire l’esistenza di un nuovo virus.Ciononostante, l’attenzione è già stata distolta. La violenza del narcotraffico continua a uccidere con lo stesso ritmo dell’inizio dell’anno, ovvero in aumento rispetto alle già allarmanti cifre dell’anno scorso, ma pochi ne parlano. Il feminicidio di Ciudad Juarez, proprio in questi giorni messo a processo dalle istanze internazionali, scompare e le donne assassinate che continuano a morire non si contano più, a differenza delle morti per virus. L’attentato a un leader del sindacato democratico dei maestri passa inosservato e anche se il suo assistente è morto con due colpi di pistola in testa, nessuno muove un dito.E sono solo alcuni fatti di questi giorni. Il decreto presidenziale che concede poteri speciali alle autorità messicane ha già creato le prime vittime: la manifestazione del primo maggio è stata sospesa e si chiede ai partiti politici, che la prossima settima avrebbero dovuto cominciare la campagna elettorale in vista dell’importante scadenza del 5 luglio prossimo, di sospendere ogni attività di proselitismo di massa. Ancor di più: si dice apertamente che si considera annullare le elezioni stesse. D’altra parte, se si ammette che il vaccino per il virus potrebbe essere trovato solo tra sei mesi, il governo sta riuscendo a mettere in quarantena non solo la società messicana, ma l’intero prossimo futuro. La società messicana. Facile parlarne, difficile capirne le reazioni e le conseguenze che avrà la fase attuale. Il panico si diffonde a velocità maggiore del virus stesso. La paura è oggi più comune della normale leggerezza con cui si affronta la vita da queste parti. Il sospetto è incrostato ormai negli interstizi delle relazioni interpersonali. L’abbraccio o il bacio o semplicemente la stretta di mano, così comuni in questa città, diventano tabù. Lo starnuto o un cenno di colpo di tosse motivo sufficiente per isolare il prossimo. Gli sguardi s’incrociano da dietro le quasi inutili mascherine distribuite incessantemente o vendute a prezzi assurdi nelle farmacie.Quegli sguardi che cercano di individuare nei volti altrui i segni di una malattia che non si conosce, perché comunque sia l’influenza, anche quella umana, qui non è comune. E il risultato qual è? Contribuire a completare lo strappo sociale. La coesione sociale già messa in crisi dall’alta disponibilità di violenza promossa dalla famigerata guerra al narcotraffico, oggi riceve un ulteriore colpo alla sua esistenza. A questo punto è sempre più difficile comprendere le proporzioni tra incompetenza e pianificazione da parte del governo messicano. Perché è vero che le autorità hanno reagito con colpevole ritardo. Ma è anche vero che i risultati che stanno ottenendo fanno sospettare altre intenzioni. La crisi istituzionale e sociale, assieme a quella crisi economica, rischiava davvero di mettere in ginocchio non tanto la società messicana ma chi pretende governarla. Ed allora, se non è possibile recuperare la legittimità persa sin dall’inizio (grazie alle fraudolente elezioni presidenziali del 2006) e non vi è comunque interesse a farlo, forse risulta più utile il colpo di mano, il terrore lanciato dai microfoni governativi che riesce a fratturare la coesione antigovernativa che si sta, volenti o nolenti, creando nella società messicana. Pare casuale e probabilmente lo è, ma che questa crisi giunga proprio a poche settimane dalle elezioni e giustamente a pochi mesi dal cabalistico anno 2010 (centesimo anniversario della Rivoluzione messicana e duecentesimo dell’Indipendenza) non può impedirci di pensare alla possibilità che questo virus sta offrendo all’attuale classe politica messicana. Il decreto presidenziale che citavamo prima parla chiaro in questo senso.Tempi indefiniti (sino a fine crisi, ovvero, quando?) per le misure eccezionali che tra l’altro permettono alle autorità di entrare in casa di chiunque, di comprare medicinali e strumenti sanitari al di fuori del controllo parlamentare, vaccinare chiunque senza ordine medico e, soprattutto, offrono la possibilità di sciogliere qualsiasi riunione di più di quindici persone.
* giornalista freelance. Vive e lavora a Città del Messico

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!